Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento
Accade sovente, in questi tempi, di ascoltare gente che dice di vergognarsi di essere italiana. In realtà abbiamo buon e ragioni di vergognarci: prima fra tutte, il non essere stati capaci di esprimere una classe politica che ci rappresenti, e di tollerarne da trent' anni invece una che non ci rappresenta. Abbiamo per contro virtù di cui non siamo consapevoli, o di cui almeno non sappiamo quanto siano rare in Europa e nel mondo: ripenso a queste virtù ogni volta che mi avviene di ripetere la storia di Avrom (lo chiamerò così), una storia che sono venuto a conoscere per caso. Per ora, essa vive appunto così, come una saga trasmessa di bocca in bocca, col rischio che venga distorta o adornata, e possa essere scambiata per una invenzione romanzesca. È una storia che mi piace perché contiene un' immagine del nostro paese visto da occhi ingenui e stranieri, in una luce ferma di salvazione, e visto inoltre nella sua ora più bella. La riassumerò qui, scusandomi delle possibili imprecisioni. Avrom aveva tredici anni nel 1939: era un ebreo polacco, figlio di un cappellaio molto povero di Leopoli. Quando in Polonia entrarono i tedeschi, Avrom comprese subito che era meglio non aspettarli chiuso in casa; così avevano deciso di fare i suoi genitori, ed erano subito stati catturati ed erano scomparsi. Avrom, rimasto solo, si mimetizzò sul fondo della piccola malavita locale, e visse di piccoli furti, di contrabbando minuto, di borsa nera e di mestieri vaghi e precari, dormendo nelle cantine delle case bombardate, finché non venne a sapere che a Leopoli c' era una caserma di italiani. Era probabilmente una delle basi dell' Armir: in città si sparse immediatamente la voce che i soldati italiani erano diversi dai tedeschi, che erano di buon cuore, andavano con le ragazze, e non stavano a guardare tanto per il sottile in fatto di disciplina militare, di permessi e di divieti. Alla fine del 1942 Avrom abitava ormai stabilmente, e semiufficialmente, in quella caserma. Aveva imparato un po' d' italiano e cercava di rendersi utile facendo vari mestieri, l' interprete, il lustrascarpe, il fattorino. Era diventato la mascotte della caserma, in cui tuttavia non era il solo: come lui vivevano una dozzina di altri ragazzi o bambini che erano rimasti abbandonati, senza parenti, senza casa e senza mezzi. Erano ebrei e cristiani; per gli italiani sembrava che questo non facesse alcuna differenza, del che Avrom non finiva di stupirsi. Venne nel gennaio 1943 la rotta dell' Armir, la caserma si riempì di sbandati e poi fu smobilitata. Tutti gli italiani ritornavano in Italia, e gli ufficiali lasciarono capire che se qualcuno si voleva portare dietro quei ragazzi figli di nessuno loro avrebbero chiuso un occhio. Avrom aveva fatto amicizia con un alpino del Canavese: attraversarono il Tarvisio nella stessa tradotta, e il governo fascista li relegò insieme a Mestre, in un campo di quarantena. Di nome era una quarantena sanitaria, e del resto tutti avevano i pidocchi; di fatto era una quarantena politica, perché Mussolini non voleva che quei reduci raccontassero troppe cose. Ci restarono fino al 12 settembre, quando arrivarono i tedeschi, come se rincorressero proprio lui Avrom, stanandolo in tutti i nascondigli d' Europa. I tedeschi bloccarono il campo e caricarono tutti sui vagoni merci per portarli in Germania. Avrom, nel vagone, disse all' alpino che lui in Germania non ci sarebbe andato, perché i tedeschi li conosceva e sapeva di che cosa erano capaci: era meglio buttarsi giù dal treno. L' alpino rispose che anche lui aveva visto che cosa avevano fatto i tedeschi in Russia, ma che lui di buttarsi non aveva il coraggio. Saltasse giù Avrom, lui gli avrebbe fatto una lettera per i suoi in Canavese, con su scritto che quel ragazzo era un suo amico, che gli dessero il suo letto e lo trattassero preciso come se fosse lui. Avrom si buttò dal treno con la lettera in tasca. Era in Italia, ma non nell' Italia lucida e patinata delle cartoline illustrate e dei testi di geografia. Era solo, sulla massicciata della ferrovia, senza soldi, in mezzo alla notte e alle pattuglie tedesche, in un paese sconosciuto, da qualche parte fra Venezia e il Brennero. Sapeva soltanto che doveva raggiungere il Canavese. Tutti lo aiutarono e nessuno lo denunciò: trovò un treno per Milano, poi uno per Torino. A Porta Susa prese la Canavesana, scese a Cuorgné, e prese a piedi la strada per il paesino del suo amico. A questo punto Avrom aveva diciassette anni. I genitori dell' alpino lo accolsero bene, ma senza tante parole. Gli diedero dei vestiti, da mangiare e un letto, e poiché due braccia giovani servivano, lo misero a lavorare in campagna. In quei mesi l' Italia era piena di gente sbandata, fra cui c' erano anche inglesi, americani, australiani, russi, che erano scappati all' . settembre dai campi per prigionieri di guerra, e perciò nessuno fece molto caso a quel ragazzino forestiero. Nessuno gli fece domande; ma il parroco, parlandogli insieme, si rese conto che era sveglio, e disse ai genitori dell' alpino che era un peccato non farlo studiare. Così lo misero alla scuola dei preti. A lui, che ne aveva viste tante, andare a scuola e studiare piaceva; gli dava una impressione di tranquillità e di normalità. Però trovava buffo che gli facessero studiare il latino: che bisogno avevano i ragazzi italiani di imparare il latino, dal momento che l' italiano era quasi uguale. Ma studiò tutto con impegno, ebbe ottimi voti in tutte le materie, e in marzo il prete lo chiamò a servire messa. Questa faccenda, di un ragazzo ebreo che serve messa, gli sembrava anche più buffa, ma si guardò bene dal dire in giro che era ebreo, perché non si sa mai. A buon conto, aveva subito imparato a farsi il segno della croce e tutte le preghiere dei cristiani. Ai primi d' aprile piombò sulla piazza del paese un camion pieno di tedeschi, e tutti scapparono. Ma poi si accorsero che quelli erano tedeschi strani: non urlavano ordini né minacce, non parlavano tedesco, parlavano una lingua mai sentita, e cercavano gentilmente di farsi capire. Qualcuno ebbe l' idea di andare a cercare Avrom, che appunto era forestiero. Avrom arrivò sulla piazza, e lui e quei tedeschi si intesero benissimo, perché non erano tedeschi per niente: erano dei cecoslovacchi che i tedeschi avevano arruolato di forza nella Wehrmacht, e adesso avevano disertato portandosi via un camion militare e volevano andare coi partigiani italiani. Loro parlavano ceco e Avrom rispondeva in polacco, ma si capivano ugualmente. Avrom ringraziò gli amici canavesani e andò coi cechi. Non aveva idee politiche ben definite, ma aveva visto che cosa i tedeschi avevano fatto al suo paese, e gli sembrava giusto combattere contro di loro. I cechi furono aggregati ad una divisione di partigiani italiani che operava nella valle dell' Orco, e Avrom rimase con loro come interprete e staffetta. Uno dei partigiani italiani era ebreo e lo diceva a tutti; Avrom ne rimase stupito, ma continuò a non dire a nessuno che era ebreo anche lui. Ci fu un rastrellamento, e il suo reparto dovette risalire la valle fino a Ceresole Reale, dove gli raccontarono che si chiamava Reale perché ci veniva il Re d' Italia a cacciare i camosci, e glieli fecero anche vedere col cannocchiale, i camosci, sui costoni del Gran Paradiso. Avrom rimase abbagliato dalla bellezza delle montagne, di quel lago e dei boschi, e gli sembrava assurdo venirci per fare la guerra: infatti, a quel punto avevano armato anche lui. Ci fu combattimento coi fascisti che venivano su da Locana, poi i partigiani ripiegarono nelle valli di Lanzo attraverso il Colle della Crocetta. Per il ragazzo, che veniva dall' orrore del ghetto e dalla Polonia monotona, quella traversata per la montagna scabra e deserta, e le molte altre che seguirono, furono la rivelazione di un mondo splendido e nuovo, che racchiudeva in sé esperienze che lo ubriacavano e lo sconvolgevano: la bellezza del Creato, la libertà e la fiducia nei suoi compagni. Si susseguirono combattimenti e marce. Nell' autunno del 1944 il suo gruppo discendeva la Val Susa, di borgata in borgata, fino a Sant' Ambrogio. Ormai Avrom era un partigiano finito, coraggioso e robusto, disciplinato per profonda natura ma svelto col mitra e con la pistola, poliglotta ed astuto come una volpe. Venne a saperlo un agente del Servizio Segreto americano, e gli affidò una radiotrasmittente: stava in una valigia, lui doveva portarsela dietro spostandola continuamente perché non venisse individuata col radiogoniometro, e tenere i contatti con le armate che risalivano l' Italia dal Sud, e in specie coi polacchi di Anders. Di nascondiglio in nascondiglio, Avrom arrivò a Torino. Gli avevano dato l' indirizzo della parrocchia di San Massimo e la parola d' ordine. Il 25 aprile lo trovò annidato con la sua radio in una cella del campanile. Dopo la Liberazione, gli Alleati lo convocarono a Roma per regolarizzare la sua posizione, che in effetti era piuttosto imbrogliata. Lo caricarono su di una jeep, ed attraverso le strade sconnesse di allora, attraverso città e villaggi gremiti di gente sbrindellata che applaudiva, giunse in Liguria, e per la prima volta nella sua breve vita vide il mare. L' impresa del diciottenne Avrom, candido soldato di ventura, che come tanti remoti viaggiatori nordici aveva scoperto l' Italia con occhio vergine, e come tanti eroi del Risorgimento aveva combattuto per la libertà di tutti in un paese che non era il suo, finisce qui, davanti allo splendore del Mediterraneo in pace. Adesso Avrom vive in un kibbutz in Israele. Lui poliglotta non ha più una lingua veramente sua: ha quasi dimenticato il polacco, il ceco e l' italiano, e non ha ancora una padronanza piena dell' ebraico. In questo linguaggio per lui nuovo ha messo giù le sue memorie, sotto la forma di appunti scarni e dimessi, velati dalla distanza nello spazio e nel tempo. È un uomo umile, e li ha scritti senza le ambizioni del letterato e dello storico, pensando ai suoi figli e nipoti, perché resti ricordo delle cose che lui ha viste e vissute. È da sperare che trovino chi restituisca loro il respiro ampio e pulito che potenzialmente contengono.
Carte d'autore online