La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Nel novembre del 1944 avevamo un Kapo olandese che da civile aveva suonato la tromba nell' orchestrina d' un caffè concerto di Amsterdam. Come Musiker, faceva parte della banda del campo, ed era quindi un Kapo anomalo dalle doppie funzioni, che alla fine della sfilata dei prigionieri verso il lavoro doveva scendere dal palco, riporre la tromba e rincorrere la schiera per riprendere il suo posto. Era un uomo volgare ma non particolarmente violento, ben nutrito, stupidamente fiero del pigiama a righe quasi pulito a cui la sua funzione gli dava diritto, e assai parziale nei confronti dei suoi sudditi olandesi, quattro o cinque nella nostra squadra di una settantina di prigionieri. Quando si approssimò il Capodanno, per ingraziarsi ulteriormente il Kapo, e ad un tempo per ringraziarlo, questi olandesi decisero di preparargli un festeggiamento. Come ovvio, i generi alimentari erano pochi, ma uno di loro, grafico di professione, scovò un foglio di carta da cemento, lo verniciò davanti e dietro con olio di lino per renderlo simile alla pergamena, ne sfrangiò i bordi, vi tracciò tutto intorno una greca con minio rubato in cantiere, e vi ricopiò in bella scrittura una poesiola augurale. Naturalmente era in olandese, lingua che non conosco, ma per uno dei curiosi salvataggi operati dalla memoria ne ricordo tuttora alcuni versi. Tutti firmarono, e firmò anche Goldbaum, che olandese non era, bensì austriaco; il fatto mi stupì a fior di pelle, poi non ci pensai più, travolto anch' io dagli eventi drammatici che segnarono lo scioglimento del Lager pochi giorni dopo. Il nome di questo Goldbaum è riaffiorato per un istante nel corso di un incontro che ho descritto nel "Sistema periodico". Per un improbabile gioco del destino, dopo più di vent' anni mi ero trovato in contatto epistolare con un chimico tedesco, uno dei miei padroni di allora: era afflitto da sensi di colpa, e mi chiedeva qualcosa come un perdono o un' assoluzione. Per dimostrarmi di aver provato interesse umano verso noi prigionieri, citava episodi e personaggi che poteva aver trovati nei molti libri pubblicati sull' argomento (o nel mio stesso "Se questo è un uomo"); ma mi chiedeva anche notizie personali di Goldbaum, che certo nessun libro nominava. Era una prova piccola ma concreta. Gli avevo risposto il poco che sapevo: Goldbaum era morto durante la terribile marcia di trasferimento dei prigionieri di Auschwitz verso Buchenwald. Questo nome è tornato a galla pochi mesi fa. Il "Sistema" era stato pubblicato in Inghilterra, e una certa famiglia Z., di Bristol ma con diramazioni in Sud Africa e altrove, mi scrisse una lettera complicata. Un loro zio, Gerhard Goldbaum, era stato deportato, non sapevano dove, né avevano più avuto sue notizie. Sapevano che le probabilità di un' effettiva coincidenza erano minime, perché si trattava di un cognome molto comune, tuttavia una delle nipoti era disposta a venire a Torino a parlarmi, per verificare se per caso il mio Goldbaum non fosse proprio il loro scomparso, alla cui memoria sembravano molto legati. Prima di rispondere, cercai di mobilitare quanto di Goldbaum ricordavo. Non era molto: appartenevamo alla stessa squadra, ambiziosamente denominata "Kommando Chimico", ma lui chimico non era, e neppure eravamo stati particolarmente amici. Tuttavia, ricollegavo a lui la vaga reminiscenza di una posizione di privilegio simile alla mia: io riconosciuto (in verità assai tardi) come chimico, lui in qualche altra specializzazione tecnica. Il suo tedesco era limpido: senza dubbio era stato un uomo civile e di buona cultura. Rilessi le lettere del chimico tedesco, e vi trovai un dato che avevo dimenticato: il Goldbaum che lui ricordava era un fisico dei suoni, come me era stato esaminato, e poi assegnato a un laboratorio di acustica. La circostanza mi richiamò alla mente una coincidenza che avevo scordata: nel "Primo cerchio" di A. Solzenicyn si descrivono strani Lager specializzati, e in specie uno di questi, i cui prigionieri-ingegneri sono addetti alla ricerca di un analizzatore di suoni "commissionato" dalla polizia segreta di Stalin allo scopo di identificare le voci umane nelle intercettazioni telefoniche. Questi Lager si diffusero in Unione Sovietica dopo la fine della guerra. Ora, nell' aprile 1945, cioè dopo la liberazione, io ero stato invitato a colloquio da un gentilissimo funzionario sovietico: era venuto a sapere che io avevo lavorato da prigioniero in un laboratorio chimico, e voleva sapere da me quanto i tedeschi ci davano da mangiare, quanto ci sorvegliavano, se ci pagavano, come evitavano furti e sabotaggi. È quindi abbastanza probabile che io abbia modestamente contribuito all' organizzazione delle cosiddette saraski sovietiche, e non è impossibile che il misterioso lavoro di Goldbaum fosse quello descritto da Solzenicyn. Risposi agli Z. che avrei dovuto recarmi a Londra in aprile: un loro viaggio in Italia era inutile, avremmo potuto vederci là. Vennero all' appuntamento in sette, appartenenti a tre generazioni, mi assediarono, e subito mi mostrarono due fotografie di Gerhard, scattate verso il 1939. Provai una specie di abbagliamento; a distanza di quasi mezzo secolo, il viso era quello, coincideva perfettamente con quello che io, senza saperlo, recavo stampato nella memoria patologica che serbo di quel periodo: a volte, ma solo per quanto riguarda Auschwitz, mi sento fratello di Ireneo Funes "el memorioso" descritto da Borges, quello che ricordava ogni foglia di ogni albero che avesse visto, e che "aveva più ricordi da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini vissuti da quando esiste il mondo". Non occorrevano altre prove: lo dissi alla nipote, leader della famiglia, ma invece di allentarsi la loro pressione si fece più forte; non parlo per metafore, avrei dovuto intrattenermi anche con altre persone, ma gli Z. mi avevano incapsulato come fanno i leucociti attorno a un germe, mi premevano intorno e mi tempestavano di domande e di informazioni. Alle domande non seppi rispondere, salvo che a una: no, Goldbaum non doveva aver sofferto troppo per la fame; lo attestava il fatto stesso dell' averlo io subito riconosciuto in fotografia. Mancavano dalla mia immagine mentale i segni della fame estrema, inconfondibili e a me noti; il suo mestiere, fino agli ultimi giorni, gli doveva aver risparmiato almeno quella sofferenza. E fu sciolto anche il nodo dell' Olanda. Era una conferma ulteriore: la nipote mi disse che al tempo dell' annessione dell' Austria Gerhard si era rifugiato in Olanda, dove, ormai padrone della lingua, aveva lavorato alla Philips fino all' invasione nazista. Apparteneva alla Resistenza olandese; come me, era stato arrestato come partigiano, e poi riconosciuto come ebreo. L' affettuoso e tumultuoso clan degli Z. venne disperso a fatica da un improvvisato "servizio d' ordine", ma prima di lasciarmi la nipote mi consegnò un involto. Conteneva una sciarpa di lana: la porterò nel prossimo inverno. Per ora, l' ho riposta in un cassetto, provando la sensazione di chi tocchi un oggetto piovuto dal cosmo, come le pietre lunari, o come gli "apporti" vantati dagli spiritisti.
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