Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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La bestia nel tempio
Forse la mancia che gli avevo data la sera prima era eccessiva: non avevamo ancora avuto il tempo di chiarirci le idee sul cambio e sul potere di acquisto della moneta locale. Non erano ancora le sette quando Agustìn bussò alle stuoie che chiudevano la nostra camera: gli aprimmo, perché avevamo istintivamente fiducia in lui. Fra tutti gli sconosciuti che ci si erano affollati intorno, con offerte o richieste importune, al momento del nostro arrivo, Agustìn si era distinto per la sua efficienza, la sua discrezione e la chiarezza, anzi l' eleganza, dello spagnolo che parlava. Era venuto a farci una proposta: staccarci dalla comitiva, in silenzio e senza farci notare, e seguire lui, noi due con un' altra coppia, al tempio dei Trece Màrtires, presso Magaàn. Non ne avevamo mai sentito parlare? Fece un sorriso timido e rapido: ci fidassimo di lui, non ci saremmo pentiti della diversione. Ci consigliammo con i signori Torres, due giovani sposi della nostra città, ed in pochi minuti decidemmo di accettare la proposta. Gli altri nostri compagni di viaggio erano chiassosi e volgari, una mattinata di silenzio e di relativa solitudine ci avrebbe fatto bene. Agustìn ci spiegò che il tempio non era molto lontano: mezz' ora di taxi (tutti i taxisti erano suoi amici), dieci minuti di barca a remi per raggiungere l' isoletta quasi al centro della laguna di Gorontalo, poi un' altra mezz' ora di salita. La laguna era piatta come uno specchio, ricoperta per l' altezza di qualche metro da una bruma luminosa che velava il sole, senza però attenuarne il calore. L' aria era umida e pesante, impregnata di odori palustri. Sbarcammo ad un piccolo molo di travi viscide di alghe, e seguimmo Agustìn su per un ripido sentiero a giravolte. Le colline intorno erano pietrose e deserte, traforate da grotte; alcune di queste, non lontane dal sentiero, erano state ostruite con tavole e fascine, forse per trasformarle in stalle od ovili, ma parevano abbandonate. Il versante opposto della valle era coperto di vegetazione, e non vi si distingueva alcuna traccia di sentiero; ad intervalli giungeva fino a noi un belato di capre, gracile e breve. Il tempio sorgeva in cima alla collina, elusivo come un miraggio: vasto ed informe, risultava difficile valutarne la distanza. Lo raggiungemmo con fatica, infastiditi dagli insetti e snervati per l' assoluta mancanza di vento. Era un' alta costruzione di blocchi squadrati di pietra pallida: il suo contorno era un esagono irregolare, e le pareti erano rotte da poche e piccole aperture a livelli diversi. Queste pareti non erano piane: alcune sensibilmente concave, altre convesse; i blocchi che le componevano non erano che approssimativamente allineati, come se i remoti costruttori non avessero conosciuto l' uso del filo a piombo e della cordicella. Nell' ombra delle mura, timorosi del sole, stavano alcuni cavalli, immobili, scuri di sudore, ansimanti per la calura. Penetrammo nel tempio attraverso una stretta apertura, che sembrava essere stata ricavata scalpellando rozzamente il sasso, o sfondandolo come con un ariete: porte vere e proprie non se ne vedevano. Tanto appariva massiccio l' esterno dell' edificio, tanto invece era articolato e frastagliato il suo interno: vi si succedevano cortili grandi e piccoli, terrazze, serre, giardini pensili, fontane e piscine asciutte; questi elementi erano collegati fra loro (quando erano collegati) da rampe larghe o strette, scalinate ampie, ripide scale a chiocciola. Tutto era in condizione di estremo abbandono. Molte strutture erano crollate, alcune da gran tempo, a giudicare dal portamento delle piante che ovunque erano cresciute sulle rovine; in tutte le fenditure si era accumulato terriccio, in cui allignavano erbe selvagge e rovi dall' odore penetrante, muschio e piccoli funghi fragili. Certo non sarebbero bastati dieci giorni per esplorare tutti i meandri della costruzione. Agustìn insistette per condurci al Passaggio dei Sepolti, ed attraverso questo al cortile più interno, che lui chiamava il cortile della Bestia. Il Passaggio dei Sepolti era una lunga lista di terreno battuto, di forse ottanta metri per dieci: stranamente, non vi cresceva un filo d' erba. Agustìn ci raccomandò di passare in fila indiana lungo il margine, senza varcare una linea di demarcazione che era contrassegnata con una fila di paletti. Ci mostrò che dal suolo sporgevano qua e là, verticali od obliqui, un centinaio di oggetti metallici, appuntiti e rugginosi: alcuni emergevano di un palmo o due, altri erano appena visibili; e ci disse che erano punte di spade e di lance. Il suo paese, ci raccontò, era stato spesso terra di invasione: alcuni secoli prima dell' arrivo degli europei, era calata dal nord, ma nessuno sapeva bene di dove, un' orda di cavalieri. Erano impetuosi e crudeli, ma pochi di numero; i suoi antenati (_ erano più coraggiosi di noi, _ disse con uno dei suoi sorrisi pudichi) avevano tentato invano di respingerli alle loro navi, e loro si erano asserragliati nel Tempio, e di qui avevano tenuto il paese per qualche anno, con scorrerie improvvise, incendi e strage e trascinandosi dietro una pestilenza. I cavalieri morti di peste, o in battaglia, erano stati sepolti dai compagni secondo il loro costume barbarico: ognuno a cavallo del suo cavallo, e con l' arma levata a sfidare il cielo. Il cortile della Bestia era vasto, ricoperto da una volta ancora quasi integra: la sola luce che vi penetrava era appunto quella che filtrava attraverso le lacune del tetto. Ci occorsero alcuni istanti perché i nostri occhi si avvezzassero alla semioscurità. Vedemmo allora che ci trovavamo al margine di un' arena coperta, di forma approssimativamente ellittica; intorno ad essa, in luogo delle gradinate, erano disposti tutto intorno innumerevoli palchi, in quattro o cinque ordini, sostenuti e divisi fra loro da una selva di colonne di pietra o di legno dorato. Le colonne non erano che approssimativamente verticali, e gli ordini non si svolgevano lungo linee orizzontali, per cui i palchi non erano tutti uguali: ve n' erano di alti e stretti, di larghi e bassi (alcuni erano talmente bassi che un uomo non ci sarebbe potuto entrare che strisciando sul ventre). Di fronte a noi, una intera zona si presentava fortemente inclinata, come una dislocazione geologica, o come un frammento di nido d' api che fosse stato estratto e riinserito in posizione obliqua. Ci siamo attardati a lungo per cercare di capire come un edificio di quel genere potesse non dico reggersi in piedi per molti secoli, ma addirittura esistere. Nella mezza luce a cui ci stavamo abituando, si distingueva che alcune delle colonne più vicine a noi presentavano un fenomeno irritante, difficile ad esprimersi qui in parole, e del resto, sul luogo stesso avevamo constatato l' impossibilità di descriverci l' un l' altro quello che pure i nostri occhi vedevano. Sarebbe certamente più facile rappresentarlo con un disegno; lo sentivamo come un' insolenza, una sfida alla nostra ragione: una cosa che non aveva diritto di esistere, eppure esisteva. Nella loro parte bassa, queste colonne lasciavano intravvedere attraverso i loro intervalli, in secondo piano, il fondale dei palchi, dipinto a festoni neri ed ocra; ma seguendole verso l' alto con lo sguardo, i loro contorni mutavano funzione, gli intervalli diventavano colonne e le colonne diventavano intervalli, ed attraverso questi intervalli si scorgeva il cielo opaco della laguna. Ci sforzammo inutilmente, i Torres e noi, di venire a capo di questa apparenza assurda, che svaniva se ci avvicinavamo, ma si imponeva con l' evidenza pesante delle cose concrete se osservata dalla distanza di qualche decina di metri. Claudia scattò qualche fotografia, ma senza fiducia: la luce era troppo scarsa. La platea dell' arena appariva invasa da una vegetazione folta e bassa. Agustìn ci trattenne ai margini, e ci fece salire su un cumulo di macerie; poi, senza parlare, ci indicò una forma oscura che si spostava frammezzo gli arbusti. Era un animale massiccio, bruno, un po' più alto e più grosso di un bufalo di palude; nel silenzio si percepiva il suo respiro profondo ed aspro, e lo strappo e lo scroscio degli arbusti che esso divelleva pascolando. Uno di noi, forse io stesso, domandò smarrito: _ Che cosa è quello? _ Subito Agustìn fece cenno di tacere, ma la bestia doveva avere udito, perché levò la testa e sbuffò forte, al che si levò dai palchi un volo di uccelli inquieti. La bestia mugghiò, si scrollò e partì di corsa, diritta davanti a sé, come se caricasse un nemico invisibile, forse l' insensatezza, l' impossibilità dello scenario entro cui era rinchiusa. Ci guardammo intorno: la platea aveva parecchie aperture, ma strette ed ingombre. Per nessuna di esse la bestia avrebbe potuto passare. Galoppò sempre più impetuosa, rompendo davanti a sé arbusti e rami: il suolo risuonava al ritmo ternario della sua corsa, si sentirono frammenti di capitelli staccarsi dalle colonne e cadere. La bestia puntava verso una delle aperture, la meno angusta e la più sgombra da sfasciumi. Cozzò contro gli stipiti, come se, cieca di collera, non li avesse visti ; vi si incastrò per un attimo, emise un ruggito di dolore e si trasse indietro; l' architrave di pietra crollò sgretolato dall' urto, e l' apertura apparve più stretta di prima, ostruita a mezzo dalle pietre cadute. Claudia mi strinse nervosamente il braccio: _ È prigioniera di se stessa. Si chiude intorno tutte le vie d' uscita. Uscimmo nella luce del pomeriggio, che ci parve abbagliante. La signora Torres ci fece notare che nelle fenditure delle pietre si annidavano molte lucertole grigio-brune, squamose; altre stavano immobili al sole velato, come minuscoli bronzi. Se disturbate, fuggivano fulminee a rintanarsi, oppure si avvolgevano su se stesse come gli armadilli, e in quella forma, ridotte a piccoli dischi compatti, si lasciavano cadere nel vuoto. Fuori del tempio si era radunata una folla di mendicanti scarni, uomini e donne, dall' aspetto minaccioso. Alcuni avevano eretto poco lontano delle basse tende nere, e vi stavano accovacciati al riparo dal sole. Ci guardavano con curiosità insolente ed insistente, ma non ci rivolsero la parola. _ Aspettano la bestia, _ disse Agustìn: _ aspettano che esca. Vengono tutte le sere, da sempre; passano la notte qui, e nelle tende hanno i coltelli. Aspettano da quando esiste il tempio. Quando uscirà, la uccideranno e la mangeranno, e allora il mondo sarà risanato: ma la bestia non uscirà mai.
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