La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Timoteo, suo padre, e tutti i suoi ascendenti fino ai tempi più remoti, avevano sempre fabbricato specchi. In una madia della loro casa si conservavano ancora specchi di rame verdi per l' ossido, e specchi d' argento anneriti da secoli di emanazioni umane; altri di cristallo, incorniciati in avorio o in legni pregiati. Morto suo padre, Timoteo si sentì sciolto dal vincolo della tradizione; continuò a foggiare specchi fatti a regola d' arte, che del resto vendeva con profitto in tutta la regione, ma riprese a meditare su un suo vecchio disegno. Fin da ragazzo, di nascosto dal padre e dal nonno, aveva trasgredito le regole della corporazione. Di giorno, nelle ore d' officina, da apprendista disciplinato faceva i soliti noiosi specchi piani, trasparenti, incolori, quelli che, come suol dirsi, rendono l' immagine veridica (ma virtuale) del mondo, e in specie quella dei visi umani. A sera, quando nessuno lo sorvegliava, confezionava specchi diversi. Che cosa fa uno specchio: "Riflette", come una mente umana; ma gli specchi usuali obbediscono a una legge fisica semplice e inesorabile; riflettono come una mente rigida, ossessa, che pretende di accogliere in sé la realtà del mondo: come se ce ne fosse una sola! Gli specchi segreti di Timoteo erano più versatili. Ce n' erano di vetro colorato, striato, lattescente: riflettevano un mondo più rosso o più verde di quello vero, o variopinto, o con contorni delicatamente sfumati, in modo che gli oggetti o le persone sembravano agglomerarsi fra loro come nuvole. Ce n' erano di multipli, fatti di lamine o schegge ingegnosamente angolate: questi frantumavano l' immagine, la riducevano a un mosaico grazioso ma indecifrabile. Un congegno, che a Timoteo era costato settimane di lavoro, invertiva l' alto col basso e la destra con la sinistra; chi vi guardava dentro la prima volta provava una vertigine intensa, ma se insisteva per qualche ora finiva con l' abituarsi al mondo capovolto, e poi provava nausea davanti al mondo improvvisamente raddrizzato. Un altro specchio era fatto di tre ante, e chi ci si guardava vedeva il suo viso moltiplicato per tre: Timoteo lo regalò al parroco perché nell' ora di catechismo, facesse intendere ai bambini il mistero della Trinità. C' erano specchi che ingrandivano, come scioccamente si dice facciano gli occhi dei buoi, e altri che impicciolivano, o facevano apparire le cose infinitamente lontane; in alcuni ti vedevi allampanato in altri pingue e basso come un Budda. Per farne dono ad Agata, Timoteo ricavò uno specchio da armadio da una lastra di vetro leggermente ondulata, ma ottenne un risultato che non aveva previsto. Se il soggetto si guardava senza muoversi, l' immagine mostrava solo lievi deformazioni; se invece si spostava in su e in giù, flettendo un poco le ginocchia o alzandosi in punta di piedi, pancia e petto rifluivano impetuosamente verso l' alto o verso il basso. Agata si vide trasformata ora in una donna-cicogna, con spalle, seno e ventre compressi in un fagotto librato su due lunghissime gambe stecchite; e subito dopo, in un mostro dal collo filiforme a cui era appeso tutto il resto, un ammasso di ernie spiaccicato e tozzo come creta da vasaio che ceda sotto il proprio peso. La storia finì male. Agata ruppe lo specchio e il fidanzamento, e Timoteo si addolorò ma non tanto. Aveva in mente un progetto più ambizioso. Provò in gran segreto vari tipi di vetro e di argentatura, sottopose i suoi specchi a campi elettrici, li irradiò con lampade che aveva fatto venire da paesi lontani, finché gli parve di essere vicino al suo scopo, che era quello di ottenere specchi metafisici. Uno Spemet, cioè uno specchio metafisico, non obbedisce alle leggi dell' ottica, ma riproduce la tua immagine quale essa viene vista da chi ti sta di fronte: l' idea era vecchia, l' aveva già pensata Esopo e chissà quanti altri prima e dopo di lui, ma Timoteo era stato il primo a realizzarla. Gli Spemet di Timoteo erano grandi quanto un biglietto da visita, flessibili e adesivi: infatti erano destinati a essere applicati sulla fronte. Timoteo collaudò il primo esemplare incollandolo al muro, e non ci vide nulla di speciale: la sua solita immagine, di trentenne già stempiato, dall' aria arguta, trasognata e un po' sciatta: ma già, un muro non ti vede, non alberga immagini di te. Preparò una ventina di campioni, e gli parve giusto offrire il primo ad Agata, con cui aveva conservato un rapporto tempestoso, per farsi perdonare la faccenda dello specchio ondulato. Agata lo ricevette freddamente; ascoltò le spiegazioni con distrazione ostentata, ma quando Timoteo le propose di applicarsi lo Spemet sulla fronte, non si fece pregare: aveva capito fin troppo bene, pensò Timoteo. Infatti, l' immagine di sé che egli vide, come su un piccolo teleschermo, era poco lusinghiera. Non era stempiato ma calvo, aveva le labbra socchiuse in un sogghigno melenso da cui trasparivano i denti guasti (eh sì, era un pezzo che rimandava le cure proposte dal dentista), la sua espressione non era trasognata ma ebete, e il suo sguardo era molto strano. Strano perché? Non tardò a capirlo in uno specchio normale, gli occhi ti guardano sempre, in quello, invece, guardavano sbiechi vero la sua sinistra. Si avvicinò e si spostò un poco: gli occhi scattarono sfuggendo sulla destra. Timoteo lasciò Agata con sentimenti contrastanti: l' esperimento era andato bene, ma se davvero Agata lo vedeva così, la rottura non poteva essere che definitiva. Offrì il secondo Spemet a sua madre, che non chiese spiegazioni. Si vide sedicenne, biondo, roseo, etereo e angelico, coi capelli ben ravviati e il nodo della cravatta all' altezza giusta: come un ricordino dei morti, pensò fra sé. Nulla a che vedere con le fotografie scolastiche ritrovate pochi anni prima in un cassetto, che mostravano un ragazzetto vispo ma intercambiabile con la maggior parte dei suoi condiscepoli. Il terzo Spemet spettava a Emma, non c' era dubbio. Timoteo era scivolato da Agata a Emma senza scosse brusche. Emma era minuta, pigra, mite e furba. Sotto le coperte, aveva insegnato a Timoteo alcune arti a cui lui da solo non avrebbe mai pensato. Era meno intelligente di Agata, ma non ne possedeva le durezze pietrose: Agata-agata, Timoteo non ci aveva mai fatto caso prima, i nomi sono pure qualcosa. Emma non capiva nulla del lavoro di Timoteo, ma bussava spesso al suo laboratorio, e lo stava a guardare per ore con occhio incantato. Sulla fronte liscia di Emma, Timoteo vide un Timoteo meraviglioso. Era a mezzo busto e a torso nudo: aveva il torace armonioso che lui aveva sempre sofferto di non avere, un viso apollineo dalla chioma folta intorno a cui si intravedeva una ghirlanda di lauro, uno sguardo a un tempo sereno, gaio e grifagno. In quel momento, Timoteo si accorse di amare Emma di un amore intenso, dolce e duraturo. Distribuì vari Spemet ai suoi amici più cari. Notò che non due immagini coincidevano fra loro: insomma, un vero Timoteo non esisteva. Notò ancora che lo Spemet possedeva una virtù spiccata: rinsaldava le amicizie antiche e serie, scioglieva rapidamente le amicizie d' abitudine o di convenzione. Tuttavia ogni tentativo di sfruttamento commerciale fallì tutti i rappresentanti furono concordi nel riferire che i clienti soddisfatti della propria immagine riflessa dalla fronte di amici o parenti erano troppo pochi. Le vendite sarebbero state comunque scarsissime, anche se il prezzo si fosse dimezzato. Timoteo brevettò lo Spemet e si dissanguò per alcuni anni nello sforzo di mantener vivo il brevetto, tentò invano di venderlo, poi si rassegnò, e continuò a fabbricare specchi piani, del resto di qualità eccellente, fino all' età della pensione.
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