La stampa terza pagina 1986
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1986 - Categoria: letteratura
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La grande mutazione
Da parecchi giorni Isabella era inquieta: mangiava poco, aveva qualche linea di febbre, e si lamentava di un prurito alla schiena. I suoi dovevano mandare avanti la bottega e non avevano molto tempo da dedicare a lei: _ Si starà sviluppando, _ disse la madre; la tenne a dieta e le fece frizioni con una pomata, ma il prurito aumentò. La bambina non riusciva più a dormire; applicandole la pomata, la madre si accorse che la pelle era ruvida: si stava coprendo di peli, fitti, rigidi, corti e biancastri. Allora si spaventò, si consultò col padre, e mandarono a chiamare il medico. Il medico la visitò. Era giovane e simpatico, e Isabella notò con stupore che all' inizio della visita appariva preoccupato e perplesso, poi sempre più attento e interessato, e alla fine sembrava contento come se avesse vinto un premio alla lotteria. Annunciò che non era niente di grave, ma che doveva rivedere certi suoi libri e che sarebbe tornato l' indomani. L' indomani tornò, aveva una lente, e fece vedere al padre a alla madre che quei peli erano ramificati e piatti: non erano peli, anzi, ma penne che stavano crescendo. Era ancora più allegro del giorno avanti. _ In gamba, Isabella, _ disse: _ non c' è niente da spaventarsi, fra quattro mesi volerai _. Poi, rivolto ai genitori, aggiunse una spiegazione abbastanza confusa: possibile che loro non sapessero nulla? Non leggevano i giornali? Non vedevano la televisione? _ È un caso di Grande Mutazione, il primo in Italia, e proprio qui da noi, in questa valle dimenticata! _ Le ali si sarebbero formate a poco a poco, senza danni per l' organismo, e poi altri casi ci sarebbero stati nel vicinato, forse tra i compagni di scuola della bambina, perché la faccenda era contagiosa. _ Ma se è contagiosa è una malattia! _ disse il padre. _ È contagiosa, pare che sia un virus, ma non è una malattia. Perché tutte le infezioni virali devono essere nocive? Volare è una bellissima cosa, piacerebbe anche a me: se non altro, per visitare i clienti delle frazioni. È il primo caso in Italia, ve l' ho detto, e dovrò fare rapporto al medico provinciale, ma il fenomeno è già stato descritto, diversi focolai sono stati osservati in Canada, in Svezia e in Giappone. Ma pensate che fortuna, per voi e per me! Che proprio fosse una fortuna, Isabella non ne era tanto convinta. Le penne crescevano rapidamente, le davano noia quando era a letto e si vedevano attraverso la camicetta. Verso marzo la nuova ossatura era già ben visibile, e a fine maggio il distacco delle ali dal dorso era quasi completo. Vennero fotografi, giornalisti, commissioni mediche italiane e forestiere: Isabella si divertiva e si sentiva importante, ma rispondeva alle domande con serietà e dignità, e del resto le domande erano stupide e sempre le stesse. Non osava parlare con i genitori per non spaventarli, ma era in allarme: va bene, avrebbe avuto le ali, ma chi le avrebbe insegnato a volare? Alla scuola guida del capoluogo? O all' aeroporto di Poggio Merli? A lei sarebbe piaciuto imparare dal dottorino della mutua: o che magari le ali fossero spuntate anche a lui, non aveva detto che erano contagiose? Così dai clienti delle frazioni ci sarebbero andati insieme; e forse avrebbero anche superato le montagne e avrebbero volato insieme sul mare, fianco a fianco, battendo le ali con la stessa cadenza. A giugno, alla fine dell' anno scolastico, le ali di Isabella erano ben formate e molto belle da vedere. Erano intonate con il colore dei capelli (Isabella era bionda): in alto, verso le spalle, macchiettate di bruno dorato, ma le remiganti erano candide, lucide e robuste. Venne una commissione del CNR, venne un sussidio considerevole dell' Unicef, e venne anche dalla Svezia una fisioterapista: si era sistemata nell' unica locanda del paese, capiva male l' italiano, niente le andava bene, e faceva fare a Isabella una serie di esercizi noiosissimi. Noiosi e inutili: Isabella sentiva i nuovi muscoli fremere e tendersi, seguiva il volo sicuro delle rondini nel cielo estivo, non aveva più dubbi, e provava la sensazione precisa che a volare avrebbe imparato da sé, anzi, di saper già volare: di notte ormai non sognava altro. La svedese era severa, le aveva fatto capire che doveva ancora attendere, che non doveva esporsi a pericoli, ma Isabella aspettava solo che le si presentasse l' occasione. Quando riusciva a isolarsi, nei prati in pendio, o qualche volta perfino nel chiuso della sua camera, aveva provato a battere le ali; ne sentiva il fruscio aspro nell' aria, e nelle spalle minute di adolescente una forza che quasi la spaventava. La gravezza del suo corpo le era venuta in odio; sventolando le ali la sentiva ridursi, quasi annullarsi: quasi. Il richiamo della terra era ancora troppo forte, una cavezza, una catena. L' occasione venne verso Ferragosto. La svedese era tornata in ferie al suo paese, e i genitori di Isabella erano in bottega, indaffarati con i villeggianti. Isabella prese la mulattiera della Costalunga, superò il crinale e si trovò sui prati ripidi dell' altro versante: non c' era nessuno. Si fece il segno della croce, come quando ci si butta in acqua, aprì le ali e prese la corsa verso il basso. A ogni passo, l' urto contro il suolo si faceva più lieve, finché la terra le mancò; sentì una gran pace, e l' aria fischiarle alle orecchie. Distese le gambe all' indietro: rimpianse di non aver messo i jeans, la gonna sbandierava nel vento e le dava impaccio. Anche le braccia e le mani la impacciavano, provò a incrociarle sul petto, poi le tenne distese lungo i fianchi. Chi aveva detto che volare era difficile? Non c' era nulla di più facile al mondo, aveva voglia di ridere e di cantare. Se aumentava l' inclinazione delle ali, il volo rallentava e puntava verso l' alto, ma solo per poco, poi la velocità si riduceva troppo e Isabella si sentiva in pericolo. Provò a battere le ali, e si sentì sostentata, a ogni colpo guadagnava quota, agevolmente, senza sforzo. Anche mutar direzione era facile come un gioco, si imparava subito, bastava torcere leggermente l' ala destra e subito voltavi a destra: non c' era neppure bisogno di pensarci, ci pensavano le ali stesse, come pensano i piedi a farti deviare a destra o a sinistra quando cammini. A un tratto provò una sensazione di gonfiore, di tensione al basso ventre; si sentì umida, toccò, e ritrasse la mano sporca di sangue. Ma sapeva di che cosa si trattava, sapeva che un giorno o l' altro sarebbe successo, e non si spaventò. Rimase in aria per un' ora buona, e imparò che dai roccioni del Gravio saliva una corrente d' aria calda che le faceva acquistare quota gratis. Seguì la provinciale e si portò a picco sopra il paese, alta forse duecento metri: vide un passante fermarsi, poi indicare il cielo a un altro passante; il secondo guardò in su, poi scappò alla bottega, ne uscirono sua madre e suo padre con tre o quattro clienti. In breve le vie brulicarono di gente. Le sarebbe piaciuto atterrare sulla piazza, ma appunto, la gente era troppa, e aveva paura di prender terra malamente e di farsi ridere dietro. Si lasciò trasportare dal vento al di là del torrente, sui prati dietro il mulino. Scese, scese ancora finché poté distinguere i fiori rosa del trifoglio. Anche per atterrare, sembrava che le ali la sapessero più lunga di lei: le sembrò naturale disporle verticalmente, e mulinarle con violenza come per volare all' indietro; abbassò le gambe e si trovò in piedi sull' erba, appena un poco trafelata. Ripiegò le ali e si avviò verso casa. In autunno spuntarono le ali a quattro compagni di scuola di Isabella, tre ragazzi e una bambina; alla domenica mattina era divertente vederli rincorrersi a mezz' aria intorno al campanile. A dicembre ebbe le ali il figlio del portalettere, e subentrò immediatamente al padre con vantaggio di tutti. Il dottore mise le ali l' anno dopo, ma non si curò di Isabella e sposò in gran fretta una signorina senz' ali che veniva dalla città. Al padre di Isabella le ali spuntarono quando aveva già passato i cinquant' anni. Non ne trasse molto profitto: prese qualche lezione dalla figlia, con paura e vertigine, e si lussò una caviglia atterrando. Le ali non lo lasciavano dormire, riempivano il letto di penne e di piume, e gli riusciva fastidioso infilarsi la camicia, la giacca e il soprabito. Gli davano ingombro anche quando stava dietro il banco della bottega, così se le fece amputare.
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