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Vizio di forma

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1971 - Categoria: letteratura

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Antonio Casella, essendo uno scrittore, sedette alla scrivania per scrivere. Meditò per dieci minuti; si alzò per andarsi a cercare una sigaretta, tornò a sedersi, e percepì uno spiffero noioso che veniva dalla finestra. Si dette da fare finché non l' ebbe localizzato e tappato con nastro adesivo, poi andò in cucina per scaldarsi un caffè, e bevendolo si rese conto che non scriveva perché non aveva niente da scrivere: la penna pesava come piombo, e il foglio bianco gli dava vertigine come un pozzo senza fondo. Gli dava nausea: era un rimprovero fatto materia, anzi, una derisione. Non scrivi, non mi scrivi, perché sei vuoto e bianco come me: non hai più idee di me, sei uno scrittore prosciugato, un ex, un uomo finito. Su, fatti sotto: sono qui, docile, disponibile, tuo servo. Se tu avessi un' idea, colerebbe da te a me facile come l' acqua, belle parole, importanti, giuste e in ordine; ma idee tu non ne hai, e quindi neanche parole, ed io foglio me ne resto bianco, ora e nei secoli dei secoli. Il campanello suonò, ed Antonio provò sollievo: chiunque fosse, era un' esenzione, un alibi. A quell' ora non aspettava nessuno, si trattava quindi quasi certamente di un seccatore, ma anche il più sanguinoso dei seccatori gli avrebbe reso servizio, si sarebbe interposto fra lui e il foglio, come un arbitro al break. Andò ad aprire: era un giovane magro, di media statura, vestito con ricercatezza, dallo sguardo vivace dietro gli occhiali: aveva in mano una busta di cuoio, e parlava con lieve accento straniero. _ Sono James Collins, _ disse: _ Ho piacere di conoscerla personalmente. _ In che cosa le posso essere utile? _ chiese Antonio. _ Forse non mi sono spiegato bene, o forse lei non ha inteso il mio nome: io sono James Collins, quello dei suoi racconti. In realtà, diversi anni prima, Antonio aveva pubblicato una fortunata raccolta di novelle il cui protagonista si chiamava James Collins: era un inventore, geniale ed un po' stravagante, che creava straordinarie macchine per conto di una società americana. Queste macchine, sempre oltre il limite del verosimile, ma di poco, davano luogo a vicende prima trionfali, poi catastrofiche, come sempre avviene nei racconti di fantascienza. Antonio si sentì sorpreso ed irritato. _ Ebbene? Ammettiamo pure che lei sia James Collins (e mi parrebbe opportuno che lei lo dimostrasse): ma che cosa vuole da me? In primo luogo, per sua stessa ammissione, lei non è che un personaggio, e non ha nessun diritto di interferire con le persone in carne ed ossa; in secondo luogo, lei ricorda benissimo che nell' ultimo racconto muore. Convengo che forse non è stato generoso da parte mia, che forse avrei potuto mostrare per lei un po' più di gratitudine: ma lei mi deve comprendere, tutti dobbiamo morire, personaggi e non, e del resto, combinato com' era quel racconto, non avevo nessun' altra maniera decente di concluderlo: lei doveva proprio morire, non avevo altra scelta. Qualsiasi altro finale avrebbe fatto pensare a un mezzuccio, a un artifizio per farla di nuovo saltare fuori in un' altra serie di racconti. _ Stia tranquillo, non ho alcun motivo di serbarle rancore. La questione è del tutto irrilevante: una volta che un personaggio è stato creato, e si è dimostrato vivo e vitale (come, per suo merito, è il caso mio), può morire o no nel libro, ma viene accolto nel Parco Nazionale, e ci sta finché il libro ha vita. Antonio, che frequentava occasionalmente gli ambienti dei premi letterari, di questa faccenda del Parco Nazionale aveva già sentito parlare, ma sempre in termini piuttosto vaghi. Incominciando a prevalere in lui la curiosità sull' irritazione, si decise a far entrare James dal corridoio nel suo studio, lo fece sedere e gli offerse un cognac. James gli disse che aveva ottenuto una breve licenza. Del Parco, raccontò che era bene attrezzato, in una zona collinosa e verdeggiante, dal clima mite: gli ospiti erano alloggiati in villini prefabbricati, a uno o due posti. Era proibita l' introduzione di veicoli meccanici, per cui ci si spostava soltanto a piedi o a cavallo: questo divieto era inteso a non mettere in condizioni d' inferiorità gli ospiti più antichi, quali ad esempio gli eroi omerici, che si sarebbero trovati a disagio al volante o in bicicletta. _ Non ci si sta male, così in generale, ma dipende molto da chi ci si ritrova attorno: perché, appunto, è disagevole fare lunghi spostamenti. Io, per mia disgrazia, abito vicino al Childe Harold, quello di Byron, che è un rompiscatole pieno di boria, e poco lontano abita Panurgo, che è meglio starne alla larga, per quanto sia molto simpatico. Del resto, quasi tutti i personaggi d' autore illustre tendono a darsi un mucchio d' importanza. Sa, ufficialmente si è tutti uguali, ma poi, di fatto, anche laggiù è una questione di protezione, e uno come me, per esempio ... insomma, scusi se glielo dico, il suo libro ha avuto un discreto successo, ma non lo si può mica paragonare al Don Chisciotte; ... e poi lei è ancora vivo ... a farla breve, noi personaggi moderni, specie se di autore vivente, siamo l' ultima ruota del carro. Ultimi alla distribuzione degli abiti e delle scarpe, ultimi all' assegnazione dei cavalli, ultimi alla coda della biblioteca, delle docce e della lavanderia ... via, ci vuole una gran pazienza. Si tratta di un inserimento abbastanza difficile. Io poi, come le sa meglio di me, ho una specializzazione precisa, un mestiere nel sangue, e il mio articolo lo conosco bene, ma laggiù che vuole che io faccia, tutto il santo giorno? Sì, giro da uno all' altro a vendere robetta che costruisco alla macchia, temperamatite, rasoi di sicurezza, forbicine per le unghie (proprio l' altra settimana ho venduto una borsa per l' acqua calda ad Agamennone); lo faccio così, per tenermi in esercizio, ma non c' è soddisfazione. Scrivo, anche, tanto per passare il tempo. Antonio lo stava osservando con attenzione: non appena gli riuscì d' interromperlo, disse: _ Lei ... le sembrerà strano, ma io non la vedevo mica così _. James rise di cuore: _ Oh bella! E come mi vedeva? _ Molto più alto, biondo, con i capelli tagliati a spazzola, abiti vistosi, e fumava la pipa senza interruzione. _ Mi rincresce: se mi voleva così, non aveva che da descrivermi così, a suo tempo; ma allora doveva farlo esplicitamente. Adesso i giochi sono fatti, e io sono quello che sono, che diamine; non si metta in testa di cambiarmi, che tanto, gliel' ho già detto, non potrebbe. Un personaggio è come un figlio, quando è nato, è nato. Se proprio ci tiene, inventi un altro personaggio, alto quanto le garba, con la pipa e tutto: se le riesce bene, parola d' onore, non sarò geloso, e vedrò io stesso che venga sistemato come si deve, nelle ultime villette costruite, che sono più spaziose ed asciutte. Lo tratterò come un fratello: ma James Collins lo lasci stare. Antonio accettò di buon grado questo invito alla responsabilità, e non ritornò sull' argomento: _ Come non detto. Quanto alla sua proposta, chissà che non venga a taglio: ma a proposito, se ho capito bene, allora lei gode di un certo credito, laggiù, di una certa autorità? È riuscito a farsi apprezzare, insomma, benché io ... ehm ... non sia ancora morto? _ Sì, in certa misura sì. Ma non è una questione di prestigio: è che mi so rendere utile. La manutenzione delle stufe, e dei focolari delle cucine, per esempio, la guardo io: prima ci pensava il Capitano Nemo, e prima ancora Gulliver, ma non hanno combinato che guai. Adesso tutto va liscio: non ci guadagno molto, ma mi sono reso indispensabile, e così, qualche modesto vantaggio per un collega potrei ottenerlo. A proposito, sa chi mi sono preso come aiutanti? Calibano e il mostro di Frankenstein. _ Ottimo! _ disse Antonio: _ gente robusta e fidata. _ Hanno imparato il mestiere in un attimo: uno fa il tubista, e l' altro lo stagnino. Ma non si faccia idee sbagliate: a cercare di darsi da fare siamo in pochi. Gli altri, per la maggior parte, essendo appunto personaggi, sono fissi in un atteggiamento, e perciò noiosi da morire: non fanno che dire o fare una cosa, una sola, sempre la stessa, quella che li ha resi celebri. Polonio predica al vento, Trimalcione si rimpinza (non è che le razioni siano tanto abbondanti, ma lui si arrangia, magari digiuna tre giorni per gozzovigliare il quarto), Tersite gracchia, e l' Innominato si converte una volta al giorno. Insomma, le giornate si trascinano così, in modo abbastanza prevedibile: se uno non sa prendersi qualche iniziativa, non è molto divertente. Però c' è la contropartita: non abbiamo quella vostra seccatura di dover morire, tutti, senza scampo, ricchi e poveri, nobili e plebei, illustri ed oscuri; e per di più, quasi sempre in modo poco poetico e molto scomodo. Laggiù è diverso: anche là c' è qualcuno che scompare, ma non c' è niente di macabro né di tragico; càpita quando un' opera cade nell' oblio, e allora, naturalmente, anche i suoi personaggi subiscono la stessa sorte; ma non è come quella vostra faccenda stupida e brutale, sempre inaspettata, sempre catastrofica. Da noi, quelli che muoiono (è successo di recente a Tartarino, poveretto) non è che muoiano proprio: no, perdono spessore e peso di giorno in giorno, diventano vani, trasparenti, leggeri come l' aria, sempre meno cospicui, fino a che nessuno si accorge più di loro, e tutto va come se non esistessero più. È accettabile, insomma: è uno scomparire pulito, asettico, senza dolore; un po' triste, ma finito in sé, commensurabile. _ Abbiamo anche un altro vantaggio. Da noi, esistono bensì matrimoni perpetui, per così dire conclamati, e per loro natura indissolubili (Fiordiligi e Brandimarte, Francesca e Paolo, Ilia e Alberto), ma è molto più frequente il caso che ci si cerchi un compagno o una compagna così, alla buona, per qualche mese o per due anni o per cento. È un' usanza simpatica, e anche molto pratica, perché le coppie male assortite si disfano subito; ma non pensi che sia facile fare previsioni. Accadono le combinazioni più incredibili: di recente, Clitennestra è andata ad abitare con lo sciagurato Egidio, e fin qui non c' è molto da eccepire, salvo la differenza di età che è stata variamente commentata; ma mi crederà se le dico che Ofelia si è stancata delle perplessità di Amleto e vive da vent' anni con Sandokan, e vanno benissimo d' accordo? O che Lord Jim, appena arrivato, si è immediatamente innamorato di Elettra, e sta con lei? Quanto a Hans Castorp, in questi mesi è lui il centro dei pettegolezzi dell' intero Parco: ha abbandonato la Signora Chauchat, con cui conviveva dal 1925, ha avuto una breve avventura con la Signora delle Camelie, e adesso si è accasato con Madonna Laura. Gli sono sempre piaciute le francesi. Antonio stava ad ascoltare, percorso da emozioni varie e discordi. Il racconto di James lo affascinava come una fiaba, e insieme risvegliava in lui un prepotente interesse professionale (a corto di idee com' era, questo Parco Nazionale avrebbe fatto una stupenda novella), e insieme ancora provava soddisfazione ed intimo compiacimento: quel James Collins era simpatico, era vivo al di là di ogni dubbio, parlava con precisione e coerenza, ed era pure opera sua, a dispetto di certe discrepanze nella figura fisica. Era lui che lo aveva tratto dal nulla, come un figlio, anzi, più di un figlio, perché di una moglie non aveva avuto bisogno: e adesso era lì davanti a lui, vicino e caldo, e gli parlava da pari a pari. Gli venne voglia di ricominciare subito, di rimettersi di buona lena a scrivere racconti, e di spararne giù altri a bizzeffe, altri dieci o venti o cinquanta personaggi, che poi venissero come James a tenergli compagnia, e a dargli conferma del suo vigore e della sua fecondità. Poi ricordò di non aver ancora formulato la domanda che gli frugava dentro fin dall' inizio della visita: ma non c' era da stupirsi, perché James aveva parlato quasi senza interruzioni, e non sembrava un tipo a cui fosse facile tagliare la parola in bocca. Gli versò da bere, e mentre beveva disse: _ Lei però non mi ha ancora raccontato perché è qui. Non dev' essere un avvenimento tanto frequente, che un personaggio esca dal Parco per venire a trovare il suo autore: io, di autori e di personaggi ho ormai una certa pratica, ma di un fatto del genere non avevo mai sentito parlare. James prese la cosa un po' alla lontana: _ Bisogna che prima le parli degli ambigeni. Se lei ci pensa, la nostra categoria non è poi così ben definita: ci sono molti casi in cui il soggetto è persona e personaggio insieme. Noi li chiamiamo ambigeni, e c' è una commissione che decide se devono essere ammessi al Parco o no. Prenda per esempio il caso di Orlando, sì, quello di Roncisvalle: è storicamente provata la sua esistenza reale, ma il personaggio prevale in tale misura sulla persona, che è stato accettato al Parco senza discussione. Lo stesso è avvenuto per Robinson Crusoe e per Fedone. Per san Pietro e per Riccardo I I I c' è stata qualche controversia; invece, per fortuna di tutti, Napoleone, Hitler e Stalin sono stati bocciati. _ È interessante, _ disse Antonio, _ ma non vedo ancora il rapporto fra la sua visita, il Parco, e questa storia degli ambigeni. _ Le spiego subito: è che ... lei è un ambigeno. _ Io? _ Lei, sì. L' ho reso ambigeno io. Ho scritto dei racconti (eccoli qui, in questa busta) che hanno lei come protagonista. Non per ritorsione, e neppure per gratitudine: semplicemente, laggiù ho molto tempo libero (tutte le sere: sa bene, là non c' è una grande vita notturna, non c' è neppure la luce elettrica), e lei mi interessava, la conoscevo bene, così ho scritto di lei. Spero che non le dispiaccia. _ Episodi veri? _ chiese Antonio deglutendo. _ Beh, sostanzialmente sì. Un po' arrotondati: lei che è del mestiere sa cosa intendo dire. Ecco qui: In crociera, Antonio e Matilde .... _ Un momento! Che cosa ci faccio, o, con questa Matilde? Io sono sposato, e lei lo sa, e sa anche che non ho mai avuto niente da spartire con nessuna Matilde, né prima del matrimonio né dopo. _ Ma, mi scusi, lei che cosa ha fatto con me? Non ha scritto tutto quello che ha voluto? _ Sicuro, ma io ... insomma, io esisto e lei no. Lei, l' ho creata io, dalla prima pagina all' ultima, mentre io ero vivo anche prima, e lo posso dimostrare. Basta una telefonata all' anagrafe. _ Non le sembra che esista anch' io? _ disse cinicamente James. _ Non vedo che cosa conti l' anagrafe, un polpettone di burocrati e di cartaccia: quello che conta, sono le testimonianze, e lei ne ha scritto un bel numero con le sue stesse mani, e, per comune consenso, sono valide. Le sarebbe disagevole dimostrare che James Collins non esiste, dopo di aver impiegato 500 pagine e due anni per dimostrare che esiste. Quanto poi a quella Matilde, sta tranquillo, non intendo farle del male né metterla in imbarazzo; anzi, è questa appunto una delle ragioni per cui sono qui: questi racconti glieli vorrei far leggere, così lei taglia quello che non le va. Ma non mi venga a dire che lei è libero di fare di me quello che vuole, e io di lei no: questo è un sofisma bello e buono. Io sono vincolato a fare di lei un personaggio coerente con la sua persona, ma lei anche lo era, una volta che mi ha concepito: ebbene, è sicuro, lei, della sua coerenza nei miei riguardi? Non le è mai nato il dubbio se le fosse lecito o no farmi morire in quel bel modo (sì, morfinomane in preda ad un accesso: non finga di averlo dimenticato), quando fino a metà del libro mi aveva descritto come un giovane sano, equilibrato e padrone di sé? Lei aveva tutti i diritti di farmi morire per droga, ma allora ci doveva pensare prima, scusi se glielo dico così apertamente: e se proprio le premeva liberarsi di me, poteva farmi morire in dieci altri modi meno arbitrari. Tutto questo non per polemizzare, ma per convincerla che siamo pari. _ In conclusione: qui ci sono i manoscritti, se gli vuole dare un' occhiata. Come ho cercato di dimostrarle, non sarei tenuto a sottoporglieli, ma lo faccio ugualmente, per sua tranquillità e perché tengo al suo giudizio: se c' è da tagliare, taglierò. Ho avuto per questo una licenza di tre giorni più due: non la dànno che in casi rari, per esempio a personaggi che hanno subìto dai loro autori offese gravi, e intendono chiedergliene conto. Ma, per quanto ne so, il mio caso è unico: benché molti scrivano, laggiù, a nessuno era ancora venuto in mente di scrivere sul proprio autore. _ Devo leggerli qui, in sua presenza? _ chiese Antonio preoccupato. _ Sì, preferirei. Non sono lunghi, in tre orette se la cava. Sa, ho fretta di avere un suo giudizio, e ho poco tempo: poi vorrei chiedere un appuntamento al suo editore. Urtato dall' improntitudine di quest' ultima frase, Antonio diede inizio alla lettura, mentre l' altro beveva, fumava e scrutava sul suo viso le tracce di un' opinione. Si accorse fin dalle prime pagine che quei racconti erano deboli, e ne trasse sollievo, perché non aveva voglia di finire nel Parco. No, non c' era alcun pericolo: che James Collins lo definisse pure un ambigeno, ma non c' era confronto fra la pienezza della sua vita vera e le favole confuse ed inconsistenti che James gli aveva costruite intorno. Nessuna commissione avrebbe esitato: oltre a tutto, poi, un personaggio come quello, non che diventare immortale, sarebbe svanito nel giro di una stagione editoriale. Lesse tutti i racconti, confermandosi nel suo giudizio iniziale; poi li rese a James, e gli disse apertamente quello che pensava. _ Io le consiglierei di non continuare a scrivere. Ha un altro mestiere, non è vero? Ebbene, le darà di certo più soddisfazioni di questo. Non lo dico per me, né per l' altro Antonio che lei ha cercato di costruire: lo dico per lei. Lei è un inventore: bene, abbandoni le ambizioni letterarie e faccia l' inventore. Vada pure dall' editore, se crede, ma vedrà che le dice quello che le ho detto io. James ci rimase molto male. Raccattò i manoscritti, salutò seccamente e se ne andò. Questo episodio segnò un punto cruciale nella carriera di Antonio Casella. Non subito, ma molti anni dopo, quando già i capelli gli si erano fatti bianchi, e i fogli davanti a lui sempre più si ostinavano a rimanere bianchi come i suoi capelli, le sue opinioni e le sue aspirazioni si fecero diverse. Incominciò a pensare che un posto nel Parco, specie se unito ad una ragionevole speranza di immortalità, non gli sarebbe dispiaciuto: ma sapeva bene che, per questo scopo, non poteva contare sui suoi confratelli, e tanto meno sui suoi personaggi. Perciò concepì l' idea di fare da sé: di scrivere la propria autobiografia, e di scriverla così ricca, viva e colorata da estinguere ogni dubbio della commissione. Chiamò a raccolta tutte le sue forze, e si accinse al lavoro. Lavorò per tre anni, senza gioia, ma con diligenza e tenacia: si dipinse volta a volta audace e cauto, intraprendente e sognatore, arguto e malinconico, magnanimo ed astuto; accumulò insomma nel suo altro io tutte le virtù che non aveva saputo costruire dentro di sé nella sua vita reale. Creò un mondo più vero del vero, al cui centro stava lui, soggetto di avventure splendide, spesso e intensamente sognate, mai osate; pagina su pagina, pietra su pietra, si murò intorno un edificio armonioso e solido, fatto di viaggi, di amori, di combattimenti e di scoperte: una vita piena e molteplice, quale nessun uomo aveva mai vissuta. Limò, corresse, aggiunse e filtrò per altri sei mesi, finché non si sentì intimamente contento, e sicuro di ogni foglio e di ogni parola. Non erano passate due settimane dal giorno in cui aveva consegnato il manoscritto all' editore, quando si presentarono alla sua porta due funzionari del Parco. Portavano un berretto di foggia quasi militare, e vestivano una uniforme grigia, elegante e sobria. Erano gentili, ma avevano fretta: non concessero ad Antonio che pochi minuti per dare sesto alle sue cose, poi lo presero con loro e lo portarono via.

Le nostre belle specificazioni

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