La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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La lettura dell' autobiografia di Salvador Luria, torinese, premio Nobel 1969 per la medicina, mi ha coinvolto al punto da indurmi a superare il ritegno che proviene dalla mia incompetenza. Luria è un genetista, ossia uno studioso di quelle lunghissime molecole parlanti su cui sta scritta la nostra identità (e, in buona parte, il nostro destino); il mio ormai lontano passato di chimico organico mi ha condotto a frequentare altre lunghe molecole, ma mute e brute perché disperatamente monotone, quelle dei polimeri sintetici; hanno virtù pratiche, ma non "dicono" niente, o meglio, ripetono all' infinito lo stesso messaggio. Le prime stanno alle seconde come un romanzo starebbe a un ipotetico libro che ripetesse dalla prima pagina all' ultima sempre e solo la stessa sillaba. Questa autobiografia, di recente pubblicata da Boringhieri ("Storie di geni e di me"), ha nell' originale americano un titolo diverso, Una macchina mangiasoldi, una provetta rotta. Mi sembra più eloquente del titolo italiano perché accenna a due dei temi fondamentali del libro; e anzi, più in generale, a due lineamenti tipici della ricerca scientifica. Contrariamente a un' opinione corrente, che privilegia il lavoro d' équipe e l' ausilio degli elaboratori, oggi come ieri l' impegno e l' intuizione del singolo hanno peso determinante ai fini del risultato: e del resto, se così non fosse, che senso avrebbe continuare con i premi Nobel? Su questo punto, Luria non ha dubbi né false modestie, e nell' esporre le sue vittorie non esita a dire "io". Al di sopra degli imponenti istituti scientifici e tecnologici, o magari a loro dispetto, il cervello dello scienziato solo, "avventuriero", isolato nel suo studio o nel suo laboratorio, rimane lo strumento d' elezione, senza il quale non si fa altro che routine. L' innovazione vera non è di gruppo, è frutto della ragione, e questa è individuale. Tuttavia, la ricerca non sta tutta entro i confini della razionalità pura: essa è necessaria, ma ampiamente insufficiente; la ragione ha bisogno di alimento esterno, di stimoli, che possono provenire dalle fonti meno prevedibili. È questa l' allusione contenuta nella macchina mangiasoldi, nella slot machine del titolo originale. Racconta Luria di avere osservato casualmente (lui non è un giocatore d' azzardo!) un collega che giocava su una di queste macchine, in cui si introduce una moneta, e che poi, non proprio a caso (perché sono astutamente programmate per assicurare alla macchina un guadagno), restituiscono al giocatore a volte poco più della posta, spesso nulla, rarissimamente una somma ragguardevole. È stato questo, per lui, lo stimolo imprevisto: ha intuito "che l' andamento delle vincite a una slot machine aveva qualcosa da insegnare a chi si occupava di batteri". Confesso che a me profano il testo che segue non ha chiarito l' analogia, o se vogliamo il simbolo; ma chiaro è l' apologo. Al ricercatore (e chi non è ricercatore?) il mondo si presenta come un vasto intrico di simboli: sta a lui trovarne l' interpretazione; spesso basta l' intuizione di un attimo per sciogliere un nodo vecchio di secoli, su cui si sono logorate menti poderose. A Luria, l' episodio ha fruttato la comprensione del meccanismo grazie a cui i batteri resistono (o non resistono) all' azione del batteriofago: di qui prese le mosse la genetica dei batteri, che a sua volta condusse alla fusione della biochimica con la genetica, cioè alla biologia molecolare. Dice l' autore stesso, in un altro contesto, che esempi come questo illustrano "quanto sia necessario nella ricerca scientifica essere flessibili", pronti cioè a trasferire meccanismi e concetti tra campi lontani e apparentemente non correlati. L' aneddoto della mela di Newton potrebbe essere qualcosa di più che una leggenda infantile. L' altra metà del titolo contiene un' allusione complementare. La "provetta rotta" era una provetta importante: conteneva una coltura batterica frutto di lunghe fatiche, altamente selezionata e destinata a un esperimento cruciale. Luria, sul lavoro, è un frettoloso: altrove si descrive come un frenetico, e frenetici, invasati, sono i molti colleghi che il libro delinea. È un amante "dei campi non arati"; non intende perdere tempo a riprodurre la coltura, e ne chiede a un collega un' altra, di batteri completamente diversi. L' esperimento riesce ugualmente, anzi, fin troppo bene, e ne scaturisce la scoperta di un fenomeno insospettato: in sostanza, il fatto che un virus cresciuto a spese di un determinato ceppo batterico incontra una resistenza al suo normale sviluppo, mentre si moltiplica benissimo su batteri appartenenti ad altre specie. Il fenomeno, dice Luria, ha dato l' avvio alla tecnologia del DNA ricombinante, cioè alla moderna ingegneria genetica, gravida di promesse (e, ci assicura, priva di pericoli); e aggiunge: "La mia scoperta fu perfettamente casuale .... Il fenomeno ... era, per così dire, sotto gli occhi di tutti. Se non lo avessi scoperto io, lo avrebbe scoperto qualcun altro. Invece il mio lavoro con il test di fluttuazione era stato qualcosa di unico". Il giustificato e differenziato orgoglio di Luria ricorda il detto del Machiavelli, che la vittoria è dei forti aiutati dalla fortuna. Colpisce, in questo coraggioso e talvolta epico riassunto d' una ricerca e d' una vita, un' opinione che è raro trovare nella storia della scienza (storia per la quale, stranamente, Luria afferma di nutrire scarso interesse, benché vi contribuisca liberalmente con questo stesso libro). La vita dello scienziato, dice l' autore, è bensì conflittuale, intessuta di battaglie, sconfitte e vittorie: ma l' avversario è sempre e solo l' ignoto, il problema da risolvere, il mistero da chiarire. Non si tratta mai di una guerra civile; anche e di opinioni diverse, o di diverse tendenze politiche, gli scienziati discutono fra loro, competono, ma non combattono: sono legati da un' alleanza forte, dalla comune fede "nella validità delle equazioni di Maxwell o di Boltzmann", e dalla comune accettazione del darwinismo e della struttura molecolare del DNA. Lo scienziato-falsario non esiste, e non può esistere, perché la frode non paga: come il giocatore incallito, egli va incontro alla propria certa rovina. "Raramente gli scienziati gareggiano tra di loro lavorando in una segretezza ostile"; le sedute del suo gruppo, al Mit, "sono veri momenti di grazia", in cui si gode comunitariamente "l' aspetto umano della scienza" con la felicità dell' assetato che trova una fonte. Sono affermazioni che ad un tempo stupiscono e rasserenano: forse non sono vere in ogni tempo, luogo o ambiente accademico, ma sono, o sono state, vere per Salvador Luria, a cui hanno abbellito la vita; e perciò possono essere o ritornare vere, almeno per qualcuno.
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