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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Li chiamavamo "Grüne Spitzen" ("punte verdi"), Criminali comuni, Befauer (dalla sigla BV con cui erano ufficialmente designati, e che a sua volta era l' abbreviazione di qualcosa come "prigionieri in detenzione preventiva a termine"): vivevamo con loro, obbedivamo a loro, li temevamo e detestavamo, ma di loro non sapevamo pressoché nulla: del resto, anche ora si sa poco. Erano i "triangoli verdi", i tedeschi già detenuti nelle carceri comuni, ed a cui, secondo criteri misteriosi, veniva offerta l' alternativa di scontare la loro pena in un Lager anziché in una prigione. Di regola erano gentaglia; molti fra loro si vantavano di vivere in Lager meglio che a casa, perché, oltre alla voluttà del comandare, avevano mano libera sulle razioni destinate a noi; molti erano assassini nel senso stretto della parola, non ne facevano mistero e lo dimostravano col loro comportamento. Eddy (probabilmente un nome d' arte) era un triangolo verde, ma non era un assassino. Aveva due mestieri: era giocoliere, e rapinatore a tempo perso. Nel giugno del 1944 divenne nostro vice-Kapo, e si fece subito notare per diverse sue qualità poco comuni. Era di una bellezza smagliante: biondo, di media statura ma snello, robusto ed agilissimo, aveva tratti nobili, ed una pelle così chiara da apparire traslucida; non doveva avere più di ventitre anni. Si infischiava di tutto e di tutti, delle SS, del lavoro, di noi; aveva un' aria insieme serena ed assorta che lo distingueva. Divenne celebre il giorno stesso del suo arrivo: nel lavatoio, tutto nudo, dopo essersi lavato accuratamente con una saponetta profumata, se l' appoggiò sul vertice del cranio, che aveva rasato come tutti noi; poi si curvò in avanti, e con ondulazioni impercettibili del dorso, sapienti e precise, fece scivolare la sontuosa saponetta piano piano, dal capo al collo, poi giù giù lungo tutto il filo della schiena, fino al coccige, dove la fece cadere nella mano. Due o tre fra noi applaudirono, ma lui non mostrò di accorgersene, e se ne andò a rivestirsi, lento e distratto. Sul lavoro era imprevedibile. Qualche volta lavorava per dieci, ma anche nei lavori più opachi non mancava di rivelare a un tratto il suo estro professionale. Spalava terra, ed eccolo di colpo interrompersi, afferrare la pala come una chitarra, ed improvvisarvi sopra una canzoncina, battendovi sopra con un ciottolo, ora sul manico, ora sul ferro. Portava mattoni, ritornava col suo incesso danzante e trasognato, e d' improvviso turbinava in un rapido salto mortale. Altri giorni invece se ne stava rincantucciato in un angolo senza muovere un dito, ma, appunto perché era capace di imprese così straordinarie, a lui nessuno osava dire niente. Non era un esibizionista: nei suoi giochi, non si curava affatto di chi gli stava intorno; sembrava piuttosto preoccupato di condurli a perfezione, ripetendoli, migliorandoli, come un poeta insoddisfatto che non cessa mai di correggersi. Qualche volta lo vedevamo mettersi in cerca in mezzo alla ferraglia sparpagliata per il cantiere, raccogliere un cerchione, una verga, un ritaglio di lamiera, e rigirarlo poi attentamente fra le mani, equilibrarlo su un dito, farlo frullare in aria, come se ne volesse penetrare l' essenza, e costruirvi sopra un gioco nuovo. Un giorno arrivò un vagone pieno di tubi di cartone, simili a quelli attorno a cui si avvolgono le pezze di stoffa, e la nostra squadra fu mandata a scaricarli: Eddy mi condusse in un magazzino interrato, sistemò sotto alla finestrella uno scivolo di legno su cui i miei compagni avrebbero fatto scendere i tubi, mi mostrò come avrei dovuto accatastarli ordinatamente contro le pareti, e se ne andò. Dalla finestrella, potevo vedere i compagni, lieti per quel lavoro insolitamente leggero, ma incerti ed impacciati nei loro movimenti, che facevano la spola fra il vagone e il magazzino, portando venti o trenta tubi per viaggio; Eddy ne portava talvolta pochi e talvolta tanti, ma mai a caso. Ad ogni giro, studiava strutture ed architetture nuove, instabili ma simmetriche come castelli di carte; un viaggio lo fece facendo volteggiare in aria quattro o cinque tubi, come i giocolieri fanno con le palle di gomma. In quella cantina io ero solo, e mi premeva compiere un' operazione importante. Mi ero procurato un foglio di carta e un mozzicone di matita, e da molti giorni aspettavo che mi si presentasse l' opportunità di scrivere la minuta di una lettera, naturalmente in italiano, che avrei voluto consegnare ad un operaio italiano affinché la copiasse, la firmasse come sua, e la spedisse ai miei in Italia: a noi, infatti, era severamente vietato scrivere, ed ero sicuro che, pensandoci sopra un momento, avrei trovato il modo di compilare un messaggio chiaro abbastanza per loro, ed insieme tanto innocente da non destare l' attenzione della censura. Non avrei dovuto essere visto da nessuno, perché il solo fatto di scrivere era intrinsecamente sospetto (per quale motivo, e a chi, uno di noi avrebbe dovuto scrivere?), e il Lager ed il cantiere pullulavano di delatori. Dopo un' oretta di lavoro ai tubi, mi sentii abbastanza tranquillo da iniziare la stesura: i tubi scendevano dallo scivolo a intervalli radi, e nella cantina non si sentiva alcun rumore allarmante. Non avevo fatto i conti col passo silenzioso di Eddy: mi accorsi di lui quando mi stava già guardando. Istintivamente, o meglio stupidamente, aprii le dita; la matita cadde, ma il foglio scese a terra ondeggiando come una foglia morta. Eddy si avventò a raccoglierlo, poi mi stese a terra con uno schiaffo violento; ed ecco, mentre scrivo oggi questa frase, mentre batto la parola "schiaffo", mi accorgo di mentire, o almeno di trasmettere al lettore emozioni e notizie falsate. Eddy non era un bruto, non intendeva punirmi né farmi soffrire, ed uno schiaffo dato in Lager aveva un significato assai diverso da quello che potrebbe avere fra noi, oggi e qui. Appunto, aveva un significato, era poco più che un modo di esprimersi; in quel contesto voleva dire pressappoco "bada a te, guarda che l' hai fatta grossa, ti stai mettendo in pericolo, forse senza saperlo, e metti in pericolo anche me": ma fra Eddy rapinatore e giocoliere tedesco, e me giovane inesperto italiano frastornato e confuso, un discorso come quello sarebbe stato inutile, non capito (se non altro per ragioni linguistiche), stonato, perifrastico. Per questo stesso motivo, pugni e schiaffi correvano fra noi come linguaggio quotidiano, ed avevamo imparato presto a distinguere le percosse "espressive" da quelle altre, che venivano inflitte per ferocia, per creare dolore ed umiliazione, e che spesso conducevano a morte. Uno schiaffo come quello di Eddy era affine alla pacca che si dà al cane, o alla bastonata che si dà all' asino, per trasmettere loro, o rafforzare, un ordine o un divieto: poco di più insomma che una comunicazione non verbale. Fra le molte sofferenze del Lager, le percosse di questo genere erano di gran lunga le meno penose; il che equivale a dire che vivevamo in modo non molto diverso dai cani e dagli asini. Aspettò che mi rialzassi, e mi chiese a chi scrivevo. Gli risposi nel mio cattivo tedesco che non scrivevo a nessuno; avevo trovato per caso una matita, e stavo scrivendo per capriccio, per nostalgia, per sogno; sapevo bene che scrivere era vietato, ma sapevo anche che inoltrare una lettera era impossibile; gli assicurai che non avrei mai osato contravvenire alle regole del campo. Certo Eddy non mi avrebbe creduto, ma qualcosa dovevo pur dire, se non altro per indurlo a pietà: se mi avesse denunciato alla Sezione Politica, lo sapevo, per me c' era la forca, ma prima della forca un interrogatorio (quale interrogatorio!) per stabilire chi era il mio complice, e forse anche per avere da me l' indirizzo del destinatario in Italia. Eddy mi guardò con un' aria strana; poi mi disse di non muovermi, lui sarebbe ritornato entro un' ora. Fu un' ora lunga. Eddy ritornò nella cantina, aveva in mano tre fogli, fra cui il mio, e lessi subito sul suo viso che il peggio non sarebbe venuto. Non doveva essere uno sprovveduto, questo Eddy o forse il suo passato burrascoso gli aveva insegnato i fondamenti del tristo mestiere dello sbirro: aveva cercato fra i miei compagni due (non uno solo) che conoscessero il tedesco e l' italiano, e da loro, separatamente aveva fatto tradurre in tedesco il mio messaggio, avvisando entrambi che se le due traduzioni non fossero risultate uguali avrebbe denunciato alla Sezione Politica non solo me ma anche loro. Mi tenne un discorso, difficile da riportare. Mi disse che, per mia fortuna, le due traduzioni erano uguali e il testo non era compromettente. Che io ero matto: non c' erano altre spiegazioni, solo un matto avrebbe potuto pensare di mettere in gioco in quel modo la propria vita, quella del complice italiano che certamente avevo, quella dei miei parenti in Italia, e anche la sua carriera di Kapo. Mi disse che quello schiaffo era stato meritato, che anzi avrei dovuto ringraziarlo perché era stata una buona azione, di quelle che conducono in Paradiso, e lui, di professione "Strassenräuber", rapinatore di strada, di fare buone azioni aveva gran bisogno. Che infine non avrebbe dato corso alla denuncia, ma neppure lui sapeva bene perché: forse appunto perché ero matto, ma già gli italiani sono tutti notoriamente matti, buoni solo a cantare e a mettersi nei guai. Non credo di aver ringraziato Eddy, ma dopo di allora, pur senza provare alcuna attrazione positiva per i "colleghi" triangoli verdi, mi è capitato più volte di domandarmi quale sostanza umana si assiepasse dietro al loro simbolo, e di rimpiangere che nessuno della loro ambigua brigata abbia (che io sappia) raccontato la sua storia. Non so come Eddy sia finito. Poche settimane dopo il fatto che ho raccontato, scomparve per qualche giorno; poi lo abbiamo rivisto una sera, stava in piedi nel corridoio fra il filo spinato ed il reticolato elettrico, e portava appeso al collo un cartello con su scritto "Urning", e cioè pederasta, ma non sembrava né afflitto né preoccupato. Assisteva al rientro della nostra schiera con aria svagata, insolente ed indolente, come se nulla di quanto avveniva intorno a lui lo riguardasse.

Lilìt

Lilit 1981