Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Chi ha avuto l' occasione di confrontare l' immagine reale di uno scrittore con quella che si può desumere dai suoi scritti, sa quanto sia frequente il caso che esse non coincidano. Il delicato indagatore di stati d' animo, vibratile come un circuito oscillante, si rivela un tanghero borioso, morbosamente pieno di sé, avido di denaro e di adulazioni, cieco alle sofferenze del prossimo; il poeta orgiastico e suntuoso, in comunione panica con l' universo, è un omino astinente ed astemio, non per scelta ascetica ma per prescrizione medica. Ma quanto è gradevole, invece, pacificante, rasserenante, il caso inverso, dell' uomo che si conserva uguale a se stesso attraverso quello che scrive! Anche se non è geniale, a lui va immediatamente la nostra simpatia: qui non c' è più finzione né trasfigurazione, non muse né salti quantici, la maschera è il volto, e al lettore sembra di guardare dall' alto un' acqua chiara e di distinguere la ghiaia variopinta del fondo. Ho provato questa impressione leggendo, diversi anni fa, il manoscritto tedesco di un' autobiografia che è poi comparsa anche in italiano, nel 1973, col titolo "Sfuggito alle reti del nazismo"; l' editore è Mursia, l' autore si chiama Joel Ko5nig, e non a caso il primo capitolo si intitola "Stanco di travestimenti". Ko5nig non è uno scrittore di professione: è un biologo, ed ha preso la penna solo perché gli sembrava che la sua storia fosse troppo singolare per non essere raccontata. Joel, ebreo tedesco nato nel 1922 a Heilbronn in Svevia, racconta col candore e con i difetti del non-professionista, spesso si dilunga sul superfluo e trascura fatti essenziali. È un ragazzo borghese, figlio di un rabbino di provincia, e fin dall' infanzia ha praticato il complesso rituale ebraico senza alcun senso di costrizione, ribellione o ironia, anzi, sentendo di rivivere una tradizione antica, lieta e pervasa di poesia simbolica. Il padre gli ha insegnato che ognuno ha bensì ricevuto da Dio una sola anima, ma che al Sabato, ad ogni uomo pio, Dio ne concede in prestito una seconda, che lo illumina e santifica dal tramonto al tramonto; e che perciò, non solo di Sabato non si lavora, ma neppure si possono toccare strumenti, quali il martello, le forbici e la penna, e tanto meno il denaro, per non avvilire l' anima sabbatica. Neppure possono i bambini acchiappare le farfalle, perché il farlo rientra nel concetto di caccia, e questo in quello più vasto di lavoro; e inoltre, perché il Sabato è il giorno della libertà per tutti, anche per gli animali. Del resto, anche gli animali onorano il Creatore, e le galline, quando bevono, levano il becco al cielo per ringraziarlo di ogni singolo sorso. Su questo "idillio svevo" incomincia nel 1933 a stendersi l' ombra nera di Hitler. Il padre, nel frattempo, è stato trasferito (sempre come rabbino) in una piccola città dell' Alta Slesia, non lontano da Auschwitz, ma Auschwitz, a quel tempo, non era che una qualsiasi cittadina di frontiera. Joel e suo padre reagiscono al nuovo clima in un modo molto istruttivo, nel senso che insegna cose essenziali sulla Germania di allora e di oggi. Il rabbino ha insegnato al figlio che il trattato di Versailles, dopo il Peccato originale e la distruzione del Tempio ad opera di Tito, è stato l' evento più calamitoso della storia del mondo, ma che tuttavia gli ebrei tedeschi non devono opporsi all' ingiustizia con la violenza: "Soffrire ingiustamente è meglio che agire ingiustamente". Negli anni della crisi economica ha votato per i Cattolici di Centro "perché hanno timor di Dio", ma nel '33 i Cattolici votano i pieni poteri a Hitler: ed egli riconosce nelle leggi di Norimberga la mano ammonitrice di Dio ed una punizione alle trasgressioni degli ebrei. Facevano affari il Sabato? Ora le loro botteghe vengono boicottate. Sposavano donne cristiane? Le nuove provvide leggi vietano i matrimoni misti. Le reti del nazismo si stringono intorno agli ebrei tedeschi: pochi chiaroveggenti tentano la fuga in Paesi neutrali, o cercano un precario rifugio nella clandestinità; la maggior parte, come i genitori di Joel, vivono alla giornata, attoniti, nutrendosi di illusioni assurde e di notizie false, mentre ogni giorno, con raffinata crudeltà e progressione, col deliberato intento di infliggere umiliazione e sofferenza, vengono emanate leggi su leggi. Con empia parodia delle norme rituali, invece delle parole del Signore, accanto al cuore e sulla porta di casa gli ebrei devono portare la stella gialla; non possono possedere biciclette né telefoni; non telefonare dai posti pubblici; non abbonarsi a giornali. Devono consegnare gli indumenti di lana e le pellicce, ed hanno razioni alimentari di fame; incominciano, alla spicciolata, i trasferimenti "verso Oriente": si pensa ai ghetti, al lavoro forzato, nessuno sospetta la strage, eppure si deportano anche i moribondi e i bambini .... Come molti altri giovani, Joel si rifugia in una fattoria-scuola organizzata dai sionisti allo scopo di allenare ragazzi e ragazze ai lavori agricoli ed alla vita comunitaria, in vista di una sempre meno probabile emigrazione in Palestina. La Gestapo tollera, perché la mano d' opera è scarsissima, e l' azienda (i giovani non sono pagati) è redditizia: ma a poco a poco la fattoria diventa un Lager in miniatura; Joel si strappa la stella gialla e scappa a Berlino. Poco dopo, i suoi genitori vengono deportati, e Joel si trova solo nella città nemica, sconvolta dai bombardamenti e brulicante di spie, di gendarmi e di lavoratori stranieri di tutte le razze. Ha distrutto i suoi documenti contrassegnati dalla J, iniziale di Jude, e non ha carte annonarie: è un fuorilegge. Ebbene, si direbbe che solo in questa situazione di emarginazione estrema, il giovane innamorato dell' ordine celeste e terreno scopra se stesso, e diventi consapevole delle proprie straordinarie risorse. Diventa un eroe chapliniano: insieme ingenuo e astuto, pronto all' improvvisazione fantasiosa, mai disperato, radicalmente incapace di odio e violenza, amante della vita, dell' avventura e dell' allegria. Passa attraverso tutte le insidie come per miracolo: come se il patto di Dio col popolo di Israele avesse trovato, in lui e per lui, una pratica applicazione; come se Dio stesso, in cui egli crede, gli tenesse una mano sul capo, come è fama che Egli faccia coi bambini e con gli ebbri. Trova un primo malsicuro asilo presso un vecchio ciabattino, che si presta ad ospitarlo non tanto per generosità quanto per balordaggine: non si rende conto che dare albergo ad un ebreo nella Berlino della Gestapo può costare la vita, ma Joel lo sa, e per non compromettere un innocente ancora una volta prende il largo. Dove passare le notti, nel duro inverno '42_43. Nella cabina di comando di una gru, nelle baracche degli attrezzi antincendio, nella carcassa di un carro armato sovietico esposto in piazza come un monumento? Joel sceglie a caso, e gli va sempre bene. Vagabonda per Berlino, deserto di macerie separato dal cielo da sterminate reti mimetiche, e si installa temporaneamente in una latrina in disuso: due metri cubi, ma è meglio che niente. Amante della pulizia, ispeziona diligentemente gli edifici squartati dalle bombe, e trova scaldabagni ancora funzionanti , anche se manca la quarta parete: con le dovute precauzioni, magari con l' aiuto di un complice, si può fare un bagno caldo. È una delizia, ed inoltre la bizzarria dell' invenzione procura a Joel un acuto divertimento infantile che dà sapore al pericolo. Un controllo della polizia potrebbe essere una trappola mortale. A Joel occorre un documento, uno qualsiasi, perché nella marea di lavoratori stranieri i poliziotti non possono più andare per il sottile; se lo procura nel modo più impensato. Dichiarando un nome "ariano", fa domanda di iscrizione al Fascio di Berlino, dove si tengono corsi d' italiano per militari e civili tedeschi. Frequenta le lezioni, lui ebreo clandestino in mezzo a condiscepoli che sono in buona parte militi delle SS, ed ottiene quanto desiderava, una tessera intestata a Wilhelm Schneider, con la sua fotografia, un enorme fascio littorio e molti bolli; non è perfetto, un poliziotto intelligente scoprirebbe il trucco con due domande, ma, ancora una volta, è meglio che niente. Fidando nella tenue protezione della tessera, Joel riempie le interminabili giornate girovagando e meditando un piano di fuga. La fortuna lo aiuta: viene casualmente a contatto con un ingegnere, ex socialdemocratico, che dà concretezza ai programmi vaghi di Joel. Potrà raggiungere Vienna, e di lì un contrabbandiere lo farà passare in Ungheria. Joel ha ventun anni, ma ne dimostra diciassette, e il suo viso non ha tratti ebraici: gli sembra logico travestirsi nella divisa della Gioventù Hitleriana, l' equivalente dei nostri avanguardisti dell' epoca; i giovani hitleriani non sono in età militare, è un controllo di meno, e del resto "giocare ai soldati" gli è sempre piaciuto; anche suo fratello Leon, come lui clandestino in città, va in giro in una uniforme di fantasia, e forse non è mal pensato. Il giovane hitleriano Joel Ko5nig _ Wilhelm Schneider parte per Vienna nel maggio del 1943: ha nella valigia, fra l' altro, una bibbia in ebraico, una grammatica ed un manuale di conversazione ungheresi, una grammatica araba. È un viaggiatore educato, e prevede che a Budapest avrà poco tempo per gli acquisti: e come avrebbe potuto "vivere in Palestina senza essere in grado di parlare con tutti gli abitanti del paese nella loro lingua?" In tasca ha sempre la stella gialla, che gli verrà utile a Vienna per essere riconosciuto come ebreo. Nella valigia, follemente sospetta, non ha dimenticato di riporre i suoi due interruttori ad orologeria, per accendere la luce e il fornello elettrico la sera del sabato, perché ad un ebreo pio è vietato accendere manualmente il fuoco o i suoi moderni equivalenti; è un lavoro servile, che profanerebbe il giorno sacro. Al controllo del bagaglio, nel momento cruciale della partenza da Berlino, Joel percepisce distintamente il ticchettio di uno dei congegni, che le scosse hanno messo in movimento: l' impiegato allo sportello potrà udirlo, e pensare che si tratti di un ordigno infernale! Ma ancora una volta la fortuna protegge lo sconsigliato, e nessuno si accorge di nulla. Qui il libro inopinatamente finisce. Il resto delle avventure di Joel è condensato in due paginette di epilogo, ma mi è stato raccontato molti anni dopo, diffusamente ed a viva voce, da Joel medesimo. Mi ha narrato il suo vagabondaggio dall' uno all' altro degli ultimi ebrei rimasti a Vienna e ormai rassegnati al loro destino: sono atterriti alla vista del Giovane Hitleriano che bussa alla loro porta, e lui ha difficoltà a dimostrare di essere quello che è. Gli dànno quattrini senza risparmio: a loro, ormai, non servono più. A Vienna, Joel è sospetto a tutti, e nessuno è disposto ad ospitarlo stabilmente; va alla Comunità Israelitica, spopolata dalle deportazioni, ma ancora funzionante per l' abnegazione di alcuni impiegati superstiti, a sera si lascia chiudere dentro, e pernotta nella latrina chiusa a chiave dall' interno: ma di giorno, da turista attento e curioso, non trascura di visitare la città. Quando domanda ai viennesi l' ubicazione dei monumenti, gli rispondono sgarbatamente: si sono accorti che è ebreo? o non amano la sua divisa? No, non è loro simpatico il suo accento germanico: Joel è felice sentendo mormorare dietro la sua schiena "Saupreuss", "porco prussiano". Un primo contrabbandiere lo tradisce e lo rapina; al secondo tentativo passa in Ungheria, si sente un uomo libero e si spoglia della scomoda divisa, ma nel marzo del '44 la deve rivestire perché irrompono anche là i carri armati tedeschi. Sconfina senza guai in Romania, tutti lo aiutano, e riesce ad imbarcarsi clandestino su una nave turca che lo porta, in piena guerra, alla Terra dei Padri, a quel tempo Mandato Britannico; e qui, per sommo paradosso, il Servizio Segreto inglese non crede alla sua storia, che infatti è letteralmente incredibile, e caccia finalmente in prigione, come sospetto di spionaggio, quel giovane biondo dall' accento tedesco, quel Joel Ko5nig che aveva attraversato l' intera Europa nazista in armi senza che la Gestapo gli torcesse un capello. Ma Joel non scriverà questa storia. Si è laureato e sposato, si è stabilito in Olanda, ama ed ammira gli olandesi, che sono tenaci ed amanti della pace come lui. È stanco, stanco di finzioni e di travestimenti: per questo, anche scrivendo la sua straordinaria avventura, non ha cercato di fingere, di rappresentarsi diverso da quello che è e da quello che è sempre stato.
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