;

Il sistema periodico

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura

Scarica XML completo Vedi l'intero documento Cerca nel documento Struttura del documento


"Mala cosa nascer povero", andavo rimuginando, mentre reggevo sulla fiamma di un becco a gas un lingotto di stagno degli Stretti. Piano piano, lo stagno fondeva, e le gocce piombavano stridendo nell' acqua d' una bacinella: sul fondo di questa si andava formando un intrico metallico affascinante, dalle forme sempre nuove. Ci sono metalli amici e metalli nemici. Lo stagno era un amico: non solo perché, da qualche mese, Emilio ed io ne vivevamo, trasformandolo in cloruro stannoso da vendere ai fabbricanti di specchi, ma anche per altre ragioni più riposte. Perché si sposa al ferro, trasformandolo nella mite latta, e privandolo pertanto della sua qualità sanguinaria di "nocens ferrum"; perché lo commerciavano i Fenici, e perché tuttora lo si estrae, raffina ed imbarca in paesi favolosi e lontani (gli Stretti, appunto: come chi dicesse la Dormiente Sonda, le Isole Felici e gli Arcipelaghi); perché si allega col rame per dare il bronzo, materia rispettabile per eccellenza, notoriamente perenne e well established; perché fonde basso, quasi come i composti organici, cioè quasi come noi; ed infine, per due sue proprietà uniche, dai nomi pittoreschi e poco credibili, mai viste né udite (che io sappia) da occhio od orecchio umano, tuttavia fedelmente tramandate, di generazione in generazione, da tutti i testi scolastici, la "peste" e il "pianto" dello stagno. Bisognava granulare lo stagno affinché fosse più facile attaccarlo poi con acido cloridrico. Ti sta bene, dunque. Stavi sotto le ali di quella fabbrica in riva al lago, un uccello rapace, ma di ali larghe e robuste. Hai voluto uscire di tutela, volare con le tue: ti sta bene. Vola, adesso: volevi essere libero e sei libero, volevi fare il chimico e fai il chimico. Orsù, grufola tra veleni, rossetti e sterco pollino; granula lo stagno, versa acido cloridrico, concentra, travasa e cristallizza, se non vuoi patire la fame, e la fame la conosci. Compera stagno e vendi cloruro stannoso. Il laboratorio, Emilio lo aveva ricavato entro l' alloggio dei suoi genitori, gente pia, sconsigliata e longanime. Certo, cedendogli in uso la loro camera da letto, non avevano previsto tutte le conseguenze, ma indietro non si torna: adesso, l' anticamera era un deposito di damigiane d' acido cloridrico concentrato, il fornello di cucina (fuori delle ore dei pasti) serviva a concentrare il cloruro stannoso in becher e beute da sei litri, e l' intero alloggio era invaso dai nostri fumi Il padre d' Emilio era un vecchio maestoso e benigno, dai baffoni bianchi e dalla voce tonante. Aveva fatto in vita sua molti mestieri, tutti avventurosi o per lo meno strambi, ed a settant' anni conservava una preoccupante avidità di esperimenti. A quell' epoca, deteneva il monopolio del sangue di tutti i bovini uccisi al vecchio Macello Municipale di Corso Inghilterra: passava molte ore al giorno in un lurido antro, dalle pareti brune di sangue rappreso, dal pavimento fradicio di liquame putrefatto, e frequentato da ratti grossi come conigli; perfino le fatture e il libro mastro erano insanguinati. Col sangue fabbricava bottoni, colla, frittelle, sanguinacci, pitture murali e pasta per lucidare. Leggeva esclusivamente riviste e giornali arabi, che si faceva arrivare dal Cairo, dove aveva vissuto molti anni, dove gli erano nati i tre figli, dove aveva difeso a fucilate il Consolato italiano contro una turba inferocita, e dove il suo cuore era rimasto. Andava ogni giorno in bicicletta a Porta Palazzo a comperare erbe, farina di sorgo, grasso di arachidi e patate dolci: con questi ingredienti, e col sangue del macello, cucinava pietanze sperimentali, ogni giorno diverse; ce le vantava e ce le faceva assaggiare. Un giorno portò a casa un ratto, gli tagliò la testa e le zampine, disse a sua moglie che era una cavia e lo fece arrostire. Poiché la sua bicicletta non aveva carter, e le sue reni erano un poco anchilosate, si metteva al mattino le mollette in fondo ai pantaloni, e non le toglieva più per tutta la giornata. Lui e sua moglie, la dolce ed imperturbabile Signora Ester, nata a Corfù di famiglia veneta, avevano accettato in casa il nostro laboratorio come se tenersi gli acidi in cucina fosse la cosa più naturale del mondo. Portavamo le damigiane d' acido al quarto piano con l' ascensore: il padre d' Emilio aveva un aspetto talmente rispettabile ed autorevole che nessun condomino aveva osato obiettare. Il nostro laboratorio assomigliava ad una bottega di robivecchi ed alla stiva di una baleniera. A parte le sue propaggini, che appunto invadevano la cucina, l' anticamera e perfino il bagno, era costituito da una sola camera e dal balcone. Sul balcone stavano sparpagliati i pezzi di una moto DKW che Emilio aveva acquistata smontata, e che, diceva, un giorno o l' altro avrebbe rimessa insieme: il serbatoio scarlatto stava a cavallo della ringhiera, e il motore, dentro una moscaiola, arrugginiva corroso dalle nostre esalazioni. C' erano poi alcune bombole d' ammoniaca, residuo di un' epoca precedente il mio arrivo, in cui Emilio campava sciogliendo l' ammoniaca gassosa in damigiane d' acqua potabile, vendendo queste e ammorbando il vicinato. Dappertutto, sul balcone e all' interno, era sparsa un' incredibile mole di ciarpame talmente vetusto e trito da risultare pressoché irriconoscibile: solo ad un esame più attento si potevano distinguere i componenti professionali da quelli domestici. In mezzo al laboratorio stava una grande cappa d' aspirazione di legno e vetro, nostro orgoglio e nostro unico presidio contro la morte per gas. Non è che l' acido cloridrico sia propriamente tossico: è uno di quei nemici franchi che ti vengono addosso gridando da lontano, e da cui quindi è facile guardarsi. Ha un odore così penetrante che, chi può, non tarda a mettersi al riparo; e non lo puoi confondere con niente d' altro, perché dopo averne respirato un colpo emetti dal naso due brevi pennacchi di fumo bianco, come i cavalli nei film di Eisenstein, e ti senti i denti aspri in bocca come quando hai mangiato un limone. A dispetto della nostra cappa così volenterosa, i fumi dell' acido invadevano tutte le camere: le carte da parato cambiavano colore, le maniglie e gli infissi metallici diventavano opachi e scabri, e ogni tanto ci faceva sobbalzare un tonfo sinistro: un chiodo aveva finito di corrodersi, e un quadro, in qualche angolo dell' alloggio, era rovinato a terra. Emilio piantava un chiodo nuovo e riappendeva il quadro al suo posto. Facevamo dunque disciogliere lo stagno nell' acido cloridrico: poi bisognava concentrare la soluzione fino ad un determinato peso specifico e lasciare che cristallizzasse per raffreddamento. Il cloruro stannoso si separava in piccoli prismi graziosi, incolori e trasparenti. Poiché la cristallizzazione era lenta, occorrevano molti recipienti, e poiché l' acido cloridrico intacca tutti i metalli, questi recipienti dovevano essere di vetro o di ceramica. Nei periodi in cui le ordinazioni erano molte, bisognava mobilitare i recipienti di complemento, di cui del resto la casa di Emilio era ricca: una zuppiera, una pentola Regina di ferro smaltato, un lampadario stile Novecento e un vaso da notte. Il mattino dopo si raccoglie il cloruro e lo si mette a scolare: e devi fare bene attenzione a non toccarlo con le mani, se no ti attacca addosso un odore disgustoso. Questo sale, di per sé, è inodore, ma reagisce in qualche modo con la pelle, forse riducendo i ponti di solfuro della cheratina, e ne libera un tanfo metallico persistente che ti denuncia come chimico per diversi giorni. È aggressivo, ma anche delicato, come certi sgradevoli avversari sportivi che piagnucolano quando perdono: non bisogna fargli forza, devi lasciare che asciughi all' aria con tutto il suo comodo. Se cerchi di scaldarlo, anche nel modo più blando, per esempio con un asciugacapelli o sopra il termosifone, perde la sua acqua di cristallizzazione, diventa opaco, e i clienti sciocchi non lo vogliono più. Sciocchi, perché gli converrebbe: con meno acqua c' è più stagno e quindi una resa migliore; ma tant' è, il cliente ha sempre ragione, specie quando di chimica ne sa poco, come appunto è il caso per gli specchiai. Nulla della bonarietà generosa dello stagno, metallo di Giove, sopravvive nel suo cloruro (del resto, i cloruri in genere sono gentaglia, per lo più sottoprodotti ignobili, igroscopici e buoni a poco: con la sola eccezione del sale comune, che è tutt' altro discorso). Questo sale è un energico riducente, vale a dire che è smanioso di liberarsi di certi due suoi elettroni, e lo fa al minimo pretesto, talvolta con esiti disastrosi: era bastato un solo schizzo della soluzione concentrata, che mi era colato lungo i pantaloni, per tagliarli netti come un colpo di scimitarra; ed era il dopoguerra, e non ne avevo altri fuori di quelli della domenica, e i soldi in casa erano pochi. Non mi sarei mai allontanato dalla fabbrica in riva al lago, e sarei rimasto in eterno a raddrizzare le deformità delle vernici, se Emilio non avesse insistito, vantandomi l' avventura e la gloria della libera professione. Mi ero licenziato con assurda baldanza, distribuendo a colleghi e superiori un testamento in quartine pieno di allegre insolenze: ero abbastanza consapevole del rischio che correvo, ma sapevo che la licenza di sbagliare si restringe con gli anni, e che perciò chi ne vuole approfittare non deve aspettare troppo. D' altra parte, non bisogna neppure aspettare troppo ad accorgersi che un errore è un errore: alla fine di ogni mese facevamo i conti, e diventava sempre più chiaro che di solo cloruro stannoso l' uomo non vive; o almeno, non vivevo io, che mi ero appena sposato e non avevo nessun autorevole patriarca alle spalle. Non ci arrendemmo subito; ci arrovellammo per un buon mese nello sforzo di ottenere la vanillina dall' eugenolo con una resa che ci consentisse di sopravvivere, e non ci riuscimmo; secernemmo diversi quintali d' acido piruvico, prodotto con un' attrezzatura da trogloditi e con un orario da forzati, dopo di che io levai bandiera bianca. Mi sarei trovato un impiego, magari tornando alle vernici. Emilio accettò con dolore, ma virilmente, la comune sconfitta e la mia diserzione. Per lui era diverso: nelle sue vene correva il sangue paterno, ricco di remoti fermenti pirateschi, di iniziative mercantili e di inquieta smania del nuovo. Non aveva paura di sbagliare, né di cambiare mestiere, luogo e stile di vita ogni sei mesi, né di diventare povero; neppure aveva fisime di casta, e non provava alcun disagio ad andare col triciclo e con la tuta grigia a consegnare ai clienti il nostro laborioso cloruro. Accettò, e il giorno dopo aveva già in mente altre idee, altre combinazioni con gente più navigata di me, e diede subito inizio alla smobilitazione del laboratorio, e non era neppure tanto triste, mentre lo ero io, che avevo voglia di piangere, o di ululare alla luna come fanno i cani quando vedono chiudere le valige. Mettemmo mano alla malinconica bisogna aiutati (o meglio frastornati ed impediti) dal Signor Samuele e dalla Signora Ester. Vennero in luce oggetti famigliari, cercati invano da anni, ed altri esotici, sepolti geologicamente nei recessi dell' alloggio: un otturatore di mitra Beretta 3.A (del tempo in cui Emilio era partigiano, e girava le valli a distribuire alle bande i pezzi di ricambio), un Corano miniato, una lunghissima pipa di porcellana, una spada damaschinata dall' elsa intarsiata d' argento, una valanga di carte ingiallite. Fra queste affiorò, e me ne appropriai golosamente, una grida del 17.5, in cui F. Tom. Lorenzo Matteucci, della Marca Anconitana Inquisitore Generale, contro l' Eretica Pravità specialmente Delegato, con molta sicumera e poca chiarezza "ordina, proibisce, ed espressamente comanda, che nessun Ebreo abbia ardire di prendere da Cristiani lezzione di veruna sorta d' Istromento, e molto meno quella di Ballo". Rimandammo al giorno seguente il compito più straziante, lo smontaggio della cappa d' aspirazione. Nonostante il parere d' Emilio, fu subito chiaro che le nostre forze non sarebbero bastate. Ci fu doloroso arruolare una coppia di carpentieri, a cui Emilio prescrisse di costruire un' attrezzatura adatta a sradicare la cappa dai suoi ancoraggi senza smembrarla: questa cappa era insomma un simbolo, l' insegna di una professione e di una condizione, anzi di un' arte, e avrebbe dovuto essere depositata nel cortile intatta e nella sua interezza, per ritrovare nuova vita e utilità in un futuro per ora non precisato. Fu costruita un' impalcatura, montato un paranco, tese funi di guida. Mentre Emilio ed io assistevamo dal cortile alla funerea cerimonia, la cappa uscì solenne dalla finestra, si librò ponderosa, si stagliò contro il cielo grigio di via Massena, venne abilmente agganciata alla catena del paranco, e la catena gemette e si spezzò. La cappa piombò per quattro piani ai nostri piedi, e si ridusse in schegge di legno e vetro; odorava ancora di eugenolo e d' acido piruvico, e con lei si ridusse in schegge ogni nostra volontà ed ardimento d' intraprendere. Nei brevi istanti del volo l' istinto di conservazione ci fece fare un balzo indietro. Emilio disse: "Credevo che facesse più rumore".

Uranio

Il sistema periodico 1975