La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Pipetta da guerra
Qualche giorno fa, in un gruppo di amici, si parlava dell' influsso delle piccole cause sul corso della storia. È questa una controversia classica, e classicamente priva di soluzione definitiva e assoluta: si può impunemente affermare che la storia del mondo (via, siamo modesti: diciamo del bacino mediterraneo) sarebbe stata totalmente diversa se il naso di Cleopatra fosse stato più lungo, come voleva Pascal, e si può altrettanto impunemente affermare che essa sarebbe stata esattamente uguale, come vogliono l' ortodossia marxista e la storiografia proposta da Tolstoj in "Guerra e pace". Poiché non è possibile ricostruire una Cleopatra col naso diverso, ma con un entourage rigorosamente uguale a quello della Cleopatra storica, non esiste alcuna possibilità di dimostrare o confutare sperimentalmente l' una o l' altra tesi, e il problema è uno pseudoproblema. Ci siamo trovati invece tutti d' accordo nell' osservare che le piccole cause possono avere un effetto determinante sulle storie individuali, allo stesso modo che l' ago di uno scambio ferroviario, spostandosi di pochi centimetri, può avviare un treno con mille passeggeri a Madrid anziché ad Amburgo. A questo punto, ognuno dei presenti ha preteso di raccontare la piccola causa che aveva radicalmente mutato la sua esistenza, e anch' io, quando la confusione si è calmata, ho raccontato la mia: o per meglio dire, ne ho definito i dettagli, perché l' avevo già narrata molte volte, sia a voce sia per iscritto. Poco più che quarant' anni fa ero prigioniero ad Auschwitz e lavoravo in un laboratorio chimico. Avevo fame, e cercavo di rubare qualcosa di piccolo e di insolito (e quindi di alto valore commerciale) per scambiarlo con pane. Dopo vari tentativi, riusciti o falliti, che ho descritti altrove, trovai un cassetto pieno di pipette. Le pipette sono tubetti di vetro graduati con precisione: servono a trasferire quantità ben definite di liquido da un recipiente a un altro, e vengono usate (oggi, veramente, si usano sistemi più igienici) aspirando il liquido con le labbra da un' estremità, in modo che salga esattamente fino alla graduazione superiore, e lasciando che scenda poi per il suo peso. Le pipette erano tante: ne infilai una dozzina in una tasca clandestina che mi ero cucita all' interno della giacca, me le portai in Lager, e appena finito l' appello corsi all' infermeria: intendevo offrirle a un infermiere polacco che conoscevo, e che lavorava nel Reparto Infettivi. Gli spiegai che potevano servire per le analisi chimiche. Il polacco guardò la refurtiva con scarso interesse, poi mi disse che per quel giorno era troppo tardi, pane non ne aveva più: tutto quel che poteva offrirmi era un po' di zuppa. Accettai il compenso proposto; il polacco scomparve fra i malati del suo reparto e tornò poco dopo con una scodella mezza piena di zuppa. Era mezza piena in un modo curioso, e cioè verticalmente; faceva molto freddo, la zuppa si era rappresa, e qualcuno ne aveva asportato una metà con un cucchiaio, come chi mangiasse mezza torta. Chi poteva aver avanzato mezza scodella di zuppa in quel regno della fame? Quasi certamente un ammalato grave, e, dato il luogo, anche contagioso: nelle ultime settimane, nel campo si erano scatenate in forma epidemica la difterite e la scarlattina. Ma ad Auschwitz cautele di questo tipo non avevano corso, prima veniva la fame e poi tutto il resto; lasciare non mangiato qualcosa di mangiabile non era quanto comunemente si dice "un peccato", era impensabile, anzi, fisicamente impossibile. Quella sera stessa io e il mio amico ed alter ego Alberto ci spartimmo quella zuppa così sospetta. Alberto aveva la mia età, la mia statura, il mio carattere e il mio mestiere, e dormivamo nella stessa cuccetta. Ci somigliavamo perfino un poco; i compagni stranieri e il Kapo ritenevano superfluo distinguere fra noi, e pretendevano che quando chiamavano "Alberto!" o "Primo!" rispondesse comunque quello di noi che era più vicino. Eravamo dunque per così dire intercambiabili, e chiunque avrebbe pronosticato per noi due lo stesso destino: entrambi sommersi o entrambi salvati. Ma proprio a questo punto entrò in funzione l' ago dello scambio, la piccola causa dagli effetti determinanti. Alberto aveva avuto la scarlattina da bambino, ed era immune; io invece no. Mi accorsi delle conseguenze della nostra imprudenza pochi giorni dopo. Alla sveglia, mentre Alberto stava bene, a me la gola doleva intensamente, stentavo a deglutire e avevo la febbre alta: ma "marcare visita" al mattino non era consentito, e così andai al laboratorio come tutti i giorni. Mi sentivo ammalato a morte, eppure proprio quel giorno venni incaricato di un' impresa insolita. In quel laboratorio lavoravano (o fingevano di lavorare) anche otto ragazze, tedesche, polacche e ucraine; il capo mi disse che dovevo insegnare a Fräulein Drechsel un certo metodo analitico. La Drechsel era una tedescotta adolescente sgraziata e torva. Per lo più evitava di rivolgere lo sguardo su noi tre chimici-schiavi: quando lo faceva, i suoi occhi smorti esprimevano un' ostilità vaga, fatta di diffidenza, imbarazzo, repulsione e paura. A me non aveva mai rivolto la parola; mi era antipatica, e anche sospetta, perché nei giorni precedenti l' avevo vista appartarsi col giovanissimo SS che sorvegliava quel reparto; e poi, lei sola, portava appuntato sul camice un distintivo con la croce uncinata. Forse era una caposquadra della Gioventù hitleriana. Lei era una pessima allieva perché era stupida, e io un pessimo maestro perché parlavo male il tedesco, e soprattutto perché non ero motivato: anzi, ero contromotivato. Perché mai avrei dovuto insegnare qualcosa a quella creatura? Il normale rapporto maestro-discepolo, che è discendente, veniva a conflitto con rapporti ascendenti: io ebreo e lei ariana, io sporco e malato e lei pulita e sana. Credo che sia stata quella l' unica occasione in cui io abbia commesso deliberatamente un' ingiustizia. L' analisi che io le avrei dovuto insegnare comportava l' uso di una pipetta: sì, una sorella di quelle a cui dovevo la malattia che mi correva per le vene. Mostrai alla Drechsel come la si usava, inserendola fra le mie labbra febbricitanti; poi gliela porsi, e la invitai a fare altrettanto. Feci insomma quanto potevo per contagiarla. Pochi giorni dopo, mentre io ero ricoverato all' infermeria, il campo fu sciolto nelle tragiche condizioni che sono state più volte descritte. Alberto fu vittima della piccola causa, della scarlattina da cui era guarito bambino. Venne a salutarmi, e poi partì nella notte e nella neve, insieme con altri sessantamila sventurati, per quella marcia mortale da cui pochi tornarono vivi. Io fui salvato, nel modo più imprevedibile, dall' affare delle pipette rubate, che mi avevano procurato una provvidenziale malattia proprio nel momento in cui, paradossalmente, non poter camminare era una fortuna. Infatti, per ragioni mai chiarite, ad Auschwitz i nazisti in fuga si astennero dall' eseguire gli ordini di Berlino, che erano chiari: non lasciarsi dietro nessun testimone. Se ne andarono abbandonando noi ammalati al nostro destino. Di quanto sia avvenuto alla signorina Drechsel, non so nulla. Forse non era colpevole se non di qualche bacetto nazista, e perciò spero che la piccola causa da me pilotata non le abbia arrecato gran danno: a diciassette anni una scarlattina guarisce presto e non lascia postumi. Comunque, non sento rimorsi per questo mio tentativo privato di guerra batteriologica. Ho saputo più tardi che altri, in altri Lager, avevano agito in modo più sistematico e meglio mirato. Là dove infuriava il tifo esantematico, che spesso è mortale e viene trasmesso dai pidocchi delle vesti, le prigioniere addette alla stiratura delle uniformi delle SS andavano in cerca delle compagne morte di tifo, prelevavano i pidocchi dai cadaveri e li infilavano sotto il colletto delle giacche militari. I pidocchi sono animali poco simpatici, ma non hanno pregiudizi razziali.
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