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La stampa terza pagina 1986

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura

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Caro Orazio

Caro Orazio, mi sono deciso a scriverLe adesso, cioè qualche anno prima del bimillenario della Sua morte, per battere sul tempo i miei competitori più autorizzati, ossia gli addetti ai lavori, come si dice oggi: del resto, le celebrazioni corali, a data fissa, non devono essere mai piaciute neanche a Lei. Comunque, l' idea m' è venuta (o tornata) rileggendo con gran fatica, ma con divertimento, una delle Sue satire: quella in cui Lei incontra sulla Via Sacra un seccatore in cerca di raccomandazioni e tenta invano di liberarsene, finché non sopravviene a salvarLa un incidente provvidenziale. Mi congratulo: Lei, come aveva previsto, non è morto del tutto. I Suoi versi, come vede, si studiano e si ricordano ancora, alcuni sono addirittura diventati proverbiali, e li citano anche quelli che il latino non l' hanno mai studiato. Noi, infatti, parliamo ormai un latino assai corrotto, e se vogliamo capire quello dei Suoi tempi, che chiamiamo "della latinità aurea", lo dobbiamo studiare. Ciononostante, per esempio il Suo "carpe diem" non è mai stato tanto di moda quanto oggi; e il Signor Fumagalli, un valentuomo nostro contemporaneo, bibliotecario a riposo, che ha dedicato la vita a raccogliere detti celebri, Le riserva il secondo posto tra i coniatori di citazioni, dopo un certo Dante Alighieri di cui Le parlerò un' altra volta. Insomma, quel monumento "più perenne del bronzo" che Lei s' è pazientemente costruito sta ancora in piedi, anche se è un po' eroso dal tempo e dai nostri vapori, e se poche guide turistiche lo segnalano. Con gran fatica, Le dicevo: e me ne vergogno, perché ho studiato il latino per ben otto anni, con diligenza, con buoni maestri e con voti discreti. Sono sicuro che avrà meno pena Lei a leggere questa mia lettera di quanto ne abbia io a decifrare i Suoi versi. Come vede dal mio scritto, noialtri neolatini ci siamo prese molte libertà. Delle declinazioni e dei casi abbiamo fatto strage, salvo i rumeni, o voglio dire insomma i daci, che qualche traccia ne hanno salvata; strano, vero? Ma quelli sono sempre stati gente strana. E poi, latini sì, ma nel frattempo ci sono venuti tra i piedi gente di ogni razza, e i loro segni li hanno pure lasciati: non solo nel linguaggio. Ad ogni modo, mi è sembrato doveroso evitare in questa mia lettera certe parole (parabolae, paràule: insomma i verba) che Le sarebbero riuscite difficili. Gli articoli no, non li ho potuti evitare, anche se il Suo latino non li "desiderava". La prego di scusarmi, scrivo non solo a Lei e per Lei, ma anche per i miei lettori d' oggi, e non vorrei snaturare troppo il nostro linguaggio, che non è privo di meriti. Lasciamo da parte per il momento le questioni di lingua: nel frattempo, non Glielo posso nascondere, sono successe molte cose. L' impero romano è cresciuto a dismisura e poi s' è sfasciato. Un giudeo, nato pochi anni dopo la Sua morte, ha predicato cose importanti e ha spazzato via gli dei dell' Olimpo; che del resto non credo Le stessero tanto a cuore. Adesso, in quasi tutto il mondo si adora un dio solo, ma non per questo i costumi sono migliorati. Abbiamo abolito, almeno teoricamente, la schiavitù. Sono venuti dalle Alpi e dal mare germani, unni, arabi; hanno portato stragi e guerre, ma anche nuove leggi, e hanno posto freno alla nostra superbia. Di guerre ce ne sono state tante: in tutti i secoli e dappertutto, e poiché siamo diventati ingegnosi, abbiamo inventato armi sempre più ingegnose. Le più recenti, Glielo accenno di passata, avrebbero fatto trasalire Lucrezio: se, invece di lasciare gli atomi interi, com' è nella natura delle cose, li si spacca o condensa in un certo modo, si può far esplodere il mondo, e uccidere cento volte ogni singolo uomo. Proprio in questi anni stiamo cercando di disinventare questa invenzione, che viene dagli Inferi. Ma non è una novità; mi pare che capitasse già ai Suoi tempi, gli inventori più maliziosi sono quelli che costruiscono macchine da guerra, e la guerra è quella che fa nascere le invenzioni più maliziose. Il mondo è rotondo, questo lo sospettava già Lei; ma è successo che siamo andati a vedere se era proprio vero, lo era, e sulle vie del mare abbiamo incontrato una nuova terra, più grande dell' Europa e dell' Africa messe insieme. L' abbiamo chiamata America, ne abbiamo massacrato alla svelta gli abitanti, che del resto andavano nudi, e ne abbiamo fatta una colonia. Però adesso i coloni sono diventati così ricchi e potenti che a loro volta stanno colonizzando noi: la loro lingua è di gran moda, e guai a chi non la capisce. Mi pare che qualcosa del genere fosse successo con la Grecia al Suo tempo, vero? Anche altre cose sono successe. Abbiamo maniera di fabbricare navi che vanno senza vento né remi, macchine che volano con dentro cento e cento pellegrini, carri che corrono senza cavalli. Anzi, se Lei potesse vedere la Roma d' oggi la troverebbe invasa: sono veloci, ma fanno fracasso, puzzano, ingombrano, e ogni tanto travolgono qualche passante. Insomma, è una città assai diversa. Quella tale Via Sacra della Sua satira c' è ancora, in mezzo ai ruderi dei Fori, ma sta tre buoni metri (un metro, scusi, sono tre piedi) sotto il livello delle strade. Infatti, tra cocci, macerie e bitume, in tutte le nostre città le strade si alzano di una spanna al secolo. Per il momento, ai carri di cui Le dicevo è vietato percorrerla: ci vanno solo gli oziosi, che noi chiamiamo turisti, e qualche dotto. Vengono da lontano, dall' America, Britannia, Scandia, e perfino da certe isole a oriente dei Seri, di cui al Suo tempo si ignorava persino l' esistenza. Si portano dietro una macchinetta che dipinge le immagini come potrebbe fare un pittore, ma più piccole e più in fretta. Abbiamo altre mirabilia. Navighiamo sotto il mare. Non c' è monte che non abbiamo scalato. Sappiamo suscitare il fulmine e aggiogarlo alle nostre ruote. Vediamo gli atomi, le frontiere dell' universo, l' interno del nostro ventre. Abbiamo mandato esploratori sulla Luna. Sappiamo futuere (oggi si usa un verbo leggermente diverso, ma se lo scrivessi qui in tutte lettere forse il giornale non mi accetterebbe il pezzo) senza fecondare. Sappiamo risanare vecchie malattie, anche se ne abbiamo scatenate di nuove. Abbiamo veleni nuovissimi, che dànno l' estasi. Ma Le farà piacere sapere che i seccatori e i cacciatori di raccomandazioni sono tuttora numerosi, e che la Sua Venosa esiste ancora, anche se invasa dai carri detti sopra, e se la maggior parte dei venosini stanno oggi in America. Di recente abbiamo perfino riscoperto (in verità un po' malconcia) la Sua villa in Sabina, quella che era nei Suoi voti: via, non è così modesta come Lei la descrive; oggi la definiremmo una seconda casa, e Le faremmo pagare tasse che Lei avrebbe pena a ricavare dai diritti d' autore o ad ottenere da Mecenate. Potrebbe sì farsi installare un telefono (Lei sa bene il greco, una spiegazione del termine sarebbe superflua) e magari parlare ogni sera coi Suoi amici di Roma e di Mantova; ma sarebbe disturbato dalla ferrovia, che passa lì vicino, e dai motocross (moto + croce: qui sì ci vorrebbe una spiegazione, che però sarebbe troppo lunga) dei giovani del vicinato. Da noi il silenzio è diventato una merce rara e costosa. Né è cambiata la vicenda delle stagioni. Ancora ci rallegra la primavera, che fuga la neve e rende l' erba ai prati, come a suo tempo ha detto Lei con l' eleganza consueta; ancora ci stringe il cuore l' avvicinarsi dell' autunno e poi dell' inverno, che ogni anno ci rammenta l' inverno d' ognuno, quello definitivo. La nostra vita è più lunga della vostra, ma non più lieta né più sicura, né abbiamo certezza che gli dei concedano un domani ai nostri ieri. Anche noi raggiungeremo il padre Enea, Tullo, Anco e Lei, nel regno dell' ombra; anche noi insolenti, noi troppo sicuri, ritorneremo polvere e ombra.

La stampa terza pagina 1986