;

Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


Dialogo di un poeta e di un medico

Il giovane poeta esitò a lungo prima di suonare il campanello. Era veramente indispensabile quella visita? Avevano ragione i suoi amici di Milano e di Roma, che gli avevano vantato le virtù quasi miracolose del medico, o non avevano ragione invece suo padre e sua madre, che avevano cercato di trattenerlo, e non gli avevano nascosto il loro dispetto e la loro vergogna, quasi che un colloquio con un uomo savio e sperimentato fosse una macchia sul loro blasone? Ma da qualche anno soffriva ormai troppo: non se la sentiva di andare avanti così. Gli venne ad aprire il medico in persona: era in pantofole, spettinato, infagottato in una veste da camera goffa e logora. Lo fece sedere alla scrivania; no, non occorreva che si sdraiasse sul divano; non per il momento. Il medico lo intimidiva, ma gli fece fin dal principio una buona impressione: non si dava importanza, non usava parole difficili, aveva tatto e buone maniere. Forse la sua stessa apparenza sciatta era deliberata, affinché i clienti non si sentissero a disagio. Il poeta provò imbarazzo (ma anche il medico sembrava imbarazzato) quando l' altro gli chiese cautamente conto dell' anamnesi: mai fatto radiografie? Mai prescritto un busto? Ma poi aveva subito cambiato argomento, anzi, lo aveva lasciato entrare in argomento. Non gli mancavano certo le parole per descrivere il suo male: sentiva l' universo (che pure aveva studiato con diligenza e con amore) come un' immensa macchina inutile, un mulino che macinava in eterno il nulla a fine di nulla; non muto, anzi eloquente, ma cieco e sordo e chiuso al dolore del seme umano; ecco, ogni suo istante di veglia era intriso di questo dolore, sua unica certezza; non provava altre gioie se non quelle negative, e cioè le brevi remissioni della sua sofferenza. Percepiva con spietata lucidità come questa, e non altra, fosse la sorte comune di ogni creatura pensante, tanto da avere spesso invidiato l' inconsapevole gaiezza degli uccelli e delle greggi. Era sensibile allo splendore della natura, ma in esso ravvisava un inganno a cui ogni mente non vile era tenuta a resistere: nessun uomo dotato di ragione poteva negarsi a questa consapevolezza, che la natura non è all' uomo né madre né maestra; è un vasto potere occulto che, obiettivamente, regna a danno comune. Ad una domanda del medico, ammise di avere occasionalmente sperimentato qualche tregua alla sua angoscia: oltre ai momenti di gioia negativa a cui aveva accennato prima, provava qualche sollievo a tarda sera, quando l' oscurità e il silenzio della campagna gli consentivano di dedicarsi ai suoi studi, anzi, di barricarsi in essi come in una cittadella. _ Certo; una cittadella calda, morbida e buia, _ disse il medico, crollando il capo con simpatia. Il poeta aggiunse che di recente aveva avuto un momento di respiro in occasione di una passeggiata solitaria che lo aveva condotto su una modesta altura. Al di là della siepe che limitava l' orizzonte aveva colto per un attimo la presenza solenne e tremenda di un universo aperto, indifferente ma non nemico; solo per un attimo, ma era stato pieno di una inesplicabile dolcezza, che scaturiva dal pensiero di un diluirsi e sciogliersi nel seno trasparente del nulla. Era stata un' illuminazione, tanto intensa e nuova che da più giorni stava tentando invano di esprimerla in versi. Il medico ascoltava assorto; poi, con garbo professionale, gli chiese qualche notizia sulla sua vita di relazione. Il poeta si sentì arrossire: era quello un argomento di cui non amava parlare con nessuno, meno che mai con i genitori, e neppure con se stesso, se non nei termini sublimati che prediligeva nelle sue poesie. Al medico rispose soltanto che i suoi contatti umani erano scarsi: nulli in famiglia, rari con qualche amico dotto, qualche amore timido e distante. Esitò, poi aggiunse di aver sempre avuto con le donne un rapporto doloroso. Si innamorava spesso ed intensamente, ma poi gli mancava il coraggio di manifestare il suo sentimento perché era conscio di quanto il suo aspetto fosse sgradevole. Perciò i suoi amori erano solitari: nelle ore di studio, o nelle lunghe passeggiate per i campi, portava in sé un' immagine purificata, ideale, perfetta, della donna amata, e adorava quella invece della donna di carne, su cui osava appena levare lo sguardo. Di questo sdoppiamento soffriva atrocemente, tanto che qualche volta aveva cercato sollievo in una sorta di irragionevole vendetta. Voleva punire la sua donna del dolore che aveva suscitato in lui: nel pensiero, e talora nei suoi versi, l' accusava di essere una ingannatrice, di aver tentato di apparire ai suoi occhi migliore di quanto non fosse; di averlo voluto conquistare, abbattere, per ambizione di cacciatrice; di non essere neppure in grado (né lei, né alcuna altra donna) di misurare gli effetti della sua stessa bellezza, poiché questi effetti sono così travolgenti da superare la capacità "di quelle anguste fronti". Doveva ammetterlo, l' amore era sempre stato per lui una fonte di travaglio e non di gioia; e senza l' amore, a che vale vivere? Il medico non insistette. Cercò di rincuorarlo, ricordandogli che era ancora giovane, che la prestanza fisica conta meno di quanto si creda, e che certamente avrebbe incontrato una donna degna di lui, che in un istante avrebbe fatto dileguare le sue angosce. Meditò per un minuto, poi gli disse che per quella volta poteva bastare, e che il suo caso non gli pareva grave: era piuttosto un ipersensibile che un malato. Un trattamento d' appoggio, ripetuto a intervalli di qualche mese, avrebbe certamente attenuato la sua sofferenza. Prese il blocchetto delle ricette e scrisse due o tre righe: _ Per intanto provi con questi, se crede: le daranno sollievo, ma si attenga alle dosi che ho indicate. Il poeta scese le scale e si avviò verso la farmacia più vicina. Mentre camminava, infilò nella tasca del pastrano la mano che stringeva la prescrizione, e vi ritrovò certi foglietti che aveva dimenticati. Vi aveva annotato alcuni pensieri che gli erano occorsi qualche giorno prima, ed a cui aveva meditato di dare veste di canto. La sua mano, come mossa da una volontà sua propria, appallottolò la prescrizione e la gettò nel rigagnolo che scorreva lungo la via.

Lilit 1981