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Il sistema periodico

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura

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Zolfo

Lanza agganciò la bicicletta al telaio, bollò la cartolina, andò alla caldaia, mise in marcia l' agitatore e diede il fuoco. Il getto di nafta polverizzata si accese con un tonfo violento e una perfida fiammata all' indietro (ma Lanza, conoscendo quel focolare, si era scansato a tempo); poi continuò a bruciare con un buon fragore teso e pieno, come un tuono continuato, che copriva il piccolo ronzio dei motori e delle trasmissioni. Lanza era ancora pieno di sonno, e del freddo dei risvegli improvvisi; rimase accovacciato di fronte al focolare, la cui vampa rossa, in un succedersi di rapidi bagliori, faceva ballare la sua ombra enorme e stravolta sulla parete di dietro, come in un cinematografo primitivo. Dopo una mezz' ora il termometro cominciò a muoversi, come doveva: la lancetta d' acciaio brunito, scivolando come una lumaca sul quadrante giallastro, andò a fermarsi sui 95ä. Anche questo andava bene, perché il termometro era falso di cinque gradi: Lanza fu soddisfatto, e oscuramente in pace con la caldaia, col termometro e insomma col mondo e con se stesso, perché tutte le cose che dovevano accadere accadevano, e perché in fabbrica c' era lui solo a sapere che quel termometro era falso: magari un altro avrebbe spinto il fuoco, o si sarebbe messo lì a studiare chissà cosa per farlo salire fino a 100ä come stava scritto sul buono di lavorazione. Il termometro rimase dunque fermo a lungo sui 95ä, e poi riprese a camminare. Lanza stava vicino al fuoco, e poiché, col tepore, il sonno ricominciava a premere, gli permise di invadere dolcemente qualcuna delle camere della sua coscienza. Non però quella che stava dietro gli occhi e sorvegliava il termometro: quella doveva restare sveglia. Con un solfodiene non si sa mai, ma per il momento tutto andava regolarmente. Lanza gustava il soave riposo, e si abbandonava alla danza di pensieri e d' immagini che prelude al sonno, pur evitando di lasciarsene sopraffare. Faceva caldo, e Lanza vedeva il suo paese: la moglie, il figlio, il suo campo, l' osteria. Il fiato caldo dell' osteria, il fiato pesante della stalla. Nella stalla filtrava acqua ad ogni temporale, acqua che veniva dal di sopra, dal fienile: forse da una crepa del muro, perché i tegoli (a Pasqua li aveva controllati lui stesso) erano tutti sani. Il posto per un' altra mucca ci sarebbe, ma (e qui tutto si offuscò in una nebbia di cifre e di calcoli abbozzati e non conclusi). Ogni minuto di lavoro, dieci lire che gli venivano in tasca: adesso gli pareva che il fuoco strepitasse per lui, e che l' agitatore girasse per lui, come una macchina per fare i quattrini. In piedi, Lanza: siamo arrivati a 1.0ä, bisogna sbullonare il boccaporto e buttare dentro il B41; che è poi proprio una gran buffonata dover continuare a chiamarlo B41 quando tutta la fabbrica sa che è zolfo, e in tempo di guerra, quando tutto mancava, parecchi se lo portavano a casa e lo vendevano in borsa nera ai contadini che lo spargevano sulle viti. Ma insomma il dottore è dottore e bisogna accontentarlo. Spense il fuoco, rallentò l' agitatore, sbullonò il boccaporto e mise la maschera di protezione, per il che si sentì un po' talpa e un po' cinghiale. Il B41 era già pesato, in tre scatole di cartone: lo introdusse cautamente, e nonostante la maschera, che forse perdeva un poco, sentì subito l' odore sporco e triste che emanava dalla cottura, e pensò che magari poteva anche aver ragione il prete, quando diceva che nell' inferno c' è odore di zolfo: del resto, non piace neanche ai cani, tutti lo sanno. Quando ebbe finito, affrancò di nuovo il boccaporto e rimise tutto in moto. Alle tre di notte, il termometro era a 200ä: bisognava dare il vuoto. Alzò la manetta nera, e lo strepito alto ed aspro della pompa centrifuga si sovrappose al tuono profondo del bruciatore. L' ago del vuotometro, che stava verticale sullo zero, cominciò a declinare strisciando verso sinistra. Venti gradi, quaranta gradi: buono. A questo punto ci si può accendere una sigaretta e stare tranquilli per più di un' ora. C' era chi aveva il destino di diventare milionario, e chi il destino di morire d' accidente. Lui Lanza, il suo destino (e sbadigliò rumorosamente, per tenersi un poco compagnia) era di fare di notte giorno. Neanche se l' avessero saputo, in tempo di guerra l' avevano subito sbattuto a fare quel bel mestiere di starsene di notte in cima ai tetti a tirare giù gli aeroplani dal cielo. Di scatto fu in piedi, gli orecchi tesi e tutti i nervi in allarme. Il fracasso della pompa si era fatto di colpo più lento e più impastato, come sforzato: e infatti, l' ago del vuotometro, come un dito che minacci, risaliva sullo zero, ed ecco, grado dopo grado, cominciava a pendere sulla destra. Poco da fare, la caldaia stava andando in pressione. "Spegni e scappa". "Spegni tutto e scappa". Ma non scappò: acchiappò una chiave inglese, e menava colpi sul tubo del vuoto, per tutta la sua lunghezza: doveva essere ostruito, non c' era altra ragione possibile. Picchia e ripicchia: niente di fatto, la pompa continuava a macinare a vuoto, e la lancetta ballonzolava intorno a un terzo di atmosfera. Lanza si sentiva tutti i peli in piedi, come la coda di un gatto in collera: ed in collera era, in una rabbia sanguinaria e forsennata contro la caldaia, contro quella bestiaccia restia seduta sul fuoco, che muggiva come un toro: arroventata, come un enorme riccio a spine dritte, che non sai da che parte toccarlo e prenderlo, e verrebbe voglia di volargli addosso a calci. A pugni stretti e a testa calda, Lanza andava farneticando di scoperchiare il boccaporto per lasciare sfogare la pressione; cominciò ad allentare i bulloni, ed ecco schizzare friggendo dalla fenditura una bava giallastra con soffi di fumo impestato: la caldaia doveva essere piena di schiuma. Lanza richiuse precipitosamente, con una tremenda voglia in corpo di attaccarsi al telefono e chiamare il dottore, chiamare i pompieri, chiamare lo spirito santo, che venissero fuori della notte a dargli una mano o un consiglio. La caldaia non era fatta per la pressione, e poteva saltare da un momento all' altro: o almeno così pensava Lanza, e forse, se fosse stato giorno o non fosse stato solo, non l' avrebbe pensato. Ma la paura si era risolta in collera, e quando la collera sbollì gli lasciò la testa fredda e sgombra. E allora pensò alla cosa più ovvia: aprì la valvola della ventola d' aspirazione, mise questa in moto, chiuse il rompivuoto e fermò la pompa. Con sollievo e con fierezza, perché l' aveva studiata giusta, vide l' ago risalire fino a zero, come una pecora smarrita che ritorni all' ovile, e inclinarsi di nuovo docilmente dalla parte del vuoto. Si guardò intorno, con un gran bisogno di ridere e di raccontarla, e con un senso di leggerezza in tutte le membra. Vide per terra la sua sigaretta ridotta ad un lungo cilindretto di cenere: si era fumata da sola. Erano le cinque e venti, spuntava l' alba dietro la tettoia dei fusti vuoti, il termometro segnava 210ä. Prelevò un campione dalla caldaia, lo lasciò raffreddare e lo saggiò col reattivo: la provetta rimase limpida qualche secondo, e poi diventò bianca come il latte. Lanza spense il fuoco, fermò l' agitazione e la ventola, ed aperse il rompivuoto: si sentì un lungo fischio rabbioso, che piano piano si andò placando in un fruscio, in un mormorio, e poi tacque. Avvitò il tubo pescante, mise in moto il compressore, e gloriosamente, in mezzo a fumi bianchi ed all' aspro odore consueto, il getto denso della resina andò a placarsi nella bacinella di raccolta in un nero specchio lucente. Lanza si avviò al cancello, ed incontrò Carmine che stava entrando. Gli disse che tutto andava bene, gli lasciò le consegne e si mise a gonfiare le gomme della bicicletta.

Il sistema periodico 1975