La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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A proposito del concorso bandito da "Tuttoscienze" sulle esperienze praticabili in assenza di gravità: purtroppo non ho più l' età per partecipare, ma l' esperienza che proverei più volentieri sarebbe quella di trovarmi, anche solo per qualche minuto, sciolto dal peso del mio corpo. Non che questo sia eccessivo (oscilla entro un intervallo più che ragionevole), tuttavia provo un' invidia intensa per gli astronauti senza peso che per avarissimi istanti ci è concesso di vedere sui teleschermi. Sembrano a loro agio come pesci nell' acqua: si spostano con eleganza nel loro abitacolo, ormai abbastanza spazioso, sospingendosi con colpetti delle mani contro appigli invisibili, e navigano lisci per l' aria, approdando poi sicuri al loro posto di lavoro. Altre volte li abbiamo visti conversare con naturalezza fra loro, uno "a testa in su" e l' altro "a testa in giù" (ma è chiaro che in orbita non c' è più né su né giù); o farsi a vicenda scherzi infantili: uno schizzava coll' unghia del pollice una caramella che volava lenta lenta in linea retta per centrare poi la bocca aperta del collega. Altre volte abbiamo visto un astronauta spremere acqua nell' aria da un contenitore di plastica: l' acqua non cadeva né si disperdeva, ma si assestava in una massa tondeggiante, che poi, obbedendo alla pur debole tensione della superficie, assumeva pigramente la forma di una sfera. Che cosa ne avranno fatto poi? Non deve essere stato facile toglierla di torno senza danneggiare i delicati congegni che gremivano le pareti. Mi domando che cosa si aspetti per realizzare un documentario cucendo insieme queste visioni, trasmesse mirabilmente dai satelliti in volo fulmineo al di sopra delle nostre teste e della nostra atmosfera. Un film così fatto, attinto alle fonti americane e sovietiche, e commentato in modo intelligente, insegnerebbe tante cose a tutti. Avrebbe certamente più successo delle tante melensaggini che ci vengono propinate, e anche dei film a luce rossa. Spesso mi sono anche domandato che senso abbiano, e come siano stati realizzati, gli esperimenti o addirittura i corsi di simulazione a cui verrebbero sottoposti gli aspiranti astronauti, e di cui parlano i giornalisti come se niente fosse. A quanto pare, l' unica tecnica pensabile sarebbe quella di rinchiudere i candidati in un veicolo in caduta libera: un aereo, o un ascensore come quello che Einstein aveva postulato per l' esperimento concettuale atto a illustrare la relatività ristretta. Ma un aereo, anche in caduta verticale, è frenato dalla resistenza dell' aria, e un ascensore (meglio un discensore) anche dall' attrito contro le guide. In entrambi i casi l' assenza di peso (l' abaria per i grecisti a tutti i costi) non sarebbe completa; e anche nel caso più favorevole, quello abbastanza terrificante di un aereo che precipiti a picco dall' altezza di dieci o venti chilometri, magari aiutandosi con i motori nel tratto terminale, a conti fatti non durerebbe che qualche decina di secondi, troppo poco per un allenamento e per misurazioni di dati fisiologici. E poi bisognerà pure frenare .... Eppure, una "simulazione" di questa condizione decisamente non-terrestre l' abbiamo fatta quasi tutti. L' abbiamo fatta in un sogno giovanile: nella versione più tipica, il sognatore si accorge con meraviglia felice che volare è facile come camminare o nuotare. Come mai era stato così stupido da non averci mai pensato prima? Basta remare con i palmi delle mani, ed ecco, ti stacchi dal pavimento, avanzi senza sforzo, ti rigiri, eviti gli ostacoli, infili con precisione porte e finestre, ti libri fuori all' aperto: non con il frullo frenetico delle ali dei passeri, non con la fretta vorace e stridula dei rondoni, ma con la maestà silenziosa delle aquile e delle nuvole. Da dove ci viene questa anticipazione di una realtà oggi concreta? Forse è una memoria della specie, ereditata dai nostri proavi rettili acquatici. O forse invece questo sogno è un preludio di un futuro imprecisato in cui lo strappo ombelicale dal richiamo della madre terra sarà gratuito e ovvio, e prevarrà un modo di locomozione assai più nobile di quello sulle nostre due gambe complicate, discontinue, piene di attriti interni, e insieme bisognose dell' attrito esterno dei piedi contro il suolo. Di questa abaria così persistentemente sognata mi torna a mente una illustre versione poetica, l' episodio di Gerione nel xvii dell' "Inferno". Il "fiero animale", ricostruito da Dante su modelli classici, ma anche sulle dicerie dei bestiari medievali, è immaginario e insieme splendidamente reale. Sfugge al peso. In attesa dei due strani passeggeri, uno solo dei quali è soggetto alla gravità, si appoggia alla proda con l' avantreno, ma la sua coda mortifera flotta libera "nel vano", come la poppa di uno Zeppelin ormeggiato al pilone. Dante, all' inizio, se ne dichiara spaventato, ma poi quella magica discesa su Malebolge sequestra tutta l' attenzione del poeta-scienziato, paradossalmente intento allo studio naturalistico della sua creatura fittizia, di cui descrive con precisione la mostruosa e simbolica epidermide. Il breve reportage è singolarmente accurato, fino al dettaglio confermato dai piloti dei moderni deltaplani: poiché si tratta di un silenzioso volo planato, la percezione della velocità da parte del viaggiatore non è affidata né al ritmo delle ali né al rumore, ma solo alla sensazione dell' aria che "al viso e di sotto gli venta". Forse anche Dante, inconsapevolmente, ha riprodotto qui l' universale sogno del volo senza peso, a cui gli psicoanalisti attribuiscono significati problematici e inverecondi. La facilità con cui l' uomo si adatta all' assenza di peso è un affascinante mistero. Se si pensa che a molti il viaggiare per mare, o anche solo in automobile, dà luogo a fastidiosi disturbi, non si può che restare perplessi. In mesi di soggiorno nello spazio, gli astronauti non hanno lamentato che disagi passeggeri, e i medici che li hanno esaminati dopo la prova hanno riscontrato soltanto una lieve decalcificazione delle ossa e un' atrofia transitoria dei muscoli e del cuore: gli stessi effetti insomma, di una degenza a letto; eppure nulla della nostra lunga storia evolutiva ha potuto prepararci a una condizione così innaturale come la non-gravità. Abbiamo dunque margini di sicurezza vasti e imprevisti: il progetto visionario (uno dei suoi tanti) esposto da Freeman Dyson in "Turbare l' universo", di un' umanità migrante fra le stelle su vascelli dalle gigantesche vele sospinte gratis dalla luce stellare, potrà avere altri limiti, ma non quello dell' abaria: il nostro povero corpo, così indifeso davanti alle spade, ai fucili e ai virus, è a prova di spazio.
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