Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Tantalio
Da molti anni, ormai, mi occupo della produzione di vernici, e più precisamente della loro formulazione: da quest' arte traggo il sostentamento mio e della mia famiglia. È un' arte antica, e perciò nobile: la sua testimonianza più remota è in Genesi 6.14, dove si narra come, in conformità a una precisa specificazione dell' Altissimo, Noè abbia rivestito (verosimilmente a pennello) l' interno e l' esterno dell' Arca con pece fusa; ma è anche un' arte sottilmente frodolenta, come quella che tende a occultare il substrato conferendogli il colore e l' apparenza di ciò che non è: sotto questo aspetto essa è imparentata con la cosmetica e l' adornamento, che sono arti altrettanto ambigue e quasi altrettanto antiche (Isaia ".16 sg). A chi esercita questo nostro mestiere vengono di continuo proposte le esigenze più varie: vernici elettricamente isolanti o conduttive, che trasmettano il calore o lo riflettano, che vietino ai molluschi di aderire alle carene, che assorbano il suono, o che si possano staccare dal substrato come si pela una banana. Ci chiedono vernici che impediscano al piede di scivolare, per i gradini degli aeroporti, e altre quanto è possibile scivolose, per le suole degli sci. Noi siamo dunque gente versatile e di vasta esperienza, abituati al successo e all' insuccesso, e difficili a stupirsi. Cionondimeno, ci lasciò stupiti la richiesta che ci pervenne dal nostro rappresentante di Napoli, signor Amato Di Prima: si pregiava di informarci che a un importante cliente della sua zona era stata campionata una vernice che proteggeva dalla sfortuna, e che sostituiva con vantaggio i corni, i gobbi, i quadrifogli, e gli amuleti in generale. Non gli era stato possibile intercettare altre informazioni, ad eccezione del prezzo, che era molto alto; era invece riuscito a impadronirsi di un campione che già aveva spedito per posta. Dato l' eccezionale interesse del prodotto, ci pregava istantemente di dedicare al problema la massima attenzione, si dichiarava fiducioso in una pronta risposta, e porgeva con l' occasione i più distinti saluti. Questa faccenda, del campione mirabolante che arriva per posta, insieme con la preghiera istante di dedicare eccetera (ossia, fuori dell' eufemismo, di copiarlo), fa parte del nostro lavoro, e ne costituisce forse l' aspetto più opaco. A noi piacerebbe fare di testa nostra: scegliere noi il problema, bello ed elegante, partire in caccia, avvistare la soluzione, inseguirla, incantonarla, trafiggerla, sfrondarla del troppo e del vano, realizzarla in laboratorio, poi in semiscala, poi in produzione, e ricavarne danaro e gloria; ma questo non ci riesce quasi mai. A questo mondo siamo in troppi, e i nostri colleghi-rivali in Italia, in America, in Australia, in Giappone, non dormono. Siamo sommersi dai campioni, e cederemmo volentieri alla tentazione di buttarli via o di rimandarli al mittente, se non considerassimo che anche i nostri prodotti subiscono uguale destino, diventano a loro volta mirabolanti , vengono sagacemente catturati e contrabbandati dai rappresentanti dei nostri concorrenti, analizzati, sviscerati e copiati: alcuni male, altri bene, aggiungendogli cioè una particola di originalità e d' ingegno. Ne nasce una sterminata rete di spionaggi e di fecondazioni incrociate, che, illuminata da solitari lampi creativi, costituisce il fondamento del Progresso Tecnologico. Insomma, i campioni della concorrenza non si possono buttare nel serbatoio dei fondami: bisogna proprio vedere cosa c' è dentro, anche se la coscienza professionale dà qualche segno di sofferenza. La vernice che veniva da Napoli, a prima vista, non presentava niente di speciale: l' aspetto, l' odore, il tempo di essiccazione erano quelli di un comune smalto acrilico trasparente, e l' intera faccenda puzzava d' imbroglio lontano un miglio. Lo telefonai al Di Prima, che si mostrò indignato: lui non era il tipo di mandare campioni in giro così per divertimento, quello in specie gli era costato tempo e fatica, il prodotto era interessantissimo e sulla sua piazza stava raccogliendo un successo incredibile. Documentazione tecnica? Non esisteva, non ce n' era bisogno, l' efficacia del prodotto si dimostrava da sé. A un motopeschereccio che da tre mesi tornava con le reti vuote avevano verniciato la carena, e da allora faceva delle pesche spettacolose. Un tipografo aveva miscelato la vernice con l' inchiostro da stampa: l' inchiostro copriva un po' meno, ma gli errori di tipografia erano scomparsi. Se non eravamo capaci di tirare fuori niente di buono, lo dicessimo subito ; se no, che ci dessimo da fare, il prezzo era di 7000 lire al chilo, e gli pareva che ci fosse un bel margine di guadagno; lui si impegnava a piazzarne almeno venti tonnellate al mese. Ne parlai con Chiovatero, che è un ragazzo serio e capace. Da principio storse il naso, poi ci pensò su, e arrischiò la proposta di incominciare dal semplice: di provare cioè la vernice su colture di Bacterium coli. Che cosa si aspettava? Che le colture si moltiplicassero meglio o peggio dei controlli? Chiovatero si spazientì, mi disse che non era sua abitudine mettere il carro avanti ai buoi (sottintendendo con questo che tale era la mia abitudine: il che, perdinci, non è assolutamente vero), che si sarebbe visto, che da qualche parte bisogna pure cominciare, e che "il basto si raddrizza per strada". Si procurò le colture, verniciò l' esterno delle provette, e aspettammo. Nessuno di noi era un biologo, ma non occorreva un biologo per interpretare i risultati. Dopo cinque giorni l' effetto era evidente: le colture protette si erano sviluppate in misura almeno tripla dei testimoni, che pure avevamo rivestiti con una vernice acrilica apparentemente simile a quella napoletana. Bisognava concludere che questa "portava fortuna" anche ai microrganismi: conclusione indigesta, ma, come è stato detto autorevolmente, i fatti sono una cosa ostinata. Si imponeva un' analisi approfondita, ma ognuno sa quale impresa complessa e incerta sia l' esame di una vernice: quasi come quello di un organismo vivente. Tutte le fantastiche diavolerie moderne, lo spettro infrarosso, il gas-cromatografo, l' NMR, ti aiutano fino a un certo punto, lasciano molti angoli inesplorati; e se non hai la fortuna che il componente-chiave sia un metallo, non ti resta che il naso, come ai cani. Ma un metallo là dentro c' era: un metallo fuori mano, talmente inusitato che nessuno del laboratorio ne conosceva per esperienza propria le reazioni, e che dovemmo quindi incenerire quasi l' intero campione per poterne avere in mano una quantità sufficiente a identificarlo; ma infine fu pizzicato e debitamente confermato con tutte le sue reazioni caratteristiche. Era tantalio, metallo assai rispettabile dal nome pieno di significato, mai visto prima in alcuna vernice, e quindi sicuramente responsabile della virtù che stavamo cercando. Come sempre avviene, a ritrovamento ultimato e confermato, la presenza del tantalio, e quella sua specifica funzione, cominciarono a sembrarci via via meno strane, e infine naturali, così come adesso nessuno si stupisce più dei raggi Ro5ntgen. Molino fece notare che col tantalio si fanno recipienti di reazione che resistono agli acidi più energici; Palazzoni si ricordò che serve anche a fare protesi chirurgiche assolutamente prive di reazioni di rigetto; ne concludemmo che è un metallo palesemente benefico, e che eravamo stati sciocchi a perdere tanto tempo nelle analisi: con un po' di buon senso avremmo potuto pensarci prima. In pochi giorni ci procurammo un sapone di tantalio, lo mettemmo in vernice e lo provammo sul Coli: funzionava, il risultato era raggiunto. Mandammo a nostra volta un abbondante campione di vernice al Di Prima, affinché la distribuisse ai clienti e ci desse un parere. Il parere giunse due mesi dopo, e fu entusiastico: lui stesso, Di Prima, si era verniciato dalla testa ai piedi, e poi aveva trascorso quattro ore di un venerdì, sotto una scala, in compagnia di tredici gatti neri, senza riceverne alcun danno. Provò anche Chiovatero, benché riluttante (non perché superstizioso, bensì perché scettico), e dovette ammettere che un certo effetto non si poteva negare: per due o tre giorni dopo il trattamento, aveva trovato tutti i semafori verdi, mai il telefono occupato, la sua ragazza si era riconciliata con lui, e aveva perfino vinto un modesto premio alla lotteria dell' Aci: tutto naturalmente finì dopo che ebbe fatto il bagno. A me venne in mente Michele Fassio. Fassio è un mio ex compagno di scuola a cui, fin dall' adolescenza, si sono attribuiti poteri misteriosi. Gli sono state addebitate sciagure senza fine, dalle bocciature agli esami al crollo di un ponte, a una valanga e a un naufragio: tutti dovuti, secondo l' insensata opinione dei suoi condiscepoli prima, dei suoi colleghi poi, al nefasto potere penetrante del suo occhio. Io, beninteso, a queste fandonie non ci credo, però confesso che ho sovente cercato di evitare il suo incontro. Fassio, poveretto, ha finito col crederci un poco anche lui, non si è mai sposato e si è ridotto a condurre una vita infelice, di rinunce e di solitudine. Gli scrissi, con tutta la delicatezza di cui fui capace, che io a certe sciocchezze non credevo, ma lui probabilmente sì; che, di conseguenza, io non potevo neppure credere nel rimedio che gli proponevo, ma mi pareva di dovergliene parlare ugualmente, se non altro per aiutarlo a recuperare quella sicurezza di sé che lui aveva perduta. Fassio rispose che mi avrebbe raggiunto al più presto: era disposto a sottoporsi a una prova. Prima di procedere al trattamento, e su sollecitazione di Chiovatero cercammo di renderci conto in qualche misura dei poteri di Fassio. Riuscimmo così a constatare che in effetti il suo sguardo (e solo il suo sguardo) possedeva un' azione specifica rilevabile in certe condizioni anche su oggetti inanimati. Lo invitammo a fissare per alcuni minuti un punto determinato di una lamina d' acciaio, poi introducemmo questa nella camera a nebbia salina e dopo poche ore notammo che il punto fissato da Fassio era nettamente più corroso del resto della superficie. Un monofilo di polietilene, allungato a rottura, si spezzava costantemente nel punto su cui convergeva lo sguardo di Fassio. Con nostra soddisfazione, entrambi gli effetti sparivano sia rivestendo lamiera e filo con la nostra vernice, sia interponendo fra soggetto e oggetto uno schermo di vetro previamente verniciato colla medesima. Potemmo inoltre accertare che solo l' occhio destro di Fassio era attivo: il sinistro, come del resto entrambi gli occhi miei, o di Chiovatero, non esercitavano alcuna azione misurabile. Coi mezzi di cui disponevamo, non ci fu possibile eseguire un' analisi spettrale dell' effetto Fassio se non in modo grossolano; è però probabile che la radiazione in esame abbia un massimo marcato nell' azzurro, con lunghezza d' onda di circa 425 Nm: uscirà entro pochi mesi una nostra esauriente pubblicazione sull' argomento. Ora, è noto che molti jettatori volontari usano occhiali azzurri, e non neri, e questa non può essere una coincidenza, ma il frutto di una lunga somma di esperienze recepite forse inconsapevolmente, e tramandate poi di generazione in generazione, come è avvenuto per certi rimedi della medicina popolare. In considerazione della tragica conclusione delle nostre prove, tengo a precisare che l' idea di verniciare gli occhiali di Fassio (erano normali occhiali da presbite) non è stata mia né di Chiovatero, ma di Fassio medesimo, che anzi insistette perché l' esperimento venisse fatto subito, senza perdere neppure un' ora: era molto impaziente di liberarsi dal suo triste potere. Verniciammo questi occhiali. Dopo trenta minuti la vernice era essiccata: Fassio li calzò e cadde immediatamente esanime ai nostri piedi. Il medico, che giunse poco dopo, cercò invano di rianimarlo, e ci parlò vagamente di embolo, d' infarto e di trombosi: non poteva sapere che l' occhiale destro di Fassio, concavo verso l' interno, doveva aver riflesso istantaneamente quel qualcosa che non poteva più trasmettere, e doveva averlo concentrato in un punto come in uno specchio ustorio; e che questo punto si doveva trovare in qualche angolo non precisato, ma importante, dell' emisfero cerebrale destro dell' infelice e incolpevole vittima delle nostre sperimentazioni.
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