Storie naturali
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1966 - Categoria: letteratura
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Quaestio de Centauris
Mio padre lo teneva in stalla, perché non sapeva dove altro tenerlo. Gli era stato regalato da un amico, capitano di mare, che diceva di averlo comperato a Salonicco: io però ho saputo da lui direttamente che il suo luogo di nascita era Colofone. A me, avevano severamente proibito di avvicinarlo, perché, dicevano, si arrabbia facilmente e tira calci. Ma, per mia esperienza diretta, posso affermare che si tratta di un vecchissimo luogo comune: per cui, fin dalla mia adolescenza, ho sempre tenuto il divieto in ben poco conto, ed anzi, specialmente d' inverno, ho passato con lui molte ore memorabili, ed altre bellissime di estate, quando Trachi (così si chiamava) mi caricava sul dorso con le sue stesse mani, e partiva in folle galoppo per i boschi della collina. Aveva imparato la nostra lingua abbastanza facilmente, conservando però un leggero accento levantino. Nonostante i suoi duecentosessanta anni, era di aspetto giovanile, sia nella parte umana che in quella equina. Quanto andrò esponendo è il frutto di quei nostri lunghi colloqui. Le origini dei centauri sono leggendarie; ma le leggende che si tramandano fra loro sono molto diverse da quelle che noi consideriamo classiche. È notevole che anche queste loro tradizioni facciano capo all' uomo arci-intelligente, ad un Noè inventore e salvatore, che fra loro porta il nome di Cutnofeset. Ma non vi erano centauri nell' arca di Cutnofeset: né vi erano d' altronde "sette paia di ogni specie di animali mondi, ed un paio di ogni specie di animali immondi". La tradizione centauresca è più razionale di quella biblica, e racconta che furono salvati solo gli archetipi, le specie-chiave: l' uomo, ma non la scimmia; il cavallo, ma non l' asino né l' onagro; il gallo ed il corvo, ma non l' avvoltoio né l' upupa né il girifalco. Come sono dunque nate queste specie? Subito dopo, dice la leggenda. Quando le acque si ritirarono, la terra rimase coperta di uno strato profondo di fango caldo. Ora questo fango, che albergava nella sua putredine tutti i fermenti di quanto nel diluvio era perito, era straordinariamente fertile: non appena il sole lo toccò, si coprì di germogli, da cui scaturirono erbe e piante di ogni genere; ed ancora, ospitò nel suo seno cedevole ed umido le nozze di tutte le specie salvate nell' arca. Fu un tempo mai più ripetuto, di fecondità delirante, furibonda, in cui l' universo intero sentì amore, tanto che per poco non ritornò in caos. Furono quelli i giorni in cui la terra stessa fornicava col cielo, in cui tutto germinava, tutto dava frutto. Ogni nozza era feconda, e non in qualche mese, ma in pochi giorni; né solo ogni nozza, ma ogni contatto, ogni unione anche fugace, anche fra specie diverse, anche fra bestie e pietre, anche fra piante e pietre. Il mare di fango tiepido, che occultava la faccia della terra fredda e vereconda, era un solo talamo sterminato, che ribolliva di desiderio in ogni suo recesso, e pullulava di germi giubilanti. Fu questa seconda creazione la vera creazione; ché, a quanto si tramanda fra i centauri, non si spiegherebbero diversamente certe analogie, certe convergenze da tutti osservate. Perché il delfino è simile ad un pesce, eppure partorisce ed allatta i suoi nati? Perché è figlio di un tonno e di una vacca. Di dove i colori gentili delle farfalle, e la loro abilità al volo? Sono figlie di una mosca e di un fiore. E le testuggini, sono figlie di un rospo e di uno scoglio. E i pipistrelli, di una civetta e di un topo. E le conchiglie, di una lumaca e di un ciottolo levigato. E gli ippopotami, di una cavalla e di un fiume. E gli avvoltoi, di un verme nudo e di una strige. E le grandi balene, i leviatani, di cui a stento si potrebbe spiegare altrimenti la sterminata mole? Le loro ossa legnose, la loro pelle untuosa e nera ed il loro fiato rovente sono la testimonianza viva di un connubio venerando, della stretta avida dello stesso fango primordiale attorno alla chiglia femminea dell' arca, che era stata costruita in legno di Gofer, e rivestita di dentro e di fuori con lucido asfalto, quando la fine di ogni carne era stata decretata. Così ebbe dunque origine ogni forma oggi vivente od estinta: i dragoni ed i camaleonti, le chimere e le arpie, i coccodrilli e i minotauri, gli elefanti e i giganti, le cui ossa pietrose ancor oggi si ritrovano con meraviglia nel seno delle montagne. E così loro stessi, i centauri: poiché a questa festa delle origini, a questa panspermìa, anche i pochi superstiti della famiglia umana avevano preso parte. Vi aveva preso parte segnatamente Cam, il figlio scostumato: dai cui amori sfrenati con una cavalla di Tessaglia trasse origine la prima generazione di centauri. Questi furono fin dall' inizio una progenie nobile e forte, in cui si conservava il meglio della natura umana e della equina. Erano ad un tempo savi e valorosi, generosi ed arguti, buoni alla caccia ed al canto, alla guerra ed alla osservazione degli astri. Pareva anzi, come avviene nei connubi più felici, che le virtù dei genitori si esaltassero a vicenda nella prosapia, poiché essi furono, almeno agli inizi, più possenti e più veloci alla corsa delle loro madri tessale, e di gran lunga più sapienti e più accorti del nero Cam e degli altri loro padri umani. Così pure sarebbe da spiegarsi, secondo alcuni, la loro longevità; la quale, secondo altri, sarebbe invece da attribuirsi alle loro abitudini alimentari, che in seguito andrò dichiarando. O forse ancora, essa non è che la proiezione nel tempo della loro vitalità grande: e questo anch' io credo per fermo (e lo attesta la storia che sto per raccontare), che non si tramandi in essi la possa erbivora del cavallo, bensì la cecità rossa dello spasimo sanguigno e vietato, l' attimo di pienezza umano-ferina in cui furono concepiti. Checché di questo si pensi, a chiunque abbia considerato con qualche attenzione le tradizioni classiche sui centauri non può essere sfuggito che ivi non è mai fatta menzione delle centauresse. A quanto appresi da Trachi, esse infatti non esistono. L' unione uomo-cavalla, che oggi peraltro è feconda solo in rari casi, non porta e non ha mai portato che a centauri maschi, del che deve certamente esistere una ragione vitale, che per ora ci sfugge. Quanto alla unione inversa, di cavalli con donne, essa ebbe luogo assai di rado in ogni tempo, ed inoltre per sollecitazione di donne dissolute, e quindi perciò stesso poco propense alla generazione. Tale rarissimo connubio, nei casi eccezionali in cui riesce fecondo, conduce bensì ad una prole femminea e duplice: ma in essa le due nature sono commesse al modo inverso. Le creature hanno capo, collo e zampe anteriori equine; ma il dorso ed il ventre sono di femmina umana, e gambe umane sono le zampe posteriori. Nella sua lunga vita Trachi non ne incontrò che poche, e mi assicurò di non aver provato alcuna attrazione per questi squallidi mostri. Non sono "fiere snelle", ma animali scarsamente vitali, infecondi, inerti e fuggitivi: non entrano in dimestichezza con l' uomo né apprendono ad obbedire ai suoi comandi, ma vivono miseramente nelle selve più fitte, non in branchi, ma in rustica solitudine. Si nutrono di erbe e di bacche, e quando sono sorprese dall' uomo, hanno la curiosa abitudine di presentarglisi sempre di fronte, quasi vergognose della loro metà umana. Trachi era dunque nato in Colofone dall' unione segreta di un uomo con una delle numerose cavalle tessale che ancora vivono selvagge in quest' isola. Temo che alcuni fra i lettori di queste note potranno rifiutare credenza a queste affermazioni, poiché la scienza ufficiale, imbevuta ancor oggi di aristotelismo, nega la possibilità di unioni feconde fra specie diverse. Ma la scienza ufficiale manca spesso di umiltà; infeconde sono invero tali unioni, in generale; ma quante volte è stata tentata la prova? Non più di qualche diecina. Ed è stata tentata fra tutte le innumerevoli coppie possibili? No certo. Poiché non ho ragione di dubitare su quanto di se stesso Trachi mi narrò, devo dunque invitare gli increduli a considerare che vi sono più cose in cielo ed in terra di quante la nostra filosofia ne abbia sognate. Aveva vissuto per lo più in solitudine, abbandonato a se stesso, come è destino comune di tutti i suoi simili. Dormiva all' aperto, in piedi sulle quattro zampe, col capo sulle braccia, e queste appoggiate ad un ramo basso o ad una roccia. Pascolava per le praterie e le radure dell' isola, o raccoglieva frutti dai rami; nei giorni più caldi, scendeva a qualche spiaggia deserta, e qui si bagnava, nuotando alla maniera equina, col busto ed il capo eretti, e galoppava poi a lungo, segnando impetuosamente la sabbia umida. Ma la massima parte del suo tempo, in ogni stagione, era dedicata al cibo: anzi, in tutte le scorrerie che Trachi, nel vigore della sua giovinezza, spesso intraprendeva per le balze e le forre sterili della sua isola nativa, sempre, secondo un loro provvido istinto, portava seco sotto le ascelle due grossi fasci di erbe o di fronde, che raccoglieva nei momenti di riposo. Occorre infatti ricordare che i centauri, benché costretti ad un regime strettamente erbivoro dalla loro costituzione, che è in prevalenza equina, hanno torso e capo a somiglianza di uomini: questa loro struttura li costringe ad introdurre, attraverso una piccola bocca umana, l' ingente quantità di erba, fieno o biada che è necessaria al sostentamento dei loro vasti corpi. Questi alimenti, notoriamente poco nutritivi, esigono inoltre una lunga masticazione, poiché la dentatura umana male si adatta alla triturazione dei foraggi. In conclusione, l' alimentazione dei centauri è un processo laborioso: essi, per fisica necessità, sono costretti a trascorrere masticando i tre quarti del loro tempo. Di questo fatto non mancano testimonianze autorevoli: prima fra tutte quella di Ucalegonte di Samo ("Dig. Phil.", xxiv, ii e xliii passim), il quale attribuisce la proverbiale saggezza dei centauri proprio al loro regime alimentare, consistente in un unico pasto continuato dall' alba al tramonto: questo li distoglierebbe da altre sollecitudini nefaste o vane, quali la cupidigia di ricchezze o la maldicenza, e contribuirebbe alla loro continenza abituale. Né la cosa era sconosciuta a Beda, che vi accenna nella "Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum". È abbastanza strano che la tradizione mitologica classica abbia trascurato questa peculiarità dei centauri. La verità del fatto riposa nondimeno su testimonianze certe, e d' altronde, come abbiamo dimostrato, esso può venire dedotto per mezzo di semplici considerazioni di filosofia naturale. Per ritornare a Trachi, la sua educazione era stata, per i nostri criteri, stranamente parziale. Aveva imparato il greco dai pastori dell' isola, la cui compagnia egli talora cercava, per quanto fosse di natura schiva e taciturna. Aveva inoltre appreso, per sua propria osservazione, molte cose sottili ed intime sulle erbe, sulle piante, sugli animali dei boschi, sulle acque, sulle nuvole, sulle stelle e sui pianeti; ed io stesso notai che, anche dopo la cattura, e sotto un cielo straniero, sentiva l' approssimarsi di una bufera, o l' imminenza di una nevicata, con molte ore di anticipo. Sentiva anche, e non saprei descrivere come, né d' altronde lui stesso lo sapeva, sentiva germinare il grano nei campi, sentiva pulsare le acque nelle vene sotterranee, percepiva la erosione dei torrenti nelle piene. Quando partorì la vacca dei De Simone, a duecento metri da noi, affermò di sentirne il riflesso nei propri visceri; lo stesso accadde quando venne a partorire la figlia del mezzadro. Anzi, mi segnalò in una notte di primavera che un parto doveva essere in corso, e precisamente in un certo angolo del fienile; e vi andammo, e vi trovammo una pipistrella, che aveva appena dato alla luce sei mostriciattoli ciechi, e stava porgendo loro il suo minuscolo latte. Così, mi disse, tutti i centauri son fatti, che sentono per le vene, come un' onda di allegrezza, ogni germinazione, animale, umana o vegetale. Percepiscono anche, a livello dei precordi, e sotto forma di un' ansia e di una tensione tremula, ogni desiderio ed ogni amplesso che avvenga nelle loro vicinanze; perciò, quantunque abitualmente casti, entrano in uno stato di viva inquietudine al tempo degli amori. Abbiamo vissuto a lungo insieme: in un certo senso, posso affermare che siamo cresciuti insieme. Malgrado i suoi molti anni, era di fatto una creatura giovane, in tutte le sue manifestazioni ed attività, ed apprendeva con tale prontezza che ci parve inutile (oltre che imbarazzante) mandarlo a scuola. Lo educai io stesso, quasi senza saperlo e volerlo, trasmettendogli a misura le nozioni che giorno per giorno imparavo dai miei maestri. Lo tenevamo il più possibile nascosto, in parte per suo esplicito desiderio, in parte per una forma di affetto esclusivo e geloso che tutti gli portavamo; in parte ancora, perché ragione ed intuito insieme ci consigliavano di risparmiargli ogni contatto non necessario col nostro mondo umano. Naturalmente, la sua presenza presso di noi era trapelata fra il vicinato; in principio facevano molte domande, anche poco discrete, ma in seguito, come suole, la loro curiosità andò attenuandosi per mancanza di alimento. Pochi amici nostri intimi erano stati ammessi alla sua presenza, primi fra tutti i De Simone, e divennero in breve amici anche suoi. Solo una volta, che la puntura di un tafano gli aveva provocato un doloroso ascesso purulento alla groppa, dovemmo ricorrere all' opera di un veterinario: ma era un uomo discreto e comprensivo, il quale ci garantì il più scrupoloso segreto professionale, e, a quanto so, mantenne la promessa. Altrimenti andavano le cose col maniscalco. I maniscalchi, purtroppo, sono ormai rarissimi: ne trovammo uno a due ore di cammino, ed era un tanghero, stupido e brutale. Mio padre cercò invano di indurlo ad un certo riserbo: tra l' altro, pagandogli i suoi servigi il decuplo dell' onesto. Non servì a nulla: ogni domenica, all' osteria, teneva circolo e raccontava all' intero villaggio del suo strano cliente. Per fortuna, era dedito al vino, e solito raccontare storie strampalate quando era ubriaco; perciò incontrò scarsa credenza. Mi pesa scrivere questa storia. È una storia della mia giovinezza, e mi pare, scrivendola, di espellerla da me, e che dopo mi sentirò privo di qualche cosa forte e pura. Venne una estate, e ritornò presso i genitori Teresa De Simone, mia coetanea e amica d' infanzia. Aveva studiato in città, non la vedevo da molti anni, la trovai cambiata, ed il cambiamento mi turbò. Forse me ne innamorai, ma inconsciamente: voglio dire, senza prenderne atto, neppure in via ipotetica. Era piuttosto graziosa, timida, tranquilla e serena. Come ho già accennato, i De Simone erano fra i pochi vicini che noi frequentassimo con qualche assiduità. Conoscevano Trachi e lo amavano. Dopo il ritorno di Teresa, passammo una lunga serata insieme, noi tre. Fu una serata di quelle, rare, che non si dimenticano: un intenso odore di fieno, la luna, i grilli, un' aria tiepida e ferma. Si sentivano canti lontani, e Trachi prese ad un tratto a cantare, senza guardarci, come in sogno. Era una lunga canzone, dal ritmo fiero ed alto, con parole a me sconosciute. Una canzone greca, disse Trachi: ma quando gli chiedemmo di tradurla, volse il capo e tacque. Tacemmo tutti a lungo; poi Teresa si congedò. La mattina seguente Trachi mi trasse in disparte e mi parlò così: _ La mia ora è giunta, o carissimo: mi sono innamorato. Quella donna è entrata in me, e mi possiede. Desidero vederla e udirla, forse anche toccarla, e non altro; desidero quindi una cosa che non si dà. Mi sono ristretto in un punto: non c' è più altro in me che questo desiderio. Sto mutando, sono mutato, sono diventato un altro. Anche altre cose mi disse, che trascrivo con esitazione, perché sento che difficilmente saprò cogliere il segno. Che, dalla sera prima, si sentiva diventato "un campo di battaglia"; che comprendeva, come mai aveva compreso, le gesta dei suoi avi impetuosi, Nesso, Folo; che tutta la sua metà umana era gremita di sogni, di fantasie nobili, gentili e vane; avrebbe voluto compiere imprese temerarie, facendo giustizia con la forza del suo braccio; sfondare col suo impeto le foreste più fitte, giungere in corsa ai confini del mondo, scoprire e conquistare nuove terre, ed instaurarvi opere di civiltà feconda. Che tutto questo, in qualche modo a lui stesso oscuro, avrebbe voluto farlo davanti agli occhi di Teresa De Simone: farlo per lei, dedicarlo a lei. Che infine, conosceva la vanità dei suoi sogni nell' atto stesso in cui li sognava; e che era questo il contenuto della canzone della notte avanti: una canzone appresa nella sua lontana adolescenza in Colofone, e da lui mai compresa né mai cantata fino ad allora. Per varie settimane non avvenne altro; vedevamo ogni tanto i De Simone, ma dal contegno di Trachi nulla si vide della tempesta che lo agitava. Io fui, e non altri, chi provocò lo scioglimento. Una sera di ottobre Trachi si trovava dal maniscalco. Incontrai Teresa, e passeggiammo insieme nel bosco. Parlavamo: e di chi se non di Trachi? Non tradii le confidenze del mio amico: ma feci peggio. Mi accorsi ben presto che Teresa non era timida come sembrava: scelse come a caso un viottolo che conduceva nel bosco più fitto; era un viottolo cieco, io lo sapevo, e sapevo che Teresa lo sapeva. Dove la traccia spariva, sedette sulle foglie secche, ed io feci altrettanto. Suonavano le sette al campanile della valle, ed ella si strinse a me in un modo che mi tolse ogni dubbio. Quando tornammo a casa era notte, ma Trachi non era ancora rientrato. Ho avuto subito coscienza di aver male operato: anzi nell' atto stesso; ed ancor oggi ne porto pena. Eppure so che la mia colpa non è piena, né lo è quella di Teresa. Trachi era fra noi: eravamo immersi nella sua aura, gravitavamo nel suo campo. So questo, poiché io stesso ho visto, dove lui passava, schiudersi anzitempo i fiori, ed il loro polline volare nel vento della sua corsa. Trachi non rientrò. Il resto della sua storia fu da noi ricostruito faticosamente, nei giorni che seguirono, su testimonianze e su segni. Dopo una notte, che fu di ansiosa attesa per tutti, e per me di segreto tormento, scesi io stesso a cercare del maniscalco. Non lo trovai in casa: era all' ospedale, con il cranio spaccato; non era in grado di parlare. Trovai il suo aiutante. Mi raccontò che Trachi era venuto verso le sei, per farsi ferrare. Era taciturno e triste, ma tranquillo. Si lasciò incatenare come al solito, senza mostrare impazienza (era questo l' uso incivile di quel maniscalco: aveva avuto un incidente anni prima con un cavallo ombroso, ed invano avevamo cercato di convincerlo che tale precauzione era del tutto assurda con Trachi). Aveva già tre zoccoli ferrati, quando un brivido lungo e violento lo aveva scosso. Il maniscalco si era rivolto a lui con quelle voci rudi che si usano coi cavalli; come andava facendosi sempre più inquieto, lo aveva colpito con una frusta. Trachi era sembrato calmarsi, "ma girava gli occhi intorno come un matto, e sembrava che sentisse delle voci". Ad un tratto, con una scossa furiosa aveva divelto le catene dai loro incastri nel muro, ed una appunto di queste aveva colpito al capo il maniscalco, mandandolo a terra svenuto; si era buttato contro la porta con tutto il suo peso, a capofitto, riparandosi la testa con le braccia incrociate, ed era partito al galoppo su per la collina, mentre le quattro catene, che ancora gli impedivano le zampe, gli roteavano intorno ferendolo a più riprese. _ A che ora è successo? _ domandai, turbato da un presentimento. L' aiutante esitò: non era ancora notte, non sapeva con precisione. Ma sì, ora ricordava: pochi attimi prima dello scatenamento era suonata l' ora al campanile, ed il padrone gli aveva detto, in dialetto perché Trachi non capisse: _ Già le sette! Se tutti i clienti fossero difisiôs come questo .... Le sette! Non trovai difficoltà, purtroppo, a seguire il percorso di Trachi furioso: se anche nessuno l' avesse visto, rimanevano tracce cospicue del sangue che aveva perduto, ed i graffi delle catene sulla scorza degli alberi e sulle rocce ai margini della strada. Non si era diretto verso casa, né verso la cascina De Simone: aveva saltato netto la staccionata alta due metri che recinge la proprietà Chiapasso, aveva preso di traverso per le vigne, aprendosi un varco tra i filari con furia cieca, in linea retta, abbattendo paletti e viti, stroncando i robusti fili di ferro che sostengono i tralci. Era giunto sull' aia, e aveva trovato la porta della stalla chiusa col catenaccio dall' esterno. Avrebbe potuto agevolmente aprire con le mani: invece aveva raccolto una vecchia macina da grano, pesante mezzo quintale, e l' aveva scagliata contro la porta mandandola in schegge. Nella stalla non c' erano che le sei mucche, un vitello, polli e conigli. Trachi era ripartito all' istante, e si era diretto, sempre a folle galoppo, verso la tenuta del barone Caglieris. Questa è lontana almeno sei chilometri, dall' altra parte della valle, ma Trachi vi arrivò in pochi minuti. Cercava la scuderia: non la trovò al primo colpo, ma solo dopo di aver sfondato a calci e a spallate diverse porte. Quanto fece nella scuderia, lo sappiamo da un testimone oculare: uno stalliere, che al fracasso della porta infranta aveva avuto il buon senso di nascondersi nel fieno, e di lì aveva visto ogni cosa. Aveva sostato un attimo sulla soglia, ansante e sanguinante. I cavalli, inquieti, scrollavano i musi tirando sulle cavezze: Trachi era piombato su di una cavalla bianca, di tre anni; aveva spezzato d' un colpo la catenella che la legava alla mangiatoia, e trascinandola per questa stessa l' aveva condotta fuori. La cavalla non aveva opposto alcuna resistenza; strano, mi disse lo stalliere, perché era di carattere piuttosto ombroso e restio, e non era neppure in calore. Avevano galoppato insieme fino al torrente: qui Trachi era stato visto sostare, attingere acqua colle mani, e bere ripetutamente. Poi avevano proseguito affiancati fino al bosco. Sì, ho seguito le loro tracce: fino a quel bosco, fino a quel sentiero, fino a quella macchia in cui Teresa mi aveva chiesto. E proprio qui, per tutta la notte, Trachi doveva aver celebrato le sue nozze gigantesche. Vi trovai il suolo scalpicciato, rami spezzati, crini bianchi e bruni, capelli umani, ed ancora sangue. Poco lontano, richiamato dal suo respiro affannoso, trovai lei, la giumenta. Giaceva a terra su di un fianco, ansimante, col nobile mantello sporco di terra e d' erba. Al mio passo sollevò a stento il muso, e mi seguì con lo sguardo terribile dei cavalli spaventati. Non era ferita, ma esausta. Partorì dopo otto mesi un puledrino: normalissimo, a quanto mi è stato detto. Qui le tracce dirette di Trachi si perdono. Ma, come forse qualcuno ricorda, nei giorni seguenti comparve sui giornali notizia di una curiosa catena di abigeati, tutti perpetrati con la medesima tecnica: la porta infranta, la cavezza sciolta o spezzata, l' animale (sempre una giumenta, e sempre una sola) condotto in qualche bosco poco lontano, e qui ritrovato sfinito. Solo una volta il rapitore sembrò aver trovato resistenza: la sua occasionale compagna di quella notte fu trovata morente, con la cervice slogata. Sei furono questi episodi, e furono segnalati in vari punti della penisola, susseguendosi da nord a sud. A Voghera, a Lucca, presso il lago di Bracciano, a Sulmona, a Cerignola. L' ultimo avvenne presso Lecce. Poi null' altro; ma forse si deve riconnettere a questa storia la curiosa segnalazione fatta alla stampa dall' equipaggio di un peschereccio pugliese: di aver incontrato, al largo di Corfù, "un uomo a cavallo di un delfino". La strana apparizione nuotava vigorosamente verso levante; i marinai le avevano dato una voce, al che l' uomo e la groppa grigia si erano immersi, scomparendo alla vista.
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