La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Nozze della formica
GIORNALISTA Signora, La vedo molto occupata. Spero di non disturbarLa: per una come me questa è un' occasione rara. REGINA E quello che voi chiamate uno scoop, vero? Bene, per prima cosa si tolga dai piedi. Voglio dire: tolga i piedi. Sta rovinando la cupola; almeno trecento giorni-formica solo per riparare il danno che ha già fatto. Le nostre cupole, o perfette o niente. Noi, e io in specie, siamo fatte così. Ecco, brava. Adesso avanti. Sì, registri pure. A proposito, perché niente Maestà? Come le chiamate, voi, le vostre regine? G. Scusi, signora ... ehm, scusi, Maestà. Credevo che .... R. Ha poco da credere. Forse perché sono vedova e sto facendo le uova? Ebbene? Proprio per questo. Me la trova Lei, una regina umana capace di fare altrettanto? Maestà! Ma si capisce che io sono una maestà. Sa quante uova ho fatto finora? Un milione e mezzo, e ho solo quattordici anni, e ho fatto l' amore una volta sola. G. Vuol dirci qualcosa del Suo matrimonio? R. Era un pomeriggio splendido, pieno di colori, di profumi e di poesia: uno di quei momenti in cui sembra che il mondo canti. Aveva appena spiovuto e subito era tornato il sole, e io ho provato un desiderio, una spinta irresistibile, i muscoli delle ali turgidi, che sembravano scoppiare. Eh, quando si è giovani .... Il mio marito buonanima era molto robusto e simpatico: il suo odore mi è piaciuto subito, e il mio a lui. Mi ha inseguito per mezz' ora buona, con insistenza, e allora, sa come siamo noi femmine, io ho finto d' essere stanca e mi sono lasciata raggiungere, benché anch' io fossi una splendida volatrice. Sì, è stato indimenticabile, lo scriva pure sul Suo giornale: da lassù non si vedevano più neppure i nostri formicai, il suo e il mio. E lui, poverino, mi ha consegnato il pacchetto ed è subito piombato giù morto stecchito: neanche il tempo di dirsi addio. G. ... il pacchetto? R. Un pacchetto come se ne vedono pochi, con più di quattro milioni di bestioline, tutte vitali. Da allora me lo tengo nell' addome. Lavoro di rubinetto e di pompa, perché noi ce li abbiamo incorporati: ogni uovo tre o quattro spermii, e quando voglio figli maschi non ho che da chiudere il condotto. Mi creda, il vostro sistema noialtre non lo abbiamo mai capito. Voglio dire: sta bene il viaggio di nozze, ma poi che bisogno c' è di tutte quelle repliche? Tutte ore lavorative perdute. Vedrà che col tempo ci arriverete anche voi, come siete arrivati alla divisione del lavoro: per il popolo la fecondità è solo spreco e demagogia. Dovreste delegarla anche voi, avete pure re e regine, o anche solo presidenti; lasciate fare a loro, i lavoratori devono lavorare. E perché tanti uomini? Quel vostro fifty fifty è roba sorpassata, lasci che glielo dica io; mica per niente, il nostro regime vive da centocinquanta milioni di anni, e il vostro da neanche uno. E il nostro è collaudato, è stabile fin dal Mesozoico, mentre voi lo cambiate ogni vent' anni quando va bene. Guardi, non voglio intromettermi nei fatti vostri, e mi rendo conto che anatomia e fisiologia sono difficili da rinnovare nei tempi brevi, ma anche così come stanno le vostre cose, un maschio ogni cinquanta femmine basterebbe con abbondanza. Oltre tutto risolvereste anche il problema della fame nel mondo. G. E gli altri quarantanove? R. Il meglio sarebbe che non nascessero. Altrimenti, è da vedersi: ucciderli, o castrarli e farli lavorare, o lasciare che si ammazzino tra di loro, già che ne hanno la tendenza. Ne parli col Suo direttore, faccia un editoriale; sarebbe un disegno di legge da presentare in parlamento. G. Gliene parlerò senz' altro. Ma Lei, Maestà, non ha mai rimpianto quel pomeriggio, quel volo, quell' istante di amore? R. È difficile dirlo. Vede, per noi il dovere viene prima di tutto; e poi, in fondo, io qui dentro ci sto bene, al buio, al caldo, in pace, con le mie centomila figlie intorno che mi leccano tutto il giorno. C' è un tempo per ogni cosa, l' ha detto molti secoli fa qualcuno dei vostri: mi pare che vi invitasse anche a imitarci. Per noi, questa è una regola rigida, c' è il tempo delle uova, quello delle larve, quello delle pupe; c' è il giorno e la notte, l' estate e l' inverno, la guerra e la pace, il lavoro e la fecondità: ma al di sopra di tutto c' è lo Stato, e niente fuori dello Stato. Be' , rimpianti sì, certo. Gliel' ho detto, ero una grande volatrice: forse è per questo che il mio povero marito aveva scelto proprio me in mezzo alla folla delle principesse che sciamavano nel tramonto. Eravamo tante da oscurare il sole: da lontano, sembrava che dal formicaio uscisse una colonna di fumo, ma io ero quella che volava più alto di tutte. Avevo una muscolatura da atleta. E lui mi ha inseguita, mi ha affidato quel dono che racchiudeva tutti i nostri domani, e poi subito giù: lo vedo ancora adesso, è caduto in vite, come una foglia. G. E Lei, Maestà? R. Il pacchetto è una responsabilità, e pesa: anche materialmente. Sono ridiscesa, anzi, mi sono lasciata cadere: un po' per la stanchezza, un po' per il turbamento. Non più vergine aviatrice, ma madre vedova, gravida di milioni. La prima cosa da fare, quando una diventa madre, è liberarsi delle ali: sono una frivolezza, una vanità, e tanto non servono più. Le ho subito strappate, e mi sono scavata una nicchia, come si è sempre fatto. Ho avuto la tentazione di tenermele nella mia cella per ricordo, ma poi ho pensato che anche questa era vanità, e le ho lasciate lì, che il vento se le portasse via. Sentivo le uova che maturavano in me, fitte come la grandine. Quando viene questo momento, i muscoli delle ali diventano provvidenziali per un altro verso. Me li sono assimilati, consumati, incorporati, in modo da avere sostanza da trasferire alle uova, al mio popolo futuro. Gli ho sacrificato la mia forza e la mia giovinezza, e ne sono fiera. Io, io sola. Ci sono razze che si tengono nel nido anche dieci o venti regine: è una vergogna che qui da noi non s' è mai vista. Che si provi, una delle mie operaie, a diventare feconda, e poi vedrà! G. Capisco. Generare è un impegno totalizzante. Comprendo che Lei ne rivendichi il monopolio. La maternità è sacra, anche da noi, sa? Le nostre cronache sono piene di orrori, ma chi nuoce ai piccoli è esecrato da tutti. R. Sì, sì. Non si devono mangiare le uova, non è bello. Ma ci sono situazioni in cui si deve seguire il senso dello Stato, che è poi il buon senso. Se il cibo è scarso e le uova sono troppe, non c' è più posto per i moralismi. Si mangiano le uova, io per prima, o magari anche le larve e le pupe. Nutrono; e se si lasciano lì senza cure, perché le operaie hanno fame e non possono più lavorare, vanno a male, sono buone solo per i vermi, e moriamo anche noi. So what? Senza logica non c' e governo.
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