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La stampa terza pagina 1986

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura

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Al tempo della repubblica di Salò mia sorella aveva ventitre anni. Era staffetta partigiana, il che comportava incarichi svariati ma tutti pericolosi: trasporto e distribuzione della stampa clandestina, estenuanti corse in bicicletta per tenere i collegamenti, borsa nera, fino all' ospitalità e alla cura di partigiani feriti o, cosa frequente, "che non ne potevano più". Era una staffetta brava perché fortemente motivata: sia il suo fidanzato, sia io, eravamo stati deportati, e a tutti gli effetti eravamo spariti dalla faccia della terra (il fidanzato non tornò mai più). La sua militanza non scaturiva solo da ragioni politiche, ma era una rappresaglia e una rivalsa. Doveva stare perennemente all' erta e cambiare speso residenza: anzi, non aveva una residenza fissa, abitava un po' qua e un po' là, a volte a Torino presso amici non sospetti che la accoglievano volentieri o malvolentieri, a volte in campagna presso mia madre nascosta, anche lei in trasferta perpetua. Era una ragazza aliena dalla violenza; tuttavia, nel giugno del 1945, cioè a liberazione avvenuta, aveva un mitra Beretta nascosto sotto il letto. A domanda, mi dice che non ricorda più da dove venisse né a quale banda fosse destinato: forse gli occorreva una riparazione, poi era semplicemente rimasto lì. C' erano tante altre cose a cui pensare .... Ora accadde che un certo Cravero venne a visitarla. Ho accennato all' episodio nella Tregua: Cravero era un ladro professionale con cui avevo convissuto per qualche mese a Katowice dopo l' arrivo dei russi. Era stato il primo a tentare il rimpatrio spontaneo, ed era latore di una mia lettera, cosa in sé buona (furono le sole mie notizie che pervennero in Italia nei diciotto mesi della mia assenza); cosa meno buona, tentò di estorcere quattrini "per tornare in Polonia a cercarmi", e poiché non ci riuscì, rubò la bicicletta di mia sorella ai piedi delle scale. Adocchiò quel mitra così mal nascosto e fece una cauta offerta, che mia sorella saviamente rifiutò. Dopo quella strana visita, e letta la lettera, mia sorella ebbe l' idea di andare a chiedere mie notizie al Comando militare polacco di Milano. È bene precisare che si trattava dei "Polacchi di Anders", quell' armata di valorosi desperados che gli Alleati avevano recuperato dai campi di prigionia sovietici, riarmati e riorganizzati; fra loro e i russi non correva dunque buon sangue. Forse lievemente allergici al nostro cognome Levi, la accolsero con diffidenza e incredulità. Se io ero in mano ai russi, non potevo essere in Polonia, e se ero in Polonia non potevo essere in mano ai russi: del resto, loro stessi avevano difficoltà a comunicare col loro paese. Mia sorella, che non si arrende facilmente, non si accontentò e due giorni dopo andò al Comando militare sovietico. Qui fu accolta con un po' più di cordialità, ma non riuscì ugualmente a combinare nulla: il funzionario di turno le disse che se io ero in mani sovietiche non avevo nulla da temere, che in Urss gli stranieri godevano del massimo rispetto, ma che ahimè, date le difficoltà di comunicazione, a loro non era possibile metterla in contatto con me, né tanto meno occuparsi di un mio rimpatrio. Che aspettasse con fiducia. All' uscita dal Comando, mia sorella si accorse di un fatto curioso. Era pedinata: il solito poliziotto italiano travestito da poliziotto, che l' aveva seguita e poi attesa in un caffè dirimpetto. Evidentemente, i polacchi avevano segnalato le mosse e i contatti "sospetti" di mia sorella alla polizia italiana, che si era mossa con tempestività ma con dilettantismo. Nel clima euforico e caotico della liberazione, la cosa non avrebbe avuto niente di preoccupante se non fosse stato del mitra; ma in quello stesso clima, a dispetto delle leggi draconiane, di un mitra non ci si privava né facilmente né volentieri: poteva ancora venire a taglio, chissà come o dove o contro chi. Inoltre, la resistenza era appena finita, e un' arma come quella aveva in sé un carisma che la rendeva poco meno che acra: ora, un ancile piovuto dal cielo non si vende né si regala né si butta in Po. Imbacuccato in qualche straccio, il mitra restò dunque in casa finché, pochi giorni dopo, il pedinatore maldestro bussò alla porta, e molto cerimoniosamente invitò mia sorella a un colloquio. Fu un colloquio confuso: mia sorella mi dice che verteva principalmente su Cravero, che i polacchi consideravano un bugiardo, un provocatore, o addirittura una spia sovietica. Per puro senso del dovere, o per un riflesso professionale, il poliziotto non trascurò di fare una perquisizione, che tuttavia si limitò a una sommaria occhiata alla soffitta in cui mia sorella abitava allora. Non c' è dubbio che vide la mummia del mitra, ma non batté ciglio e se ne andò. Forse era un ex partigiano: nella Pubblica Sicurezza, per un breve periodo, ci furono anche quelli. Verso agosto, non senza dolori burocratici, mia sorella ottenne di riprendere possesso del nostro alloggio, che era stato posto sotto sequestro durante le leggi razziali, e si portò il mitra dietro. A questo punto, quello strumento di morte era diventato un qualcosa di mezzo fra il simbolo della passione resistenziale, l' amuleto, il soprammobile e il monumento di se stesso. La mia mite sorella lo oliò bene e lo nascose nella libreria, dietro le opere complete di Balzac che avevano press' a poco la stessa lunghezza. Di fatto, lo dimenticò o quasi. Quando io altrettanto mite ritornai dalla prigionia nell' ottobre, lo scovai per caso, cercando non so più che cosa, e ne chiesi notizia. _ Non lo vedi? È un Beretta, _ mi rispose mia sorella con non simulata naturalezza. Il mitra rimase dietro Balzac fino al 1947, l' anno in cui Scelba divenne ministro degli Interni. La sua efficiente Celere cominciò a darmi qualche preoccupazione: se lo avessero trovato, io come capofamiglia sarei andato in prigione. L' occasione di disfarsene venne improvvisa. Si rifece vivo dal nulla un partigiano, anzi un "partigia", uno cioè delle frange più pregiudicate e svelte di mano dei nostri compagni combattenti. Era un siciliano, e stanco di tranquillità si era improvvisato separatista. Cercava armi: il cacio sui maccheroni! Gli cedetti il mitra, non senza scrupoli di coscienza, poiché per il separatismo siculo non avevo simpatia. Né lui, né il suo fantomatico movimento, avevano soldi. Ci mettemmo d' accordo su un baratto: lui, che sulle Alpi non sarebbe tornato più, mi cedette un paio di scarpe da montagna usate, che conservo tuttora. Poi il partigia sparì, ma poiché il mondo è piccolo, fu avvisato mesi dopo da un mio cugino che allora viveva in Brasile. Il mitra ce l' aveva con sé, non si sa a che scopo; pare che le dogane, così attente al cioccolato e alle stecche di sigarette, siano cieche di fronte a oggetti meno innocui. Mi sentirei rassicurato se venissi a sapere che l' arma si trova in mano agli indios dell' Amazzonia, in disperata difesa della loro identità: sarebbe rimasto fedele alla sua vocazione iniziale.

Il comandante di Auschwitz

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