Vizio di forma
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1971 - Categoria: letteratura
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Lumini rossi
Il suo era un lavoro tranquillo: doveva stare otto ore al giorno in una camera buia, in cui a intervalli irregolari si accendevano i lumini rossi delle lampade spia. Che cosa significassero, non lo sapeva, non faceva parte delle sue mansioni. Ad ogni accensione doveva reagire premendo certi bottoni, ma neppure di questi conosceva il significato: tuttavia il suo non era un compito meccanico, i bottoni li doveva scegliere lui, rapidamente, e in base a criteri complessi, che variavano da giorno a giorno, e dipendevano inoltre dall' ordine e dal ritmo con cui le lampadine si accendevano. Insomma, non era un lavoro stupido: era un lavoro che si poteva fare bene oppure male, qualche volta era anche abbastanza interessante, uno di quei lavori che dànno occasione di compiacersi della propria prontezza, della propria inventiva e della propria logica. Però, del risultato ultimo delle sue azioni non aveva un' idea precisa: sapeva soltanto che di camere buie ce n' erano un centinaio, e che tutti i dati decisionali convergevano da qualche parte, in una centrale di smistamento. Sapeva anche che in qualche modo il suo lavoro veniva giudicato, ma non sapeva se isolatamente o in cumulo col lavoro di altri: quando suonava la sirena si accendevano altre lampadine rosse, sull' architrave della porta, e il loro numero era un giudizio e un consuntivo. Spesso se ne accendevano sette od otto: una volta sola se ne erano accese dieci, mai se ne erano accese meno di cinque, perciò aveva l' impressione che le sue cose non andassero troppo male. Suonò la sirena, si accesero sette lampadine. Uscì, si fermò un minuto in corridoio per abituare gli occhi alla luce, poi scese in strada, raggiunse l' auto e mise in moto. Il traffico era già molto intenso, e stentò ad inserirsi nella corrente che percorreva il viale. Freno, frizione, dentro la prima. Acceleratore, frizione, seconda, acceleratore, freno, prima, freno ancora, il semaforo è rosso. Sono quaranta secondi e sembrano quarant' anni, chissà perché: non c' è tempo più lungo di quello che si passa ai semafori. Non aveva altra speranza né altro desiderio che quello di arrivare a casa. Dieci semafori, venti. Ad ognuno, una coda sempre più lunga, lunga tre rossi, lunga cinque rossi; poi un po' meglio, il traffico più fluido della periferia opposta. Guardare nello specchietto, far fronte alla breve piccola ira e alla fretta maligna di quello che ti sta dietro e vorrebbe che tu non ci fossi, lampeggiatore di sinistra, quando volti a sinistra ti senti sempre un po' colpevole. Voltare a sinistra, con precauzione: ecco il portone, ecco un posto libero, frizione, freno, chiavetta, freno a mano, antifurto, per oggi è finita. Splende il lumino rosso dell' ascensore: aspettare che sia libero. Si spegne: premere il bottone, il lumino si riaccende, aspettare che sia disceso. Aspettare per metà del tempo libero: è tempo libero, questo? Alla fine si accesero nell' ordine giusto i lumi del terzo, del secondo e del primo piano, si lesse PRESENTE e la porta si aprì. Di nuovo lumini rossi, primo, secondo, fino al nono piano, ci siamo. Premette il pulsante del campanello, qui non c' è da aspettare: aspettò poco, infatti, si udì la voce pacata di Maria dire "vengo", i suoi passi, poi la porta si aprì. Non si stupì di vedere accesa la lampadina rossa fra le clavicole di Maria: era accesa già da sei giorni, e c' era da attendersi che brillasse della sua luce melanconica per qualche giorno ancora. A Luigi sarebbe piaciuto che Maria la nascondesse, la incappucciasse in qualche modo; Maria diceva di sì ma spesso se ne dimenticava, specialmente in casa;o altre volte la nascondeva male, e la si vedeva luccicare sotto il foulard, o di notte attraverso le lenzuola, che era la cosa più triste. Forse, sotto sotto, e senza confessarlo neppure a se stessa, aveva paura delle ispezioni. Si studiò di non guardare la lampadina, anzi, di dimenticarla: in fondo, chiedeva anche altro a Maria, molto altro. Cercò di parlarle del suo lavoro, di come aveva passato la giornata; le chiese di lei, delle sue ore di solitudine, ma la conversazione non diventava viva, guizzava un momento e poi si spegneva, come un fuoco di legna umida. La lampadina invece no: splendeva ferma e costante, il più pesante dei divieti perché era lì, in casa loro e di tutti, minuscola eppure salda come una muraglia, in tutti i giorni fecondi, fra ogni coppia di coniugi che avesse già due figli. Luigi tacque a lungo, poi disse: _ Io ... io vado a prendere il cacciavite. _ No, _ disse Maria, _ lo sai che non si riesce, rimane sempre una traccia. E poi ... e se poi nascesse un bambino? Ne abbiamo già due, non sai quanto ce lo tasserebbero? Era chiaro che, ancora una volta, non sarebbero stati capaci di parlare d' altro. Maria disse: _ Sai la Mancuso? Ricordi, no? la signora qui sotto, quella così elegante, del settimo piano. Ebbene, ha fatto domanda di cambiare il modello di Stato con il nuovo 520 IBM: dice che è tutta un' altra cosa. _ Ma costa un occhio della testa, e poi il conto è lo stesso. _ Certo, ma non ti accorgi neppure di averlo indosso, e le pile durano un anno. Poi mi ha anche detto che in Parlamento c' è una sottocommissione che sta discutendo un modello per uomini. _ Che stupidaggine! Gli uomini avrebbero la luce rossa sempre. _ Eh no, non è così semplice. Chi guida è sempre la donna, e anche lei porta la lampadina, ma il dispositivo di blocco lo porta anche l' uomo. C' è un trasmettitore, la moglie trasmette e il marito riceve, e nei giorni rossi resta bloccato. In fondo mi pare giusto: mi pare molto più morale. Luigi si sentì improvvisamente sommergere dalla stanchezza. Baciò Maria, la lasciò davanti al televisore ed andò a coricarsi. Non stentò a prendere sonno, ma si svegliò al mattino assai prima che si accendesse la spia rossa della sveglia silenziosa. Si alzò, e soltanto allora, nella camera buia, notò che la lampada di Maria si era spenta: ma era ormai troppo tardi, e gli rincresceva svegliarla. Passò in rassegna la spia rossa dello scaldabagno, quella del rasoio elettrico, del tostapane e della serratura di sicurezza; poi scese in strada, entrò nell' auto, ed assistette all' accendersi delle spie rosse della dinamo e del freno a mano. Azionò il lampeggiatore di sinistra, il quale significava che incominciava una nuova giornata. Si avviò verso il lavoro, e strada facendo calcolò che le lampade rosse di una sua giornata erano in media duecento: settantamila in un anno, tre milioni e mezzo in cinquant' anni di vita attiva. Allora gli parve che la calotta cranica gli si indurisse, come se ricoperta da un' enorme callosità adatta a percuotere contro i muri, quasi un corno di rinoceronte, ma più patto e più ottuso.
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