La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Sono sulla via del ritorno e stanno bene. Come definire la loro impresa? Anche il nostro lessico è diventato corto: chiamarla "volo", "cavalcata", "navigazione" sarebbe sminuirla e sbiadirla, sarebbero iperboli a rovescio. Adesso sta a noi, a tutti noi spettatori, e come tali anche un poco attori, pensarci sopra e trarne le conseguenze. Pare che, in pochi giorni, la coscienza comune sia mutata, come sempre avviene dopo ogni salto qualitativo: si tende a dimenticare le spese, gli sforzi, i rischi e i sacrifici. Ci sono stati, senza dubbio, e sono stati enormi: tuttavia, oggi, pochi si domandano ancora se "sono stati quattrini bene spesi". Lo si vede oggi, e ieri lo si vedeva meno bene: l' impresa non era da giudicare sulla scala utilitaria, o non principalmente su quella. Allo stesso modo suonerebbe stonata un' inchiesta sulle spese incontrate per costruire il Partenone: è proprio dell' uomo agire in modo estroso e complesso, fare magari i conti prima, ma non limitarsi al puro tornaconto prossimo o lontano, partire per mete remote e vero scopi che sono giustificazione a se stesi: agire per fidare un segreto, per allargare il proprio confine, per esprimersi, per misurarsi. Il nostro mondo, sotto tanti aspetti sinistro, provvisorio, ammalato, tragico, ha anche quest' altro viso: è un "brave new world", un audace nuovo mondo, che non arretra davanti agli ostacoli, e non trova pace finché non li abbia aggirati o penetrati o travolti. È un' audacia di tipo nuovo: non quella del pioniere, dell' eroe in guerra, del navigatore solitario. Questa, quando pure sia da lodarsi, non è così nuova né così rara: la si ritrova in tutti i paesi e in tutte le età, e non è neppure specificamente umana. Anche il lupo, anche la tigre e il toro sono audaci, e tali erano senza dubbio i nostri lontani progenitori e gli eroi omerici. Noi siamo insieme simili e diversi: l' audacia da cui l' avventura lunare è scaturita è diversa, è copernicana, è machiavellica. Sfida altre remore, altri pericoli, meno sanguinosi ma più lunghi e più pesanti; si confronta con altri nemici, col senso comune, col "si è sempre fatto così", con la pigrizia e con la stanchezza, in noi e intorno a noi. Combatte con altre armi, portentosamente complesse e sottili, tutte o quasi create dal nulla negli ultimi dieci o vent' anni per virtù d' intelligenza e di pazienza: nuove tecnologie, nuove sostanze, nuove energie e nuove idee. Non è più l' audacia dell' imprevisto, ma l' audacia del tutto prevedere, che è virtù strenua anche più dell' altra. Davanti a questa ultima testimonianza di coraggio e d' ingegno non si prova soltanto ammirazione e solidarietà distaccata: in qualche modo, e non del tutto ingiustamente, ognuno di noi se ne sente partecipe. Come ogni uomo, anche il più innocente, anche la stessa vittima, si sente corresponsabile di Hiroshima, di Dallas e del Vietnam, e prova vergogna, così anche il più estraneo al colossale travaglio dei voli cosmici sente ricadere sull' intero genere umano, e quindi anche su di sé, una parcella di merito, e ne esce rivalutato. Per il bene e per il male siamo una sola gente: quanto più ne saremo consapevoli, tanto meno duro e lungo sarà il cammino dell' umanità verso la giustizia e la pace. La sopravvivenza dell' uomo nello spazio è dovuta in buona parte, ma solo in parte, al micro-ambiente condizionato che viene accuratamente mantenuto all' interno della capsula: con stupore di tutti, gli astronauti hanno sopportato senza danno l' esposizione ad agenti extraumani, extraterrestri, ostili alla vita, e non (o solo imperfettamente) riproducibili sulla superficie del pianeta. L' uomo, scimmia nuda, animale terrestre figlio di una lunghissima dinastia di esseri terrestri o marini, modellato in ogni suo organo da un ristretto ambiente che è la bassa atmosfera, se ne può staccare senza morire. Può sopportare l' esposizione alla radiazione cosmica, anche senza il domestico schermo dell' aria; può sottrarsi all' alternanza familiare del giorno e della notte; tollera accelerazioni multiple di quella di gravità; può mangiare, dormire, lavorare e pensare anche con gravità nulla, ed è forse questa la rivelazione più stupefacente, quella su cui, prima dell' impresa di Gagarin, era lecito nutrire i dubbi più gravi. La sostanza umana (o meglio la sostanza animale), oltre a essere adattabile evoluzionisticamente, sulla scala dei milioni di anni e a spese dell' incalcolabile sacrificio delle varianti meno idonee, è adattabile oggi e qui, sulla scala dei giorni e delle ore: tutti abbiamo visto sugli schermi gli astronauti librarsi nello spazio come pesci nell' acqua, imparare nuovi equilibri e nuovi riflessi, mai realizzati né realizzabili sul suolo. Dunque, non solo l' uomo è forte perché tale si è fatto, fin da quando, un milione d' anni addietro, fra le molte armi che la natura offriva agli animali ha optato per il cervello: l' uomo è forte in sé, è più forte di quanto stimasse, è fatto di una sostanza fragile solo in apparenza, è stato misteriosamente progettato con enormi, insospettati margini di sicurezza. Siamo animali singolari, solidi e duttili, spinti da impulsi atavici, e dalla ragione, e insieme da una "forza allegra" per cui, se un' impresa può essere compiuta, essa, sia buona o cattiva, non può essere accantonata ma deve essere compiuta. Questa, del volo lunare, è un collaudo: altre imprese ci attendono, opere di coraggio e d' ingegno, ben altrimenti impegnative in quanto necessarie alla nostra stessa sopravvivenza; imprese contro la fame, la miseria e il dolore. Devono essere sentite, anche queste, come una sfida al nostro valore, e anche queste, poiché possono, debbono essere compiute.
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