La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Bertrando era nato e cresciuto in un paese che si chiamava Lantania e che aveva una bandiera bellissima: o almeno tale essa sembrava a Bertrando, a tutti i suoi amici e condiscepoli e alla maggior parte dei suoi concittadini. Era diversa da tutte le altre: su un fondo viola vivo si stagliava un ovale arancione, e in questo campeggiava un vulcano, verde in basso e bianco di neve in alto, sormontato da un pennacchio di fumo. Nel paese di Bertrando non c' erano vulcani; però ce n' era uno nel paese confinante, la Gunduwia, con cui la Lantania era da secoli in guerra aperta o comunque in un rapporto di ostilità. Infatti, il poema nazionale lantanico, in un suo passaggio d' interpretazione discussa, accennava al vulcano come all' "altare lantanico del fuoco" o al "fuoco dell' altare lantanico". In tutte le scuole di Lantania si insegnava che l' annessione del vulcano da parte dei gunduwi era stata una impresa banditesca, e che il primo dovere di ogni lantano era quello di addestrarsi militarmente, di odiare la Gunduwia con tutte le sue forze, e di prepararsi alla guerra inevitabile e desiderabile, che avrebbe piegato l' arroganza gunduwica e riconquistato il vulcano. Che questo vulcano devastasse ogni tre o quattro anni decine di villaggi, e ogni anno provocasse terremoti disastrosi, non aveva importanza: lantanico era e lantanico doveva tornare. Del resto, come non odiare un paese come la Gunduwia? Il nome stesso così cupo, così sepolcrale, ispirava avversione. I lantani erano gente rissosa e discorde, si accapigliavano o accoltellavano fra loro per minime divergenze di opinione, ma sul fatto che la Gunduwia fosse un paese di cialtroni e di prepotenti erano tutti d' accordo. Quanto poi alla loro bandiera, li rappresentava perfettamente: più brutta non avrebbe potuto essere, era piatta e sciocca, goffa come colori e come disegno. Niente più che un disco bruno in campo giallo: non un' immagine, non un simbolo. Una bandiera rozza, volgare e stercoraria. I gunduwi dovevano essere proprio degli imbecilli, ed esserlo stati da sempre, per averla scelta, e per bagnarla del loro sangue quando morivano in battaglia, il che avveniva tre o quattro volte per secolo. Inoltre, erano notoriamente avari e dissipatori, lussuriosi e bacchettoni, temerari e codardi. Bertrando era un giovane dabbene, rispettoso delle leggi e delle tradizioni, e la sola vista della bandiera del suo paese gli faceva correre per le vene un' onda di fierezza e d' orgoglio. La combinazione di quei tre nobili colori, verde, arancio e viola, quando a volte li riconosceva uniti in un prato di primavera, lo rendeva forte e felice, lieto di essere un lantano, lieto di essere al mondo, ma anche pronto a morire per la sua bandiera, meglio se avvolto nella medesima. Per contro, fin dalla più lontana infanzia, fin da quando aveva memoria, il giallo e il marrone gunduwici gli erano sgraditi: fastidiosi se separati, odiosi fino alla nausea se accostati. Bertrando era un ragazzo sensibile ed emotivo, e la vista della bandiera nemica, riprodotta per dileggio su manifesti murali o in vignette satiriche, lo metteva di mal umore e gli provocava prurito alla nuca e ai gomiti, salivazione intensa e qualche vertigine. Una volta, a un concerto, si era trovato vicino a una ragazza graziosa che, certo per disattenzione, portava una camicetta gialla e una gonna marrone; Bertrando aveva dovuto alzarsi e allontanarsi, e, poiché altri posti a sedere non c' erano, assistere al concerto in piedi; se non fosse stato piuttosto timido, a quella ragazza avrebbe detto quello che si meritava. A Bertrando piacevano le albicocche e le nespole, ma le mangiava a occhi chiusi per evitare il disgusto del nocciolo bruno che spiccava sulla polpa giallognola. Effetti simili esercitava su Bertrando anche il suono della lingua gunduwica, che era aspro, gutturale, quasi inarticolato. Gli sembrava scandaloso che in alcune scuole di Lantania si insegnasse la lingua nemica, e che addirittura ci fossero accademici che ne studiavano la storia e le origini, la grammatica e la sintassi, e ne traducevano la letteratura. Che letteratura poteva mai essere? Che cosa poteva venire di buono da quella terra giallobruna di pervertiti e di degenerati? Eppure c' era stato un professore che aveva preteso di dimostrare che il lantanico e il gunduwico discendevano da una stessa lingua, estinta da tremila anni, documentata da alcune iscrizioni tombali. Assurdo, o meglio insopportabile. Ci sono cose che non possono essere vere, che vanno ignorate, taciute, sepolte. Se fosse dipeso da Bertrando, si sarebbero sepolti sotto tre metri di terra tutti i filogunduwi, e tutti quelli (purtroppo, quasi tutti giovani!) che, per snobismo, ascoltavano di nascosto la radio gunduwica e ne ripetevano le immonde bugie. Non che la frontiera tra i due paesi fosse ermetica. Era ben sorvegliata, da entrambe le parti, da guardie che sparavano volentieri, ma c' era un varco, e ogni tanto delegazioni commerciali lo oltrepassavano nei due sensi, perché le due economie erano complementari. Lo oltrepassavano, con sorpresa di tutti, anche i contrabbandieri d' armi, con carichi ingenti di cui le guardie di frontiera sembravano non accorgersi. Una volta Bertrando aveva assistito al passaggio di una delegazione gunduwa lungo la strada principale della capitale. Quei bastardi non erano poi tanto diversi dai lantani: a parte il loro ridicolo modo di vestire, sarebbe stato difficile individuarli se non fosse stato per il loro sguardo obliquo e la loro espressione tipicamente subdola. Bertrando s' era avvicinato per sentire se era vero che puzzavano, ma la polizia glielo aveva impedito. Per forza dovevano puzzare. Nel subconscio dei lantani, da secoli s' era stabilito un nesso etimologico fra Gunduwia e puzzo (kumt, in lantanico). Per contro, era noto a tutti che in gunduwico latnen sono i foruncoli, e ai lantani questo sembrava una buffonata maligna da lavare col sangue. Ora avvenne che, dopo lunghe trattative segrete, i presidenti dei due paesi resero noto che in primavera si sarebbero incontrati. Dopo un silenzio imbarazzato, il quotidiano lantanico cominciò a lasciar filtrare materiale inconsueto: fotografie della capitale gunduwa con la sua imponente cattedrale e i bei giardini; immagini di bambini gunduwi ben pettinati, con gli occhi ridenti. Venne pubblicato un volume in cui si dimostrava come, in tempi remoti, una flotta lantano-gunduwa avesse sbaragliato un' accozzaglia di giunche piratesche, dieci volte più potenti per numero. E finalmente si seppe che, nello stadio della capitale lantanica, si sarebbe svolto un incontro di calcio fra le due squadre campioni. Bertrando fu tra i primi a precipitarsi a comprare il biglietto d' ingresso, ma era già troppo tardi: dovette rassegnarsi a spendere il quintuplo presso i bagarini. La giornata era splendida e lo stadio gremito; non c' era un alito di vento, e le due bandiere pendevano flosce dai giganteschi pennoni. All' ora stabilita l' arbitro fischiò l' inizio, e nello stesso istante si levò una brezza sostenuta. Le due bandiere, per la prima volta affiancate, sventolarono gloriosamente: il viola-arancio-verde lantanico accanto al giallo-bruno dei gunduwi. Bertrando si sentì correre lungo il filo della schiena un brivido gelido e rovente, come uno stocco che gli infilasse le vertebre. I suoi occhi mentivano, non potevano trasmettergli quel doppio messaggio, quel sì-no impossibile, lacerante. Provò insieme ribrezzo e amore, in una mistura che lo avvelenava. Vide intorno a sé una folla divisa come lui, esplosa. Sentì contrarsi tutti i suoi muscoli, dolorosamente, gli adduttori e gli abduttori tra loro nemici, i lisci e gli striati e quelli instancabili del cuore; secernere tumultuosamente tutte le ghiandole, inondandolo di ormoni in lotta. Gli si serrarono le mascelle come per tetano e cadde come un blocco di legno.
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