La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Un mio amico in vena di paradossi, forse ricordando la tripartizione del "19.4" di Orwell, aveva un tempo proposto di dividere il mondo abitato in tre sole regioni: a Terronia, estesa a sud dal Po fino al Capo Horn e al Capo di Buona Speranza, e ad est fino al Gange; la Plufonia (da Plufer, che in piemontese vale "Tedesco"), delimitata a sud dai Pirenei, dalle Alpi e dall' Himalaya, a ovest dall' Atlantico, a nord dalla banchisa polare e a est dal Pacifico; e il Piemonte, collegato alle Isole Britanniche mediante un lungo istmo dai contorni incerti, che comunque tagliava fuori Parigi. Restava indefinita la collocazione degli Stati Uniti, probabilmente zona promiscua, o comprendente un punto di triconfine. Il gemellaggio fra piemontesi e inglesi si fondava su dati storici e antropologici. La tradizionale amicizia fra le monarchie savoiarda e britannica. Il comune spirito d' impresa. L' efficienza militare. L' amore per il lavoro ben fatto, per la legge e per l' ordine. Il rifiuto dell' esibizione, dell' astratto, del monumentale, della retorica e dell' apparenza. La scarsa propensione per la musica, e in specie per il bel canto. Il rispetto dei diritti dell' uomo. La durezza della lotta di classe. Per carità del natio loco, mi astengo dall' andare a spulciare quante di queste qualità sopravvivano e quante siano state spazzate via dal tempo e dalle massicce migrazioni interne. Per insufficiente competenza mi astengo altresì dall' entrare nella curiosa polemica sulla Messa in piemontese; mi limiterei a notare che il linguaggio liturgico è altamente specifico, che per lo stesso motivo scrivere un trattato di anatomia in dialetto mi sembrerebbe un' impresa assurda e disperata, e che invece vedrei con favore, nel mio piemontese, un testo sulla coltivazione dei peperoni o un manuale sui trattamenti termici dei metalli. Il mio piemontese, ho detto. Amo infatti questo dialetto, che pure non contiene il verbo "amare"; mi duole vederlo deperire, ammiro chi se ne serve tuttora con naturalezza ed eleganza, ma sono talmente insicuro della mia pronuncia, e del mio lessico pieno di italianismi, che non oso parlarlo in pubblico: in specie dopo un mio vergognoso fallimento presso "La Famija Turineisa", dove il dialetto è d' obbligo. So bene che non è né più né meno nobile degli altri dialetti italiani, tutti destinati a una rapida estinzione davanti all' italiano esangue della televisione; ma è il mio, quello della mia infanzia, che mio padre usava con mia madre e mia madre con i bottegai; lo parlava perfino, a sfida dei programmi scolastici fascisti, la mia virginea maestrina delle elementari, morta centenaria pochi anni fa. Prima che sia troppo tardi, vorrei dirne le lodi e ricordarne alcune peculiarità, che appunto lo apparentano con la ben più illustre lingua inglese. Certo già altri lo avranno fatto, e con maggior competenza; ma pochi hanno avuto per mano una grammatica piemontese, mentre questo giornale va sotto gli occhi di molti. Noi non abbiamo mai accettato la desinenza barocca -issimo del superlativo latino e italiano. Non ne abbiamo bisogno: ne abbiamo talmente poco bisogno che non abbiamo neppure un equivalente rigoroso dell' italiano molto (abbiamo sì un mutubìn, ma goffo e in disuso). Quando proprio non ne possiamo fare a meno, ricorriamo a comparazioni, alcune stereotipe, altre da coniarsi sull' occasione. Non possiamo, e non vogliamo, dire che una ragazza è bellissima: diciamo che è bella come una (sic) fiore, che un vecchio è vecchio come il cucco, e che una medicina è grama come il tossico. A proposito del fiore: non so se qualche grammatico abbia notato come questo sostantivo, insieme con pochi altri, da maschile diventi femminile nei pochi casi in cui occorre l' enfasi. Si dice, appunto, il fiore del pesco, ma "bella come una fiore"; il caldo del forno, ma una caldo da morire; il freddo dell' acqua sorgiva, ma una freddo della forca. Neppure ci piace la rotonda desinenza avverbiale in _mente che agli italiani propriamente detti sembra indispensabile come l' aria che si respira. Ne facciamo a meno benissimo, surrogando con graziose iperboli o perifrasi: provate a tradurre in piemontese "ti amo appassionatamente", e otterrete un dettato equivalente pressappoco a "ti voglio bene come un folle". Forse si tratta qui di un latente disamore per le desinenze e per le flessioni, quello stesso che, appunto, è vistoso in inglese, e che affiora nel prevalere delle forme verbali composte rispetto a quelle semplici. È nota la nostra ripugnanza per il passato remoto, che tuttavia esisteva qualche secolo fa. E facile prevedere che anche il futuro non avrà vita lunga (sempre che non muoia il dialetto prima); in Piemonte già oggi si preferisce dire andiamo poi in luogo di andremo, domani ha da piovere invece che domani pioverà. Come l' inglese, tendiamo alla semplificazione. Abbiamo accettato un segna-plurale per la maggior parte dei sostantivi femminili, ma non ne sentiamo il bisogno per quelli maschili (con la sola eccezione, se non sbaglio, di quelli che terminano in -l, come bindel, fettuccia). Lo stesso, beninteso, fanno i francesi, che però hanno ipocritamente conservato la desinenza in -s nella lingua scritta. È quindi una fortuna che il piemontese, nei secoli passati, sia stato scritto così poco; altrimenti, chissà quanti inutili fossili linguistici conserverebbe nella sua grafia ufficiale. In effetti, il segna-plurale è solo una fra le molte misteriose ridondanze che abbiamo ereditate dall' indoeuropeo: la frase "i brutti cani rognosi abbaiano" ripete cinque volte l' indicazione che i cani sono più di uno; se riuscite a tradurla in piemontese (o in inglese), vedrete che le ripetizioni si riducono a due. A proposito di concisione, vorrei esprimere qui la mia gratitudine al piemontese per il termine madamìn. Oltre che grazioso, è economico: come è noto, viene a dire "sposa la cui suocera è vivente"; ora, condensare sei parole in una è opera meritoria. Tre in una ne condensò la mia personale "bionda Maria" di Val Sangone, allora cinquenne: "Sgnacàla", "l' ho schiacciata", mi aveva detto col suo etereo sorriso d' angelo ancora implume, indicando sul pavimento in terra battuta della cantina una stria nerastra che pochi istanti prima era stata una "boia", un innocuo porcellino di terra. E qui prego il lettore di notare l' agglutinazione del pronome personale enclitico con il participio passato: fra le cento parlate neolatine, credo che la nostra sia l' unica ad ammettere (anzi a prescrivere) questa svelta singolarità, insieme con l' elisione del verbo ausiliare. Sia detto di passata, a differenza da Giosuè Carducci, non ho rimpianti. Ho fatto bene a non sposare la ragazza, come allora ardentemente desideravo, perché l' ho rivista trent' anni dopo, già grigia, incattivita, appollaiata dietro il banco della sua minuscola merceria.
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