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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Anche di Lorenzo ho raccontato altrove, ma in termini volutamente vaghi. Lorenzo era ancora vivo quando io stavo scrivendo "Se questo è un uomo", e l' impresa di trasformare una persona viva in un personaggio lega la mano di chi scrive. Questo avviene perché tale impresa, anche quando è condotta con le intenzioni migliori e su una persona stimata ed amata, sfiora la violenza privata, e non è mai indolora per chi ne è l' oggetto. Ciascuno di noi si costruisce, consapevolmente o no, un' immagine di se stesso, ma essa è fatalmente diversa da quella, o meglio da quelle, a loro volta fra loro diverse, che vengono costruite da chi ci avvicina, e trovarsi ritratti in un libro con lineamenti che non sono quelli che ci attribuiamo è traumatico, come se lo specchio, ad un tratto, ci restituisse l' immagine di un altro: magari più nobile della nostra, ma non la nostra. Per questo motivo, e per altri più ovvi, è buona norma non scrivere biografie di viventi; a meno che l' autore non scelga apertamente le due vie opposte dell' agiografia o del pamphlet, che divergono dalla realtà e non sono disinteressate. Quale poi sia l' immagine "vera" di ognuno di noi, è una domanda senza senso. Adesso Lorenzo è morto da molti anni, io mi sento sciolto dal ritegno che mi impediva prima, e mi sembra invece doveroso cercare di ricostruire l' immagine che di lui ho conservato, in questi racconti del passato prossimo che raccolgono i paralipomeni dei miei primi due libri. Ho incontrato Lorenzo nel giugno del 1944, dopo un bombardamento che aveva sconvolto il grande cantiere in cui entrambi lavoravamo. Lorenzo non era un prigioniero come noi, anzi, non era un prigioniero affatto. Ufficialmente, faceva parte dei lavoratori civili volontari di cui la Germania nazista pullulava, ma la sua scelta era stata ben poco volontaria. Nel 1939 dipendeva come muratore da un' impresa italiana che lavorava in Francia. Era scoppiata la guerra, tutti gli italiani in Francia erano stati internati, ma poi erano venuti i tedeschi, avevano ricostituito l' impresa e l' avevano trasferita in blocco in Alta Slesia. Questi lavoratori, pur non essendo militarizzati, vivevano alla maniera dei militari: erano accasermati in un campo non lontano dal nostro, dormivano in brande, avevano libera uscita alla domenica, una settimana o due di ferie, erano pagati in marchi, potevano scrivere e mandare rimesse in Italia, e dall' Italia potevano ricevere abiti e pacchi viveri. Quel bombardamento, uno dei primi, aveva danneggiato gli edifici, e questi erano danni riparabili; ma schegge e macerie avevano anche colpito il delicato macchinario che avrebbe dovuto entrare in funzione quando l' enorme complesso dei Buna-Werke fosse passato alla fase produttiva, e qui il danno era molto maggiore. La direzione degli stabilimenti aveva disposto che le macchine più preziose fossero protette da spesse tramezze di mattoni, e ne affidò la costruzione all' impresa di Lorenzo. La mia squadra, a quel tempo, faceva lavori di trasporto nello stesso interrato dove lavoravano i muratori italiani, e per puro caso il nostro Kapo mandò proprio me a fare da garzone a due muratori che non avevo mai visti prima. Il muro che i due stavano tirando su era già alto, e loro lavoravano su un' impalcatura. Io stavo a terra e aspettavo che qualcuno mi dicesse che cosa dovevo fare; i due mettevano giù mattoni di lena, senza parlare, per cui da principio non mi accorsi che erano italiani. Poi uno di loro, alto, un po' curvo, con i capelli grigi, mi disse in pessimo tedesco che la malta stava per finire e che dovevo portare su il bugliolo. Un bugliolo pieno è pesante e ingombrante, e se lo si tiene per il manico batte nelle gambe; bisogna issarlo su una spalla, ma questo non è facile. I garzoni esperti fanno così: allargano le gambe, afferrano il manico con le due mani, sollevano il bugliolo e gli imprimono un' oscillazione verso l' indietro, cioè fra le gambe stesse; sfruttando poi lo slancio pendolare così acquistato, riportano il carico in avanti e lo fanno risalire d' impeto fin sulla spalla. Io provai, con risultati miserabili: lo slancio non era sufficiente e il bugliolo ricadde a terra spandendo metà della malta. Il muratore alto sbuffò, e rivolto al compagno disse: _ Oh già, si capisce, con gente come questa ... _; poi si accinse a scendere dall' impalcatura. Non avevo sognato: aveva parlato in italiano, e con accento piemontese. Appartenevamo a due caste diverse dell' universo nazista, e perciò parlando fra noi commettevamo un reato: ma parlammo ugualmente, e ne venne fuori che Lorenzo era di Fossano, che io ero di Torino, ma che a Fossano avevo lontani parenti che Lorenzo conosceva di nome. Non mi pare che ci siamo detti molto di più, né allora né dopo: non a causa del divieto, ma perché Lorenzo non parlava quasi mai. Sembrava che di parlare non avesse bisogno; il poco che so di lui l' ho ricavato solo in piccola parte dai suoi scarsi accenni, e in parte maggiore da quanto mi hanno raccontato i suoi compagni laggiù e più tardi i suoi parenti in Italia. Non era sposato, era sempre stato solo; il suo lavoro, che aveva nel sangue, lo aveva invaso fino ad ostacolarlo nei rapporti umani. Da principio era stato muratore al suo paese e nei dintorni, cambiando spesso padrone perché non aveva un carattere facile; se un capomastro gli faceva un' osservazione, anche con il migliore dei modi, lui non rispondeva, si metteva il cappello e se ne andava. D' inverno, spesso andava a lavorare in Francia, sulla Costa Azzurra, dove lavoro ce n' era sempre: non aveva passaporto né documenti, partiva a piedi, da solo, dormiva dove capitava, e passava la frontiera per i valichi dei contrabbandieri; allo stesso modo ritornava in primavera. Non parlava, ma capiva. Non credo di avergli mai chiesto aiuto, perché allora non avevo un' idea chiara del modo di vivere e delle disponibilità di questi italiani. Lorenzo fece tutto da solo ; due o tre giorni dopo il nostro incontro, mi portò una gavetta alpina (di quelle d' alluminio, che tengono press' a poco due litri) piena di zuppa, e mi disse di riportargliela vuota prima di sera. Da allora, la zuppa non mancò mai, accompagnata qualche volta da una fetta di pane. Me la portò tutti i giorni per sei mesi: finché io lavorai da manovale per lui, non c' erano difficoltà per la consegna, ma dopo qualche settimana lui (o io, non ricordo) fu trasferito in un altro angolo del cantiere, ed allora il pericolo crebbe. Il pericolo era che fossimo visti insieme: la Gestapo aveva occhi dappertutto, e chi di noi era visto parlare con un "civile" per ragioni non giustificate dal lavoro rischiava un processo per spionaggio. In realtà, la Gestapo temeva altro: temeva che attraverso i civili trapelasse al mondo esterno il segreto delle camere a gas di Birkenau. Anche i civili rischiavano: chi di loro risultava colpevole di contatti illegali con noi, finiva nel nostro Lager. Non a tempo indefinito, come noi: a termine, per qualche mese soltanto, a scopo di Umschulung, di rieducazione. Avevo avvisato io stesso Lorenzo di questo pericolo, ma lui aveva scosso le spalle senza parlare. Io dividevo la zuppa di Lorenzo con il mio amico Alberto. Senza di essa non avremmo potuto sopravvivere fino all' evacuazione del Lager: a conti fatti, quel litro di zuppa in più serviva a far quadrare il bilancio delle calorie giornaliere. Il vitto del Lager ce ne forniva circa 1600, che non bastano per vivere lavorando. Quella zuppa ne forniva altre quattro o cinquecento; ancora insufficienti per un uomo di corporatura media, ma Alberto ed io eravamo già in partenza piccoli e magri, e il nostro fabbisogno era inferiore. Era una zuppa strana. Ci trovammo dentro noccioli di prugna, bucce di salame, una volta perfino l' ala di un passerotto con tutte le penne; un' altra volta, un frammento di un giornale italiano. Ho conosciuto l' origine di questi ingredienti più tardi, quando ho rivisto Lorenzo in Italia; aveva detto ai suoi compagni che fra gli ebrei di Auschwitz c' erano due italiani, e tutte le sere faceva il giro della camerata a raccogliere i loro avanzi. Anche loro facevano la fame, anche se non quanto noi, e molti si arrangiavano a farsi un po' di cucina privata, con roba rubata nei campi o trovata in giro. Più tardi, Lorenzo aveva trovato modo di portare via direttamente dalla cucina del suo campo quanto avanzava nelle marmitte di cottura, ma per farlo doveva andare alla cucina di nascosto, quando tutti dormivano, alle tre di notte: lo fece per quattro mesi. Per evitare di essere visti insieme, stabilimmo che Lorenzo, arrivando al mattino al suo posto di lavoro, avrebbe lasciato la gavetta in un nascondiglio convenuto, sotto una catasta di tavole. La faccenda andò bene per qualche settimana; poi, evidentemente qualcuno mi doveva avere spiato e seguìto, perché un giorno non trovai nel nascondiglio né gavetta né zuppa. Alberto ed io fummo umiliati per lo smacco, ed inoltre atterriti, perché la gavetta era di Lorenzo, e c' era inciso sopra il suo nome. Il ladro avrebbe potuto denunciarci, o più plausibilmente ricattarci. Lorenzo, a cui avevo subito denunciato il furto, mi disse che della gavetta a lui non importava niente, se ne sarebbe procurata un' altra, ma io sapevo che non era vero: era la sua gavetta di quando aveva fatto la naia, se l' era portata dietro in tutti i suoi viaggi, certamente l' aveva cara. Alberto tanto girò per il Lager finché identificò il ladro, che era molto più forte di noi, e si portava dietro senza alcun pudore la bellissima e rara gavetta italiana. Ebbe un' idea: offrire ad Elias tre razioni di pane, a rate, purché si prendesse l' incarico di recuperare la gavetta, con le buone o con le cattive, dalle mani del ladro, che era polacco come lui. Elias era il nano erculeo che ho descritto in "Se questo è un uomo" e di cui ho parlato nel racconto "Il nostro sigillo" di questa raccolta: lo lusingammo, lodando la sua forza, e lui accettò, gli piaceva mettersi in mostra. Un mattino, prima dell' appello, affrontò il polacco e gli ingiunse di renderci la gavetta rubata. Quello naturalmente negò: l' aveva comprata e non rubata. Elias lo assalì di sorpresa; lottarono per dieci minuti, poi il polacco cadde nel fango ed Elias, applaudito dal pubblico attratto dallo spettacolo inconsueto, ci rese trionfalmente la gavetta; da allora divenne nostro amico. Alberto ed io eravamo stupiti di Lorenzo. Nell' ambiente violento ed abietto di Auschwitz, un uomo che aiutasse altri uomini per puro altruismo era incomprensibile, estraneo, come un salvatore venuto dal cielo: ma era un salvatore aggrondato, con cui era difficile comunicare. Gli offrii di fare avere una somma a sua sorella, che stava in Italia, a compenso di quello che lui stava facendo per noi, ma lui rifiutò di darcene l' indirizzo. Tuttavia, per non umiliarci con questo rifiuto, accettò da noi un altro compenso più consono al luogo; le sue scarpe da lavoro, di cuoio, erano rotte, nel suo campo non c' era ciabattino, e nella città di Auschwitz la riparazione costava molto cara. Nel nostro Lager, invece, chi aveva scarpe di cuoio poteva farsele riparare gratis, perché (ufficialmente) nessuno di noi poteva detenere denaro. Così, un giorno, lui ed io ci scambiammo le scarpe; lui camminò e lavorò per quattro giorni con le mie scarpe di legno, ed io feci riparare le sue dai ciabattini di Monowitz, che mi avevano dato nel frattempo un paio di scarpe provvisorie. Alla fine di dicembre, poco prima che io mi ammalassi di quella scarlattina che mi salvò la vita, Lorenzo era tornato a lavorare vicino a noi, ed io potevo di nuovo ritirare la gavetta direttamente dalle sue mani. Lo vidi arrivare un mattino, avvolto nella sua mantellina grigioverde, in mezzo alla neve, nel cantiere devastato dai bombardamenti notturni. Camminava col suo passo lungo, sicuro e lento. Mi porse la gavetta, che era storta ed ammaccata, e mi disse che la zuppa era un po' sporca. Gli chiesi una spiegazione, ma lui scosse il capo e se ne andò, e non lo rividi più se non un anno dopo in Italia. Nella zuppa c' erano infatti terriccio e sassolini, e solo dopo un anno, quasi a scusarsi, lui mi raccontò che quella mattina, mentre lui faceva il suo giro di raccolta, il suo campo aveva subito un' incursione aerea. Una bomba era caduta vicino a lui ed era esplosa nella terra molle; aveva sepolto la gavetta e a lui aveva rotto un timpano, ma lui aveva la zuppa da consegnare, ed era venuto al lavoro ugualmente. Lorenzo sapeva che i russi stavano per arrivare, ma di loro aveva paura. Forse non a torto: se li avesse aspettati sarebbe rientrato in Italia molto più tardi, come infatti successe a noi. Quando il fronte fu prossimo, il 1ä gennaio 1945, i tedeschi sciolsero il campo degli italiani: che ognuno andasse dove voleva. Lorenzo e i suoi compagni avevano un' idea molto vaga della collocazione geografica di Auschwitz; anzi, perfino del nome, che lui non sapeva scrivere e che pronunciava "Suìss", forse avvicinandolo alla Svizzera. Ma si mise in marcia ugualmente, insieme con Peruch, il suo collega che aveva lavorato con lui sull' impalcatura. Peruch era friulano, e stava a Lorenzo come Sancio a Don Chisciotte. Lorenzo si muoveva con la naturale dignità di chi non si cura del rischio ; Peruch, piccolo e tarchiato, era invece inquieto e nervoso, e volgeva di continuo il capo intorno intorno, a piccoli scatti. Era strabico: i suoi occhi divergevano fortemente, quasi che Peruch, nel suo permanente timore, si sforzasse di guardare allo stesso tempo davanti a sé e ai due lati, come fanno i camaleonti. Anche lui aveva portato pane a prigionieri italiani, ma di nascosto e senza regola, perché aveva troppa paura del mondo incomprensibile e sinistro in cui era stato scaraventato. Porgeva il cibo e subito scappava via, senza neppure aspettare il grazie. I due partirono a piedi. Avevano portato via dalla stazione di Auschwitz una carta ferroviaria, una di quelle carte schematiche e distorte in cui sono solo indicate le stazioni, congiunte dai tratti rettilinei delle vie ferrate. Camminavano di notte, puntando verso il Brennero e pilotandosi con questa carta e con le stelle. Dormivano nei fienili e mangiavano patate che rubavano dai campi; quando erano stanchi di camminare, si fermavano nei villaggi, dove per due muratori c' era sempre qualche lavoro da fare. Si riposavano lavorando, e si facevano pagare in denaro o in natura. Camminarono quattro mesi. Arrivarono al Brennero proprio il 25 aprile, incrociando la fiumana delle divisioni tedesche in fuga dall' Italia del Nord; un carro armato aprì il fuoco contro di loro con la mitragliera, ma non li colpì. Passato il Brennero, Peruch era quasi a casa, e prese verso levante. Lorenzo proseguì, sempre a piedi, e in una ventina di giorni arrivò a Torino. Aveva l' indirizzo della mia famiglia, e trovò mia madre, a cui intendeva portare mie notizie. Era un uomo che non sapeva mentire; o forse pensava che mentire fosse futile, ridicolo, dopo aver visto l' abominio di Auschwitz e lo sfacelo dell' Europa. Disse a mia madre che io non sarei ritornato: gli ebrei di Auschwitz erano morti tutti, nelle camere a gas, sul lavoro, o infine uccisi dai tedeschi in fuga (il che era vero quasi alla lettera). Per di più, aveva saputo dai miei compagni che al momento dell' evacuazione del Lager io ero ammalato. Era meglio che mia madre si rassegnasse. Mia madre gli offrì del denaro perché facesse in treno almeno l' ultima tappa, da Torino a Fossano, ma Lorenzo non lo volle, aveva camminato per quattro mesi e per chissà quanti mila chilometri, non valeva proprio la pena di prendere il treno. Incontrò suo cugino sul biroccio, poco oltre Genola, a sei chilometri da Fossano; il cugino lo invitò a montare, ma oramai sarebbe stato proprio un peccato, e Lorenzo arrivò a casa a piedi, come del resto a piedi aveva sempre viaggiato, per tutta la sua vita; per lui il tempo contava poco. Quando fui ritornato anch' io, cinque mesi più tardi, dopo il mio lungo giro per la Russia, andai a Fossano per rivederlo e per portagli un maglione per l' inverno. Trovai un uomo stanco; non stanco del cammino, stanco mortalmente, di una stanchezza senza ritorno. Andammo a bere insieme all' osteria, e dalle poche parole che riuscii a strappargli compresi che il suo margine di amore per la vita si era assottigliato, era quasi scomparso. Aveva smesso di fare il muratore; andava in giro per i cascinali con un carrettino, a comprare e vendere ferro vecchio. Non voleva più regole né padroni né orari. Il poco che guadagnava lo spendeva all' osteria; non beveva per vizio, ma per uscire dal mondo. Il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. Pensavo che gli sarebbe stato necessario cambiare ambiente, e gli trovai un lavoro da muratore a Torino, ma Lorenzo lo rifiutò. Ormai viveva da nomade, dormiva dove gli capitava, anche all' aperto nel rigido inverno del '45_46. Beveva ma era lucido; non era un credente, non sapeva molto del Vangelo, ma mi raccontò allora una cosa che ad Auschwitz non avevo sospettato. Laggiù non aveva aiutato soltanto me. Aveva altri protetti, italiani e non, ma gli era sembrato giusto non dirmelo: si è al mondo per fare del bene, non per vantarsene. A "Suìss" lui era stato un ricco, almeno rispetto a noi, e aveva potuto aiutarci, ma adesso era finito, non aveva più occasioni. Si ammalò; grazie ad amici medici potei farlo ricoverare in ospedale, ma non gli davano vino e lui scappò. Era sicuro e coerente nel suo rifiuto della vita. Fu ritrovato moribondo pochi giorni dopo, e morì all' ospedale in solitudine. Lui, che non era un reduce, era morto del male dei reduci.

Il re dei Giudei

Lilit 1981