La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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Può stupire che in Lager uno degli stati d' animo più frequenti fosse la curiosità. Eppure eravamo, oltre che spaventati, umiliati e disperati, anche curiosi: affamati di pane e anche di capire. Il mondo intorno a noi appariva capovolto, dunque qualcuno doveva averlo capovolto, e perciò essere un capovolto lui stesso: uno, mille, un milione di esseri antiumani, creati per torcere quello che era diritto, per sporcare il pulito. Era una semplificazione illecita, ma a quel tempo e in quel luogo non eravamo capaci di idee complesse. Per quanto riguarda i signori del male, questa curiosità, che ammetto di conservare, e che non è limitata ai capi nazisti, è rimasta pendente. Sono usciti centinaia di libri sulla psicologia di Hitler, Stalin, Himmler, Goebbels, e ne ho letti decine senza che mi soddisfacessero: ma è probabile che si tratti qui di una insufficienza essenziale della pagina documentaria; essa non possiede quasi mai il potere di restituirci il fondo di un essere umano: a questo scopo, più dello storico o dello psicologo sono idonei il drammaturgo o il poeta. Tuttavia, questa mia ricerca non è stata del tutto infruttuosa: un destino strano, addirittura provocatorio, mi ha messo anni fa sulle tracce di "uno dell' altra parte", non certo un grande del male, forse neppure un malvagio a pieno titolo, tuttavia un campione e un testimone. Un testimone suo malgrado, che non voleva esserlo, ma che ha deposto senza volerlo e forse addirittura senza saperlo. Coloro che testimoniano attraverso il loro comportamento sono i testi più preziosi, perché certamente veridici. Era un quasi-me, un altro me stesso ribaltato. Eravamo coetanei, non dissimili come studi, forse neppure come carattere; lui, Mertens, giovane chimico tedesco e cattolico, e io, giovane chimico italiano ed ebreo. Potenzialmente due colleghi: di fatto lavoravamo nella stessa fabbrica, ma io stavo dentro il filo spinato e lui fuori. Tuttavia eravamo quarantamila a lavorare nel cantiere dei Buna-Werke di Auschwitz, e che noi due, lui Oberingenieur e io chimico-schiavo, ci siamo incontrati, è improbabile, comunque non più verificabile. Neppure dopo ci siamo mai visti. Quello che so di lui proviene da lettere di amici comuni: il mondo si rivela talvolta risibilmente piccolo, tanto da consentire che due chimici di paesi diversi possano trovarsi collegati da una catena di conoscenti, e che questi si prestino a tessere un reticolo di notizie scambiate che è un surrogato scadente dell' incontro diretto, ma che tuttavia è meglio della reciproca ignoranza. Per questa via ho appreso che Mertens aveva letto i miei libri sui Lager, e verosimilmente anche altri, perché non era un cinico né un insensibile: tendeva a rifiutare un certo segmento del suo passato, ma era abbastanza evoluto per astenersi dal mentire a se stesso. Non si regalava bugie, ma lacune, spazi bianchi. La prima notizia che ho di lui risale alla fine del 1941, epoca di ripensamento per tutti i tedeschi ancora in grado di ragionare e di resistere alla propaganda: i giapponesi dilagano vittoriosi in tutto il Sud-Est asiatico, i tedeschi assediano Leningrado e sono alle porte di Mosca, ma l' era dei blitz è finita, il collasso della Russia non c' è stato, e sono cominciati invece i bombardamenti aerei delle città tedesche. Adesso la guerra è affare di tutti, in tutte le famiglie c' è almeno un uomo al fronte, e nessun uomo al fronte è più sicuro dell' incolumità della sua famiglia: dietro le porte delle case la retorica bellicista non ha più corso. Mertens è chimico in una fabbrica metropolitana di gomma, e la direzione dell' azienda gli fa una proposta che è quasi un ordine: avrà vantaggi di carriera, e forse anche politici, se accetta di trasferirsi ai Buna-Werke di Auschwitz. La zona è tranquilla, lontana dal fronte e fuori del raggio dei bombardieri, il lavoro è lo stesso, lo stipendio è migliore, nessuna difficoltà per l' alloggio: molte case polacche sono vuote .... Mertens ne discute coi colleghi; in maggior parte lo sconsigliano, non si baratta il certo con l' incerto, e inoltre i Buna-Werke sono in una brutta regione paludosa e malsana. Malsana anche storicamente, l' Alta Slesia è uno di quegli angoli d' Europa che hanno cambiato padrone troppe volte, e che sono abitati da genti miste e fra loro nemiche. Ma contro il nome di Auschwitz nessuno ha obiezioni: è ancora un nome vuoto, che non suscita echi; una delle tante città polacche che dopo l' occupazione tedesca hanno cambiato nome. Oswiecim è diventata Auschwitz, come se bastasse questo a far diventare tedeschi i polacchi che vi abitano da secoli. È una cittadina come tante altre. Mertens ci pensa su: è fidanzato, e mettere su casa in Germania, sotto i bombardamenti, è imprudente. Chiede un permesso e va a vedere. Che cosa abbia visto in questo primo sopralluogo, non è noto: l' uomo è tornato, si è sposato, non ha parlato con nessuno, ed è ripartito per Auschwitz con la moglie e i mobili per stabilirsi laggiù. Gli amici, quelli appunto che mi hanno scritto questa storia, lo hanno invitato a parlare, ma lui non ha parlato. Neppure ha parlato nel corso della sua seconda ricomparsa in patria, nell' estate del 1943, in ferie (perché anche nella Germania nazista in guerra, in agosto la gente andava in ferie). Adesso lo scenario è cambiato. Il fascismo italiano, battuto su tutti i fronti, si è sfasciato, e gli alleati risalgono la penisola; la battaglia aerea contro gli inglesi è perduta, e nessun angolo della Germania è ormai al riparo dalle spietate ritorsioni alleate; i russi non solo non sono crollati, ma a Stalingrado hanno inflitto ai tedeschi, e a Hitler stesso che ha diretto le operazioni con l' ostinazione dei folli, la più bruciante delle sconfitte. I coniugi Mertens sono oggetto di una cautissima curiosità, perché a questo punto, a dispetto di tutte le precauzioni, Auschwitz non è più un nome vuoto. Qualche voce ha circolato, imprecisa ma sinistra: è da porre accanto a Dachau e a Buchenwald, pare anzi che sia peggiore; è uno di quei luoghi su cui è rischioso fare domande, ma si è fra amici intimi, di vecchia data: Mertens viene di là, deve pure sapere qualcosa, e se la sa la dovrebbe raccontare. Ma, mentre si incrociano i discorsi di tutti i salotti, le donne parlano di sfollamenti e di borsa nera, gli uomini del loro lavoro, e qualcuno racconta sottovoce l' ultima storiella antinazista, Mertens si apparta. Nella camera accanto c' è un pianoforte, lui suona e beve, torna in salotto ogni tanto solo per versarsi un altro bicchiere. A mezzanotte è ubriaco, ma il padron di casa non lo ha perso di vista; lo trascina al tavolo e gli dice chiaro e tondo: _ Adesso tu ti siedi qui e ci dici che cosa diavolo succede dalle tue parti, e perché devi ubriacarti invece di parlare con noi. Mertens si sente conteso tra l' ubriachezza, la prudenza e un certo bisogno di confessarsi. _ Auschwitz è un Lager, _ dice, _ anzi, un gruppo di Lager: uno è proprio contiguo alla fabbrica. Ci sono uomini e donne, sporchi, stracciati, non parlano tedesco. Fanno i lavori più faticosi. Noi non possiamo parlare con loro. _ Chi ve l' ha proibito? _ La direzione. Quando siamo arrivati ci hanno detto che sono gente pericolosa, banditi e sovversivi. _ E tu non gli hai mai parlato? _ chiese il padron di casa. _ No, _ rispose Mertens versandosi un altro bicchiere. Qui intervenne la giovane signora Mertens: _ Io ho incontrato una donna che faceva le pulizie in casa del direttore. Mi ha solo detto "Frau, Brot": "signora, pane", ma io .... _ Mertens non doveva poi essere tanto ubriaco, perché disse seccamente alla moglie _ Smettila _ e rivolto agli altri: _ Non vorreste cambiare argomento? Non so molto del comportamento di Mertens dopo il crollo della Germania. So che lui e sua moglie, come molti tedeschi delle regioni orientali, sono fuggiti davanti ai sovietici lungo le interminabili strade della disfatta, piene di neve, di macerie e di morti; e che in seguito lui ha ripreso il suo mestiere di tecnico, ma rifiutando i contatti e chiudendosi sempre più in se stesso. Ha parlato un po' di più parecchi anni dopo la fine della guerra, quando non c' era più la Gestapo a fargli paura. A interrogarlo, questa volta c' era uno "specialista", un ex prigioniero che oggi è un famoso storico dei Lager, Hermann Langbein. A domande precise, ha risposto che aveva accettato di trasferirsi ad Auschwitz per evitare che al suo posto andasse un nazista; che coi prigionieri non aveva mai parlato per timore di punizioni, ma che aveva sempre cercato di alleviare le loro condizioni di lavoro; che delle camere a gas a quel tempo non sapeva nulla perché non aveva chiesto niente a nessuno. Non si rendeva conto che la sua obbedienza era un aiuto concreto al regime di Hitler? Sì, oggi sì, ma non allora: non gli era mai venuto in mente. Non ho mai cercato di incontrarmi con Mertens. Provavo un ritegno complesso, di cui l' avversione era solo una delle componenti. Anni addietro, gli ho scritto una lettera: gli dicevo che se Hitler è salito al potere, ha devastato l' Europa e ha condotto la Germania alla rovina, è perché molti buoni cittadini tedeschi si sono comportati come lui, cercando di non vedere e tacendo su quanto vedevano. Mertens non mi ha risposto, ed è morto pochi anni dopo.
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