La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Chiunque abbia avuto contatto col mondo della carta stampata sa quanto sia grande oggi (ma non solo oggi) l' offerta di poesia, e quanto scarsa sia in confronto la richiesta. Ne segue, come per qualsiasi merce, che la poesia è svalutata; ai pur numerosissimi premi, i concorrenti si contano a centinaia, anche quando il premio stesso è puramente simbolico: magari solo una medaglia o una pergamena. Le ragioni di questa super-offerta sono molteplici. In prima linea, e a fondamento, sta un bisogno di poetare che è di tutti i paesi e di tutti i tempi. La poesia sta in noi, come la musica e il canto. Non esiste civiltà che ne sia priva; è senza dubbio più antica della prosa, purché si intenda per poesia qualsiasi discorso, verbale o scritto, in cui la voce salga di tono, la tensione espressiva sia alta, e altrettanto alte siano l' attenzione al segno e la sua densità. Per ottenere questo risultato, ogni "poetica" ha elaborato un suo codice; i codici sono diversi fra loro, ma tutti hanno in comune un sistema di segnali atti a mettere in avviso il lettore: "Bada, non sto chiacchierando: il mio discorso, anche se dimesso, intende farsi sentire e ricordare". Sia detto per inciso: è significativo che i codici vengano quasi sempre formulati a cose fatte, cioè quando una determinata poetica ha già dato frutto. Lo stesso avviene, del resto, con tutti i codici, anche con quelli propriamente detti, che vengono a sancire, a incidere sul bronzo o sulla pietra, norme e divieti che già esistevano prima. Non si sa chi sia stato l' inventore dell' ottava o del sonetto; si sa chi li ha codificati. Il legislatore della poesia non è il poeta ma il grammatico. Anzi, il poeta tende a infrangere la norma: a volte la trasgredisce per incompetenza; altre volte, perché se la sente stretta; altre ancora, per volontà cosciente di violarla. Egli ripercorre così la strada che la poetica del momento aveva percorsa, istituendo violazioni al linguaggio piano. Poiché la poesia è intrinseca violenza fatta al linguaggio di tutti i giorni, è comprensibile come ogni vero poeta provi la spinta a farsi violatore, cioè innovatore, in proprio: a inventare una sua poetica, che sta a quella vigente come quest' ultima sta alla prosa. È questo il motivo per cui a poetare non s' insegna a scuola: per gli stessi motivi non s' insegna a parlare né a camminare. Sono tutte attività per cui siamo geneticamente predisposti, e che impariamo a svolgere con facilità e piacere, anche se non spontaneamente. Non ci occorre lo studio, ci occorre (e basta) l' esempio; a partire dal quale, ognuno di noi sviluppa quello stile personale che informa la sua parola, il suo passo e il suo verso. Così come parliamo e camminiamo, siamo tutti, almeno potenzialmente, poeti. Poetare è innovare, e a innovare non s' insegna. Un' altra ragione della super-offerta di poesia sta nello sconvolgimento che la tecnica poetica ha subito a partire dagli inizi di questo secolo, da quando cioè si è cominciato a parlare di crisi della civiltà e di tramonto dell' Occidente. Non a caso terremoti paralleli hanno sconvolto la musica, la psicologia, la fisica, la linguistica, l' economia, e insomma l' intero modo nostro di vivere. In apparenza (ma solo in apparenza) la poesia europea del nostro secolo è sciolta da ogni legame. La metrica e la prosodia classiche, dopo secoli di autorità pressoché indiscussa, sono impallidite. Nessuno le ha ufficialmente destituite, ma non c' è dubbio che nel sentire comune esse appaiono superate, o addirittura affette da un segno negativo. Chi scrivesse oggi un sonetto conforme alle regole canoniche sarebbe giudicato uno sprovveduto, o un sopravvissuto, o un parodista. Questa apparente libertà ha aperto le porte all' armata dei poeti nativi: e, come ho detto, tutti siamo tali. Da queste due fonti, il bisogno di canto e d' incanto che tutti abbiamo, e la caduta dei vincoli formali, muove la fiumana dei testi poetici. È un fenomeno nocivo, perché minaccia di distrarre l' attenzione dalle autentiche voci nuove che certamente esistono disperse tra la folla. Per questo motivo, ma non solo per questo, spero in un ritorno spontaneo (non è un paradosso) della norma, e in specie della rima; anzi, lo prevedo prossimo, perché in tutte le cose umane ci sono retroazioni che correggono gli sbandamenti. La rima è un' invenzione abbastanza tarda, ma "probabile": voglio dire, è una di quelle invenzioni che stanno nell' aria, e poi si materializzano in diversi luoghi. La si trova infatti in tradizioni poetiche lontanissime fra loro nel tempo e nello spazio. La sua eclissi odierna, nella poesia occidentale, mi pare inspiegabile, ed è certamente temporanea. Ha troppe virtù, è troppo bella per sparire. Segnala con discrezione la fine del verso o della strofa. Ristabilisce l' antica parentela fra poesia e musica, entrambe figlie del nostro bisogno di ritmo: c' è chi sostiene che lo acquistiamo prima della nascita, ascoltando il battito del cuore materno, per cui saremmo tutti poeti fin dalla matrice. Sottolinea le parole-chiave, quelle su cui va attirata l' attenzione del lettore. Ma vorrei insistere su due altri vantaggi della rima, uno a favore di chi legge versi, l' altro a favore di chi scrive. Chi legge buoni versi desidera portarseli dietro, ricordarli, possederli. Spesso non ha neppure bisogno di studiarli: tutto va come se l' incisione avvenisse spontaneamente, naturalmente, senza dolore (mentre è dolorosa, o almeno faticosa, l' incisione di testi di cui non percepiamo la bellezza). Ora, per la registrazione in memoria la rima è d' aiuto fondamentale: un verso trascina l' altro o gli altri, il verso dimenticato può essere ricostruito, almeno approssimativamente. L' effetto è così forte che, nel magazzino misterioso ma limitato della nostra memoria, la poesia senza rima spesso cede posto a quella rimata, anche se questa è meno nobile. Ne segue una conseguenza pragmatica: i poeti che desiderano essere ricordati ("portati in cuore": e in molte lingue studiare "a memoria" si rende con "per cuore") non dovrebbero trascurare questa virtù della rima. L' altra virtù è più sottile. Chi si prefigge di comporre in rima si impone un vincolo, che però è remunerativo. Egli si impegna a terminare un verso non con la parola dettata dalla logica discorsiva, bensì con un' altra, più strana, che va attinta fra le poche che terminano "alla maniera giusta". È quindi costretto a sviarsi, a uscire dalla strada facile perché prevedibile; ora, leggere ciò che prevediamo ci annoia e non ci informa. Il vincolo della rima obbliga il poeta all' imprevedibile: lo forza a inventare, a "trovare"; ad arricchire il suo lessico con termini inusitati; a torcere la sua sintassi; insomma, a innovare. La sua situazione è simile a quella del muratore che accetti di usare mattoni irregolari, poliedrici o prismatici, commisti a quelli comuni; il suo edificio sarà meno liscio, meno funzionale, forse anche meno solido, ma dirà di più alla fantasia di chi lo guarda, e porterà il segno di chi l' ha costruito. La rima, e in generale la regola, acquistano quindi anche la funzione di rivelatori della personalità di chi scrive; e in effetti si osserva che le distanze reciproche sono maggiori tra i poeti che tra i prosatori. L' attribuzione di una poesia è più facile che quella di una prosa. Di fronte all' ostacolo metrico, l' autore è costretto (si costringe) a un volteggio che è acrobatico, e il cui stile è strettamente suo: firma ogni verso, che lo voglia, lo sappia, o no.
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