Il sistema periodico
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura
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Azoto
... e venne infine il cliente sognato, quello che voleva da noi una consulenza. La consulenza è il lavoro ideale, quello da cui tu trai prestigio e quattrini senza sporcarti le mani, né romperti il filo della schiena, né rischiare di finire abbrustolito o intossicato: devi solo toglierti il camice, mettere la cravatta, ascoltare in attento silenzio il quesito, e ti senti come l' oracolo di Delfo. Devi poi pesare bene la risposta e formularla in linguaggio paludato e sfumato, affinché anche il cliente ti ritenga un oracolo, degno della sua fiducia e delle tariffe stabilite dall' Ordine dei Chimici. Il cliente sognato era sulla quarantina, piccolo, compatto ed obeso; portava i baffetti alla Clark Gable ed aveva ciuffi di pelo nero un po' dappertutto, dentro alle orecchie, dentro alle narici, sul dorso delle mani, e sulle falangi fin quasi alle unghie. Era profumato ed impomatato e aveva un aspetto volgare: sembrava un souteneur, o meglio un cattivo attore nella parte del souteneur; oppure un bullo da barriera. Mi spiegò che era il proprietario di una fabbrica di cosmetici, ed aveva noie con un certo tipo di rossetto. Bene, che ne portasse un campione: ma no, disse, era un problema particolare, da vedere sul posto; era meglio che uno di noi due lo visitasse, così avremmo potuto renderci conto dell' inconveniente. Domani alle dieci? Domani. Sarebbe stato molto bello arrivare sul posto in auto, ma già, se tu fossi un chimico con l' auto, invece che un reduce meschino, scrittore a tempo perso, e per giunta appena sposato, non staresti qui ad essudare acido piruvico ed a correre dietro ad ambigui fabbricanti di rossetto. Mi misi il più bello dei miei (due) vestiti, e pensai che era meglio lasciare la bicicletta in qualche cortile lì vicino e fare le viste di essere arrivato in taxi, ma quando fui entrato nella fabbrica mi accorsi che non era il caso di avere scrupoli di prestigio. La fabbrica era un capannone sporco e disordinato, pieno di correnti d' aria, in cui gironzolavano una dozzina di ragazze proterve, indolenti, sudice e vistosamente truccate. Il proprietario mi diede spiegazioni, mostrando fierezza e dandosi importanza: chiamava "rouge" il rossetto, "anellina" l' anilina e "adelaide" l' aldeide benzoica. La lavorazione era semplice: una ragazza faceva fondere certe cere e grassi in una comune pentola smaltata, aggiungeva un po' di profumo e un po' di colorante, poi colava il tutto in una minuscola lingottiera. Un' altra ragazza faceva raffreddare le lingottiere sotto l' acqua corrente e cavava da ciascuna venti cilindretti scarlatti di rossetto; altre ancora provvedevano alla confezione e all' imballaggio. Il proprietario acchiappò sgarbatamente una delle ragazze, le mise una mano dietro alla nuca per avvicinare la sua bocca ai miei occhi, e mi invitò ad osservare bene il contorno delle labbra: ecco, vede, dopo qualche ora dall' applicazione, specie quando fa caldo, il rouge cammina, si infila su per le minuscole rughe che hanno intorno alle labbra anche le donne giovani, e così si forma una brutta ragnatela di filamenti rossi, che sfuma il contorno e rovina tutto l' effetto. Osservai, non senza imbarazzo: i fili rossi c' erano proprio, ma solo sulla metà destra della bocca della ragazza, che sottostava impassibile all' ispezione masticando gomma americana. Per forza, mi spiegò il proprietario: la metà sinistra di quella, e di tutte le altre ragazze, era truccata con un ottimo prodotto francese, proprio quello che lui cercava invano di imitare. Un rossetto si può valutare solo così, con un confronto pratico: tutte le mattine, tutte le ragazze dovevano pitturarsi col rossetto, a destra col suo, a sinistra con quell' altro, e lui le baciava tutte otto volte al giorno per controllare se il prodotto era solido al bacio. Chiesi al bullo la ricetta del suo rossetto, ed un campione di tutti e due i prodotti. Leggendo la ricetta, ebbi subito il sospetto di dove il difetto procedeva, ma mi parve più opportuno accertarmene e fare cadere il responso un po' dall' alto, e chiesi due giorni di tempo "per le analisi". Recuperai la bicicletta, e pedalando pensavo che, se quell' affare andava bene, avrei forse potuto cambiarla con un Velosolex e smettere di pedalare. Ritornato in laboratorio, presi un foglio di carta da filtro, vi feci due puntini rossi con i due campioni, e posi il tutto in stufa a .0äC. Dopo un quarto d' ora, si vedeva che il puntino del rossetto sinistro era rimasto un puntino, seppure circondato da un alone untuoso; invece il puntino del rossetto destro era sbiadito e dilatato era diventato un' aureola rosata grande quanto una moneta. Nella ricetta del mio uomo figurava un colorante solubile: era chiaro che, quando il calore della pelle delle signore (o della mia stufa) portava a fusione il grasso, il colorante lo seguiva nella sua diffusione. L' altro rossetto doveva contenere invece un pigmento rosso, ben disperso ma insolubile, e perciò non migrante: me ne accertai facilmente diluendo con benzene e centrifugando, eccolo lì depositato sul fondo della provetta. Grazie all' esperienza che avevo accumulata nella fabbrica in riva al lago, riuscii anche a identificarlo: era un pigmento costoso e non facile a disperdersi, e del resto il mio bullo non aveva alcuna apparecchiatura adatta a disperdere un pigmento; bene, erano rogne sue, che si arrangiasse, lui con il suo harem di ragazze-cavia e con i suoi rivoltanti baci a tassametro. Io, il mio dovere professionale lo avevo fatto; feci una relazione, vi allegai la fattura coi bolli ed il pittoresco provino di carta da filtro, tornai alla fabbrica, consegnai, riscossi l' onorario e mi disposi a prendere congedo. Ma il bullo mi trattenne: era soddisfatto della mia opera, e mi voleva proporre un affare. Gli potevo procurare qualche chilogrammo di allossana? L' avrebbe pagata molto bene, purché mi impegnassi per contratto a fornirla solo a lui. Aveva letto su non so più quale rivista che l' allossana, a contatto con le mucose, conferisce loro una colorazione rossa estremamente permanente, perché non è una sovrapposizione, una vernice insomma, come il rossetto, ma una vera e propria tintura, come si fa con la lana e il cotone. Inghiottii, ed a buon conto risposi che si sarebbe potuto vedere: l' allossana non è un composto molto comune né molto conosciuto, non mi pare che il mio vecchio testo di chimica organica le dedicasse più di cinque righe, e in quel momento ricordavo solo vagamente che era un derivato dell' urea e che aveva qualcosa a che vedere con l' acido urico. Appena mi fu possibile filai in biblioteca: intendo dire, alla venerabile biblioteca dell' Istituto Chimico dell' Università di Torino, a quel tempo impenetrabile agli infedeli come la Mecca, difficilmente penetrabile anche ai fedeli qual ero io. È da pensare che la Direzione seguisse il savio principio secondo cui è bene scoraggiare le arti e le scienze: solo chi fosse stato spinto da un assoluto bisogno, o da una passione travolgente, si sarebbe sottoposto di buon animo alle prove di abnegazione che venivano richieste per consultare i volumi. L' orario era breve ed irrazionale; l' illuminazione scarsa; gli indici in disordine; d' inverno, nessun riscaldamento, non sedie, ma sgabelli metallici scomodi e rumorosi; e finalmente, il bibliotecario era un tanghero incompetente, insolente e di una bruttezza invereconda, messo sulla soglia per atterrire col suo aspetto e col suo latrato i pretendenti all' ingresso. Ottenni di entrare, superai le prove, ed in primo luogo mi affrettai a rinfrescarmi la memoria sulla composizione e sulla struttura dell' allossana. Eccone il ritratto: dove O è l' ossigeno, C il carbonio, H l' idrogeno (Hydrogenium) ed N l' azoto (Nitrogenium). È una struttura graziosa, non è vero? Fa pensare a qualcosa di solido, di stabile, di ben connesso. Infatti, accade anche in chimica, come in architettura, che gli edifici "belli", e cioè simmetrici e semplici, siano anche i più saldi: avviene insomma per le molecole come per le cupole delle cattedrali o per le arcate dei ponti. E può anche darsi che la spiegazione non sia poi remota né metafisica: dire "bello" è dire "desiderabile", e da quando l' uomo costruisce, desidera costruire con la minima spesa ed in vista della massima durata, e il godimento estetico che prova nel contemplare le sue opere viene dopo. Certo non è sempre stato così: ci sono stati secoli in cui la bellezza veniva identificata con l' adornamento, il sovrapposto, il fronzolo; ma è probabile che fossero epoche devianti, e che la bellezza vera, quella in cui ogni secolo si riconosce, sia quella delle pietre ritte, delle carene, della lama di scure e dell' ala dell' aereo. Riconosciuta ed apprezzata la virtù strutturale dell' allossana, è urgente che tu chimico interlocutorio, così amante delle digressioni, te ne torni alla tua carreggiata, che è quella di fornicare con la materia allo scopo di provvedere al tuo sostentamento: ed oggi, non più solo al tuo. Apersi con rispetto gli scaffali del Zentralblatt ed incominciai a consultarlo anno per anno. Giù il cappello davanti al Chemisches Zentralblatt: è la Rivista delle Riviste, quella che, da quando esiste la Chimica, riporta sotto forma di riassunto rabbiosamente conciso tutte le pubblicazioni d' argomento chimico che appaiono su tutte le riviste del mondo. Le prime annate sono smilzi volumetti di 300 o 400 pagine: oggi, ogni anno, ne vengono scodellati quattordici volumi di 1300 pagine ciascuno. È corredato da un maestoso indice per autori, uno per argomento, uno per formule, e ci puoi trovare fossili reverendi, quali le leggendarie memorie in cui il nostro padre Wo5hler narra la prima sintesi organica, o Sainte-Claire Deville descrive il primo isolamento dell' alluminio metallico. Dal Zentralblatt venni rimbalzato al Beilstein, altrettanto monumentale enciclopedia continuamente aggiornata in cui, come in un' anagrafe, viene descritto via via ogni nuovo composto, insieme con i suoi metodi di preparazione. L' allossana era nota da quasi settant' anni, ma come curiosità di laboratorio: i metodi preparativi descritti avevano puro valore accademico, e procedevano da materie prime costose che (in quegli anni di immediato dopoguerra) era vano sperare di trovare sul mercato. L' unica preparazione accessibile era anche la più antica: non sembrava tanto difficile da eseguire, e consisteva in una demolizione ossidativa dell' acido urico. Proprio così: dell' acido urico, quello dei gottosi, degli intemperanti e del mal della pietra. Era una materia prima decisamente insolita, ma forse non così proibitiva come le altre. Infatti, una successiva ricerca nei pulitissimi scaffali, odorosi di canfora, di cera e di secolari fatiche chimiche, mi insegnò che l' acido urico, scarsissimo negli escreti dell' uomo e dei mammiferi, costituisce invece il 50 per cento degli escrementi degli uccelli, ed il 90 per cento degli escrementi dei rettili. Benissimo. Telefonai al bullo che la cosa si poteva fare, mi desse soltanto qualche giorno di tempo: entro il mese gli avrei portato il primo campione di allossana, ed insieme gli avrei dato un' idea del prezzo e di quanta ne avrei potuta produrre al mese. Che poi l' allossana, destinata ad abbellire le labbra delle dame, scaturisse dagli escrementi delle galline o dei pitoni, era un pensiero che non mi turbava neanche un poco. Il mestiere di chimico (fortificato, nel mio caso, dall' esperienza di Auschwitz) insegna a superare, anzi ad ignorare, certi ribrezzi, che non hanno nulla di necessario né di congenito: la materia è materia, né nobile né vile, infinitamente trasformabile, e non importa affatto quale sia la sua origine prossima. L' azoto è azoto, passa mirabilmente dall' aria alle piante, da queste agli animali, e dagli animali a noi; quando nel nostro corpo la sua funzione è esaurita, lo eliminiamo, ma sempre azoto resta, asettico, innocente. Noi, intendo dire noi mammiferi, che in generale non abbiamo problemi di approvvigionamento d' acqua, abbiamo imparato ad incastrarlo nella molecola dell' urea, che è solubile in acqua, e come urea ce ne liberiamo; altri animali, per cui l' acqua è preziosa (o tale era per i loro lontani progenitori), hanno fatto l' ingegnosa invenzione di impacchettare il loro azoto sotto forma di acido urico, che è insolubile in acqua, e di eliminare questo allo stato solido, senza bisogno di ricorrere all' acqua come veicolo. In modo analogo si pensa oggi di eliminare i detriti urbani facendone blocchetti compressi, che si possono portare alle discariche o interrare con poca spesa. Dirò di più: lungi dallo scandalizzarmi, l' idea di ricavare un cosmetico da un escremento, ossia aurum de stercore, mi divertiva e mi riscaldava il cuore come un ritorno alle origini, quando gli alchimisti ricavavano il fosforo dall' urina. Era un' avventura inedita e allegra, e inoltre nobile, perché nobilitava, restaurava e ristabiliva. Così fa la natura: trae la grazia della felce dalla putredine del sottobosco, e il pascolo dal letame; e "laetamen" non vuol forse dire "allietamento"? così mi avevano insegnato in liceo, così era stato per Virgilio, e così ritornava ad essere per me. Tornai a casa a sera, spiegai alla recentissima moglie il fatto dell' allossana e dell' acido urico, e le annunciai che l' indomani sarei partito per un viaggio d' affari: che cioè avrei preso la bicicletta, e fatto un giro per le cascine della periferia (a quel tempo c' erano ancora) in cerca di sterco di gallina. Non esitò: la campagna le piace, e la moglie deve seguire il marito; sarebbe venuta anche lei. Era una specie di supplemento del nostro viaggio di nozze, che per ragioni di economia era stato frugale e frettoloso. Ma mi ammonì di non farmi troppe illusioni: trovare sterco di gallina allo stato puro non doveva poi essere così facile. Infatti risultò difficile. In primo luogo, la pollina (si chiama così: noi inurbati non lo sapevamo, né sapevamo che, sempre per via dell' azoto, è apprezzatissima come concime per gli orti) non si regala, anzi si vende a caro prezzo. In secondo luogo, chi la compra se la va a raccattare, entrando a quattro zampe nei pollai e spigolando per le aie. In terzo luogo, ciò che effettivamente si raccoglie può essere direttamente usato come fertilizzante, ma si presta male ad ulteriori lavorazioni: è un miscuglio di sterco, terra, sassi, becchime, piume e pe5rpôjìn (sono i pidocchietti delle galline, che si annidano sotto le ali: non so come si chiamino in italiano). Ad ogni modo, pagando non poco, faticando ed insudiciandoci parecchio, la moglie impavida ed io ce ne ritornammo a sera per Corso Francia, con un chilo di sudata pollina nel portapacchi della bicicletta. L' indomani esaminai il materiale: la "ganga" era molta, tuttavia qualcosa forse se ne sarebbe potuto cavare. Ma simultaneamente mi venne un' idea: proprio in quei giorni, nella galleria della Metropolitana (che esiste a Torino da quarant' anni, mentre la Metropolitana non esiste ancora) era stata inaugurata una mostra di serpenti. Perché non andare a vedere? I serpenti sono una razza pulita, non hanno piume né pidocchi e non razzolano fra la polvere; poi, un pitone è ben più grosso di una gallina. Forse i loro escrementi, al 90 per cento di acido urico, si potevano ottenere in abbondanza, in pezzatura non troppo minuta e in condizioni di purezza ragionevole. Questa volta andai solo: mia moglie è figlia d' Eva, e i serpenti non le piacciono. Il direttore e gli inservienti della mostra mi ricevettero con disprezzo stupito. Quali erano le mie credenziali? Da dove venivo? Chi mi credevo di essere, per presentarmi a loro così, come se niente fosse, a chiedere sterco di pitoni? Ma neanche parlarne, neanche un grammo; i pitoni sono sobrii, mangiano due volte al mese e viceversa: specie quando fanno poco esercizio. Il loro scarsissimo sterco si vende a peso d' oro: del resto, loro, e tutti gli espositori e possessori di serpenti, hanno contratti permanenti di esclusività con le grandi industrie farmaceutiche. Che mi togliessi solo di torno, e non gli facessi perdere altro tempo. Dedicai un giorno a selezionare grossolanamente la pollina, ed altri due a cercare di ossidare ad allossana l' acido che vi era contenuto. La virtù e la pazienza dei chimici antichi dovevano essere sovrumane, o forse era soltanto smisurata la mia inesperienza di preparazioni organiche. Non ottenni che vapori immondi, noia, umiliazione, ed un liquido nero e torbido che intoppava irrimediabilmente i filtri, e non mostrava alcuna tendenza a cristallizzare, come secondo il testo avrebbe dovuto. Lo sterco rimase sterco, e l' allossana dal nome sonante un nome sonante. Non era quella la via per uscire dalla palude: per quale via ne sarei dunque uscito, io autore sfiduciato di un libro che a me sembrava bello, ma che nessuno leggeva? Meglio ritornare fra gli schemi scoloriti ma sicuri della chimica inorganica.
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