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Vizio di forma

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1971 - Categoria: letteratura

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Psicofante

Noi siamo un gruppo di amici piuttosto esclusivo. Siamo legati, uomini e donne, da un vincolo serio e profondo, ma vecchio e scarsamente rinnovato,che consiste nell' aver vissuto insieme anni importanti, e nell' averli vissuti senza troppe debolezze. In seguito, come avviene, le nostre vie sono andate divergendo, alcuni di noi hanno commesso dei compromessi, altri si sono feriti a vicenda, volontariamente o no, altri ancora hanno disimparato a parlare o hanno perso le antenne; tuttavia, proviamo piacere a ritrovarci: abbiamo fiducia l' uno nell' altro, ci stimiamo reciprocamente, e di qualunque argomento trattiamo, ci accorgiamo con gioia di parlare pur sempre lo stesso linguaggio (qualcuno lo chiama gergo), anche se non sempre le nostre opinioni coincidono. I nostri figli mostrano una precoce tendenza ad allontanarsi da noi, però sono legati fra di loro da un' amicizia simile alla nostra, il che ci sembra strano e bello, perché è avvenuto spontaneamente, senza che noi intervenissimo. Adesso costituiscono un gruppo che sotto molti aspetti riproduce il nostro di quando avevamo la loro età. Ci professiamo aperti, universalisti, cosmopoliti; tali ci sentiamo nel nostro intimo, e disprezziamo intensamente ogni forma di segregazione per censo, casta o razza, eppure, di fatto, il nostro gruppo è così chiuso che, pur essendo generalmente stimato dagli "altri", nel corso di trent' anni non ha accettato che pochissime reclute. Per motivi che stento a spiegarmi, e di cui comunque non vado fiero, ci sembrerebbe innaturale accogliere qualcuno che abiti a nord di corso Regina Margherita, o ad ovest di corso Racconigi. Non tutti coloro fra noi che si sono sposati hanno visto accettato il loro coniuge; risultano in genere preferite le coppie endogame, che non sono poche. Ogni tanto, qualcuno si fa un amico esterno e se lo porta dietro, ma è raro che questo si integri; per lo più, viene invitato una, due volte, e trattato benevolmente, ma la volta successiva non c' è, e la serata viene dedicata a studiarlo, commentarlo e classificarlo. Un tempo, ciascuno di noi, a turni irregolari, riceveva tutti gli altri. Poi sono venuti i figli, alcuni sono andati ad abitare fuori città, altri hanno in casa i genitori e non li vogliono disturbare; così, attualmente, è rimasta solo Tina a tenere salotto. Tina tiene salotto volentieri, e quindi bene; ha vini buoni e ottima roba da mangiare, è viva e curiosa, ha sempre cose nuove da raccontare e le racconta con garbo, sa mettere la gente a suo agio, le interessano i fatti altrui e li ricorda con precisione, giudica con severità ma vuol bene a quasi tutti. La si sospetta di intrattenere rapporti con altri gruppi, ma a lei (e solo a lei) questa infedeltà viene perdonata di buon grado. Suonò il campanello ed entrò Alberto, tardi come di consueto. Quando Alberto entra in una casa sembra che la luce si ravvivi:tutti si sentono di migliore umore, e anche più in salute, perché Alberto è uno di quei medici che fanno guarire i malati solo guardandoli e parlandogli insieme. Dai clienti amici (e poche persone al mondo hanno tanti amici quanto Alberto) non si lascia pagare, e perciò riceve ogni anno a Natale una valanga di regali. Quella sera aveva appunto appena ricevuto un regalo, ma diverso dalle solite bottiglie di vini pregiati e dai soliti inutili accessori per l' auto: era un regalo inconsueto, che gli brucava tra le mani, e aveva pensato di inaugurarlo con noi, poiché pareva si trattasse di una specie di gioco di società. Tina non si oppose, però era facile accorgersi che non vedeva la cosa di buon occhio:forse si sentiva esautorata, e temeva che le redini della serata le sfuggissero di mano. Ma è arduo resistere ai desideri di Alberto, che sono moltissimi, imprevedibili, allegri ed impellenti:quando Alberto vuole una cosa (e questo accade ogni quarto d' ora), riesce in un attimo a farla volere da tutti, e perciò si muove sempre alla testa di uno sciame di seguaci. Li porta a mangiare lumache a mezzanotte, o a sciare al Breithorn, o a vedere un film ardito, o in Grecia a Ferragosto, o a casa sua a bere mentre Miranda dorme, o a trovare qualcuno che non lo aspetta per niente ma che lo riceve ugualmente a braccia aperte, lui, e tutti quelli che sono con lui, e quegli altri o altre che ha raccattato strada facendo. Alberto disse che dentro la scatola c' era uno strumento che si chiamava Psicofante, e che davanti ad un nome come quello non si poteva esitare. In un batter d' occhio fu sgomberato un tavolo, tutti ci sedemmo attorno, ed Alberto aprì la scatola. Ne estrasse un oggetto largo e piatto, formato da un vassoio rettangolare di plastica trasparente che poggiava su di uno zoccolo di metallo verniciato di nero; questo zoccolo sporgeva di una trentina di centimetri oltre uno dei lati corti del vassoio, e sulla sporgenza era ricavata una cavità poco profonda che riproduceva la forma di una mano sinistra. C' era un cavo e una spina: la inserimmo nella presa di corrente, e mentre l' apparecchio si riscaldava Alberto lesse ad alta voce le istruzioni per l' impiego; queste erano molto vaghe, e scritte in pessimo italiano, ma in sostanza venivano a dire che il gioco,o il passatempo,consisteva nel mettere la mano sinistra nella cavità:sul vassoio sarebbe apparso quanto le istruzioni definivano goffamente "l' immagine interiore" del giocatore. Tina rise:_ Sarà come quei pesciolini di cellofane che vendevano prima della guerra: li mettevi sul palmo della mano, e a seconda se si accartocciavano, o vibravano, o cadevano a terra, se ne ricavava il tuo carattere. O come fare m' ama non m' ama con la margherita _. Miranda disse che, se le cose stavano così, lei si sarebbe fatta monaca piuttosto che mettere la mano nell' incavo. Altri dissero altre cose, nacque un po' di baccano, io dissi che, se si vogliono vedere miracoli a buon patto, tanto vale andare in piazza Vittorio;altri invece si disputavano il primo esperimento, altri ancora designavano questo o quello, e questo e quello si schermivano con vari pretesti. A poco a poco prevalse il partito di quelli che proponevano di mandare Alberto in avanscoperta. Alberto non chiedeva di meglio:prese posto davanti all' apparecchio, mise la sinistra nell' incavo, e con la destra premette il pulsante. Si fece silenzio ad un tratto. Nel vassoio si formò dapprima una piccola chiazza rotonda, arancione, simile a un tuorlo d' ovo. Poi gonfiò, si allungò verso l' alto, e l' estremità superiore si dilatò acquistando l' aspetto del cappello di un fungo; sparse su tutta la superficie comparvero molte macchiette poligonali, alcune verde smeraldo, altre scarlatte, altre grigie. Il fungo cresceva a vista d' occhio, e quando fu alto una spanna divenne debolmente luminoso, come se dentro avesse una fiammella che pulsasse a ritmo: emanava un odore gradevole ma pungente, simile a quello della cannella. Alberto tolse il dito dal pulsante, ed allora la pulsazione si arrestò, e il bagliore si estinse a poco a poco. Eravamo in dubbio se l' oggetto si potesse toccare o no: Anna disse che era meglio non farlo, perché certo si sarebbe disfatto immediatamente;anzi, che forse non esisteva neppure, era una pura illusione dei sensi, come un sogno o un' allucinazione collettiva. Nelle istruzioni non c' era alcun accenno su quel che si potesse o dovesse fare con le immagini, ma Henek osservò saviamente che toccarlo bisognava pure, se non altro per sgomberare il vassoio: era assurdo che l' apparecchio si potesse usare una volta sola. Alberto distaccò il fungo dal vassoio, lo esaminò con cura, e si dichiarò soddisfatto; anzi, disse che si era sempre sentito arancione, fin da bambino. Ce lo passammo di mano in mano: aveva una consistenza soda ed elastica, ed era tiepido al tatto. Giuliana lo chiese in regalo: Alberto glielo cedette di buon grado, dicendo che tanto era sempre in tempo a farsene degli altri. Henek gli fece notare che forse sarebbero venuti diversi, ma Alberto disse che non gli importava. Molti insistevano perché provasse Antonio. Antonio è ormai soltanto un membro onorario del nostro gruppo, perché da molti anni abita lontano, ed era fra noi quella sera solo in occasione di un viaggio d' affari: eravamo curiosi di vedere che cosa avrebbe fatto nascere sul vassoio perché Antonio è diverso da noi, più risoluto,più interessato al successo e al guadagno; queste sono virtù che noi neghiamo ostinatamente di avere, come se fossero vergognose. Per un minuto buono non successe nulla, e già qualcuno cominciava a sogghignare, ed Antonio a sentirsi a disagio. Poi si vide spuntare dal piano del vassoio una barretta metallica a sezione quadrata: cresceva lentamente e regolarmente, come se provenisse dal di sotto già bella e formata. Presto ne spuntarono altre quattro, disposte a croce intorno alla prima; si formarono quattro ponticelli che le congiunsero con questa;e poi, via via, apparvero altre barrette, tutte di ugual sezione, alcune verticali ed altre orizzontali, ed alla fine sul vassoio stava un piccolo grazioso edificio lucente, dall' aspetto solido e simmetrico. Antonio lo percosse con una matita, e quello risuonò come un diapason, emettendo una nota lunga e pura che si estinse lentamente. _ Io non sono d' accordo, _ disse Giovanna. Antonio sorrideva tranquillo. _ Perché? _ chiese. _ Perché tu non sei così. Non hai tutti gli angoli retti, non sei d' acciaio, e hai anche qualche saldatura incrinata. Giovanna è la moglie di Antonio, e gli vuole molto bene. A noi pareva che non fosse il caso di fare tutte quelle riserve, ma Giovanna disse che nessuno poteva conoscere Antonio meglio di lei, che gli viveva insieme da vent' anni. Non le demmo molto ascolto, perché Giovanna è una di quelle mogli che hanno l' abitudine di denigrare i mariti in loro presenza e pubblicamente. L' oggetto-Antonio appariva radicato nel vassoio, ma se ne staccò netto ad una debole trazione, e non era neppure così pesante come sembrava. Poi toccò ad Anna, che si agitava sulla sedia per l' impazienza, e andava dicendo che un apparecchio così lei lo aveva sempre desiderato, e che diverse volte lo aveva perfino visto in sogno:solo che il suo creava simboli in grandezza naturale. Anna mise la mano sulla lastra nera. Tutti guardavamo il vassoio, ma sul vassoio non si vedeva nulla. Ad un tratto, Tina disse: _ Guardate, è là sopra! _ In fatti, a mezzo metro d' altezza si vedeva una nuvoletta di vapore rosa-viola, grossa quanto un pugno:lentamente, si dipanò come un gomitolo, e si allungò verso il basso emanando numerose cortine verticali trasparenti. Cambiava forma di continuo: divenne ovale come un pallone da rugby, pur conservando sempre quel suo aspetto diafano e delicato, poi si divise in anelli sovrapposti fra i quali scoccavano piccole scintille crepitanti, ed infine si contrasse, si ridusse alle dimensioni di una noce, e scomparve con uno scoppietto. _ Molto bello, e anche rispondente, _ disse Giuliana. _ Sì, _ disse Giorgio: _ ma quello che imbarazza, in questo affare, è che non sai mai che nome dare alle sue creature. Sono sempre mal definibili. Miranda disse che era meglio così: sarebbe stato sgradevole trovarsi rappresentati da un mestolo, o da un piffero, o da una carota. Giorgio aggiunse che, pensandoci bene, non avrebbe potuto essere diversamente: _ Questi ... queste creature, insomma, non hanno nome perché sono individui, e dell' individuo non c' è scienza,cioè classificazione. Anche in loro,come in noi, l' esistenza precede l' essenza. La nuvola-Anna era piaciuta a tutti, ma non ad Anna medesima, che anzi era rimasta piuttosto male: _ A me non pare di essere trasparente così. Ma forse è perché stasera sono stanca e ho le idee confuse. Ugo fece nascere una sfera di legno nero levigato, che ad un più attento esame risultò costituita da una ventina di pezzi che si incastravano fra loro con esattezza; Ugo la smontò e non riuscì più a ricomporla. Ne fece un involtino e disse che avrebbe riprovato il giorno dopo, che era una domenica. Claudio è timido, ed acconsentì alla prova solo dopo molte insistenze. Dapprima, e ancora sul vassoio non si vedeva niente, si percepì nell' aria un odore famigliare ma inaspettato: lì per lì stentammo a definirlo, ma era indubbiamente un odore di cucina. Subito dopo si sentì uno sfrigolio, e il fondo del vassoio si coprì di un liquido che ribolliva e fumava; dal liquido emerse un poligono piatto e bigio che, al di là di ogni ragionevole dubbio, era una grossa costoletta alla milanese con contorno di patate fritte. Ci furono commenti stupiti, perché Claudio non è né un buongustaio né un uomo vorace, anzi, di lui e della sua famiglia noi siamo soliti dire che sono privi di apparato digerente. Claudio era arrossito, e si guardava intorno con imbarazzo. _ Come sei diventato rosso! _ esclamò Miranda, per il che Claudio divenne quasi viola; poi aggiunse, rivolta a noi: _ Macché simbolo e simbolo. Si vede benissimo che questo coso è uno screanzato, e ha voluto insultare Claudio: dire a uno che è una costoletta è insultarlo. Queste sono cose da prendere alla lettera, io lo sapevo che prima o poi ci sarebbe cascato. Alberto, io se fossi in te lo renderei a chi te l' ha regalato. Nel frattempo Claudio era riuscito a recuperare il fiato necessario per parlare, e disse che non era diventato rosso perché si sentisse insultato, ma per un altro motivo, talmente interessante che quasi quasi ce lo avrebbe raccontato, benché fosse un suo segreto che finora non aveva mai confessato a nessuno, neppure a Simonetta. Disse che lui aveva, non proprio un vizio o una perversione, ma insomma una singolarità. Disse che, fin da quando era ragazzo, le donne, tutte, gli sono lontane: non ne sente la vicinanza e l' attrazione, non le percepisce come creature di sangue e di carne, se non le ha vedute almeno una volta nell' atto di mangiare. Quando questo avviene, prova per loro una tenerezza intensa, e quasi sempre si innamora di loro. Era chiaro che lo psicofante aveva voluto alludere a questo:a suo parere, era uno strumento straordinario. _ Ti sei innamorato anche di me? _, chiese Adele con serietà. _ Sì, rispose Claudio:_ È successo quella sera che abbiamo cenato tutti a Pavarolo. C' era la fonduta coi tartufi. Anche Adele fu una sorpresa. Non appena ebbe posato il dito sul pulsante, si udì un "pop" netto, come quando salta il tappo di una bottiglia, e sul vassoio comparve una massa fulva, informe, tozza, vagamente conica, fatta di un materiale ruvido, friabile, arido al tatto. Era grossa come tutto il vassoio, anzi, sporgeva perfino un poco. Vi erano incastrate tre sfere bianche e grigie: ci accorgemmo subito che erano tre occhi, ma nessuno osò dirlo, né comunque commentare, perché Adele ha avuto un' esistenza irregolare, dolorosa e difficile. Adele rimase turbata: _ Io sono quella? _ chiese, e ci accorgemmo che i suoi occhi (quelli veri, voglio dire) si erano riempiti di lacrime. Henek cercò di venirle in aiuto: _ È impossibile che un apparecchio ti dica chi sei, perché tu non sei nulla. Tu, e tutti, mutiamo di anno in anno, di ora in ora. Poi: chi sei tu? quella che credi di essere? o quella che vorresti essere? o quella che gli altri ti credono? E quali altri? ognuno ti vede diversa, ognuno dà di te una versione sua personale. Miranda disse: _ A me questo arnese non piace, perché è un ficcanaso. Secondo me, interessa quello che uno fa, non quello che uno è. Uno è i suoi atti, passati e presenti:niente altro. A me invece l' apparecchio piaceva. Non mi importava se dicesse il vero o mentisse, ma traeva dal nulla, inventava: trovava, come un poeta. Misi la mano sulla piastra ed attesi senza diffidenza. Sul vassoio comparve un granello lucido, che si accrebbe a formare un cilindretto grosso quanto un ditale; continuò a crescere, e in breve raggiunse le dimensioni di un barattolo, ed allora si vide che era proprio un barattolo, e più precisamente un barattolo di vernice, litografato esternamente a righe di colori vivaci; tuttavia non pareva che contenesse vernice, perché a scuoterlo ticchettava. Mi incitarono ad aprirlo, e dentro c' erano diverse cose che allineai davanti a me sul tavolo. Un ago, una conchiglia, un anello di malachite, vari biglietti usati di tram, treni, vaporetti ed aerei, un compasso, un grillo morto e uno vivo, e un pezzetto di brace, che però si spense quasi subito.

Vizio di forma 1971