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La stampa terza pagina 1986

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura

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Il passa-muri

Memnone aveva perso il conto dei giorni e degli anni. Delle quattro mura fra cui era rinserrato conosceva ogni ruga, crepa e grumo: le aveva studiate con gli occhi di giorno, con le dita di notte. Continuava a palpare la pietra, dal pavimento fin dove arrivavano le sue braccia, come se leggesse e rileggesse lo stesso libro: dalla materia, un alchimista impara sempre qualcosa, e del resto non aveva altro da leggere. Era stata proprio la sua arte a condurlo al carcere. La corporazione era forte, rigida nella sua ortodossia, riconosciuta dall' Imperatore, e il suo dettato era chiaro: la materia era infinitamente divisibile. La sua immagine era l' acqua, non la sabbia; sostenere che ci fossero quei granelli ultimi, gli atomi, era eresia. Forse chi spendesse la vita a dividere l' acqua incontrerebbe alla fine una barriera? Ora Memnone aveva osato pensare di sì, e lo aveva proclamato, scritto, insegnato ai discepoli. Non sarebbe uscito finché non avesse ritrattato. Non poteva ritrattare. L' occhio della mente gli diceva che la materia era vacua e rada, come il cielo stellato; granelli minuscoli sospesi nel vuoto, retti da odio e amore. Per questo lo avevano murato vivo: affinché parlasse a confutarlo la spietata durezza e impenetrabilità della pietra; ma Memnone sapeva che la pietra mentiva, e sapeva che questo era il nocciolo dell' arte, smentire il mentito. Ricordò quanto aveva visto nella sua officina. Per un vaglio passano l' aria, l' acqua e i semi di sesamo. Per un feltro passano l' aria e l' acqua, ma il sesamo no. Per il cuoio passa l' aria ma non l' acqua. Da un' anfora ben sigillata non escono né l' aria né l' acqua. Ma lui era sicuro che esisteva un' aria più sottile, un etere capace di attraversare l' argilla indurita, il bronzo, e la pietra che lo seppelliva; e che il suo stesso corpo avrebbe potuto assottigliarsi fino a penetrare la pietra. Come? "Homo est quod est", l' uomo è ciò che mangia: obeso e rustico se mangia lardo, valido se pane, placido se olio, fiacco se solo rape. Ora il cibo che gli veniva porto dallo spioncino era rozzo, ma lui lo avrebbe potuto affinare. Lacerò un lembo del mantello, lo riempì della polvere che copriva il suolo stendendola in stati graduali e sapienti, e se ne fece un filtro, secondo un disegno che solo lui ed Ecate conoscevano. Da allora, filtrò la broda scartandone le parti più spesse. Dopo qualche mese, o forse era un anno?, gli effetti si fecero sentire. Dapprima fu solo una gran debolezza, ma poi notò, alla luce della finestrella, che la sua mano si faceva sempre più diafana, finché ne distinse le ossa, tenui anch' esse. Si accinse alla prova. Puntò un dito contro la pietra e spinse. Provò un formicolio, e vide che il dito penetrava. Era una doppia vittoria: la conferma della sua visione, e la porta verso la libertà. Attese una notte illune, poi premette le due palme con tutta la sua forza. Entravano, anche se a stento; entrarono anche le braccia. Spinse con la fronte, la sentì fondersi con la pietra, progredire lentissima, e nello stesso tempo fu invaso dalla nausea: era un turbamento doloroso, percepiva il sasso nel suo cervello e il cervello commisto al sasso. Concentrò lo sforzo nelle braccia, come nuotando in una pegola, in un ronzio che lo assordava e in un buio rotto da lampi inspiegabili, finché sentì i piedi staccarsi dal pavimento. Quanto era spessa la parete? Forse una tesa: la superficie esterna non poteva essere lontana. S' accorse presto che la sua destra era emersa: la sentiva muovere libera nell' aria, ma stentò a sciogliere il resto del corpo dalla vischiosità della pietra. Non poteva premere dal di fuori contro la parete: le mani tornavano a invischiarsi. Si sentiva come una mosca presa nel miele, che per liberare una zampina ne impania altre due, ma spinse forte con le gambe, e nella prima luce dell' alba emerse nell' aria come una farfalla dalla pupa. Si lasciò cadere al suolo, da un' altezza di tre tese; non si fece male, ma era ancora intriso di macigno, pietroso, impedito. Doveva nascondersi, subito. Camminava a stento, ma non solo per la debolezza e la fatica del tragitto. Bastava il peso del suo corpo, benché emaciato, perché le piante dei piedi penetrassero il terreno. Trovò erba, e andò meglio; poi di nuovo il selciato della città. Si accorse che, a dispetto della stanchezza, gli conveniva correre, per non dar tempo alle suole di invischiarsi: correre, senza fermarsi mai. Fino a quando? Era questa la libertà? Questo il suo prezzo? Trovò Ecate. Lo aveva atteso, ma era una vecchia; lo fece sedere e parlare, e subito lui sentì con spavento le natiche fondersi nel legno della sedia, trovò riposo solo nel letto, col suo peso ripartito sulle piume. Spiegò alla donna che doveva nutrirsi, per riaddensarsi, per ristabilire i confini col mondo; o non sarebbe stato meglio aspettare, per sconfiggere i suoi avversari con la testimonianza del fatto? La materia, anche la sua, era penetrabile, dunque discreta, dunque fatta d' atomi: nessuno lo avrebbe potuto contraddire senza contraddirsi. Prevalse la fame. Ecate porse cibo a Memnone giacente: spalla di montone, legumi. Il montone era coriaceo, e gli fu impossibile masticarlo. Mascella, carne e mandibola si incollavano fra loro, temette che i denti si enucleassero. Dovette aiutarlo Ecate, facendo leva con la punta del coltello. Meglio, per ora, latte, uova e formaggio fresco: quel corpo estenuato non sopportava pressioni, tuttavia, dopo la lunga astinenza, si stava gonfiando di voglia. Memnone attirò la donna nel letto, la spogliò, e come, poche ore prima, aveva esplorato la pietra del carcere, ne esplorò la pelle: era rimasta giovane, la sentì morbida, tesa e profumata. Abbracciò la donna, allegro di quel vigore ridestato: era un effetto imprevisto, un prodotto marginale ma felice della sottigliezza; o forse una residua pietrosità, duri atomi di sasso commisti ai suoi atomi di carne e di spirito non vinto. Travolto dal desiderio, aveva dimenticato la sua nuova condizione. Strinse a sé la donna, e sentì il proprio confine diluirsi nel suo, le due pelli confluire e sciogliersi. Per un istante o per sempre? In un crepuscolo di consapevolezza tentò di staccarsi e di arretrare, ma le braccia di Ecate, troppo più forti delle sue, si rinserrarono. Riprovò la vertigine che lo aveva invaso mentre migrava attraverso la pietra: non più fastidiosa adesso, ma deliziosa e mortale. Trascinò la donna con sé nella notte perpetua dell' impossibile.

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