La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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La "campagna" durava quanto le vacanze scolastiche, cioè quasi tre mesi. I preparativi incominciavano presto, di solito a San Giuseppe: mio padre e mia madre andavano per le valli ancora innevate a cercare l' alloggio da affittare, di preferenza in qualche luogo servito dalla ferrovia e non troppo lontano da Torino. Questo perché non avevamo l' auto (quasi nessuno l' aveva) e perché le ferie di mio padre, che pure odiava l' afa estiva, si riducevano a tre giorni intorno a Ferragosto. Così, pur di dormire al fresco e in famiglia, si assoggettava alla galera del viaggio quotidiano in treno, fino a Torre Pellice, o a Meana, o a Bardonecchia. Per solidarietà, noi ogni sera andavamo ad aspettarlo alla stazione; lui ripartiva all' alba del giorno dopo, anche al sabato, per essere in ufficio alle otto. Verso metà giugno mia madre metteva mano ai bagagli. A parte borse e valige, il grosso era costituito da tre cestoni di vimini, che pieni dovevano pesare quasi un quintale ciascuno: venivano i facchini del corriere, se li issavano miracolosamente sulla schiena e li portavano giù per le scale, sudando e imprecando. Contenevano tutto: biancheria, pentole, giocattoli, libri, scorte, abiti leggeri e pesanti, scarpe, medicine, attrezzi, come se si partisse per l' Atlantide. In generale, la scelta del luogo veniva fatta in solido con altre famiglie di amici o di parenti; così si era meno soli, e insomma ci si portava dietro un segmento di città. I tre mesi scorrevano lenti, sereni e noiosi, punteggiati dall' abominio sadico dei Compiti per le Vacanze. Comportavano un sempre nuovo contatto con la natura: modeste erbe e fiori di cui era gradevole imparare il nome, uccelli dalle varie voci, insetti, ragni. Una volta, nella vasca del lavatoio, nulla meno che una sanguisuga, aggraziata nel suo nuoto ondulante come in una danza. Un' altra volta, un pipistrello in camera da letto, o una faina intravista nel crepuscolo, o un grillotalpa né grillo né talpa, mostriciattolo pingue, ripugnante e minaccioso. Nel giardino-cortile si affaccendavano ordinate tribù di formiche, di cui era affascinante studiare le astuzie e le ottusità. I testi di scuola ce le portavano ad esempio: "vanne, o pigro, alla formica"; loro, in vacanza, non ci andavano mai. Sì certo, ma a che prezzo! Il luogo più interessante era il torrente, a cui mia madre ci portava tutte le mattine, a prendere il sole e a diguazzare nell' acqua limpida mentre lei lavorava a maglia all' ombra di un salice. Lo si poteva guadare senza pericolo da sponda a sponda, e albergava animali mai visti. Sul fondo, strisciavano insetti neri che sembravano grosse formiche: ognuno si trascinava dietro un astuccio cilindrico fatto di sassolini o di frammenti vegetali in cui teneva infilato l' addome, e da cui sporgevano solo la testa e le zampine. Se li disturbavo, si rintanavano di scatto nella loro casetta ambulante. A mezz' aria si libravano libellule meravigliose, dai riflessi turchini, metallici; metallico e meccanico era anche il loro ronzio. Erano piccole macchine da guerra: a un tratto calavano come dardi su un' invisibile preda. Sui lembi di sabbia asciutta correvano scarabei verdi, agilissimi, e si aprivano le trappole coniche dei formica-leoni. Assistevamo ai loro agguati con un segreto senso di complicità, e quindi di colpa; al punto che mia sorella, ogni tanto, non resisteva alla pietà, e con uno stecco stornava una formichina che si stava avviando verso una morte subitanea e crudele. Lungo la sponda sinistra brulicavano i girini, a centinaia. Perché solo a sinistra? Dopo molto ragionare osservammo che lì correva un sentiero frequentato alla domenica dai pescatori; le trote se n' erano accorte, e stavano alla larga, lungo la sponda destra. A loro volta, i girini si erano stabiliti a sinistra per stare alla larga dalle trote. Destavano sentimenti contrastanti: riso e tenerezza, come i cuccioli, i neonati e tutte le creature che hanno la testa troppo grossa rispetto al corpo; indignazione, perché ogni tanto si divoravano fra loro. Erano chimere, bestie impossibili, tutte testa e coda, eppure navigavano veloci e sicure, spingendosi con un elegante sbandieramento della coda. Disapprovato da mia madre, ne portai a casa una dozzina e li misi in una bacinella, di cui avevo coperto il fondo con sabbia tratta dal letto del torrente. Pareva che ci stessero a loro agio, infatti dopo qualche giorno cominciarono la muta. Questo sì era uno spettacolo inedito, pieno di mistero come una nascita o una morte, tale da far impallidire i compiti per le vacanze, e da rendere fugaci i giorni e interminabili le notti. La coda di un girino si ingrossava in un piccolo nodo, presso la sua radice. Il nodo cresceva, in due o tre giorni se ne staccavano due zampette palmate, ma la bestiola non se ne serviva: le lasciava pendere inerti, e continuava a menare la coda. Dopo qualche altro giorno, su un lato della testa si formava una pustola; cresceva, poi scoppiava come un ascesso, e ne usciva una zampina anteriore già bella e formata, minuscola, trasparente, quasi una manina di vetro, che cominciava subito a nuotare. Poco dopo lo stesso avveniva sull' altro lato, e allo stesso tempo la coda prendeva ad accorciarsi. Che fosse un periodo drammatico, si notava a prima vista. Era una brusca e brutale pubertà: la bestiola diventava inquieta, come se avvertisse in sé il travaglio di chi cambia natura, e ne è sconvolto nella mente e nei visceri; forse non sapeva più chi era. Nuotava frenetica e spersa, con la coda sempre più corta e le quattro zampine ancora troppo deboli per la bisogna. Nuotava in tondo, cercando qualcosa, forse aria per i suoi polmoni nuovi, forse un approdo da cui salpare verso il mondo. Mi resi conto che le pareti della bacinella erano troppo ripide perché i girini vi si potessero arrampicare, come evidentemente desideravano, e misi nell' acqua due o tre tavolette di legno inclinate. L' idea era giusta, e alcuni girini ne approfittarono: ma era ancora giusto chiamarli girini? Non più; non erano più larve, erano ranocchi bruni grossi come una fava, ma ranocchi, gente come noi, con due mani e due gambe, che nuotavano "a rana" con fatica ma con stile corretto. E non si mangiavano più fra loro, e verso di loro provavamo ormai un sentimento diverso, materno e paterno: in qualche modo erano nostri figli, anche se alla loro muta avevamo dato più disturbo che aiuto. Ne mettevo uno sul palmo della mano: aveva un muso, un viso, mi guardava strizzando gli occhi, poi spalancava la bocca di scatto. Cercava aria o voleva dire qualche cosa: Altre volte si avviava con decisione lungo un dito, come su un trampolino, e subito spiccava un salto insensato nel vuoto. Allevare girini non era poi così facile. Solo pochi apprezzarono le nostre tavolette di salvataggio, e uscirono all' asciutto; gli altri, privi ormai delle branchie che avevano provveduto alla loro infanzia acquatica, li trovavamo al mattino annegati, esausti dal troppo nuotare, proprio come sarebbe successo a un nuotatore umano stretto fra le pareti di una chiusa. E anche quegli altri, i più intelligenti, quelli che avevano capito l' uso degli approdi, non ebbero vita lunga. Un istinto ben comprensibile, lo stesso che ci ha spinti sulla luna, induce i girini ad allontanarsi dallo specchio d' acqua dove hanno compiuto la muta; non importa verso dove, in qualunque luogo salvo quello. In natura, non è improbabile che accanto a una pozza o ad un' ansa di torrente ve ne siano altre, o prati umidi, o paludi; perciò alcuni si salvano, migrano e colonizzano ambienti nuovi, ma comunque anche nelle condizioni più favorevoli, una gran parte di loro è destinata a morire. Per questo le rane madri si estenuano nel partorire stringhe interminabili di uova: "sanno" che la mortalità infantile sarà spaventosamente alta, e provvedono come facevano i nostri bisavoli di campagna. I nostri girini superstiti si sparpagliarono per il giardino-cortile, alla ricerca di un' acqua che non c' era. Li inseguimmo invano fra l' erba e i sassi; uno, il più baldanzoso, che stava arrabattandosi a saltelli maldestri per valicare il marciapiede di granito, fu avvistato da un pettirosso che ne fece un solo boccone. Nello stesso istante, la gattina bianca nostra compagna di giochi, che assisteva immobile alla scena, fece un balzo portentoso e si avventò sull' uccello distratto dalla caccia fortunata: lo uccise a mezzo, come fanno i gatti, e se lo portò in un angolo per giocare con la sua agonia.
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