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Lilit

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1981 - Categoria: letteratura

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Nessuno avrebbe potuto amare né odiare Valerio: la sua scarsità, la sua insufficienza erano tali da relegarlo fin dai primi contatti fuori dei comuni rapporti fra uomini. Era stato piccolo e grasso; piccolo era rimasto, e della sua pinguedine di un tempo testimoniavano melanconicamente le flaccide pieghe sul viso e sul corpo. Avevamo lavorato a lungo insieme, nel fango polacco. A tutti noi capitava di caderci, nel fango profondo e viscido del cantiere, ma, per quel tanto di nobiltà animale che sopravvive anche nell' uomo desolato, ci sforzavamo di evitare le cadute, o almeno di ridurne gli effetti; infatti un uomo a terra, un uomo prostrato, è in pericolo, in quanto smuove istinti feroci, e ridesta prima il dileggio che la pietà. Invece Valerio cadeva continuamente, più di qualsiasi altro. Bastava il più lieve degli urti, e neppure occorreva; anzi, a volte era chiaro che nel fango ci si lasciava cadere di proposito, se solo qualcuno lo insolentiva, o faceva atto di percuoterlo: giù dalla sua breve statura nella melma, come se fosse stato il seno di sua madre, quasi che per lui la posizione eretta fosse stata di per sé provvisoria, come per chi cammina sui trampoli. Il fango era il suo rifugio, la sua difesa putativa. Era l' omino di fango, il colore del fango era il suo colore. Lui lo sapeva; col poco di luce che le sofferenze gli avevano lasciato, sapeva di essere risibile. E ne parlava, perché era loquace. Raccontava senza fine delle sue sventure, delle cadute, degli schiaffi, delle derisioni, come un povero pulcinella: senza alcuna velleità di salvare una particella di se stesso, di lasciare velate le note più abiette, anzi, accentuando gli aspetti più goffi delle sue sventure, con un' ombra di gusto scenico in cui si indovinavano vestigia di bonomia conviviale. Chi conosce uomini come lui sa che sono adulatori, naturalmente e senza secondi fini. Se ci fossimo incontrati nella vita normale, non so per cosa mi avrebbe adulato; laggiù, ogni mattino lodava l' aspetto sano del mio viso. Benché non gli fossi superiore di molto, provavo pietà per lui, insieme con un indistinto fastidio; ma la pietà di quel tempo, essendo inoperante, si disperdeva appena concepita, come fumo nel vento, e lasciava in bocca un vano sapore di fame. Come tutti, più o meno consapevolmente cercavo di evitarlo: era in troppo evidente stato di bisogno, e in chi ha bisogno si sente sempre un creditore. In un fosco giorno di settembre suonarono sul fango le sirene dell' allarme aereo, salendo e scendendo di tono come in un lungo gemito ferino. Non era cosa nuova, e io avevo un nascondiglio segreto: un budello sotterraneo dove erano accatastate balle di sacchi vuoti. Discesi, e ci trovai Valerio; mi accolse con verbosa cordialità mal ricambiata, e senza indugio, mentre io mi andavo appisolando, cominciò a raccontarmi le sue lamentose avventure. Fuori, dopo l' urlo tragico delle sirene, regnava un silenzio pieno di minaccia, ma ad un tratto si udì un calpestio sopra le nostre teste, e subito dopo vedemmo disegnarsi in cima alla scala il contorno nero e vasto di Rappoport con un secchio in mano. Si accorse di noi, esclamò: _ Italiani! _ e lasciò il secchio, che rotolò con fracasso giù per gli scalini. Il secchio aveva contenuto zuppa, ma era vuoto e quasi pulito. Io e Valerio ne ricavammo qualche resto, raschiando accuratamente il fondo e le pareti con il cucchiaio, che a quel tempo portavamo addosso giorno e notte, pronto ad ogni improbabile emergenza, come i Templari la spada. Frattanto Rappoport era sceso maestosamente fra noi: non era uomo da regalare zuppa né da chiederla in dono. Rappoport poteva avere allora trentacinque anni. Polacco di origine, si era laureato in medicina a Pisa: di qui la sua simpatia per gli italiani, e la sua dissimmetrica amicizia con Valerio, che a Pisa era nato. Era un uomo mirabilmente armato. Astuto, violento e allegro come i filibustieri di un tempo, gli era riuscito facile lasciarsi dietro in blocco quanto gli risultava superfluo della educazione civile. Viveva in Lager come una tigre nella giungla: abbattendo e taglieggiando i più deboli ed evitando i più forti, pronto a corrompere, a rubare, a fare a pugni, a tirar cinghia, a mentire o a blandire, a seconda delle circostanze. Era dunque un nemico, ma non vile né sgradevole. Scese lentamente le scale, e quando fu vicino potemmo vedere chiaramente dove fosse finito il contenuto del secchio. Questa era fra le sue specialità: al primo latrato dell' allarme aereo, nel subbuglio generale, precipitarsi alla cucina del cantiere, e scappare col bottino prima che arrivasse la ronda. Rappoport lo aveva fatto tre volte con successo; la quarta, da bandito prudente qual era, se ne restò tranquillo con la sua squadra per tutto l' allarme. Lilienthal, che aveva voluto imitarlo, fu colto sul fatto, e impiccato pubblicamente il giorno dopo. _ Salute, italiani, _ disse: _ ciao, pisano _. Poi fu di nuovo silenzio; stavamo sdraiati sui sacchi fianco a fianco, e poco dopo Valerio ed io eravamo scivolati in un dormiveglia brulicante di immagini. Non occorreva per questo la posizione orizzontale: accadeva, in momenti di riposo, di addormentarsi in piedi. Non così Rappoport, che, pur detestando il lavoro, era uno di quei temperamenti sanguigni che non sopportano l' inazione. Cavò di tasca un coltellino e prese ad affilarlo su un sasso, sputandovi sopra a intervalli; ma anche questo non gli bastava. Apostrofò Valerio, che russava già: _ Sveglia, ragazzo: che cosa hai sognato? Ravioli, vero? e vino di Chianti: alla mensa di via dei Mille, per lire sei e cinquanta. E le bistecche, psza crew, bistecche di borsa nera che coprivano il piatto; gran paese, l' Italia. E poi la Margherita ... _ e qui fece una smorfia gioviale e si batté fragorosamente una mano sulla coscia. Valerio si era svegliato, e se ne stava accoccolato con un sorriso rappreso nel piccolo viso terreo. Quasi nessuno gli rivolgeva mai la parola, ma non credo che lui fosse in grado di soffrirne molto; invece Rappoport gli parlava spesso, lasciandosi andare sull' onda dei ricordi pisani con abbandono sincero. A me era chiaro che per Rappoport Valerio rappresentava solo un pretesto per questi suoi momenti di vacanza mentale; per Valerio essi erano invece pegni di amicizia, della preziosa amicizia di un potente, elargiti con generosa mano a lui Valerio, da uomo a uomo, se non proprio da pari a pari. _ Come, non conoscevi la Margherita? Non ci sei mai stato insieme? Ma allora cosa sei pisano a fare? Quella era una donna da svegliare i morti: gentile e pulita di giorno, e di notte una vera artista .... _ Qui si udì nascere un fischio, e poi subito un altro. Sembra vano scaturiti da una lontananza remota, ma si avventavano su noi come locomotive in pazza corsa: la terra tremò, le travi di cemento del soffitto vibrarono per un attimo come se fossero di gomma, ed infine maturarono le due esplosioni, seguite da uno scroscio di rovina, e in noi dalla voluttuosa distensione dello spasimo. Valerio si era trascinato in un angolo, aveva nascosto il viso nel cavo del gomito come a proteggersi da uno schiaffo, e pregava sottovoce. Sorse un nuovo fischio mostruoso. Le nuove generazioni europee non conoscono questi sibili: non dovevano essere casuali, qualcuno deve averli voluti, per dare alle bombe una voce che esprimesse la loro sete e la loro minaccia. Mi rotolai giù dai sacchi contro il muro: ecco l' esplosione, vicinissima, quasi corporea, e poi il vasto soffio del risucchio. Rappoport si sganasciava dalle risa. _ Te la sei fatta sotto, eh pisano? O non ancora? Aspetta, aspetta, il bello ha ancora da venire. _ Hai dei buoni nervi, _ dissi io, mentre dalla memoria liceale mi affiorava, sbiadita come da una incarnazione anteriore, l' immagine spavalda di Capaneo, che dal fondo dell' inferno sfida Giove e ne irride le folgori. _ Non è questione di nervi, ma di teoria. Di contabilità: è la mia arma segreta. Ora, a quel tempo io ero stanco, di una stanchezza ormai antica, incarnata, che credevo irrevocabile. Non era la stanchezza nota a tutti, che si sovrappone al benessere e lo vela come una paralisi temporanea, bensì un vuoto definitivo, una amputazione. Mi sentivo scarico, come un fucile sparato, e come me era Valerio, forse in modo meno cosciente, e come noi tutti gli altri. La vitalità di Rappoport, che in altra condizione avrei ammirata (ed infatti oggi la ammiro) mi appariva importuna, insolente: se la nostra pelle non valeva due soldi, la sua, benché polacco e sazio, non valeva molto di più, ed era irritante che lui non lo volesse riconoscere. Quanto a quella faccenda della teoria e della contabilità, non avevo voglia di starla a sentire. Avevo altro da fare: dormire, se i padroni del cielo me lo permettevano; se no, succhiarmi la mia paura, in pace, come ogni benpensante. Ma non era facile reprimere Rappoport, eluderlo od ignorarlo. _ Cosa dormite? Io sto per fare testamento e voi dormite. Forse la mia bomba è già in viaggio, e non voglio perdere l' occasione. Se fossi libero, vorrei scrivere un libro con dentro la mia filosofia: per ora, non posso che raccontarla a voialtri due meschini. Se vi serve, tanto meglio; se no, e se voi ve la cavate e io no, che sarebbe poi strano, potrete ripeterla in giro, e verrà magari a taglio a qualcuno. Non che me ne importi molto, però: non ho la stoffa del benefattore. Ecco: finché ho potuto, io ho bevuto, ho mangiato, ho fatto l' amore, ho lasciato la Polonia piatta e grigia per quella vostra Italia; ho studiato, ho imparato, viaggiato e visto. Ho tenuto gli occhi bene aperti, non ho sprecato una briciola; sono stato diligente, non credo si potesse fare di più né meglio. Mi è andata molto bene, ho accumulato una grande quantità di bene, e tutto questo bene non è sparito, ma è in me, al sicuro: non lo lascio impallidire. L' ho conservato. Nessuno me lo può togliere. Poi sono finito qui: sono qui da venti mesi, e da venti mesi tengo i miei conti. I conti tornano, sono ancora di parecchio in attivo. Per guastare il mio bilancio, ci vorrebbero molti mesi ancora di Lager, o molti giorni di tortura. D' altronde, _ e si carezzò affettuosamente lo stomaco, _ con un po' d' iniziativa anche qui, ogni tanto, qualcosa di buono si può trovare. Perciò, nel caso deprecabile che uno di voi mi sopravviva, potrete raccontare che Leon Rappoport ha avuto quanto gli spettava, non ha lasciato debiti né crediti, non ha pianto e non ha chiesto pietà. Se all' altro mondo incontrerò Hitler, gli sputerò in faccia con pieno diritto .... _ Cadde una bomba poco lontano, e seguì un rombo come di frana: doveva essere crollato uno dei magazzini. Rappoport dovette alzare la voce quasi in un urlo: _ ... perché non mi ha avuto! Ho rivisto Rappoport una volta sola e per pochi istanti, e la sua immagine è rimasta in me nella forma quasi fotografica di questa sua ultima apparizione. Ero ammalato nell' infermeria del Lager, nel gennaio 1945. Dalla mia cuccetta si poteva vedere un tratto di strada fra due baracche, dove, nella neve ormai alta, era segnata una pista; vi passavano spesso gli inservienti dell' infermeria, a coppie, portando in barella morti o moribondi. Vidi un giorno due barellieri di cui uno mi colpì per l' alta statura, e per un' obesità perentoria, autorevole, inusitata in quei luoghi. Riconobbi in lui Rappoport, scesi alla finestra e picchiai ai vetri. Lui si arrestò, mi indirizzò una smorfia gaia ed allusiva, e levò la mano in un ampio gesto di saluto, al che il suo triste carico si inclinò scompostamente su un lato. Due giorni dopo il campo fu evacuato, nelle spaventose circostanze ben note. Ho ragione di ritenere che Rappoport non sia sopravvissuto; perciò stimo doveroso eseguire del mio meglio l' incarico che mi è stato affidato.

Il giocoliere

Lilit 1981