Lilit
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura
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Lilìt
Nel giro di pochi minuti il cielo si era fatto nero ed aveva cominciato a piovere. Poco dopo, la pioggia crebbe fino a diventare un acquazzone ostinato, e la terra grassa del cantiere si mutò in una coltre di fango profonda un palmo; non solo lavorare di pala, ma addirittura reggersi in piedi era diventato impossibile. Il Kapo interrogò il capomastro civile, poi si volse a noi: che ognuno andasse a ripararsi dove voleva. C' erano sparsi in giro diversi spezzoni di tubo di ferro, lunghi cinque o sei metri e del diametro di uno. Mi infilai dentro uno di questi, ed a metà tubo mi incontrai col Tischler, che aveva avuto la stessa idea ed era entrato dall' altra estremità. "Tischler" vuol dire falegname, e fra noi il Tischler non era conosciuto altrimenti che così. C' erano anche il Fabbro, il Russo, lo Scemo, due Sarti (rispettivamente "il Sarto" e "l' altro Sarto"), il Galiziano e il Lungo; io sono stato a lungo "l' Italiano", e poi indifferentemente Primo o Alberto perché venivo confuso con un altro. Il Tischler era dunque Tischler e nulla più, ma non aveva l' aspetto del falegname, e tutti noi sospettavamo che non lo fosse affatto; a quel tempo era comune che un ingegnere si facesse schedare come meccanico, o un giornalista come tipografo: si poteva così sperare in un lavoro migliore di quello del manovale, senza scatenare la rabbia nazista contro gli intellettuali. Comunque fosse, il Tischler era stato messo al bancone dei carpentieri, e col mestiere non se la cavava male. Cosa inconsueta per un ebreo polacco, parlava un po' d' italiano: glielo aveva insegnato suo padre, che era stato fatto prigioniero dagli italiani nel 1917 e portato in un campo, sì, in un Lager, da qualche parte vicino a Torino. La maggior parte dei compagni di suo padre erano morti di spagnola, e infatti ancora oggi i loro nomi esotici, nomi ungheresi, polacchi, croati, tedeschi, si possono leggere su un colombario del Cimitero Maggiore, ed è una visita che riempie di pena al pensiero di quelle morti sperdute. Anche suo padre si era ammalato, ma era guarito. L' italiano del Tischler era divertente e difettivo: consisteva principalmente di brandelli di libretti d' opera, di cui suo padre era stato fanatico. Sovente, sul lavoro, lo avevo sentito canticchiare "sconto col sangue mio" e "libiamo nei lieti calici". La sua lingua madre era lo yiddisch, ma parlava anche tedesco, e non faticavamo ad intenderci. Il Tischler mi piaceva perché non cedeva all' ebetudine: il suo passo era svelto, malgrado le scarpe di legno; parlava attento e preciso, ed aveva un viso alacre, ridente e triste. Qualche volta, a sera, dava spettacolo in yiddisch raccontando storielle o recitando filastrocche, e a me spiaceva di non capirlo. A volte cantava anche, e allora nessuno applaudiva e tutti guardavano a terra, ma quando aveva finito lo pregavano di ricominciare. Quel nostro incontro a quattro gambe, quasi canino, lo aveva rallegrato: magari avesse piovuto tutti i giorni così! Ma quello era un giorno speciale: la pioggia era venuta per lui, perché quello era il suo compleanno: venticinque anni. Ora, il caso voleva che quel giorno compissi venticinque anni anch' io: eravamo gemelli. Il Tischler disse che era una data da festeggiare, poiché difficilmente avremmo festeggiato il compleanno successivo. Trasse di tasca mezza mela, ne tagliò una fetta e me la donò, e fu quella, in un anno di prigionia, l' unica volta che gustai un frutto. Masticammo in silenzio, attenti al prezioso sapore acidulo come ad una sinfonia. Nel tubo di fronte al nostro, frattanto, si era rifugiata una donna: giovane, infagottata in panni neri, forse un' ucraina della Todt. Aveva un viso rosso e largo, lucido di pioggia, ci guardava e rideva; si grattava con indolenza provocatoria sotto la giubba, poi si sciolse i capelli, si pettinò con tutta calma e incominciò a rifarsi le trecce. A quel tempo capitava di rado di vedere una donna da vicino, ed era un' esperienza dolce e feroce, da cui si usciva affranti. Il Tischler si accorse che io la stavo guardando, e mi chiese se ero sposato. No, non lo ero; lui mi fissò con severità burlesca, essere celibi alla nostra età è peccato. Tuttavia si voltò e rimase per un pezzo a contemplare la ragazza anche lui. Aveva finito di farsi le trecce, si era accovacciata nel suo tubo e canterellava dondolando il capo. _ È Lilìt, _ mi disse il Tischler ad un tratto. _ La conosci? Si chiama così? _ Non la conosco, ma la riconosco. È lei Lilìt, la prima moglie di Adamo. Non la sai, la storia di Lilìt? Non la sapevo, e lui rise con indulgenza: si sa bene, gli ebrei d' Occidente sono tutti epicurei, "apicorsìm", miscredenti. Poi continuò: _ Se tu avessi letto bene la Bibbia, ricorderesti che la faccenda della creazione della donna è raccontata due volte, in due modi diversi: ma già, a voialtri vi insegnano un po' di ebraico a tredici anni, e poi finito .... Si andava delineando una situazione tipica ed un gioco che mi piaceva, la disputa fra il pio e l' incredulo, che è ignorante per definizione, ed a cui l' avversario, dimostrandogli il suo errore, "fa digrignare i denti". Accettai la mia parte, e risposi con la doverosa insolenza: _ Sì, è raccontata due volte, ma la seconda non è che il commento della prima. _ Falso. Così intende chi non va sotto alla superficie. Vedi, se leggi bene e ragioni su quello che leggi, ti accorgi che nel primo racconto sta solo scritto "Dio li creò maschio e femmina": vuol dire che li ha creati uguali, con la stessa polvere. Invece, nella pagina dopo, si racconta che Dio forma Adamo, poi pensa che non è bene che l' uomo sia solo, gli toglie una costola e con la costola fabbrica una donna; anzi, una "Männin", una uomessa, una femmina d' uomo. Vedi che qui l' uguaglianza non c' è più: ecco, c' è chi crede che non solo le due storie, ma anche le due donne siano diverse, e che la prima non fosse Eva, la costola d' uomo, ma fosse invece Lilìt. Ora, la storia di Eva è scritta, e la sanno tutti; la storia di Lilìt invece si racconta soltanto, e così la sanno in pochi; anzi le storie, perché sono tante. Te ne racconterò qualcuna, perché è il nostro compleanno e piove, e perché oggi la mia parte è di raccontare e di credere: l' incredulo oggi sei tu. La prima storia è che il Signore non solo li fece uguali, ma con l' argilla fece una sola forma, anzi un Golem, una forma senza forma. Era una figura con due schiene, cioè l' uomo e la donna già congiunti; poi li separò con un taglio, ma erano smaniosi di ricongiungersi, e subito Adamo volle che Lilìt si coricasse in terra. Lilìt non volle saperne: perché io di sotto? non siamo forse uguali, due metà della stessa pasta? Adamo cercò di costringerla, ma erano uguali anche di forze e non riuscì, e allora chiese aiuto a Dio: era maschio anche lui, e gli avrebbe dato ragione. Infatti gli diede ragione, ma Lilìt si ribellò: o diritti uguali, o niente; e siccome i due maschi insistevano, bestemmiò il nome del Signore, diventò una diavolessa, partì in volo come una freccia e andò a stabilirsi in fondo al mare. C' è anzi chi pretende di saperne di più, e racconta che Lilìt abita precisamente nel Mar Rosso, ma tutte le notti si leva in volo, gira per il mondo, fruscia contro i vetri delle case dove ci sono dei bambini appena nati e cerca di soffocarli. Bisogna stare attenti; se lei entra, la si acchiappa sotto una scodella capovolta, e non può più fare danno. Altre volte entra in corpo a un uomo, e l' uomo diventa spiritato; allora il miglior rimedio è di portarlo davanti a un notaio o a un tribunale rabbinico, e fare stendere un atto in debita forma in cui l' uomo dichiara che vuole ripudiare la diavolessa. Perché ridi? Certo che non ci credo, ma queste storie mi piace raccontarle, mi piaceva quando le raccontavano a me, e mi dispiacerebbe se andassero perdute. Del resto, non ti garantisco di non averci aggiunto qualcosa anch' io: e forse tutti quelli che le raccontano ci aggiungono qualche cosa, e le storie nascono così. Si sentì uno strepito lontano, e poco dopo ci passò accanto un trattore cingolato. Si trascinava dietro uno spartineve, ma il fango spartito si ricongiungeva immediatamente alle spalle dell' arnese: come Adamo e Lilìt, pensai. Buono per noi; saremmo rimasti in riposo ancora per parecchio tempo. _ Poi c' è la storia del seme. È golosa di seme d' uomo, e sta sempre in agguato dove il seme può andare sparso: specialmente fra le lenzuola. Tutto il seme che non va a finire nell' unico luogo consentito, cioè dentro la matrice della moglie, è suo: tutto il seme che ogni uomo ha sprecato nella sua vita, per sogni o vizio o adulterio. Tu capisci che ne riceve tanto, e così è sempre gravida, e non fa che partorire. Essendo una diavolessa, partorisce diavoli, ma questi non fanno molto danno, anche se magari vorrebbero. Sono spiritelli maligni, senza corpo: fanno girare il latte e il vino, corrono di notte per i solai e annodano i capelli alle ragazze. Però sono anche figli d' uomo, di ogni uomo: figli illegittimi, ma quando il loro padre muore vengono al funerale insieme con i figli legittimi, che sono i loro fratellastri. Svolazzano intorno alle candele funebri come le farfalle notturne,stridono e reclamano la loro parte d' eredità. Tu ridi, perché appunto sei un epicureo, e la tua parte è di ridere: o forse non hai mai sparso il tuo seme. Ma può capitare che tu esca di qui, che tu viva, e che tu veda che in certi funerali il rabbino col suo seguito fa sette giri intorno al morto: ecco, fa barriera intorno al morto perché i suoi figli senza corpo non vengano a dargli pena. Ma mi resta da raccontarti la storia più strana, e non è strano che sia strana, perché è scritta nei libri dei cabalisti, e questi erano gente senza paura. Tu sai che Dio ha creato Adamo, e subito dopo ha capito che non è bene che l' uomo sia solo, e gli ha messo accanto una compagna. Ebbene, i cabalisti dicevano che anche per Dio stesso non era bene essere solo, ed allora, fin dagli inizi, si era preso per compagna la Shekinà, cioè la sua stessa presenza nel Creato; così la Shekinà è diventata la moglie di Dio, e quindi la madre di tutti i popoli. Quando il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto dai Romani, e noi siamo stati dispersi e fatti schiavi, la Shekinà è andata in collera, si è distaccata da Dio ed è venuta con noi nell' esilio. Ti dirò che questo qualche volta l' ho pensato anch' io, che anche la Shekinà si sia fatta schiava, e sia qui intorno a noi, in questo esilio dentro l' esilio, in questa casa del fango e del dolore. Così Dio è rimasto solo; come succede a tanti, non ha saputo resistere alla solitudine e alla tentazione, e si è preso un' amante: sai chi? Lei, Lilìt, la diavolessa, e questo è stato uno scandalo inaudito. Pare insomma che sia successo come in una lite, quando a un' offesa si risponde con un' offesa più grave, e così la lite non finisce mai, anzi cresce come una frana. Perché devi sapere che questa tresca indecente non è finita, e non finirà tanto presto: per un verso, è causa del male che avviene sulla terra; per un altro verso, è il suo effetto. Finché Dio continuerà a peccare con Lilìt, sulla Terra ci saranno sangue e dolore; ma un giorno verrà un potente, quello che tutti aspettano, farà morire Lilìt, e metterà fine alla lussuria di Dio e al nostro esilio. Sì, anche al tuo e al mio, Italiano: Mazl Tov, Buona Stella. La Stella è stata abbastanza buona per me, non per il Tischler: ma veramente mi è capitato di assistere, molti anni dopo, a un funerale che si è svolto come lui mi aveva descritto, con la danza difensiva intorno al feretro. Ed è inesplicabile che il destino abbia scelto un epicureo per ripetere questa favola pia ed empia, intessuta di poesia, di ignoranza, di acutezza temeraria, e della tristezza non medicabile che cresce sulle rovine delle civiltà perdute.
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