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La stampa terza pagina 1986

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura

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I commenti che hanno fatto seguito alla mia traduzione del Processo di Kafka mi hanno indotto a un buon numero di ripensamenti, sia per quanto riguarda la linea che ho tenuto nel rendere il testo, sia sui motivi che mi hanno spinto a dichiarare in tutte lettere che "non credo che Kafka mi sia molto affine". Se è così, perché avrei scelto o accettato di tradurlo? Vediamo. Tradurre un libro non è come contrarre un matrimonio o associarsi in affari. Si può sentirsi attratti anche da chi è molto diverso da noi, proprio perché lo è: se così non fosse, scrittori, lettori e traduttori si stratificherebbero in caste rigide come quelle indiane, non ci sarebbero legami trasversali né fecondazioni incrociate, ognuno leggerebbe solo gli scrittori che gli sono consanguinei, il mondo sarebbe (o apparirebbe) meno vario e non nascerebbero più idee nuove. Ora, amo e ammiro Kafka perché scrive in un modo che mi è totalmente precluso. Nel mio scrivere, nel bene o nel male, sapendolo o no, ho sempre teso a un trapasso dall' oscuro al chiaro, come (mi pare che lo abbia detto Pirandello, non ricordo più dove) potrebbe fare una pompa-filtro, che aspira acqua torbida e la espelle decantata: magari sterile. Kafka batte il cammino opposto: dipana senza fine le allucinazioni che attinge a falde incredibilmente profonde, e non le filtra mai. Il lettore le sente pullulare di germi e spore: sono gravide di significati scottanti, ma non è mai aiutato a rompere il velo o ad aggirarlo per andare a vedere cosa esso nasconde. Kafka non tocca mai terra, non accondiscende mai a darti il bandolo del filo di Arianna. Ma questo mio amore è ambivalente, vicino allo spavento e al rifiuto: è simile al sentimento che si prova per una persona cara che soffre e ti chiede un aiuto che non le puoi dare. Non credo molto al riso di cui parla Brod: forse Kafka rideva raccontando agli amici, al tavolo della birreria, perché non si è sempre uguali a se stessi, ma certo non rideva scrivendo. La sua sofferenza è genuina e continua, ti assale e non ti lascia più: ti senti come i suoi personaggi, condannato da un tribunale abietto e imperscrutabile, tentacolare, che invade la città e il mondo, annidato in soffitte lerce ma anche nella solennità oscura del duomo; o trasformato in un insetto goffo e ingombrante, inviso a tutti, disperatamente solo, ottuso, incapace di comunicare e di pensare, capace ormai soltanto di soffrire. Kafka comprende il mondo (il suo, e anche meglio il nostro d' oggi) con una chiaroveggenza che stupisce, e che ferisce come una luce troppo intensa: spesso si è tentati di interporre uno schermo, di mettersi al riparo; altre volte si cede alla tentazione di fissarlo, e allora si rimane abbagliati. Come quando si guarda il disco del sole, e lo si continua poi a vedere a lungo, sovrapposto agli oggetti che ci circondano, così, letto questo "Processo", ci accorgiamo a un tratto di essere circondati, assediati da processi insulsi, iniqui, e spesso mortali. Il processo intentato contro il diligente e gretto funzionario di banca Josef K. si conclude infatti con una condanna a morte; mai pronunciata, mai scritta, e l' esecuzione avviene nell' ambiente più squallido e disadorno, senza apparato e senza collera, con meticolosità burocratica, per mano di due giustizieri-fantocci che adempiono al loro ufficio macchinalmente, senza pronunciare una parola, scambiandosi sciocchi complimenti. È una pagina che mozza il fiato. Io reduce da Auschwitz non l' avrei scritta mai, o mai così: per incapacità e insufficienza di fantasia, certo, ma anche per un pudore davanti alla morte che Kafka non conosceva, o se sì, rifiutava; o forse per mancanza di coraggio. La famosa e commentatissima frase che chiude il libro come una pietra tombale ("... e fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere") non mi pare affatto enigmatica. Di che cosa si deve vergognare Josef K., quello stesso che aveva deciso di combattere fino alla morte, e che in tutte le svolte del libro si proclama innocente? Si vergogna di molte cose contraddittorie, perché non è coerente, e la sua essenza (come quella di quasi tutti) consiste nell' essere incoerente, non uguale a se stesso nel corso del tempo, instabile, erratico, o anche diviso nello stesso istante, spaccato in due o più individualità che non combaciano. Si vergogna di aver conteso con il tribunale del duomo, e insieme di non aver resistito con energia sufficiente al tribunale delle soffitte. Di aver sprecato la vita in meschine gelosie di ufficio, in falsi amori, in timidezze malate, in adempimenti statici e ossessivi. Di esistere quando ormai non avrebbe più dovuto esistere: di non aver trovato la forza di sopprimersi di sua mano quando tutto era perduto, prima che i due goffi portatori di morte lo visitassero. Ma sento, in questa vergogna, un' altra componente che conosco: Josef K., alla fine del suo angoscioso itinerario, prova vergogna perché esiste questo tribunale occulto e corrotto, che pervade tutto quanto lo circonda, e a cui appartengono anche il cappellano delle carceri e le bambine precocemente viziose che importunano il pittore Titorelli. È finalmente un tribunale umano, non divino: è fatto di uomini e dagli uomini, e Josef, col coltello già piantato nel cuore, prova vergogna di essere un uomo.

La rima alla riscossa

La stampa terza pagina 1986