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Vizio di forma

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1971 - Categoria: letteratura

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Vilmy

Non ero mai entrato in un appartamento della vecchia Londra: avevo incontrato diverse volte Paul Morris in Italia, l' ultima volta ad un congresso di biochimica, e diversi anni prima (quando non era ancora sposato) in un costosissimo albergo sul Lago Maggiore. Mi aspettavo che la sua abitazione fosse arredata con ricchezza e buon gusto, e così era, infatti: buoni mobili Adam e Hepplewhite, pochi quadri scelti alle pareti, molti tappeti, tendaggi e arazzi, una illuminazione discreta e riposante. I toni dominanti erano il verde-grigio, l' avorio e il lavanda: i doppi vetri escludevano il fragore e l' aria torbida di St James Square. Paul, che è ormai prossimo ai cinquanta, mi apparve dimagrito e incanutito. Mi presentò Virginia, sua moglie: è di origine ungherese, non bella, ma colta e raffinata, e di almeno venticinque anni più giovane di lui. Virginia parla molte lingue, anche l' italiano, e non esiste argomento su cui non sappia discorrere con elegante disinvoltura. Mi stava raccontando le vicende di una sua lontana parente, che pare giri il mondo come esperta dell' Unesco, quando vidi alle sue spalle spostarsi silenziosamente una tenda. Il silenzio, devo dire, è un elemento dominante in casa Morris: non solo non vi penetrano i rumori esterni, ma quelli interni sono attutiti, e si ha anzi l' impressione di non riuscire a produrne, né con la voce né altrimenti: si prova ritegno a parlare ad alta voce, come in una chiesa o in una camera mortuaria. La tenda si allontanò dal muro, ricadde tacitamente, e ne uscì un grazioso animale che a prima vista scambiai per un setter: ma quando si avvicinò a Virginia vidi dall' andatura che non era un cane. I cani è raro che camminino composti: sono troppo vivaci e curiosi, o si guardano attorno, o muovono la coda, o corrono, o dimenano i fianchi. Poi, è difficile che non producano strepito con gli unghioli sul pavimento, e anche più difficile che ignorino un estraneo. Invece quella creatura, che era coperta di un lucido pelame nero, si muoveva con la grazia sciolta e tacita dei felini: stranamente, teneva lo sguardo fisso su Paul e il muso puntato nella sua direzione, ma si diresse quieta verso Virginia; nonostante la sua mole (doveva pesare almeno otto chili) le balzò leggera sulle ginocchia e vi si sdraiò. Solo allora sembrò accorgersi della mia presenza: mi lanciava a intervalli brevi occhiate interrogative. Aveva grandi occhi celesti dalle lunghe ciglia, orecchie appuntite e mobili, quasi diafane, che terminavano in due curiosi ciuffetti di pelo chiaro, e una lunga coda glabra, di un rosa livido. Notai che Virginia non si era mossa, né per accettare l' animale, né per respingerlo. _ Non ne avevi mai visti? _ mi chiese Paul, a cui non era sfuggito il mio interessamento. _ No, _ risposi: _ solo una volta diversi anni fa, alla televisione _. Avevo subito immaginato che fosse un vilmy: proprio in quei mesi se ne era riparlato sui giornali per via dello scandalo di Lord Keith Lothian, ed anzi erano stati oggetto di una nuova interpellanza in Parlamento, ma a quell' epoca non ne erano state importate che qualche decina di coppie. _ Si chiama Lore, _ disse Paul, _ e le vogliamo molto bene: sai, noi non abbiamo bambini. _ Una femmina? _ chiesi: e subito colsi una rapida e dura occhiata di Virginia al marito. _ Sì, _ rispose Paul: _ sono più affettuose. Questa è tanto cara, discreta, docile: peccato che vada per i nove anni, sono come settanta dei nostri. _ Non la fai accoppiare? _ Non è tanto facile, _ disse Morris nascondendo male un certo imbarazzo. _ Non esiste un maschio nero in tutto il Regno Unito: mi sono informato, il più vicino è a Montecarlo, ma per quello lei è già vecchia, poverina. Lui la rifiuterebbe quasi di sicuro. _ Ma allora, per il latte .... _ Non hanno mica bisogno di essere fecondate, non lo sa? È un caso unico fra i mammiferi: basta nutrirle bene, e mungerle con regolarità. Ne dànno poco, si capisce. _ Forse è una fortuna, _ disse inaspettatamente Virginia. Come si ricorderà, del latte di vilmy si è fatto poi un gran parlare, ma a quel tempo nessuno aveva ancora le idee molto precise. Paul mi spiegò che tutte le dicerie su di un preteso potere allucinogeno del latte erano senza alcun fondamento: non era neppure un afrodisiaco, come pretendevano molti che non l' avevano mai provato o si erano lasciati suggestionare. Così pure, erano tutte fandonie le storie che si raccontavano sulla sua tossicità a lunga scadenza, sulla perdita della memoria, sulla senilità precoce degli "addicts" e così via. _ La verità è una sola, _ mi disse, _ ed è molto semplice. Il latte di tutti i mammiferi contiene minime quantità di N-feniltocina, ed è a questa sostanza che i neonati devono la fissazione affettiva nei confronti della madre, o della femmina che li allatta. Nella maggior parte degli animali, la sua concentrazione è bassa, e l' effetto si estingue pochi mesi dopo il parto. Nell' uomo è più alta, e il rapporto affettivo verso la madre dura molti anni; nel vilmy è altissima, venti volte più che nel latte umano. Perciò, non solo i cuccioli sono legati alla madre da un vincolo quasi patologico, ma chiunque beve quel latte ne risente l' effetto, e cambia vita. A queste parole, non so se in ossequio all' usanza britannica, o se perché sentisse la conversazione prendere una piega delicata, Virginia si alzò, mi salutò, baciò Paul e si ritirò. Pochi istanti dopo, come se si destasse da un sogno, Lore levò il capo, fissò a lungo Morris, poi balzò a terra dalla sedia, gli si accostò e prese a strofinargli affettuosamente il muso sulla coscia. Notai allora per la prima volta la curiosa mobilità del muso di questi animali: di umano non ha che ben poco, eppure è interpretabile in ogni momento in termini di smorfia umana, volta a volta ironica, annoiata, attenta, affettuosa, ridente, ostile; ma sempre languida, intensa, e con un tocco di astuzia volpina. _ E tu ... l' hai assaggiato? _ chiesi a Paul, abbassando involontariamente la voce. Paul non rispose direttamente: _ Sono animali incredibili, _ mormorò: _ Lo vedi, ricambiano, o mostrano di ricambiare. Insomma, non provare, non lascarti tentare: è un errore, un errore che si paga caro. _ Non mi sento tentato: davvero, neanche un poco. Tu perché lo hai fatto? _ Perché ... no, senza un perché: per desiderio di novità, per curiosità, per noia, per ... insomma, in un momento in cui con Virginia non andavo d' accordo per via di una certa faccenda, e lei aveva ragione, ma io non le volevo dare ragione, e volevo invece farle un dispetto. Forse volevo solo ingelosirla. In ogni modo l' ho assaggiato, questo è un fatto, e i fatti non si cambiano più: due anni fa, e sono diventato un altro. _ È così potente? Basta una volta sola? _ No, ma è una catena. Bevi una volta, e ti incateni: diventi teso, inquieto, febbrile, e sai che troverai la pace solo con la presenza di ... dell' animale, della sorgente. Solo a quella ti puoi dissetare. E lei, loro, sono diabolici: sono corrotti, e buoni a corrompere. Capiscono poche cose, ma questa la capiscono bene, come si seduce un essere umano. Ti leggono il desiderio negli occhi, o non so dove altro, e ti girano intorno, ti si strusciano addosso, e il veleno è lì, tutto il giorno e tutta la notte, ti viene offerto in permanenza, a domicilio, gratis. Hai solo da tendere le mani e le labbra. Le tendi, bevi, e il cerchio si chiude, e sei in trappola, per tutti gli anni che ti restano, che non possono essere tanti. Lore trasalì, si avvicinò alla tenda e si arrampicò su questa fino all' altezza della pendola massiccia che stava nell' angolo: mi accorsi che le sue zampe terminavano in quattro rozze manine dal pollice opponibile, brune sopra, rosee all' interno. Dalla tenda balzò sulla pendola, vi si accucciò sopra, e rimase intenta ad ascoltare il lento ticchettio. _ Sono affascinati dagli orologi, _ disse Paul: _ non so perché. Anche quella che avevo prima .... _ Non è la prima, questa? _ No. Non è qui che è successo: eravamo in viaggio, a Beirut. C' era in albergo uno, non so chi fosse, anche perché eravamo ubriachi tutti e due; aveva una vilmy con sé, era graziosa, bionda, ed era la prima che vedevo. Io, come ti ho detto, avevo appena litigato con Virginia, e lui sogghignava come se lo avesse capito, e mi offrì il latte, e io lo accettai. Non sapevo quello che facevo: ma me ne accorsi la mattina dopo. Rincorsi lo sconosciuto per tutte le vie della città, lo trovai, e gli offersi una cifra folle per avere l' animale, lui mi derise, e facemmo a pugni, e avresti dovuto vedere quella: stava accucciata e muoveva la coda e rideva, sì, perché ridono, non come noi, al loro modo, ma ridono, ed è un riso che fa bollire il sangue nelle vene. _ Ne avevo date più che prese, ma mi sentivo malconcio, e in graticola. Sognavo di quella vilmy, tutte le notti. Devo dirti: non è come per una donna. È una voglia pesante, brutale e idiota; e senza speranza, perché con una donna parli, almeno dentro di te: anche se è lontana, se non è tua o non lo è più, speri almeno di parlarle, speri in un amore, in un ritorno; può essere una speranza vana ma non è insensata, ha una soddisfazione pensabile. Questa invece no, è un desiderio che ti danna perché non ha soddisfazione: non la puoi nemmeno trovare nella tua fantasia; è desiderio e basta, senza fine. Il latte è gradevole, è dolce, ma lo trangugi e poi sei come prima. E anche la loro presenza, toccarle, accarezzarle, è nulla, meno che nulla, un aguzzarsi del desiderio, nient' altro. _ Virginia non conosceva i fatti, ma capiva che qualcosa non andava: così tornò a Londra, e io rimasi a girare intorno a quell' altro perché mi vendesse l' animale; lui non voleva, o meglio non poteva, era schiavo come me. Ma io insistevo, tutte le volte che lo potevo avvicinare, e mi sentivo un verme, e gli avrei lustrato le scarpe. Un giorno partì, senza lasciare indirizzo. Io allora pensai che, se proprio non potevo avere quella, un' altra sarebbe stata meglio che niente. Andai al sukh e ne trovai una: un giovane, dall' aspetto macilento e dalla faccia impassibile, la teneva al guinzaglio e la faceva ballare, nel fondo semibuio di un vicolo cieco. Era magra e spelacchiata, ma aveva le mammelle gonfie, era giovane e costava poco. Chiesi un campione di latte: ci appartammo in un sottoscala e il venditore lo munse lì per lì e me lo offerse. Mi parve di sentire l' effetto, perché subito dopo mi accorsi che gli occhi dell' animale erano belli e profondi, cosa che prima non avevo notata; lo comperai e lo portai qui. Era un demonio: non sopportava la clausura, la sua casa erano i tetti, non questa. Non c' era modo di averla vicina, a chiuderla dentro diventava una furia, mordeva, graffiava e si nascondeva sotto i mobili; dopo qualche settimana fu peggio, perché imparò a rifiutare il latte. Cercai invano di farle violenza, la frustai, e lei scomparve. Paul schioccò le dita, e Lore levò il muso attenta: balzò dalla pendola sul divano, da questo a terra, poi gli si accucciò ai piedi con un piccolo squittio soddisfatto. _ Questa, appunto, è la terza. L' ho comprata qui a Soho, a un' asta pubblica, per 400 sterline: un bel prezzo, no? Apparteneva ad un giamaicano che era morto per lei, ma l' ho saputo solo più tardi. È vecchia, come ti ho detto, e se non la si contraria è abbastanza tranquilla: se però vuoi qualcosa che lei non vuole, non è che rifiuti il latte come quell' altra, ma le si secca, e devi stare senza; ora, nessuno mi toglie dal capo che è lei a volerlo, per ricattarmi, per avermi. E ci riesce, sicuro; forse non è capace di intendere, ma di volere sì, oh sì: mangiare certe cose e non altre, a certe ore e non ad altre, che io inviti certi amici e altri no ... no, tu, a Dio piacendo, sembra che le vai a genio: speriamo che duri .... _ Ma Virginia? .... _ È una donna savia. Il latte, lo ha sempre rifiutato. Sa che la amo quanto prima, che questa è un' altra cosa, come se uno si lasciasse prendere dall' alcool o dalla morfina. Mi tratta come un malato o come un bambino: e lo sono, infatti; anzi, a propriamente parlare sono un lattante, che frigna quando ha fame. E questa qui ha nove anni, è una vecchia, e il solo pensiero che muoia o si esaurisca mi dà le vertigini. La vilmy mi si avvicinò, soffiando dal nasino roseo, poi prese a strofinare la nuca e il collo contro il mio polpaccio, come per accarezzarsi da sola: a dire il vero, non mi sembrava vecchia per niente. Abbassai una mano per renderle la carezza, ma colsi un rapido sguardo da parte di Paul e mi trattenni; anzi, quando Lore si alzò sulle zampe posteriori per salirmi in grembo, salutai Paul con una vaga frase di circostanza ed uscii in strada. La nebbia era fredda, fitta e giallastra, ma mi parve profumata, e la respirai con voluttà fino in fondo ai polmoni.

Vizio di forma 1971