La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Di recente è stato pubblicato in Italia un libro breve e strano. È intitolato Badenheim 1939, ed è stato scritto nel 1975 da Aharon Appelfeld, uno scrittore israeliano. Descrive la stagione di una immaginaria stazione climatica i cui ospiti, ebrei, mangiano pasticcini, giocano a tennis, fanno pettegolezzi e piccole maldicenze, intrecciano flirts, mentre un indefinito "Ufficio d' igiene" li sta schedando, sta recingendo la cittadina con filo spinato, e finirà col deportarli tutti in Polonia. Il libro è agghiacciante, e può essere letto in molti modi. Ne emergono due: come rievocazione della rimozione e del "non voglio vedere" che la passata generazione ha opposto alla minaccia hitleriana, e come allusione alla ottusità nostra, al nostro odierno rifiuto di prendere atto della minaccia atomica. Anche noi oggi, come ieri gli stupidi ebrei di Badenheim, mangiamo pasticcini e organizziamo festival musicali mentre l' "Ufficio d' igiene" è al lavoro; ma la situazione di oggi è diversa. La minaccia non riguarda più solo una minoranza, bensì il genere umano; essa non emana più da un centro di potere unico e perverso, bensì è insita nell' equilibrio precario in cui ci siamo abituati a vivere. Di apocalissi e flagelli si discorre volentieri quando sembrano lontani, magari scherzandoci sopra, come nel film "Il dottor Stranamore": era divertente, ma oggi lo si rivedrebbe con disagio. Quando invece il loro passo si avvicina, ci si comporta come a Badenheim. Che se ne parli oggi, che si facciano dappertutto conferenze, tavole rotonde, cortei, è un segnale moderatamente positivo: vuol dire che riteniamo, a ragione o a torto, che le sorti non siano ancora gettate, che ci sia ancora un po' di tempo, e che discutere serva. Serve, naturalmente, discuterne nei consessi internazionali; ma serve anche discuterne nei salotti, al tavolo dell' osteria, fra amici e fra estranei. È un' occasione per volgere le spalle alla retorica infantile degli evviva e degli abbasso, e per cimentarsi con un problema concreto. Credo che in primo luogo occorra forzarsi di essere imparziali, dirlo e dimostrare di esserlo, anche se questo non è facile. Quando scendiamo nelle piazze e gridiamo di voler imporre ai governi il disarmo atomico, dobbiamo essere chiari. Vogliamo rivolgerci a tutti i governi, e temiamo tutte le testate nucleari. Non ce ne sono di buone e di cattive, sono cattive tutte. Non è facile essere imparziali perché, sotto l' aspetto dell' "imporre" e del "rivolgerci", fra le due metà del mondo non c' è simmetria. Per organizzare un corteo dimostrativo a Roma o a New York basta un accordo fra persone che pensano allo stesso modo; per organizzarlo a Mosca ci vuole l' accordo di Mosca. Il giorno in cui sapremo che a Mosca si è svolta una marcia pacifista spontanea sarà un gran giorno per tutta l' umanità. Non sembra che questo giorno sia vicino, ma convincere i russi che le nostre marce sono spontanee e che il nostro pacifismo è imparziale può contribuire ad avvicinarlo. La frontiera Est-Ovest assorbe fortemente i suoni, ma se avremo voce a sufficienza può darsi che una eco ne pervenga anche laggiù, e spinga quei cittadini (che non sono tutti automi né tutti sordi) a chiedere al loro governo quello che noi chiediamo ai nostri. Credo che occorra una certa dose di ottimismo, senza la quale non si fa nulla e non si vive bene. "Non c' è più niente da fare" è un' affermazione intrinsecamente sospetta, che non ha utilità pratica; serve soltanto, a chi la enuncia, come esorcismo, cioè serve a poco. Non intendo dire con questo che l' olocausto nucleare sia impossibile: le quarantamila bombe pronte per l' uso esistono, purtroppo, immagazzinate quasi tutte negli Stati Uniti e nell' Unione Sovietica. Sono una spada sospesa, ma qualcosa da fare c' è ancora, la condanna non è ancora stata pronunciata. Finché le sorti del mondo saranno decise da vecchi astuti e cinici, ma cauti, quali finora si sono mostrati Breznev e Reagan, le bombe rimarranno probabilmente nei magazzini. A scorno della storiografia marxista e tolstoiana, sembra proprio che nella storia di oggi le masse pesino poco. Che alla Casa Bianca o al Cremlino sieda un uomo o un altro, fa differenza: questi potenti decidono in proprio, e i nostri destini si tessono entro meno di tremila grammi complessivi di materia cerebrale. Tuttavia, prima di decidere essi ascoltano consigli, fiutano l' aria, soppesano i desideri e le minacce interne ed esterne. Non sono impermeabili alle spinte dal basso. Al di fuori di ogni giudizio morale, ci accontenteremmo che possedessero due virtù: che sappiano decidere razionalmente, e che abbiano pieno controllo sui loro sottoposti, i militari in specie. Finché lo saranno, non premeranno il bottone, né lo lasceranno premere, perché sapranno che l' olocausto travolgerà anche il loro potere e la loro vita; e terranno a bada gli alleati irresponsabili e gli emotivi, sia entro i loro confini, sia nei paesi terzi. A questo proposito, è incomprensibile, criminale e suicida che si consenta ai governi (anche al nostro!) di fornire a paesi instabili materiali e tecnologie potenzialmente mortiferi. Credo, infine, che occorra realismo. Chiedere tutto e subito è da ingenui, e gli slogans massimalistici nascono morti. È bene esortare a convertire le lance in falci, lo faceva già Isaia; ma bisogna ricordare che i fabbricanti di "lance" sono potenti e agguerriti. Sarebbe bello costringerli tutti a cambiare mestiere, ma non ci si riuscirebbe in breve tempo. Per restare nell' immagine, proporrei che la conversione fosse graduale: lance in scudi, e poi gli scudi in falci quando la prudenza lo consenta. Insomma, non sarebbe possibile che le somme vertiginose stanziate dai bilanci militari venissero investite prevalentemente (e gradualmente) in armi di difesa? In reti radar anziché in testate nucleari, in missili anticarro anziché in carri, e così via? Sarebbe un segnale non equivoco, per indicare alla controparte che la guardia non si è abbassata, ma che non ci sono intenzioni aggressive. America e Russia si trovano in una costosa situazione di stallo, in cui, per ragioni di antica diffidenza, e anche di prestigio barbarico, sulla via del disarmo nessuno dei due vuole muovere il primo passo. Questo sarebbe un primo passo accettabile anche da chi è ancora sensibile al fascino delle armi. Se lo si attuasse, la sicurezza del mondo farebbe un passo avanti, piccolo ma acquisito. Questa non è altro che la proposta di un incompetente: candida, presuntuosa, o addirittura ridicola, ma è una proposta, non è una interiezione né un ritornello né un sospiro sconsolato. Chi la giudica assurda le deve contrapporre un' altra proposta; dovrebbe essere questa la regola del gioco, ed è un gioco la cui posta è alta. Pare che presto avrà inizio a Ginevra una trattativa globale: noi piccoli uomini ci troviamo costretti a delegare ai due grandi uomini una responsabilità pesante come nessuna è mai stata. Vorremmo che sentissero il ronzio delle nostre voci, e ricordassero che il problema del disarmo nucleare è il problema numero uno; se sarà risolto, non si risolveranno automaticamente tutti gli altri problemi del pianeta, ma se non sarà risolto, nessun altro problema sarà risolto.
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