Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Il ritorno di Cesare
Sono passati molti anni da quando ho raccontato le avventure di Cesare, e molti altri ancora dal tempo, ormai bruno per la distanza, in cui quelle avventure si sono svolte. Ad alcune avevo preso parte anch' io, ad esempio all' acquisto-conquista di una gallina nelle paludi del Pripet; in altre Cesare era stato solo, come quella volta che si era assunto l' incarico di vendere pesci per conto di un consorzio di committenti, ma si era commosso davanti alla fame di tre bambini, e i pesci invece di barattarli li aveva regalati. Non ho raccontato finora la più ardita delle sue imprese perché Cesare me lo aveva vietato: era rientrato a Roma e nell' ordine, si era costruita intorno una famiglia, aveva un impiego rispettabile, una decorosa casa borghese, e non si riconosceva volentieri nel picaro ingegnoso che ho descritto in "La tregua". Oggi però Cesare non è più il reduce estroso, cencioso ed indomabile della Bielorussia 1945, e neppure il funzionario senza macchia della Roma 1965; incredibilmente, è un pensionato sessantenne, abbastanza tranquillo, abbastanza saggio, provato duramente dal destino, e mi ha sciolto dal divieto, autorizzandomi a scrivere "prima che te passi la vojja". Prima dunque che mi passi la voglia mi accingo a raccontare qui il modo in cui Cesare, il 2 di ottobre del 1945, stomacato dai ghirigori e dalle soste interminabili della tradotta che ci stava riportando in Italia, ed impaziente di mettere in atto le sue capacità inventive e la mostruosa libertà che ci era stata donata dal destino dopo la prova di Auschwitz, ci abbandonò perché aveva deciso di ritornare a casa in aeroplano. Magari dopo di noi, ma non come noi: non affamato, lacero, stanco, intruppato, scortato dai russi, su un estenuante treno-lumaca. Voleva una rentrée gloriosa, un' apoteosi. Ne vedeva i pericoli, ma "o a Napoli in carozza, o in màchina a fa' er carbone". La nostra tradotta, col suo carico variopinto di millequattrocento italiani sulla tortuosa via del ritorno, stava confitta da sei giorni nella pioggia e nel fango di un paesino della frontiera fra la Romania e l' Ungheria, e Cesare era furioso d' ozio forzato e d' impotenza-impazienza. Mi invitò a seguirlo, ma io rifiutai perché l' avventura mi spaventava; allora prese brevi accordi col Signor Tornaghi, salutò tutti e partì con lui. Il Signor Tornaghi era un mafioso del Nord, di professione ricettatore. Era un milanese sanguigno e cordiale sui quarantacinque anni: nei nostri vagabondaggi precedenti si era distinto per l' abbigliamento quasi elegante, che del resto era per lui un' abitudine, un simbolo di condizione sociale ed una necessità imposta dalla sua professione. Fino a pochi giorni prima aveva addirittura ostentato un cappotto col bavero di pelliccia, ma poi l' aveva venduto per fame. Un socio così per Cesare andava benissimo: Cesare non ha mai avuto fisime di casta o di classe. I due presero il primo treno in partenza per Bucarest, cioè in direzione contraria alla nostra, e nel corso del viaggio Cesare insegnò al Signor Tornaghi le principali preghiere del rituale ebraico, e da lui si fece insegnare il Pater, il Credo e l' Avemaria, perché aveva già in mente un programma minimale per il primo impianto a Bucarest. A Bucarest arrivarono senza incidenti, ma dando fondo a tutte le loro poche risorse. Nella metropoli sconvolta dalla guerra ed incerta dei suoi prossimi destini, i due si dedicarono per alcuni giorni a mendicare, imparzialmente, nei conventi e alla Comunità Israelitica: si presentavano volta a volta come due ebrei scampati alla strage, o come due pellegrini cristiani in fuga davanti ai sovietici. Non raccolsero molto, si spartirono i proventi e li investirono in abiti: il Tornaghi per restaurare l' aspetto onesto che la sua professione richiede, e Cesare per far fronte al secondo stadio del suo piano. Ciò fatto, si separarono, e di quanto sia avvenuto al Signor Tornaghi nessuno ha più saputo nulla. Cesare, in giacca e cravatta dopo un anno di cranio rapato e di panni a strisce da galeotto, si sentiva agli inizi come stranito, ma non tardò a ritrovare la sicurezza necessaria per il nuovo ruolo che intendeva assumere, e che era quello dell' amante latino: poiché la Romania (Cesare se n' era accorto presto) è un paese assai meno neolatino di quanto assicurino i testi. Cesare non parlava romeno, evidentemente, né alcuna lingua fuori dell' italiano, ma le difficoltà di comunicazione non gli furono d' impedimento. Gli furono anzi d' aiuto, perché è più facile dire bugie quando si sa di essere capiti male, e del resto nella tecnica del corteggiamento il linguaggio articolato ha una funzione secondaria. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, Cesare incappò in una ragazza che rispondeva ai suoi requisiti: era di famiglia ricca e non faceva troppe domande. Sul suocero putativo le notizie fornite da Cesare sono vaghe; era uno dei padroni dei pozzi di petrolio di Ploesti, e-o direttore di una banca, e abitava in una villa il cui cancello era affiancato da due leoni di marmo. Ma Cesare è un pesce che nuota in tutte le acque, e non mi stupisce che sia stato accolto bene in quella famiglia di borghesi facoltosi, certo già spaventati dai prossimi rivolgimenti politici del loro paese: chissà, forse una figlia sposata in Italia poteva essere vista come una futura testa di ponte. La ragazza ci stette. Cesare fu presentato, invitato nella villa dei leoni , portò mazzi di fiori e si fidanzò ufficialmente. Fu chiamato a colloquio col futuro suocero, e non fece mistero della sua qualità di reduce dal Lager. Gli accennò che, per il momento, era a corto di denaro: gli avrebbe fatto comodo un piccolo prestito, o un anticipo sulla dote, per sistemarsi in qualche modo in città in attesa dei documenti per le nozze e di aver trovato un lavoro. La ragazza ci stette ancora: era un tipo di grinza, aveva capito subito tutto, da vittima dell' imbroglio era diventata complice; l' avventura esotica era di suo gusto, anche se sapeva bene che sarebbe finita presto, e dei soldi del padre non le importava niente. Cesare ottenne i quattrini e sparì. Pochi giorni dopo, verso la fine di ottobre, si imbarcò sull' aereo per Bari. Aveva vinto, dunque; rimpatriava sì dopo di noi (che avevamo ripassato il Brennero il 19 del mese), e quell' imbroglio gli era costato parecchio, in forma di compromessi di coscienza e di un affare sentimentale troncato a metà, ma tornava in volo, come i re, e come aveva promesso a se stesso e a noi impantanati nel fango romeno. Che Cesare sia disceso a Bari dal cielo non ci sono dubbi. È stato visto da numerosi testimoni che erano accorsi ad aspettarlo, ed essi non hanno dimenticato la scena perché Cesare, appena ebbe messo piede sul suolo, fu fermato dai Carabinieri, a quel tempo ancora Reali. La ragione era semplice: dopo che l' aereo era decollato da Bucarest, i funzionari della compagnia aerea si erano accorti che i dollari che Cesare aveva avuti dal suocero, e con cui aveva pagato il biglietto del viaggio, erano falsi, e avevano subito spedito un fonogramma all' aeroporto di arrivo. Non è chiaro se l' ambiguo suocero romeno abbia agito in buona fede, oppure se abbia fiutato l' inganno e si sia vendicato preventivamente, punendo Cesare e ad un tempo liberandosi di lui. Cesare fu interrogato, spedito a Roma con foglio di via e un viatico di pane e fichi secchi, nuovamente interrogato e poi rilasciato definitivamente. È questa la storia di come Cesare sciolse il suo voto, e scrivendola qui ho sciolto un voto anch' io. Può essere imprecisa in qualche particolare, perché si fonda su due memorie (le sua e la mia), e sulle lunghe distanze la memoria umana è uno strumento erratico, specialmente se non è rafforzata da souvenirs materiali, e se invece è drogata dal desiderio (anche questo suo e mio) che la storia narrata sia bella; ma il dettaglio dei dollari falsi è certo, ed ingrana con fatti che appartengono alla storia europea di quegli anni. Dollari e sterline falsi circolavano in abbondanza, verso la fine della seconda guerra mondiale, in tutta l' Europa e in specie nei Paesi balcanici; fra l' altro, erano stati usati dai tedeschi per pagare in Turchia la spia bifronte Cicero, la cui storia è stata raccontata più volte e in vari modi: anche qui, dunque, a risposta di un inganno. Si dice in proverbio che il denaro è lo sterco del diavolo, e mai denaro è stato più stercorario e più diabolico di quello. Esso veniva stampato in Germania, per inflazionare la circolazione monetaria in campo nemico, per seminare sfiducia e sospetto, e per "pagamenti" del tipo di quello accennato. In buona parte, a partire dal 1942, queste banconote erano prodotte nel Lager di Sachsenhausen, dove le SS avevano radunato circa centocinquanta prigionieri d' eccezione: erano grafici, litografi, fotografi, incisori e falsari che costituivano il "Kommando Bernhard", piccolo Lager segretissimo di "specialisti" entro la recinzione del più grande Lager, abbozzo delle saraski staliniane che saranno descritte da Solzenicyn in "Il primo cerchio". Nel marzo 1945, davanti all' incalzare delle truppe sovietiche, il Kommando Bernhard fu trasferito in blocco, dapprima a Schlier-Redl-Zipf, poi (il 3 maggio 1945, a pochi giorni dalla capitolazione) a Ebensee: erano entrambi Lager dipendenti da Mauthausen. Pare che i falsari abbiano lavorato fino all' ultimo giorno, e che poi le matrici siano state gettate in fondo a un lago.
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