La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Forza maggiore
M. aveva fretta perché aveva un appuntamento importante col direttore di una biblioteca. Non conosceva quel quartiere della città; chiese la via a un passante, che gli indicò un vicolo lungo e stretto. Il suolo era acciottolato. M. vi entrò, e quando fu a mezzo cammino vide venirgli incontro un ragazzo tarchiato in canottiera, forse un marinaio. Notò con disagio che non c' erano slarghi né portoni: benché M. fosse smilzo, al momento dell' incrocio sarebbe stato costretto a un contatto sgradevole. Il marinaio fischiò, M. udì un latrato alle sue spalle, il grattare degli unghioli, poi l' ansito dell' animale accaldato: il cane doveva essersi accovacciato in attesa. Avanzarono entrambi, finché si trovarono fronte a fronte. M. si addossò al muro per lasciare libero il passaggio, ma l' altro non fece altrettanto; rimase fermo e posò le mani sui fianchi, ostruendo completamente il cammino. Non aveva un' espressione minacciosa; sembrava che aspettasse tranquillamente, ma M. udì il cane ringhiare profondo: doveva essere un animale di grossa taglia. Fece un passo in avanti, al che l' altro appoggiò le mani alle pareti. Vi fu una pausa, poi il marinaio fece un gesto con le due palme rivolte al suolo, come chi carezzasse una lunga schiena o placasse le acque. M. non capì; chiese: _ Perché non mi lascia passare? _, ma l' altro rispose ripetendo il gesto. Forse era muto, o sordo, o non intendeva l' italiano: ma avrebbe pur dovuto capire, la questione non era così complessa. Senza preavviso il marinaio sfilò gli occhiali di M., glieli cacciò in tasca e gli sferrò un pugno allo stomaco: non molto forte, ma M., colto di sorpresa, arretrò di parecchi passi. Non si era mai trovato in una situazione simile, neppure da ragazzo, ma ricordava Martin Eden e il suo scontro con Faccia di Formaggio, aveva letto "Ettore Fieramosca", l' "Orlando Innamorato", il "Furioso", la "Gerusalemme" e il "Don Chisciotte", ricordava la storia di "Fra Cristoforo", aveva visto "Un uomo tranquillo", "Mezzogiorno di fuoco" e cento altri film, e perciò sapeva che prima o poi quell' ora anche per lui sarebbe venuta: viene per tutti. Cercò di farsi animo, e rispose con un diretto, ma si accorse con stupore che il suo braccio era corto: non riuscì neppure a sfiorare il viso dell' avversario, che lo aveva tenuto a distanza puntandogli le mani sulle spalle. Allora caricò il marinaio a testa bassa: non era solo una questione di dignità e d' orgoglio, non solo aveva bisogno di passare, ma in quel momento il farsi strada in quel vicolo gli appariva una questione di vita o di morte. Il giovane gli acchiappò la testa fra le mani, lo respinse, e ripeté il gesto dei due palmi, che M. intravide nella nebbia della miopia. A M. venne in mente che avrebbe potuto anche lui giocare sulla sorpresa: non aveva mai praticato alcun genere di lotta, ma qualcosa gli era pure rimasto delle sue letture, e gli balenò in mente, da un remoto passato, una frase letta trent' anni prima in un romanzo del selvaggio Nord: "Se il tuo avversario è più forte di te, abbassati, gettati contro le sue gambe e spaccagli le ginocchia". Indietreggiò di qualche passo, prese la rincorsa, si raccolse a palla e rotolò contro le gambe tozze del marinaio. Questi abbassò una mano, una sola, arrestò M. senza sforzo, lo afferrò per un braccio e lo rialzò: aveva un' espressione stupita. Poi rifece il solito gesto. Il cane frattanto si era avvicinato, e annusava i pantaloni di M. con aria minacciosa. M. udì un passo secco e rumoroso alle sue spalle: era una ragazza in abiti vistosi, forse una prostituta. Superò il cane, M. e il marinaio come se non li vedesse, e scomparve in fondo al vicolo. M., che aveva vissuto fino allora una vita normale, cosparsa di gioie, noie e dolori, di successi e di insuccessi, percepì una sensazione che non aveva mai provata prima, quella della sopraffazione, della forza maggiore, dell' impotenza assoluta, senza scampo e senza rimedio, a cui non si può reagire se non con la sottomissione. O con la morte: ma aveva un senso morire per il passaggio in un vicolo? A un tratto, il marinaio acchiappò M. per le spalle e lo spinse verso il basso: possedeva veramente una forza straordinaria, e M. fu costretto a inginocchiarsi sui ciottoli, ma l' altro continuava a premere. A M. dolevano le ginocchia in modo intollerabile; tentò di scaricare una parte del peso sui calcagni, per il che dovette abbassarsi ancora un poco e inclinarsi all' indietro. Il marinaio ne approfittò: la sua spinta da verticale si fece obliqua, e M. si trovò seduto con le braccia puntellate dietro di sé. La posizione era più stabile, ma poiché ora M. era assai più basso, la pressione dell' altro sulle sue spalle si era fatta proporzionalmente più intensa. Lentamente, con spunti convulsi e inutili di resistenza, M. si trovò appoggiato sui gomiti, poi coricato, ma con le ginocchia ripiegate e alte: almeno quelle. Erano fatte di ossa dure, rigide, difficili da vincere. Il ragazzo emise un sospiro come fa chi deve fare appello a tutta la sua pazienza, afferrò i calcagni di M., uno per volta, e gli distese le gambe contro il suolo premendo sulle rotule. Era questo dunque il significato del gesto, pensò M.: il marinaio lo voleva disteso, subito; non tollerava resistenze. L' altro cacciò via il cane con un comando secco, si tolse i sandali reggendoli in mano, e si accinse a percorrere il corpo di M. come si percorre in palestra l' asse d' equilibrio: lentamente, a braccia tese, guardando fisso davanti a sé. Pose un piede sulla tibia destra, poi l' altro sul femore sinistro, e via via sul fegato, sul torace sinistro, sulla spalla destra, infine sulla fronte. Si infilò i sandali e se ne andò seguito dal cane. M. si rialzò, si rimise gli occhiali e si rassettò gli abiti. Fece un rapido inventario: c' erano vantaggi secondari, quelli che il calpestato ricava dalla sua condizione? Compassione, simpatia, maggiore attenzione, minore responsabilità? No, poiché M. viveva solo. Non ce n' erano, né ce ne sarebbero stati; o se sì, minimi. Il duello non aveva corrisposto ai suoi modelli: era stato squilibrato, sleale, sporco, e lo aveva sporcato. I modelli, anche i più violenti, sono cavallereschi, la vita non lo è. Si avviò al suo appuntamento, sapendo che non sarebbe stato mai più l' uomo di prima.
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