Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Nicola se ne sarebbe stato a casa molto volentieri, e magari a letto fino alle dieci, ma Stefania non volle sentire ragioni. Alle otto era già al telefono: gli ricordò che era troppo tempo che trovava pretesti, un po' la pioggia, un po' che il programma era scadente, un po' che doveva andare a un comizio, un po' le sue insulse ragioni umanitarie; e poiché aveva notato nella sua voce un velo di malavoglia, anzi forse solo di malumore, finì col dirgli chiaro e tondo che le promesse si mantengono. Era una ragazza con molte virtù, ma quando si cacciava un' idea in capo non c' era verso. Nicola veramente non ricordava di averle mai fatto una promessa vera e propria: le aveva detto, così, vagamente, che un giorno o l' altro allo stadio ci sarebbero andati, ci andavano tutti i colleghi di lui e anche (ahimè!) le colleghe di lei, tutti i venerdì compilavano le schedine del Totoglad; si era trovato d' accordo con lei che non bisogna appartarsi, darsi delle arie da intellettuali; e poi, che era un' esperienza da farsi, una curiosità che una volta nella vita bisognava togliersi, se no non si sa in che mondo si vive. Ecco, e adesso che si veniva al dunque lui si rendeva conto che tutti quei discorsi li aveva fatti con riserva mentale, e che di vedere i gladiatori proprio non ne aveva nessuna voglia, né mai l' avrebbe avuta. D' altra parte, come dire di no a Stefania? L' avrebbe pagata cara, lo sapeva: con sgarbi, bronci, rifiuti. Forse anche con qualcosa di peggio, c' era in giro quel suo cugino con la barba bionda .... Si vestì, sbarbò, lavò, scese in strada. I viali erano deserti, ma al botteghino di San Secondo c' era già la coda. Lui odiava le code, ma si mise ugualmente in fondo alla fila. Alla parete era appeso il manifesto, coi soliti colori volgari. Erano sei entrate; i nomi dei gladiatori non gli dicevano niente, salvo quello di Turi Lorusso. Non che sapesse molto della sua tecnica; sapeva che era bravo, che lo pagavano un' enormità, che andava a letto con una contessa e forse anche col conte relativo, che faceva molta beneficenza e non pagava le tasse. Mentre attendeva il suo turno, tese l' orecchio ai di scorsi dei suoi vicini: _ Per conto mio, dopo i trent' anni non dovrebbero più permettere ... _ ... si capisce, lo scatto, l' occhio non sono più quelli di prima, ma in compenso ha un' esperienza dell' arena che .... _ Ma l' ha visto, lei, nel '91, contro quel demonio che portava la Mercedes? Quando gli ha tirato il martello da venti metri e l' ha preso in pieno? E si ricorda di quella volta che l' hanno espulso per ...? Prese due biglietti in tribuna: non era il caso di badare al risparmio. Tornò a casa e telefonò a Stefania, sarebbe passato a prenderla alle due. Alle tre lo stadio era già pieno. La prima entrata era annunciata appunto per le tre, ma alle tre e mezza non si muoveva ancora niente. Vicino a loro sedeva un signore anziano, coi capelli bianchi e il colorito abbronzato. Nicola gli chiese se quel ritardo era normale. _ Si fanno sempre aspettare. È incredibile: prendono subito delle arie da prima donna. Ai miei tempi era diverso, sa. Invece dei paraurti di gommapiuma c' erano i rostri, mica storie. Era difficile farla franca. Riuscivano solo gli assi, quelli che il combattimento ce l' avevano nel sangue: già lei è giovane, e non può ricordare che campioni venivano fuori dalla scuderia di Pinerolo, e meglio ancora da quella di Alpignano. Adesso, cosa crede? Vengono tutti dai riformatori o dalle Carceri Nuove, qualcuno anche dal manicomio criminale: se accettano, gli condonano la pena. Adesso è roba da ridere, hanno la mutua, l' infortunio, le ferie pagate, e dopo cinquanta entrate gli dànno perfino la pensione. Sì, sì: ce n' è che vanno in pensione a quarant' anni. Si sentì un mormorio sugli spalti, ed entrò il primo. Era molto giovane, ostentava sicurezza ma si vedeva che aveva paura. Subito dopo entrò in pista una 127 rosso fuoco; si udirono i tre rituali colpi di claxon, Nicola sentì la stretta nervosa della mano di Stefania sul suo bicipite, e l' auto puntò sul ragazzo, che attendeva leggermente curvo, teso, a gambe larghe, stringendo convulsamente il martello nel pugno. Di colpo l' auto accelerò, proiettando indietro due getti di sabbia con le ruote motrici. Il ragazzo si scansò e menò il colpo, ma troppo tardi: il martello toccò di striscio la fiancata rigandola leggermente. Il pilota non doveva avere molta fantasia; ci furono diverse altre cariche, singolarmente monotone, poi suonò il gong e l' entrata si concluse con un nulla di fatto. Il secondo gladiatore (Nicola diede un' occhiata al programma) si chiamava Blitz, ed era tarchiato e glabro. Ci furono varie schermaglie con l' Alfasud che gli era stata sorteggiata come avversario, l' uomo era abbastanza destro e riuscì a tenersi largo per due o tre minuti, poi l' auto lo investì, in 1* marcia ma rudemente, e fu sbalzato a una dozzina di metri. Sanguinava dalla testa, venne il medico, lo dichiarò inabile e i barellieri lo portarono via fra i fischi del pubblico. Il vicino di Nicola era indignato, diceva che quel Blitz, che poi si chiamava Craveri, era un simulatore, che si faceva ferire apposta, che avrebbe fatto meglio a cambiare mestiere, anzi avrebbero dovuto farglielo cambiare d' ufficio, dalla Federazione: togliergli il tesserino e rimetterlo nella lista dei disoccupati. A proposito del terzo, che di nuovo aveva contro un' utilitaria, una Renault_4, gli fece poi notare che queste erano più temibili delle auto grandi e pesanti. _ Per conto mio, metterei tutte Minimorris: hanno ripresa, sono maneggevoli . Con quei bestioni da 1600 in su non capita mai niente: sono buoni per i forestieri , solo fumo negli occhi _ . Alla terza carica, il gladiatore attese l' auto senza muoversi, all' ultimo istante si buttò piatto a terra e la macchina gli passò sopra senza toccarlo. Il pubblico urlò di entusiasmo, molte donne gettarono fiori e borsette nell' arena, una anche una scarpa, ma Nicola apprese che quell' impresa spettacolare non era veramente pericolosa. Si chiamava "la rodolfa" perché l' aveva inventata un gladiatore che si chiamava Rodolfo: era poi diventato famoso, aveva fatto carriera politica e adesso era un pezzo grosso del Coni. Seguì, come d' abitudine, un intermezzo comico, un duello fra due sollevatori a forca. Erano dello stesso modello e colore, ma uno portava dipinta tutto intorno una fascia rossa e l' altro una fascia verde. Pesanti com' erano, manovravano a fatica, affondando nella sabbia fin quasi al mozzo. Cercarono invano di spingersi indietro, con le forche intrecciate insieme come i cervi quando lottano; poi il verde si disimpegnò, fece una rapida marcia indietro, e percorrendo una curva stretta andò a cozzare col retrotreno contro la fiancata del rosso. Il rosso retrocedette a sua volta, ma poi invertì rapidamente la marcia e riuscì a infilare le forche sotto la pancia del verde. Le forche si sollevarono, il verde oscillò e poi crollò su un lato, mostrando sconciamente il differenziale e la marmitta dello scappamento. Il pubblico rise ed applaudì. Il quarto gladiatore aveva contro una Peugeot tutta scassata. Il pubblico incominciò subito a gridare "camorra": infatti, il guidatore aveva la sfacciataggine di accendere addirittura il lampeggiatore prima di sterzare. La quinta entrata fu uno spettacolo. Il gladiatore aveva grinta, e mirava visibilmente a spaccare non solo il parabrezza, ma anche la testa del pilota, e non ci riuscì per un pelo. Evitò di precisione tre cariche, con grazia indolente, senza neanche alzare il martello; alla quarta balzò in aria come una molla davanti al muso della macchina, ricadde sul cofano, e con due violente martellate sbriciolò il cristallo del parabrezza. Nicola sentì il muggito della folla, su cui si distaccò un breve grido strozzato di Stefania che si era stretta a lui. Il pilota sembrava accecato: invece di frenare accelerò e finì di sbieco contro la barriera di legno, l' auto ribaltò e si coricò su un fianco imprigionando nella sabbia un piede del gladiatore. Questo, pazzo di furia, attraverso il vano del parabrezza continuava a menare martellate contro la testa del pilota, che tentava di uscire dalla portiera rivolta verso l' alto. Lo si vide finalmente uscire, col viso insanguinato, strappare il martello al gladiatore e stringergli il collo con le due mani. Il pubblico urlava una parola che Nicola non capiva, ma il suo vicino era rimasto tranquillo, e gli spiegò che chiedevano al direttore di gara che gli fosse risparmiata la vita, il che infatti avvenne. Entrò rapida in pista una camionetta dell' Autosoccorso Aci, e in un momento l' auto fu rimessa in piedi e rimorchiata via. Il pilota e il gladiatore si strinsero la mano fra gli applausi, e poi si incamminarono verso gli spogliatoi salutando, ma dopo pochi passi il gladiatore vacillò e cadde, non si capì se morto o solo svenuto. Caricarono anche lui sull' autosoccorso. Mentre entrava nell' arena il grande Lorusso, Nicola si accorse che Stefania si era fatta molto pallida. Provava un vago rancore contro di lei, e gli sarebbe piaciuto restare ancora per fargliela pagare: solo per questo, perché di Lorusso non gli importava proprio niente. Per ragioni di principio avrebbe preferito che fosse Stefania a pregare lui di andare via, ma la conosceva, e sapeva che non si sarebbe mai piegata a farlo; così le disse che lui ne aveva abbastanza e se ne andarono. Stefania non stava bene, aveva degli impulsi di vomito, ma alle sue domande rispose ruvidamente che era la salsiccia che aveva mangiato a cena. Rifiutò di prendere un amaro al bar, rifiutò di passare la sera con lui, rifiutò tutti gli argomenti di conversazione che lui le offriva: doveva proprio stare poco bene. Nicola la accompagnò a casa, e si accorse che anche lui aveva poco appetito, e neppure aveva voglia di fare la solita partita a bigliardo con Renato. Bevve due cognac e si mise a letto.
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