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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Al mio ritorno da Auschwitz mi sono trovato in tasca una curiosa moneta in lega leggera, quella che si vede qui riprodotta. È graffiata e corrosa; reca su una faccia la stella ebraica (lo "Scudo di Davide"), la data 1943, e la parola getto, che alla tedesca si legge ghetto; sull' altra faccia, le scritte "Quittung ueber 10 Mark" e "Der Aelteste der Juden in Litzmannstadt", e cioè rispettivamente "Quietanza su 10 marchi" e "Il decano degli ebrei in Litzmannstadt". Per molti anni non me ne sono curato; ho portato la moneta per qualche tempo nel portamonete, forse attribuendole inavvertitamente il valore di un portafortuna, poi l' ho lasciata a giacere in fondo ad un cassetto. Di recente, notizie che ho trovate presso varie fonti mi hanno permesso di ricostruirne almeno in parte la storia, ed è una storia non comune, affascinante e sinistra. Sugli atlanti odierni non esiste alcuna città dal nome di Litzmannstadt, ma un generale Litzmann era ed è noto in Germania per avere sfondato nel 1914 il fronte russo presso Lòdz, in Polonia; in tempo nazista, in onore di questo generale la città di Lòdz era stata ribattezzata Litzmannstadt. Negli ultimi mesi del 1944 gli ultimi superstiti del ghetto di Lòdz erano stati deportati ad Auschwitz; io devo aver trovato quella moneta per terra, ad Auschwitz, subito dopo la liberazione: certamente non prima, perché nulla di quanto avevo indosso allora avevo potuto conservare. Nel 1939 Lòdz aveva circa 750000 abitanti, ed era la più industriale delle città polacche, la più "moderna" e la più brutta: era una città che viveva sull' industria tessile, come Manchester e come Biella, condizionata dalla presenza di numerosi stabilimenti grandi e piccoli, per lo più antiquati già allora, che in massima parte erano stati fondati vari decenni prima da industriali tedeschi ed ebrei. Come in tutte le città di una certa importanza dell' Europa orientale occupata, anche a Lòdz i nazisti si affrettarono ad istituire un ghetto, ripristinandovi, aggravate dalla loro moderna ferocia, le condizioni dei ghetti del medioevo e della controriforma. Il ghetto di Lòdz, aperto già nel febbraio 1940, fu il primo in ordine di tempo, e il secondo, dopo di quello di Varsavia, come consistenza numerica: giunse a contenere più di 160000 ebrei, e fu sciolto solo nell' autunno del 1944. Fu dunque anche il più longevo dei ghetti nazisti, e ciò va attribuito a due ragioni: la sua importanza economica per i tedeschi, e la conturbante personalità del suo presidente. Si chiamava Chaim Rumkowski: già comproprietario di una fabbrica di velluto a Lòdz, era fallito ed aveva compiuto diversi viaggi in Inghilterra, forse per trattare con i suoi creditori; si era poi stabilito in Russia, dove in qualche modo si era nuovamente arricchito; rovinato dalla rivoluzione, nel 1917 era ritornato a Lòdz. Nel 1940 aveva ormai quasi sessant' anni, era rimasto vedovo due volte e non aveva figli; era noto come direttore di opere pie ebraiche, e come uomo energico, incolto ed autoritario. La carica di Presidente (o Decano) di un ghetto era intrinsecamente spaventosa, ma era una carica, costituiva un riconoscimento, sollevava di uno scalino, e conferiva autorità: ora Rumkowski amava l' autorità. Come sia pervenuto all' investitura, non è noto: forse per uno scherzo nel tristo stile nazista (Rumkowski era, o sembrava, uno sciocco dall' aria molto per bene, insomma uno zimbello ideale); forse intrigò egli stesso per ottenerla, tanto doveva essere forte in lui la voglia del potere. È provato che i quattro anni della sua presidenza, o meglio della sua dittatura, furono un sorprendente groviglio di sogno megalomane, di vitalità barbarica e di reale capacità diplomatica ed organizzativa. Egli giunse presto a vedere se stesso in veste di monarca assoluto ma illuminato, e certo fu sospinto su questa via dai suoi padroni tedeschi, che giocavano bensì con lui, ma apprezzavano i suoi talenti di buon amministratore e di uomo d' ordine. Da loro ottenne l' autorizzazione a battere moneta, sia metallica (quella mia moneta), sia cartacea, su carta a filigrana che gli fu fornita ufficialmente: in questa moneta erano pagati gli estenuati operai del ghetto, e la potevano spendere negli spacci per acquistarvi le loro razioni alimentari, che ammontavano in media ad ottocento calorie giornaliere. Poiché disponeva di un esercito di eccellenti artisti ed artigiani affamati, pronti ad ogni suo cenno contro un quarto di pane, Rumkowski fece disegnare e stampare francobolli che portano la sua effigie, coi capelli e la barba candidi nella luce della Speranza e della Fede. Ebbe una carrozza trainata da un ronzino scheletrico, e su questa percorreva le strade del suo minuscolo regno, affollate di mendicanti e di postulanti. Ebbe un mantello regale, e si attorniò di una corte di adulatori, di lacchè e di sicari; dai suoi poeti-cortigiani fece comporre inni in cui si celebrava la sua "mano ferma e potente", e la pace e l' ordine che per suo merito regnavano nel ghetto; ordinò che ai bambini delle nefande scuole, continuamente diradate dalla morte per fame e dalle razzie tedesche, fossero assegnati temi in esaltazione e lode "del nostro amato e provvido Presidente". Come tutti gli autocrati, si affrettò ad organizzare una polizia efficiente, nominalmente per mantenere l' ordine, di fatto per proteggere la sua persona e per imporre la sua disciplina: era costituita da seicento agenti armati di manganello, e da un numero imprecisato di confidenti. Pronunciò molti discorsi, che in parte ci sono stati conservati, ed il cui stile è inconfondibile: aveva adottato (deliberatamente? consapevolmente? o si era inconsciamente identificato col modello dell' uomo provvidenziale, dell' "eroe necessario", che allora dominava in Europa?) la tecnica oratoria di Mussolini e di Hitler, quella della recitazione ispirata, dello pseudo-colloquio con la folla, della creazione del consenso attraverso il plagio ed il plauso. Eppure la sua figura fu più complessa di quanto appaia fin qui. Rumkowski non fu soltanto un rinnegato ed un complice. In qualche misura, oltre a farlo credere, deve essersi progressivamente convinto egli stesso di essere un "mashìach", un messia, un salvatore del suo popolo, il cui bene, almeno ad intervalli, egli deve avere desiderato. Paradossalmente, alla sua identificazione con l' oppressore si affianca, o forse si alterna, una identificazione con gli oppressi, poiché l' uomo, dice Thomas Mann, è una creatura confusa; e tanto più confusa diventa, possiamo aggiungere, quando è sottoposta a tensioni estreme: allora sfugge al nostro giudizio, così come impazzisce una bussola al polo magnetico. Benché disprezzato e deriso, e talvolta percosso, dai tedeschi, è probabile che Rumkowski pensasse a se stesso non come a un servo ma come ad un Signore. Deve aver preso sul serio la propria autorità: quando la Gestapo si impadronì senza preavviso dei "suoi" consiglieri, Rumkowski accorse coraggiosamente in loro aiuto, esponendosi agli scherni ed agli schiaffi dei nazi, che seppe subire con dignità. Anche in altre occasioni, cercò di mercanteggiare con i tedeschi, che esigevano sempre più tela dai suoi schiavi addetti ai telai, e da lui contingenti sempre crescenti di bocche inutili (vecchi, ammalati, bambini) da mandare alle camere a gas. La stessa durezza con cui egli si precipitò a reprimere i moti d' insubordinazione dei suoi soggetti (esistevano, a Lòdz come in altri ghetti, nuclei di ostinata e temeraria resistenza politica, di radice sionista o comunista) non scaturiva tanto da servilismo verso i tedeschi, quanto da "lesa maestà", da indignazione per l' offesa inferta alla sua regale persona. Nel settembre 1944, poiché il fronte russo si stava avvicinando alla zona, i nazi diedero inizio alla liquidazione del ghetto di Lòdz. Decine di migliaia di uomini e donne che fino allora erano riusciti a resistere alla fame, al lavoro estenuante ed alle malattie, furono deportati ad Auschwitz, "anus mundi", punto di drenaggio ultimo dell' universo tedesco, e vi morirono quasi tutti nelle camere a gas. Rimasero nel ghetto un migliaio di uomini, a smontare e smobilitare il prezioso macchinario ed a cancellare le tracce della strage: essi furono liberati dall' Armata Rossa poco dopo, ed a loro si debbono in massima parte le notizie qui riportate. Sul destino finale di Chaim Rumkowski esistono due versioni, come se l' ambiguità sotto il cui segno era vissuto si fosse prolungata ad avvolgere la sua morte. Secondo la prima, durante la liquidazione del ghetto egli avrebbe cercato di opporsi alla deportazione di suo fratello, da cui non voleva separarsi; un ufficiale tedesco gli avrebbe allora proposto di partire volontariamente insieme con lui, e Rumkowski avrebbe accettato. Secondo un' altra versione, il salvataggio di Rumkowski dalla morte tedesca sarebbe stato tentato da Hans Biebow, altro personaggio cinto dalla nube della doppiezza. Questo losco industriale tedesco era il funzionario responsabile dell' amministrazione del ghetto, ed in pari tempo ne era l' appaltatore: il suo era un incarico importante e delicato, perché le fabbriche del ghetto lavoravano per le forze armate tedesche. Biebow non era una belva: non gli interessava creare sofferenze né punire gli ebrei per la loro colpa di essere ebrei, bensì guadagnare quattrini sulle forniture. Il tormento del ghetto lo toccava, ma solo per via indiretta; desiderava che gli operai schiavi lavorassero, e perciò desiderava che non morissero di fame: il suo senso morale si fermava qui. Di fatto, era il vero padrone del ghetto, ed era legato a Rumkowski da quel rapporto committente-fornitore che spesso sfocia in una ruvida amicizia. Biebow, piccolo sciacallo troppo cinico per prendere sul serio la demonologia della razza, avrebbe voluto dilazionare lo scioglimento del ghetto, che per lui era un ottimo affare, e preservare dalla deportazione Rumkowski, suo amico e socio: dove si vede come ben spesso un realista sia migliore di un teorico. Ma i teorici delle SS erano di parere contrario, ed erano i più forti. Erano gruendlich, radicali: via il ghetto e via Rumkowski. Non potendo provvedere diversamente, Biebow, che godeva di buone aderenze, consegnò a Rumkowski una lettera sigillata indirizzata al comandante del Lager di destinazione, e lo assicurò che essa lo avrebbe protetto e gli avrebbe garantito un trattamento di favore. Rumkowski avrebbe chiesto a Biebow, ed ottenuto, di viaggiare fino ad Auschwitz con il decoro che si addiceva al suo rango, e cioè in un vagone speciale, agganciato in coda alla tradotta di vagoni merci stipati di deportati senza privilegi; ma il destino degli ebrei in mano tedesca era uno solo, fossero vili od eroi, umili o superbi. Né la lettera né il vagone salvarono dal gas di Auschwitz Chaim Rumkowski, re dei Giudei. Una storia come questa non è chiusa in sé. È pregna, pone più domande di quante ne soddisfaccia, e lascia sospesi ; grida e chiama per essere interpretata perché vi si intravvede un simbolo, come nei sogni e nei segni del cielo, ma interpretarla non è facile. Chi è Rumkowski? Non è un mostro, ma neppure un uomo come tutti; è come molti, come i molti frustrati che assaggiano il potere e se ne inebriano. Sotto molti aspetti, il potere è come la droga: il bisogno dell' uno e dell' altra è ignoto a chi non li ha provati, ma dopo l' iniziazione, che può essere fortuita, nasce l' "addiction", la dipendenza, e la necessità di dosi sempre più alte; nasce anche il rifiuto della realtà ed il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza. Se è valida l' ipotesi di un Rumkowski intossicato dal potere, bisogna ammettere che questa intossicazione è sopraggiunta non a causa, ma nonostante l' ambiente del ghetto; che cioè essa è così potente da prevalere perfino in condizioni che sembrerebbero tali da spegnere ogni volontà individuale. Di fatto, era ben visibile in lui la nota sindrome del potere protratto ed incontrastato: la visione distorta del mondo, l' arroganza dogmatica, l' aggrapparsi convulso alle leve di comando, il ritenersi al di sopra delle leggi. Tutto questo non esonera Rumkowski dalla sua responsabilità. Che un Rumkowski sia esistito, duole e brucia; è probabile che, se fosse sopravvissuto alla sua tragedia, ed alla tragedia del ghetto, che lui ha inquinata sovrapponendovi la sua figura di istrione, nessun tribunale lo avrebbe assolto, né certo lo possiamo assolvere noi sul piano morale. Ha però delle attenuanti: un ordine infero, qual era il nazionalsocialismo, esercita uno spaventoso potere di seduzione, da cui è difficile guardarsi. Anziché santificare le sue vittime, le degrada e le corrompe, le fa simili a sé, si circonda di complicità grandi e piccole. Per resistergli occorre una ben solida ossatura morale, e quella di cui disponeva Chaim Rumkowski, il mercante di Lòdz, insieme con tutta la sua generazione, era fragile. La sua è la storia incresciosa ed inquietante dei Kapos, dei gerarchetti di retrovia, dei funzionari che firmano tutto, di chi scuote il capo ma acconsente, di chi dice "se non lo facessi io, lo farebbe un altro peggiore di me". È tipico dei regimi in cui tutto il potere piove dall' alto, e nessuna critica può salire dal basso, di svigorire e confondere la capacità di giudizio, e di creare una vasta fascia di coscienze grige che sta fra i grandi del male e le vittime pure: in questa fascia va collocato Rumkowski. Se più in alto o più in basso, è difficile dire: lui solo lo potrebbe chiarire se potesse parlare davanti a noi, magari mentendo, come forse sempre mentiva; ci aiuterebbe a comprenderlo, come ogni imputato aiuta il suo giudice, e lo aiuta anche se non vuole, anche se mente, perché la capacità dell' uomo di recitare una parte non è illimitata. Ma tutto questo non basta a spiegare il senso di urgenza e di minaccia che emana da questa storia. Forse il suo significato è diverso e più vasto: in Rumkowski ci rispecchiamo tutti, la sua ambiguità è la nostra, di ibridi impastati d' argilla e di spirito; la sua febbre è la nostra, quella della nostra civiltà occidentale che "scende all' inferno con trombe e tamburi", e i suoi orpelli miserabili sono l' immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale. La sua follia è quella dell' Uomo presuntuoso e mortale quale lo descrive Isabella in "Misura per misura", l' Uomo che. Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal denaro da dimenticare la nostra fragilità essenziale: da dimenticare che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno.

Una stella tranquilla

Lilit 1981