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La stampa terza pagina 1986

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura

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Meccano d' amore

Ci si può innamorare a qualsiasi età, con emozioni intense in ogni caso ma disperse su un vasto spettro, che va dall' idillio edenico alla passione pervadente, dalla felicità alla disperazione, dalla pace raggiunta al vizio devastatore, e dalla comunione di interessi (anche di bottega: perché no?) alla polemica competitiva. A undici anni, nel corso di una interminabile vacanza estiva, mi ero innamorato di una Lidia di nove anni, gentile, bruttina, malaticcia e non tanto sveglia. Le regalavo francobolli per la sua collezione, che io stesso l' avevo incoraggiata a iniziare, provavo brividi di raccapriccio ascoltando il suo spesso ripetuto racconto dell' operazione delle tonsille, e la aiutavo a fare i compiti per le vacanze. Soprattutto ero incantato dal suo rapporto con gli animali, che mi appariva magico, quasi un dono divino: c' era un pastore tedesco che ringhiava a tutti, perforava coi canini tutte le palle di gomma e azzannava i pneumatici dei ciclisti, ma da Lidia si lasciava accarezzare chiudendo gli occhi e scodinzolando, e al mattino mugolava davanti alla sua porta, impaziente che lei uscisse; perfino le galline e i pulcini dell' aia accorrevano al suo richiamo e beccavano il mangime dal palmo della sua mano. A me tornava a mente Circe dell' Odissea appena letta a scuola. Sarebbe stato un amore sublime e sereno se non mi fossi accorto che la ragazza, affettuosa con me, e riconoscente per i miei servigi cavallereschi, tuttavia preferiva un altro: Carlo, il mio miglior amico di quei mesi, che era più robusto di me. C' era poco da illudersi: era questo il fattore che determinava la preferenza di Lidia, ed era un fattore massiccio, quantitativo, non eliminabile con riti propiziatorii. D' altra parte, Carlo sembrava del tutto indifferente alle timide profferte di Lidia: preferiva giocare al pallone, azzuffarsi con i ragazzi del paese, e fingere di pilotare un vecchio camion senza motore che arrugginiva in mezzo al prato. Il fondamento della mia amicizia con Carlo era il Meccano: non avevamo altro in comune, ma questo gioco-lavoro ci legava insieme per molte ore del giorno. Io avevo soltanto la scatola n. 4, e Carlo, che era di famiglia più ricca, la scatola n. 5 più parecchi pezzi supplementari: in totale, quasi il favoloso n. 6. Gelosi entrambi delle nostre proprietà, avevamo stipulato precisi accordi per lo scambio, il prestito e la messa in comune dei pezzi: sommando i due corredi, il nostro assortimento era di tutto rispetto. Al Meccano eravamo complementari; Carlo aveva una buona abilità manuale, io ero più bravo nella progettazione. Quando lavoravamo separati, i suoi manufatti erano semplici, solidi e pedestri; i miei erano fantasiosi e complicati, ma poco rigidi perché trascuravo di serrare i bulloni per non perdere tempo; del che mio padre ingegnere non cessava di rimproverarmi. Quando lavoravamo insieme, le nostre virtù si completavano a vicenda. In questa situazione, il mio doppio amore per Lidia e per il Meccano conduceva a un esito ovvio, sedurre Lidia per mezzo del Meccano. Mi guardai bene dal palesare a Carlo il mio secondo fine, e mi limitai a esporgli il mio progetto nel suo aspetto mondano: per l' onomastico di Lidia avremmo costruito insieme un qualcosa di mai sognato, di unico, mai proposto neppure nei poco attendibili opuscoli illustrati della Meccano-Ltd; e pensavo fra me che Lidia non si sarebbe ingannata, avrebbe capito che Carlo, quel suo Carlo, non era che l' esecutore materiale, il serratore di bulloni, ma che l' inventore, il creatore, ero io, il suo devoto, e che la macchina che avremmo inaugurato al suo cospetto era un mio omaggio personale e segreto, una dichiarazione in codice. Quale macchina costruire? Ne discutemmo: Carlo era ben lontano dall' intuire il messaggio che io intendevo affidare all' opera, e inoltre possedeva un motorino a molla; aveva idee chiare e terrestri, bisognava fare qualcosa che si muovesse da sé, un' auto o una escavatrice o una gru. Io non volevo uno dei soliti giochi, anzi, non volevo un gioco; volevo un dono, un' offerta. Simbolica, beninteso, da recuperare dopo la cerimonia; ero innamorato sì, ma mi sarei ben guardato dal donare materialmente a Lidia anche un solo listello forato; del resto, alle ragazze non si regalano pezzi del Meccano. Ci pensai a lungo, poi proposi a Carlo di costruire un orologio. Nel ricordo di oggi non saprei come giustificare questa mia scelta: forse pensavo confusamente che un orologio batte come un cuore, o che è fedele e costante, o lo ricollegavo alla ricorrenza dell' onomastico. Carlo mi guardò perplesso: fino allora ci eravamo accontentati di modelli più semplici. La mia audacia di progettista gli suscitava rispetto e diffidenza insieme; ma un orologio va a molla, e quindi il motorino, suo orgoglio e mia invidia, avrebbe trovato degno impiego. _ Vada per l' orologio, _ mi disse in tono di sfida; e io, nello stesso tono, gli risposi che del suo motorino non c' era bisogno: una volta gli orologi andavano a pesi, e anche il nostro sarebbe andato così. Sarebbe andato anche meglio, gli spiegai, perché una molla deformata ha meno forza a misura che si allenta mentre un peso che discende esercita una forza costante. Ci mettemmo al lavoro, io con entusiasmo, Carlo di malumore: forse aveva intuito il ruolo subalterno che io in petto gli riserbavo. L' orologio che cresceva fra le nostre mani era molto brutto e non assomigliava per nulla a un orologio. All' inizio intendevo dargli la forma di una pendola a piede, ma presto vidi che la nostra dotazione non permetteva di costruire una struttura alta e snella: i longheroni disponibili erano troppo deboli. Eppure alta doveva essere, perché il peso aveva bisogno di spazio per la sua discesa. Aggirai la difficoltà fissando l' informe congegno al muro: il pendolo pendolava nel vuoto, e il peso aveva un metro e mezzo di largo. Lo scappamento, cioè il dispositivo che trasmette il ritmo del pendolo al rullo su cui è avvolta la funicella del peso, e che ne regola e frena la discesa, mi costò parecchia fatica: mi pare che lo realizzai con due nottolini, uno mio e uno di Carlo. Venne il 3 d' agosto, Santa Lidia. Io tirai su il peso e diedi il via al pendolo: il congegno si avviò, con un tic-tac di ferraglia. Devo precisare che non mi ero proposto di costruire un orologio che segnasse le ore: mi sembrava già una vittoria che il peso scendesse a velocità costante, perché non avevamo ingranaggi tali da trasformare il moto uniforme del rullo in un ciclo che durasse proprio un' ora. Il nostro orologio aveva bensì un quadrante di cartone e una lancetta (una sola), ma questa segnava un tempo arbitrario: un giro in venti o ventun minuti, e si fermava poco dopo, perché il pendolo era a fondo corsa. Con inconscia crudeltà Lidia mi chiese: _ A cosa serve? _ Non dedicò più di mezzo minuto al nostro capolavoro: le interessavano di più la torta e i regali veri. Mi sentii la bocca riempirsi del sapore amaro dei tradimenti quando mi accorsi che il regalo più gradito, quello che Lidia mostrava con orgoglio alle sue amiche, era una bustina di cellofane: le era stata donata pubblicamente, spudoratamente, da Carlo, e conteneva una serie di francobolli del Nicaragua.

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