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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Il nuovo capo-baracca era tedesco, ma parlava con un accento dialettale che rendeva poco comprensibili i suoi discorsi; aveva una cinquantina d' anni, era alto, muscoloso e corpulento. Correva voce che fosse della vecchia guardia del partito comunista tedesco, che avesse preso parte alla rivolta spartachista e vi fosse stato ferito, ma, poiché il Lager brulicava di spie, non era questo un argomento di cui si potesse parlare ad alta voce. Una cicatrice l' aveva, di traverso fra le sopracciglia biondicce e cespugliose, e di certo era un veterano: era in Lager da sette anni, e sotto al triangolo rosso dei politici portava con orgoglio un numero di matricola inverosimilmente piccolo, il numero 14. Prima che ad Auschwitz era stato a Dachau, e di Auschwitz era stato uno dei padri fondatori: aveva fatto parte della leggendaria pattuglia di trenta prigionieri che da Dachau erano stati mandati nelle paludi dell' Alta Slesia a costruirvi le prime baracche; uno insomma di quelli che, in tutte le comunità umane, rivendicano il diritto di dire "ai miei tempi", e pretendono per questo di essere rispettati. Era rispettato, infatti: non tanto per i suoi trascorsi, quanto perché aveva i pugni pesanti e i riflessi ancora ben rapidi. Si chiamava Otto. Ora, Vladek non si lavava. La cosa era notoria, e forniva argomento ai motteggi ed ai pettegolezzi della baracca; era anzi una faccenda comica, perché Vladek non era ebreo, era un ragazzo polacco di campagna che riceveva da casa pacchi con lardo, frutta e calze di lana, insomma era potenzialmente una persona di riguardo: eppure non si lavava. Ossuto e goffo appena tornato dal lavoro si rintanava nella sua cuccia senza parlare con nessuno. Il fatto è che Vladek non aveva più cervello di una gallina, poveretto, e se non avesse avuto appunto il privilegio di ricevere pacchi, il cui contenuto tuttavia gli veniva in buona parte rubato, sarebbe finito in gas da un bel pezzo, benché portasse anche lui il triangolo rosso dei politici. Gran politico doveva essere stato Vladek! Otto lo aveva richiamato all' ordine diverse volte, perché un capo-baracca risponde della pulizia dei suoi sudditi: prima con le buone, vale a dire con improperi urlati nel suo dialetto, poi con schiaffi e pugni, ma inutilmente. Secondo ogni apparenza, Vladek (che del resto capiva poco il tedesco) non era in grado di connettere le cause con gli effetti, o non ricordava le botte dall' oggi al domani. Venne una tiepida domenica di settembre: era una delle rare domeniche non lavorative, e Otto fece sapere che ci sarebbe stata una festa, anzi uno spettacolo mai visto, che lui offriva gratis a tutti gli inquilini della baracca 4.: la lavatura pubblica di Vladek. Fece portare all' aperto uno dei mastelli della zuppa, sommariamente risciacquato, e lo fece riempire d' acqua calda prelevata dalle docce; ci mise dentro Vladek, nudo e in piedi, e lo lavò personalmente, come si laverebbe un cavallo, strofinandolo dalla testa ai piedi prima con uno spazzolone e poi con gli stracci del pavimento. Vladek, che era coperto di lividure e scorticature, stava lì come un palo, con gli occhi imbambolati; il pubblico si torceva dalle risa, e Otto, tutto accigliato come se stesse facendo un lavoro di precisione, rivolgeva a Vladek quelle voci rozze che appunto usano i maniscalchi coi cavalli perché non si muovano durante la ferratura. Era proprio uno spettacolo buffo, da far dimenticare la fame e da raccontare ai compagni delle altre baracche. Alla fine Otto cavò fuori di peso Vladek dal mastello, e borbottò qualcosa nel suo dialetto a proposito della zuppa che nel mastello era rimasta; Vladek era talmente pulito che aveva cambiato colore e si sarebbe stentato a riconoscerlo. Ce ne siamo andati, concludendo che questo Otto non era dei peggio: un altro, al suo posto, avrebbe usato per lo meno acqua gelata, o avrebbe fatto trasferire Vladek alla Compagnia di Punizione, o lo avrebbe coperto di botte, perché non è che gli scemi, in Lager, godano di indulgenze particolari. Corrono anzi il rischio di essere catalogati ufficialmente come tali, e (in virtù della passione nazionale tedesca per le etichette) muniti del bracciale bianco con su scritto "Blo5d", scemo. Questo contrassegno, specie se accoppiato al triangolo rosso, costituiva per le SS una inesauribile fonte di divertimento. Che Otto non fosse dei peggio, fu presto confermato. Pochi giorni dopo era Kippur, il giorno del perdono e della purificazione, ma naturalmente si lavorava lo stesso. È difficile dire come la data fosse trapelata in Lager, dato che il calendario ebraico è lunare e non coincide con il calendario comune: forse qualcuno degli ebrei più pii aveva tenuto un conto preciso del passare dei giorni, o forse la notizia era stata portata da qualcuno dei nuovi arrivati: poiché c' erano sempre dei nuovi arrivati per colmare i vuoti. La sera della vigilia ci disponemmo in fila per ricevere la zuppa, come ogni sera; davanti a me c' era Ezra, orologiaio di mestiere, cantore il sabato in un remoto villaggio lituano. Di esilio in esilio, per cammini che non saprei descrivere, era arrivato in Italia, ed in Italia era stato catturato; era alto e magro, ma non curvo; i suoi occhi, di taglio orientale, erano mobili e vivi; parlava di rado e non alzava mai la voce. Quando fu davanti ad Otto non porse la gamella, ed invece gli disse: _ Signor capo-baracca, oggi è per noi un giorno di espiazione, ed io non posso mangiare la zuppa. Le domando rispettosamente di conservarmela fino a domani sera. Otto era alto quanto Ezra, ma due volte più spesso di lui. Aveva già attinto dal mastello la razione di zuppa, e si arrestò di colpo, col mestolo sollevato a mezz' aria: si vide la sua mandibola scendere piano piano, senza scosse, e la bocca rimanere aperta. In tutti i suoi anni di Lager non gli era mai successo di incontrare un prigioniero che rifiutasse il cibo. Per qualche istante rimase incerto se ridere o menare uno schiaffo a quello spilungone sconosciuto: che non lo stesse prendendo in giro? Ma non sembrava il tipo. Gli disse di mettersi da parte, e di venire da lui a distribuzione ultimata. Ezra attese senza impazienza, poi bussò alla porta. Otto lo fece entrare, e fece uscire dalla camera i suoi cortigiani e i suoi parassiti: per quel colloquio voleva essere solo. Sciolto così dal suo ruolo, si rivolse ad Ezra con voce un po' meno ruvida e gli chiese cos' era questa storia dell' espiazione. Forse che in quel giorno lui aveva meno fame degli altri giorni? Ezra rispose che certamente non aveva meno fame; che nel giorno di Kippur avrebbe dovuto anche astenersi dal lavoro, ma sapeva che se lo avesse fatto sarebbe stato denunciato e ucciso, e perciò avrebbe lavorato, poiché la Legge consente di disobbedire a quasi tutti i precetti e divieti per salvare una vita, la propria o d' altri; che tuttavia lui intendeva osservare il digiuno prescritto, da quella sera fino alla sera seguente, perché non era certo che ne sarebbe seguita la sua morte. Otto gli chiese quali erano i peccati che lui doveva espiare, ed Ezra rispose che ne conosceva alcuni, ma che forse ne aveva commessi altri senza averne coscienza; e che inoltre, secondo l' opinione di alcuni sapienti, che lui condivideva, la penitenza e il digiuno non erano una questione strettamente personale. Era probabile che contribuissero ad ottenere da Dio il perdono anche per i peccati commessi dagli altri. Otto era sempre più perplesso, disputato fra lo stupore, il riso ed un altro sentimento ancora, a cui non sapeva più dare un nome, e che credeva fosse morto in lui, ucciso dagli anni di vita ambigua e ferina nei Lager, e prima ancora dalla sua militanza politica, che era stata rigorosa. Con voce sommessa, Ezra intervenne, e gli spiegò che, proprio nel giorno di Kippur, è usanza leggere il libro del profeta Giona: sì, quello che era stato inghiottito dal pesce. Giona era stato un profeta severo; dopo il fatto del pesce, aveva predicato il ravvedimento al re di Ninive, ma quando questo si era pentito delle colpe sue e della sua gente, ed aveva bandito un decreto che imponeva il digiuno a tutti i niniviti, e perfino al bestiame, Giona aveva continuato a sospettare un inganno, a diffidare ed a contendere con l' Eterno che invece era incline al perdono; sì, al perdono, anche dei niniviti, che pure erano idolatri e non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. Otto lo interruppe: _ Che cosa mi vuoi dire, con questa tua storia? Che tu digiuni anche per me? E per tutti, anche per ... loro? O che dovrei digiunare anche io? Ezra rispose che lui, a differenza di Giona, non era un profeta, bensì un cantore di provincia, ma che insisteva nel chiedere al signor capo-baracca quel favore, che la sua zuppa gli venisse conservata per la sera seguente, e così pure il pane del mattino dopo. Ma che la zuppa non fosse tenuta in caldo, non ce n' era bisogno, che Otto la lasciasse pure raffreddare. Otto domandò perché, ed Ezra rispose che a questo c' erano due ragioni, una sacra e una profana. In primo luogo (e qui, forse senza volerlo, incominciò a parlare in cantilena e a dondolare leggermente il busto, avanti e indietro, com' è usanza quando si discute di argomenti rituali), secondo alcuni commentatori era sconsigliabile far lavorare il fuoco, o i suoi equivalenti, nel giorno dell' espiazione, anche se per mano di cristiani; in secondo, e più semplicemente, la zuppa del Lager tendeva ad inacidire rapidamente, specie se tenuta al caldo: tutti i prigionieri preferivano mangiarla fredda piuttosto che acida. Otto obiettò ancora che la zuppa era assai liquida, era insomma più acqua che altro e quindi piuttosto che di un mangiare si trattava di un bere: e ritrovava, così dicendo, un altro gusto da lungo tempo perduto, quello delle accanite controversie dialettiche nelle assemblee del suo partito. Ezra gli spiegò che la distinzione non aveva rilevanza, nei giorni di digiuno non si mangia e non si beve nulla, nemmeno l' acqua. Tuttavia, non si incorre nella punizione divina se si trangugiano cibi del volume globale inferiore a quello di un dattero, o bevande di volume inferiore a quello che può essere contenuto fra una guancia e i denti. In questo conteggio, cibi e bevande non si sommano. Otto brontolò una frase incomprensibile, in cui tuttavia ricorreva la parola meschugghe, che significa "matto" in yiddisch, ma che tutti i tedeschi conoscono; però si fece dare da Ezra la gamella, la riempì e la ripose nell' armadietto personale a cui lui come funzionario, aveva diritto, e disse a Ezra che avrebbe potuto passare a ritirarla la sera dopo. Ad Ezra parve che la razione di zuppa fosse particolarmente abbondante. Non avrei potuto venire a sapere i particolari di questo colloquio se non me li avesse riferiti Ezra medesimo, a pezzi e bocconi, un giorno in cui portavamo insieme sacchi di cemento da un magazzino a un altro. Ora Ezra non era propriamente un meschugghe: era erede di una tradizione antica, dolorosa e strana, il cui nocciolo consiste nell' avere il Male in abominio, e nel "fare siepe attorno alla Legge" affinché dalle lacune della siepe il Male non dilaghi a sommergere la Legge medesima. Nel corso dei millenni, intorno a questo nocciolo si è incrostata una gigantesca proliferazione di commenti, di deduzioni, di distinzioni sottili fino alla mania, e di ulteriori precetti e divieti; e nel corso dei millenni molti si sono condotti come Ezra, attraverso migrazioni e stragi senza numero. Per questo la storia del popolo ebreo è così antica, dolorosa e strana.

La storia di Avrom

Lilit 1981