La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Cercando altro, ho aperto a caso il dizionario Oxford nella sua versione "concisa", e mi è caduta sott' occhio la voce "peroxide", perossido. Le mie viscere di chimico emerito hanno dato lievi segni di reazione, e mi sono soffermato sul testo. Dà la definizione tecnica del termine; dice che nel linguaggio comune esso si riferisce esclusivamente al perossido d' idrogeno, cioè all' acqua ossigenata; poi si legge: "Bionda al perossido (di norma in senso spregiativo): donna coi capelli schiariti così". Deploro qui, di passata, il maschilismo della definizione: ci sono, e ci sono sempre stati, anche uomini "schiariti così". In effetti, anche l' equivalente italiano, "bionda ossigenata", contiene una connotazione negativa. È una non-bionda che si finge bionda, mentre probabilmente è ormai canuta; è una persona che desidera farsi notare, perché il biondo-perossido è vistoso, non confondibile col biondo naturale; e che inoltre fa male i suoi conti, perché i capelli ossigenati sono giallastri, opachi e fragili. Invece, in tutti gli altri contesti, i termini "ossigenato" e "ossigeno" sono decisamente positivi. Si usa dire che è (beneficamente) ossigenata l' aria di montagna: non è vero, è benefica per altri validi motivi, ma contiene meno ossigeno per litro dell' aria di pianura. L' ossigeno viene sentito come elemento vitale. Lo è, e infatti lo si somministra, con le dovute cautele, ai moribondi, ma se respirato puro è nocivo entro poche ore; se poi viene a contatto con segatura, trucioli, metalli in polvere, può scatenare grossi guai. Questa ambivalenza emotiva è un fenomeno vasto. La nostra innata tendenza a semplificare ha dato luogo a innumerevoli altri casi in cui una sostanza o una qualità sono "buone" in un determinato luogo, tempo o contesto, e "cattive" in altri. Il venditore vi dirà, con lo stesso entusiasmo professionale, che una vernice è buona perché è sintetica, e che una fibra o un farmaco sono buoni perché sono naturali. Non credo che esista un aggettivo più biforcuto che "sintetico". Per i critici letterari è laudativo, equivalendo a denso e conciso. Per gli ecologisti improvvisati è sinonimo di vietato, nocivo, frodolento; eppure non credo che rifiutino l' aspirina, forse perché questo medicamento, disperatamente sintetico, è tale da più di ottant' anni, e quindi viene sentito come naturale, o almeno naturalizzato. Curiosamente, i chimici che l' hanno tenuto a battesimo si erano invece preoccupati di segnalare nello steso nome la sua natura sintetica. A-spirina voleva dire "senza Spiraea": infatti, prima della sua sintesi, l' acido salicilico che vi è contenuto veniva estratto da un arbusto, la Spiraea ulmaria. E sono buoni i naturalissimi veleni dei serpenti, la stricnina, lo strofanto, il curaro? Sono migliori, anzi, "più buoni" i coloranti e i pigmenti sintetici o quelli naturali? Credete a chi ne ha fatto esperimento: provate a comparare il vecchio blu di Prussia, tutto compreso ancora abbastanza naturale, o il preistorico lapislazzuli, con il blu ftalocianina, e vedrete. La "plastica" è ritenuta cattiva, e questo mi rincresce, perché so di quanto ingegno sia figlia. L' originario aggettivo è diventato sostantivo, e il plurale ("materie plastiche") un assurdo singolare: infatti, sono ormai parecchie centinaia, tanto diverse fra loro quanto i metalli o i mammiferi, e sono oggetto di un' esecrazione che sa di mania proprio per la sua globalità. Ce n' è di buone, cioè solide, economiche e non inquinanti, e di cattive, viceversa; le buone possono diventare cattive se usate per scopi sbagliati, come chi facesse un vomere di piombo o un cavo telefonico di ferro. Il modo spregiativo "è solo di plastica" è gemello di "è solo un medico della mutua", e fa parte dell' universo riduttivo di coloro che J. Huxley ha acconciamente chiamato i "nientaltroché-isti" ("nothing-else-but-ists"). Questo dualismo senza sfumature è specialmente vigoroso in tutto quanto riguarda la salute. È recente il caso di un' acqua da tavola che, fino a qualche decennio fa, recava una vistosa etichetta: "La più radioattiva del mondo". La dicitura (che credo fosse veridica) si appoggiava a un vago nesso radio : energia : salute. La radioattività insomma era buona: infatti, a quel tempo si avevano ancora idee poco precise sugli effetti nocivi di un' esposizione prolungata alle radiazioni ionizzanti. Per fortuna, la radioattività di quell' acqua, per quanto relativamente alta, in termini assoluti era insufficiente a provocare qualsiasi effetto, sia buono sia cattivo; l' acqua era soltanto, e ovviamente, diuretica, come tutte le acque, radioattive o no, minerali, gasate, naturali, termali o di rubinetto. Quando i pericoli della radiazione sono stati riconosciuti, la dicitura, ridotta a un corpo minuscolo, è stata trasferita in calce all' etichetta. Infine, pochi anni fa, è sparita del tutto: l' acqua non ha cambiato nome, ma, prudentemente, viene attinta a una sorgente diversa, la cui radioattività è trascurabile. Qualcosa di simile è avvenuto in Francia con un tessuto di fibre sintetiche. Si era notato che a contatto del corpo umano esso dava luogo a scintille dovute a elettricità statica (come del resto hanno sempre fatto anche la lana e la seta); subito apparvero manifesti in cui un uomo vestito di "sintetico" ballonzolava felice su un fascio di fili lampeggianti: l' elettricità statica "faceva bene". Poi qualcuno ha varato la (altrettanto assurda) teoria che il mal d' auto fosse provocato proprio dall' accumulo sul veicolo dell' elettricità statica provocata dall' attrito dei copertoni sull' asfalto, e sono nate quelle buffe code che ancora si vedono appese ad alcuni paraurti. Le cariche statiche erano diventate cattive, e dovevano essere scaricate a terra. La credulità umana non ha limiti; o meglio, non ha limiti la fiducia dei pubblicitari nella credulità umana. Ci sono elementi chimici permanentemente cattivi: fra tutti primeggia lo zolfo, bello a vedersi come Lucifero, ma fetido e corrosivo. Brucia all' aria quasi volesse scimmiottare il carbone, ma genera un fumo caustico che distrugge i polmoni. Altri hanno avuto sorti varie, e fra questi è notevole il caso del cobalto. Fino all' avvento dei radioisotopi artificiali, "di cobalto" era solo il cielo per i letterati di poca fantasia; comunque, stava a indicare un blu bello oltre misura, un superblù. Adesso, dopo l' impiego del cobalto 60 nella terapia dei tumori, questo metallo ha acquisito risonanze sinistre: "Poveretto, gli fanno il cobalto". Eppure, a quanto sento, a molti ha ridonato la salute o la vita.
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