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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Self-control

Il dottore della mutua non lo aveva preso sul serio. Non che fosse uno stupido o che avesse fretta: lo aveva visitato con tutte le regole, gli aveva anche fatto fare delle analisi, e gli aveva detto che malattie non ne aveva. Si capisce che, se uno fa un lavoro di fatica e di responsabilità, alla fine del turno si sente stanco, è solo naturale. Che Gino si desse d' attorno, era ancora giovane, da manovratore poteva passare controllore, oppure anche, con un po' di fortuna e qualche spinta, entrare nell' amministrazione e sedersi dietro una scrivania. Non è che così si risolvano tutti i problemi, ma insomma. Non che Gino volesse proprio essere malato, ma questo discorso lo aveva lasciato poco soddisfatto. Il fatto è che, quando smontava, si sentiva come un peso a destra, subito sotto le costole. Il dottore lo aveva palpato e gli aveva detto che era il fegato; non era né gonfio né irritato, era un fegato sano , ma era lì, tutti ce l' hanno, e può capitare benissimo che uno, se è stato molte ore in piedi, o seduto scomodo, si accorga che c' è e se lo senta pesare. Fumava, beveva? No? Che andasse tranquillo, non mangiasse fritti e non prendesse troppe medicine: sì, perché è proprio il fegato che gestisce le medicine, le lascia passare oppure no, le demolisce dopo che hanno fatto il loro mestiere (posto che lo abbiano fatto), in maniera che non vadano in giro col sangue a fare guai. È anche il fegato quello che amministra i grassi, cioè fabbrica la bile che sta in posteggio nella cistifellea, e poi, a richiesta, salta fuori e passa nell' intestino a cucinare i grassi; di modo che, meno grassi uno mangia, meno è la bile che ci vuole, e meno il fegato lavora. In buona sostanza, il suo fegato era sano ma lui non gli doveva far fare gli straordinari. A Gino i fritti e la roba grassa piacevano: peccato. Avrebbe tenuto d' occhio il suo fegato come si fa con le vetture, se uno vuole che durino: lavaggio e grassaggio regolari e un' occhiata ogni tanto all' impianto elettrico, agli iniettori, a tutte le pompe, alla batteria e ai freni. Gino era manovratore sugli autobus, sull' .1 e sull' .4, che sono linee noiose e faticose, ma su tutte le linee urbane è su per giù la stessa musica. Ti annoi ma devi stare attento, che è una contraddizione, e poi, da quando hanno messo le macchinette e levato via il bigliettario, non hai neppure il diversivo di scambiare quattro parole con lui quando si arriva al capolinea, che la vettura è vuota; e in più hai quella seccatura delle porte pneumatiche. Guidava, un occhio alla strada e un occhio allo specchietto, e intanto pensava che siamo complicati. Oltre al fegato, c' è una infinità di aggeggi. Ti distrai, e resti panato; un organo si pianta, non funziona più, oppure funziona male e si mette a fare delle cose che non dovrebbe. Come l' Ernesta, che si era trascurata, le era venuta la tiroide, e non riusciva più a dormire di notte e invece si addormentava di giorno, tanto che lui aveva fatto richiesta di passare al servizio notturno, ma col capo del personale non c' era stato verso. Bisognava stare attenti anche alla tiroide. Andò in libreria, si comprò un libro e lo trovò interessante ma un po' confuso. Per esempio, già solo quello che devi mangiare è un problema, perché se mangi carne ti sale la pressione e si deposita l' acido urico, se mangi pane e pasta diventi obeso e vivi cinque anni di meno degli altri, e se mangi grassi guai al mondo. Puoi mangiare frutta, ma con quello che costa: del resto Gino aveva provato, e dopo tre giorni aveva un po' di disturbo e si sentiva svenire dalla fame. Dalle illustrazioni, poi, non riusciva a staccarsi. Avere tante cose così dentro la pelle era meraviglioso ma anche preoccupante. Si vedevano di fronte, di profilo e in sezione, incastrate di precisione una nell' altra senza neanche un vuoto grosso come un ditale. Gli veniva in mente il vano motore dei suoi autobus, e in confronto era un lavoro da schiappini, tanto era lo spazio che avevano sprecato; senza dire del calore, del rumore e della puzza. Però, a guardare bene, anche lì avevano risolto il problema della simmetria allo stesso modo, insomma preoccupandosi di salvare le apparenze: simmetrico da fuori, ma dentro mica tanto, proprio come noi. La pancia bella simmetrica che fa piacere guardarla, specie quella delle donne, però dentro il fegato è a destra, il cuore a sinistra, a destra l' appendice; e nel cofano, l' alternatore da una parte e il filtro aria dall' altra. Del resto era giusto non avere tanti scrupoli per l' estetica, dal momento che dentro non si vede quasi mai, salvo quando si apre il cofano o quando ti fanno un' operazione. Una gran trovata doveva essere stata quella di eliminare tutti i perni e gli ingranaggi, anzi, tutto il materiale metallico. Siamo fatti di roba molle, salvo le ossa, eppure tutto funziona lo stesso. Lo stomaco e l' intestino, per esempio: non si muovono quasi, eppure il mangiare entra da una parte, fa il suo giro in silenzio che neanche te ne accorgi, e dall' altra parte esce lo sfrido. Gino incominciò a starci attento, specie di notte, e poco per volta si accorse che invece sì, tutto si muoveva, ma liscio come un orologio. Nel libro c' era anche un capitolo sugli ormoni e sulle vitamine, e Gino si sentì a disagio. Va bene per le vitamine, in fondo basta ricordarsi di mangiare i pomodori e i limoni e lo scorbuto non ti viene, ma gli ormoni? Poco da fare, gli ormoni te li devi fabbricare tu. Chissà come e dove, il libro non lo diceva, forse nell' intestino con materiale di recupero, o forse nel midollo delle ossa dove si fabbrica anche il sangue. E come? Mistero: il libro portava figure e formule, non erano delle strutture semplici, eppure se li fabbricano anche le bestie, i bambini e i selvaggi. Si fabbricano da sé: bella spiegazione! E se la fabbrichetta si guasta? O vengono fuori difettosi? Per esempio l' ormone degli uomini invece di quello delle donne, che a vedere le formule (strane ma belle, tutte fatte a esagoni come i radiatori a nido d' ape che usavano una volta) sono quasi uguali: bene, miei cari signori, e se uno si sbaglia? Basta un niente, un momento di disattenzione, un dettaglio trascurato. In quell' angolino fra i due esagoni ti scappa un CO invece di un CHOH come c' è nel progetto, ed ecco che da uomo ti ritrovi donna, da convesso diventi concavo e magari compri anche un bambino. Insomma non si sta mai abbastanza attenti. Guai se uno si distrae: come ai semafori. Dopo qualche settimana Ernesta e i colleghi incominciarono a prenderlo in giro perché il libro se lo portava sempre dietro. Lo leggeva in tutti i momenti liberi, ai capolinea, qualche volta appunto anche davanti ai semafori rossi quando i passeggeri non guardavano. Lo finiva e poi lo ricominciava dal principio, e ci trovava sempre delle cose nuove, allarmanti e interessanti. Ne parlava con tutti, anche, ma poi smise perché gli dicevano che era matto e maniaco, come se loro fossero stati fatti d' aria, come se anche loro non avessero dentro quell' arsenale da tenere d' occhio. Però era faticoso: ogni giorno di più. Ogni tanto Gino si accorgeva che si stava dimenticando di respirare: cioè, il fiato lo tirava, ma così alla spiccia, senza quelle finezze dell' ossigeno e dell' anidride carbonica, uno verso dentro e l' altra verso fuori, e allora si sentiva formicolare le mani e i piedi, segno che il sangue cominciava a inquinarsi. Insomma doveva fare mente locale e tirare il respiro lungo, venti o trenta volte: un giorno gli era successo mentre era di servizio, e i passeggeri lo stavano a guardare ma non osavano dirgli niente perché si prega di non parlare al manovratore. Può anche restare lì secco, il manovratore: ma si prega di non parlargli. Anche il cervello lo preoccupava, ma un po' meno: infatti, se Gino se ne preoccupava voleva dire che ragionava, cioè che il suo cervello funzionava, e se funzionava non c' era motivo di preoccuparsi. Però si preoccupava lo stesso, lui era fatto così. Si preoccupava per esempio di non dimenticare le cose che sapeva: tutto compreso, anche se uno non ha la laurea, di cose ne sa un bel numero, e devono essere tutte scritte dentro il cranio; se sono tante devono essere scritte molto piccole, e allora basta un niente a cancellarle. Non so, una emozione, un piccolo spavento, una sorpresa, e ti dimentichi l' alfabeto, o magari il codice della strada, così ti tocca rifare l' esame della patente. Il problema peggiore si capisce che era quello del cuore. Qui non si scherza, qui in ferie non si va mai: da quando nasci a quando muori. Il cervello può anche andare in vacanza, metti caso quando dormi o quando prendi una sbronza o anche solo quando guidi l' autobus, perché quando uno ci ha preso la mano del cervello non ne ha più bisogno, tanto è vero che guida pensando a tutt' altro. Anche i polmoni possono andare in vacanza qualche minuto: se no come farebbero i subacquei? Ma il cuore no, mai: non ha supplenti, non ha turni di riposo, non ha capolinea. Bestiale. Mai revisione, mai manutenzione. Servizio permanente effettivo. Eppure di qualche riparazione ne avrà pure bisogno anche lui, dopo trenta o quarant' anni di marcia. Si vede che gliele fanno mentre cammina: te lo immagini, cambiare una valvola o un pistone al Diesel mentre cammina? Finì che Gino cominciò veramente a sentire delle palpitazioni: come se il cuore si fermasse un momento, e poi prendesse la corsa per recuperare e rimettersi in orario. Se ne accorse anche il medico, prendendo le misure col centimetro sull' elettrocardiogramma: l' aritmia c' era proprio, poco da discutere. Non era una faccenda grave ma c' era. Sì, poteva continuare a fare il suo lavoro, ma prendere delle gocce e stare un po' più attento. Altro che attento: Gino oramai faceva fatica a stare dietro ai comandi del bus, come si poteva mettere attenzione al gas, alla frizione, al volante, ai semafori, alla manetta delle porte, al campanellino delle fermate, e insieme controllare il cuore e tutto il resto? Un giorno, mentre rallentava a una fermata, sentì tremare tutto, un rumore di ferraglia e gente che gridava. Aveva fatto la barba a un' auto parcheggiata lungo il marciapiede: fortuna che era in sosta vietata e che dentro non c' era nessuno. Però l' azienda lo tolse da manovratore e lo mise a fare pulizia nell' officina, che per uno con la sua anzianità era una vigliaccata. Nello stesso tempo non ci fu più modo di trovare l' Ernesta al telefono: rispondeva sempre la sorellina, come un pappagallo che gli avessero insegnato la lezione, che Ernesta era appena uscita e che non sapeva quando sarebbe tornata. Gino si accorse di essere solo, e gli venne voglia di scappare: si fece dare la liquidazione, fece la valigia e prese il primo treno che stava per partire.

Lilit 1981