Il sistema periodico
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura
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Uranio
A fare il SAC (Servizio Assistenza Clienti) non si può mandare il primo venuto. È un lavoro delicato e complesso, non molto diverso da quello dei diplomatici: per esercitarlo con successo occorre infondere fiducia nei clienti, e perciò è indispensabile avere fiducia in noi stessi e nei prodotti che vendiamo; è dunque un esercizio salutare, che aiuta a conoscersi e rinforza il carattere. È forse la più igienica delle specialità che costituiscono il Decathlon del chimico di fabbrica: quella che meglio lo allena nell' eloquenza e nell' improvvisazione, nella prontezza dei riflessi e nella capacità di capire e di farsi capire; inoltre, ti fa girare l' Italia e il mondo, e ti mette a confronto con gente varia. Devo ancora accennare ad un' altra curiosa e benefica conseguenza del SAC: facendo mostra di stimare e di trovar simpatici i propri simili, dopo qualche anno di mestiere si finisce col farlo veramente, allo stesso modo come spesso diventa matto chi simula a lungo la follia. Nella maggior parte dei casi, al primo contatto occorre acquistare o conquistare un rango superiore a quello del tuo interlocutore: ma conquistarlo in sordina, con le buone, senza spaventarlo né surclassarlo. Ti deve sentire superiore, ma di poco: raggiungibile, comprensibile. Guai, ad esempio, a fare discorsi chimici con un non chimico: questo è l' abc del mestiere. Ma è molto più grave il pericolo opposto, che sia il cliente a surclassare te: cosa che può avvenire benissimo, perché lui gioca in casa, ossia è lui che impiega praticamente i prodotti che tu gli vendi, e perciò ne conosce le virtù e i difetti come una moglie conosce quelli del marito, mentre di solito tu ne hai soltanto una conoscenza indolore e disinteressata, spesso ottimistica, acquistata in laboratorio o nel corso di preparazione. La costellazione più favorevole è quella in cui tu ti puoi presentare come un benefattore, in qualsiasi modo: convincendolo che il tuo prodotto soddisfa un suo vecchio bisogno o desiderio, magari inavvertito; che, fatti tutti i conti, alla fine dell' anno esso gli viene a costare meno che quello della Concorrenza, il quale inoltre, come è noto, va bene sulle prime, ma insomma non mi faccia parlare troppo. Puoi però beneficarlo anche in maniere diverse (e qui si rivela la fantasia del candidato al SAC): risolvendogli un problema tecnico che c' entra alla lontana, o magari niente; fornendogli un indirizzo; invitandolo a pranzo "in un locale caratteristico"; facendogli visitare la tua città ed aiutandolo o consigliandolo nell' acquisto dei souvenirs per sua moglie o per la sua ragazza; trovandogli all' ultimo momento un biglietto per il derby allo stadio (eh sì, si fa anche questo). Il mio collega di Bologna possiede una raccolta continuamente aggiornata di storielle grasse, e le ripassa diligentemente, insieme con i bollettini tecnici, prima di intraprendere il suo giro di visite in città e in provincia; siccome è di memoria corta, tiene nota di quelle che ha raccontate ad ogni singolo cliente, perché somministrare due volte la stessa storiella alla stessa persona sarebbe un fallo grave. Tutte queste cose si imparano con l' esperienza, ma ci sono dei tecnici-commerciali che sembrano tali dalla nascita, nati SAC come Minerva. Questo non è il mio caso, e ne sono tristemente consapevole: quando mi capita di esercitare il SAC, in sede o in trasferta, lo faccio malvolentieri, con esitazione, compunzione e scarso calore umano. Peggio: tendo ad essere brusco ed impaziente coi clienti che sono impazienti e bruschi, e ad essere mite ed arrendevole coi fornitori, che, essendo a loro volta dei SAC, si mostrano appunto arrendevoli e miti. Insomma, non sono un buon SAC, e temo che ormai sia troppo tardi per diventarlo. Tabasso mi aveva detto: "Vai alla *** e chiedi di Bonino, che è il caporeparto. È un brav' uomo, conosce già i nostri prodotti, tutto è sempre andato bene, non è un' aquila, non lo visitiamo da tre mesi. Vedrai che non avrai difficoltà tecniche; se poi parla di prezzi, tieniti sulle generali: di' che riferirai e che non è affar tuo". Mi feci annunciare, mi diedero il modulo da riempire e mi consegnarono il cartellino da appendere all' occhiello, che ti caratterizza come straniero e ti immunizza contro le reazioni di rigetto dei guardiani. Mi fecero accomodare in una sala d' aspetto; dopo non più di cinque minuti apparve Bonino e mi condusse nel suo ufficio. Questo è un ottimo sintomo, e non va sempre così: c' è gente che, freddamente, fa aspettare i SAC trenta o quaranta minuti anche se esiste un appuntamento, allo scopo deliberato di metterli sotto e di imporre il loro rango; è lo stesso scopo a cui mirano, con tecniche più ingegnose e più oscene, i babbuini nella gran fossa dello zoo. Ma l' analogia è più generale: tutte le strategie e tattiche del SAC si possono descrivere in termini di corteggiamento sessuale. In entrambi i casi si ha un rapporto fra due: sarebbero impensabili un corteggiamento o una contrattazione a tre. In entrambi i casi si nota all' inizio una sorta di danza od apertura ritualizzata, in cui il compratore accetta il venditore solo se questi si attiene rigidamente al cerimoniale tradizionale; se questo avviene, il compratore si unisce alla danza, e se il gradimento è reciproco si giunge all' accoppiamento, e cioè all' acquisto, con visibile soddisfazione dei due partner. I casi di violenza unilaterale sono rari; non a caso, vengono spesso descritti con termini mutuati dalla sfera sessuale. Bonino era un ometto rotondo, sciatto, vagamente canino, dalla barba mal rasa e dal sorriso sdentato. Mi presentai ed iniziai la danza propiziatoria, ma lui mi disse subito: _ Ah sì, lei è quello che ha scritto un libro _. Devo confessare la mia debolezza: quest' apertura irregolare non mi dispiace, quantunque sia poco utile per la società che rappresento; infatti, a questo punto il discorso tende a degenerare, o per lo meno a perdersi in considerazioni anomale, che distraggono dallo scopo della visita e fanno perdere tempo professionale. _ È proprio un bel romanzo, _ continuò Bonino: _ l' ho letto durante le ferie, e l' ho fatto anche leggere a mia moglie; ai ragazzi no, perché magari potrebbero impressionarsi _. Queste opinioni normalmente mi irritano, ma quando si è in veste di SAC non bisogna essere troppo sofistici: ringraziai urbanamente, e cercai di ricondurre il discorso sul binario dovuto, e cioè sulle nostre vernici. Bonino oppose resistenza. _ Così come mi vede, ho rischiato anch' io di finire come lei. Ci avevano già chiusi nel cortile della caserma, in Corso Orbassano: ma a un certo punto io l' ho visto entrare, sa bene chi dico, e allora, mentre nessuno mi vedeva, ho scavalcato il muro, mi sono buttato giù dall' altra parte, che ci sono cinque metri buoni, e sono filato via. Poi sono andato in Val Susa coi Badogliani. Non mi era ancora mai successo di sentire un badogliano chiamare badogliani i badogliani. Mi chiusi in difesa, ed anzi, sorpresi me stesso a prendere fiato profondamente, come fa chi si prepara ad una lunga immersione. Era chiaro che il racconto di Bonino non sarebbe stato tanto breve: ma pazienza, ripensai a quanti lunghi racconti avevo inflitto io al mio prossimo, a chi voleva ed a chi non voleva ascoltare, ricordai che sta scritto (Deut. 10.19) "Amerai lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d' Egitto", e mi disposi comodo sulla sedia. Bonino non era un buon narratore: divagava, si ripeteva, faceva digressioni, e digressioni delle digressioni. Aveva poi il curioso vizio di omettere il soggetto di alcune proposizioni, sostituendolo col pronome personale, il che rendeva ancora più nebuloso il suo discorso. Mentre parlava, io esaminavo distrattamente il locale dove mi aveva ricevuto: evidentemente il suo ufficio da molti anni, perché appariva trasandato e scomposto come la sua stessa persona. I vetri della finestra erano offensivamente sporchi, le pareti affumicate, e nell' aria ristagnava un odore tetro di tabacco stantio. Nelle pareti erano confitti chiodi rugginosi: alcuni apparentemente inutili, altri reggevano fogli ingialliti. Uno di questi, leggibile dal mio posto di osservazione, incominciava così: "OGGETTO: Stracci. Con sempre maggior frequenza ..."; altrove, si distinguevano lamette di rasoio usate, schedine del Totocalcio, moduli della Mutua, cartoline illustrate. _ ... allora lui mi ha detto che gli andassi dietro, anzi davanti: era lui che mi stava dietro, con la pistola puntata. Poi è arrivato l' altro, il compare, che stava dietro l' angolo e lo aspettava; e fra tutti e due mi hanno portato in via Asti, sa bene, dove c' era l' Aloisio Smit. Mi chiamava su ogni tanto, e mi diceva parla parla che tanto i tuoi compagni hanno già parlato, è inutile che fai l' eroe .... Sulla scrivania di Bonino c' era un' orribile riproduzione in lega leggera della Torre di Pisa. C' era anche un portacenere ricavato da una conchiglia, pieno di mozziconi e di noccioli di ciliegia, ed un portapenne d' alabastro a forma di Vesuvio. Era una scrivania miserevole: non più di 0,6 metri quadrati, ad una stima generosa. Non c' è SAC esperimentato che non conosca questa triste scienza delle scrivanie: magari non a livello consapevole, ma in forma di riflesso condizionato, una scrivania scarsa denunzia inesorabilmente un occupante dappoco; quanto poi a quell' impiegato che, entro otto o dieci giorni dall' assunzione, non si è saputo conquistare una scrivania, ebbene, è un uomo perduto: non può contare su più di qualche settimana di sopravvivenza, come un paguro senza guscio. Per contro, ho conosciuto persone che al termine della loro carriera disponevano di una superficie di sette od otto metri quadrati lucidati a poliestere, palesemente esuberante, ma idonea ad esprimere in codice la misura del loro potere. Quali oggetti riposino sulla scrivania, non è determinante ai fini quantitativi: c' è chi esprime la propria autorità mantenendo in superficie il massimo disordine ed il massimo accumulo di cancelleria; c' è invece chi, più sottilmente, impone il suo rango attraverso il vuoto e la pulizia meticolosa: così si racconta facesse Mussolini a Palazzo Venezia. _ ... ma fra tutti non si erano accorti che dentro alla cintura la pistola ce l' avevo anch' io. Quando hanno cominciato a farmi la tortura, l' ho tirata fuori, li ho messi tutti con la faccia contro il muro e me ne sono venuto via. Ma lui .... Lui chi? Ero perplesso; il racconto si andava ingarbugliando sempre di più, l' orologio camminava, ed è pur vero che il cliente ha sempre ragione, ma c' è un limite anche al vendere la propria anima, ed alla fedeltà alla consegna aziendale: oltre questo limite ci si rende ridicoli. _ ... più lontano che potevo: mezz' ora, ed ero già dalle parti di Rivoli. Camminavo lungo la strada, ed ecco che vedo atterrare nei campi lì vicino un aereo tedesco, una cicogna, di quelli che atterrano in cinquanta metri. Scendono due, molto gentili, e mi chiedono per favore da che parte si passa per andare in Svizzera. Io sono pratico di quei posti, e gli ho risposto pronto: dritto per così fino a Milano, poi girate a sinistra. Dànche, mi rispondono, e risalgono sull' apparecchio; ma poi uno ci ripensa, fruga sotto il seggiolino, scende e mi viene incontro con in mano come un sasso; me lo consegna e mi dice: "Questo è per il suo disturbo: lo tenga da conto, è uranio". Capisce, era la fine della guerra, ormai si sentivano perduti, la bomba atomica non facevano più in tempo a farla e l' uranio non gli serviva più. Pensavano solo a salvare la pelle ed a scappare in Svizzera. Anche al controllo sulla propria fisionomia c' è un limite: Bonino doveva aver colto sulla mia qualche segno di incredulità, perché si interruppe, e con tono lievemente offeso mi disse: _ Ma lei non ci crede? _ Certo, che ci credo, _ risposi eroicamente: _ Ma era proprio uranio? _ Sicuro: chiunque se ne sarebbe accorto. Aveva un peso incredibile, e a toccarlo era caldo. Del resto, ce l' ho ancora a casa: lo tengo sul balcone, in un ripostiglio, che i ragazzi non lo tocchino; ogni tanto lo faccio vedere agli amici, ed è rimasto caldo, è caldo ancora adesso _. Esitò un istante, poi aggiunse: _ Sa che cosa faccio? Domani gliene mando un pezzo: così si convince, e magari, lei che è uno scrittore, in aggiunta alle sue storie un giorno o l' altro scrive anche questa. Ringraziai, feci doverosamente il mio numero, illustrai un certo nuovo prodotto, presi nota di una ordinazione abbastanza cospicua, salutai e diedi passata alla faccenda. Ma il giorno dopo, sulla mia scrivania da 1,2 metri quadrati, trovai deposto un pacchetto, alla mia cortese attenzione. Lo svolsi, non senza curiosità: conteneva un blocchetto di metallo, grande quanto mezza scatola di sigarette, effettivamente piuttosto pesante e dall' aria esotica. La superficie era bianca argentea, con una leggera patina giallognola: non pareva che fosse caldo, ma non era confondibile con nessuno dei metalli che una lunga consuetudine anche extra-chimica ci ha resi famigliari, come il rame, lo zinco, l' alluminio. Forse una lega? O magari proprio uranio? L' uranio metallico, dalle nostre parti, non lo ha visto mai nessuno, e nei trattati viene descritto come biancoargenteo; e non è che sia permanentemente caldo un blocchetto piccolo come quello: forse solo una massa grande quanto una casa può mantenersi calda a spese dell' energia di disintegrazione. Appena mi fu decentemente possibile, mi cacciai in laboratorio, il che, per un chimico del SAC, è un' iniziativa inusitata e vagamente sconveniente. Il laboratorio è luogo da giovani, ed a ritornarci ci si sente ritornare giovani: con la stessa smania di avventura, di scoperta, d' imprevisto, che si ha a diciassette anni. Naturalmente, diciassette anni non li hai più da un pezzo, ed inoltre la lunga carriera di attività parachimiche ti ha mortificato, ti ha reso atrofico, impedito, ignaro della collocazione dei reagenti e delle apparecchiature, immemore di tutto salvo che delle reazioni fondamentali: ma proprio per questi motivi il laboratorio rivisitato è sorgente di gioia, ed emana un fascino intenso, che è quello della giovinezza, dell' avvenire indeterminato e gravido di potenze, e cioè della libertà. Ma gli anni di non-uso non ti fanno dimenticare alcuni tic professionali, alcuni comportamenti stereotipi che ti fanno riconoscere come chimico in qualsiasi circostanza: tentare la materia incognita con l' unghia, col temperino, annusarla, sentire con le labbra se è "fredda" o "calda", provare se incide o no il vetro della finestra, osservarla in luce riflessa, soppesarla nel cavo della mano. Valutare senza bilancia il peso specifico di un materiale non è poi così facile, ma l' uranio, via, ha p. sp. 19, molto più del piombo, il doppio del rame: il dono fatto a Bonino dagli aeronauti-astronauti nazisti non poteva essere uranio. Incominciavo ad intravvedere, nel racconto paranoico dell' ometto, l' eco di una leggenda locale tenace e ricorrente, degli UFO della Val Susa, dei dischi volanti portatori di presagi come le comete nel medioevo, erratici e privi di effetti come gli spiriti degli spiritisti. E se non era uranio, cosa? Asportai col seghetto una fettina di metallo (si segava senza difficoltà) e la presentai sulla fiamma del becco Bunsen: avvenne una cosa poco comune, dalla fiamma si levò un filo di fumo bruno, che si arricciolava in volute. Percepii, con un attimo di voluttuosa nostalgia, ridestarsi in me i riflessi dell' analista, appassiti per la lunga inerzia: trovai una capsula di porcellana smaltata, la riempii d' acqua, la sovrapposi alla fiamma fuligginosa, e vidi formarsi sul fondo un deposito bruno che era una vecchia conoscenza. Toccai il deposito con una gocciolina di soluzione di nitrato d' argento, ed il colore nero-azzurro che si sviluppò mi confermò che il metallo era cadmio, il lontano figlio di Cadmo, il seminatore dei denti del drago. Dove Bonino avesse trovato il cadmio, non era molto interessante: probabilmente nel reparto cadmiatura della sua fabbrica. Più interessante, ma indecifrabile, era l' origine della sua storia: profondamente sua, la sua, poiché, come seppi in seguito, la raccontava sovente ed a tutti, ma senza sostanziarla con l' apporto della materia, e con particolari via via più colorati e meno credibili col passare degli anni. Era chiaramente impossibile venirne a capo: ma invidiai in lui, io impigliato nella rete del SAC, dei doveri sociali ed aziendali e della verosimiglianza, la libertà sconfinata dell' invenzione, di chi ha sfondato la barriera ed è ormai padrone di costruirsi il passato che più gli aggrada, di cucirsi intorno i panni dell' eroe, e di volare come Superman attraverso i secoli, i meridiani e i paralleli.
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