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Il sistema periodico

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura

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Fosforo

Nel giugno 1942 parlai a viso aperto col Tenente e col Direttore: mi rendevo conto che la mia opera stava diventando inutile, anche loro se ne rendevano conto, e mi consigliarono di cercarmi un altro lavoro, in una delle non molte nicchie che la legge ancora mi concedeva. Stavo inutilmente cercando, quando un mattino, cosa rarissima, fui chiamato al telefono delle Cave: dall' altro capo del filo una voce milanese, che mi parve rozza ed energica, e che diceva di appartenere ad un Dottor Martini, mi convocava per la domenica seguente all' Hotel Suisse di Torino, senza concedermi il lusso di alcun particolare. Però aveva proprio detto "Hotel Suisse", e non "Albergo Svizzera" come avrebbe dovuto fare un cittadino ligio: a quel tempo, che era quello di Starace, a simili piccolezze si stava molto attenti, e gli orecchi erano esercitati a cogliere certe sfumature. Nella hall (scusate: nel vestibolo) dell' Hotel Suisse, anacronistica oasi di velluti, penombre e tendaggi, mi attendeva il Dottor Martini, che era prevalentemente Commendatore, come avevo appreso poco prima dal portiere. Era un uomo tarchiato sulla sessantina, di statura media, abbronzato, quasi calvo: il suo viso aveva tratti pesanti, ma gli occhi erano piccoli ed astuti, e la bocca, un po' torta a sinistra come in una smorfia di disprezzo, era sottile come un taglio. Anche questo Commendatore si rivelò alle prime battute un tipo sbrigativo: e compresi allora che questa curiosa fretta di molti italiani "ariani" nei confronti degli ebrei non era casuale. Fosse intuizione o calcolo, rispondeva ad uno scopo: con un ebreo, in tempo di Difesa della Razza, si poteva essere cortesi, si poteva magari aiutarlo, e perfino vantarsi (cautamente) di averlo aiutato, ma era consigliabile non intrattenere con lui rapporti umani, non compromettersi a fondo, in modo da non essere poi costretti a mostrare comprensione o compassione. Il Commendatore mi fece poche domande, rispose evasivamente alle mie molte, e si dimostrò uomo concreto su due punti fondamentali. Lo stipendio iniziale che mi proponeva ammontava ad una cifra che io non avrei mai osato chiedere, e che mi lasciò attonito; la sua industria era svizzera, anzi, lui stesso era svizzero (lui pronunciava "svissero"), quindi per la mia eventuale assunzione non c' erano difficoltà. Trovai strano, anzi, francamente comico il suo svizzerismo espresso con un così virulento accento milanese; trovai invece giustificabili le sue molte reticenze. La fabbrica di cui lui era proprietario e direttore si trovava nei dintorni di Milano, ed a Milano io avrei dovuto trasferirmi. Produceva estratti ormonali: io però avrei dovuto occuparmi di un problema ben preciso, e cioè della ricerca di un rimedio contro il diabete che fosse efficace per via orale. Sapevo qualcosa del diabete? Poco, risposi, ma il mio nonno materno era morto diabetico, ed anche da parte paterna diversi miei zii, leggendari divoratori di pasta asciutta, in vecchiaia avevano mostrato sintomi del male. All' udire questo, il Commendatore si fece più attento, e i suoi occhi più piccoli: compresi più tardi che, essendo ereditaria la tendenza al diabete, non gli sarebbe spiaciuto di avere a disposizione un diabetico autentico, di razza sostanzialmente umana, su cui collaudare certe sue idee e preparati. Mi disse che lo stipendio offerto era soggetto a rapidi aumenti; che il laboratorio era moderno, attrezzato, spazioso; che esisteva in fabbrica una biblioteca con più di diecimila volumi; ed infine, come quando il prestigiatore estrae un coniglio dal cappello a staio, aggiunse che, forse non lo sapevo (ed infatti non lo sapevo), ma già lavorava nel suo laboratorio, e sullo stesso argomento, una persona che io conoscevo bene, una mia compagna di studi, una mia amica, che anzi gli aveva parlato di me: Giulia Vineis. Che decidessi con calma: avrei potuto cercarlo all' Hotel Suisse due domeniche dopo. L' indomani stesso mi licenziai dalle Cave, e mi trasferii a Milano con le poche cose che sentivo indispensabili: la bicicletta, Rabelais, le Macaroneae, "Moby Dick" tradotto da Pavese ed altri pochi libri, la piccozza, la corda da roccia, il regolo logaritmico e un flauto dolce. Il laboratorio del Commendatore non era inferiore alla descrizione: una reggia, in confronto a quello delle Cave. Trovai, già predisposti per il mio arrivo, un bancone, una cappa, una scrivania, un armadio di vetreria, ed un silenzio e un ordine disumani. La "mia" vetreria era contrassegnata con un puntino in smalto azzurro, perché non la confondessi con quella di altri armadi, e perché "qui da noi le rotture si pagano". Questa, del resto, non era che una delle molte prescrizioni che il Commendatore mi aveva trasmesse all' atto del mio ingresso: lui, a muso duro, me le aveva gabellate come "precisione svissera", anima del laboratorio e della fabbrica intera, ma a me sembravano una congerie di pastoie insulse, al limite della mania di persecuzione. Il Commendatore mi spiegò che l' attività della fabbrica, ed in specie il problema che intendeva affidarmi, dovevano essere attentamente protetti da possibili spie industriali. Queste spie potevano essere estranei, ma anche impiegati ed operai della fabbrica stessa, a dispetto delle cautele con cui lui praticava le assunzioni. Perciò non avrei dovuto parlare con nessuno del tema che mi era stato proposto, né dei suoi eventuali sviluppi: neppure coi miei colleghi, anzi, con loro meno che con gli altri. Per questa ragione, ogni impiegato aveva il suo orario particolare, che coincideva con una singola coppia di corse del tram che proveniva dalla città: A doveva entrare alle .,00, B alle .,04, C alle .,0. e così via, e analogamente per l' uscita, in modo che mai due colleghi avessero occasione di viaggiare sulla stessa carrozza. Per le entrate in ritardo e per le uscite precoci c' erano multe pesanti. L' ultima ora della giornata, cascasse il mondo, doveva essere dedicata a smontare, lavare e riporre la vetreria, in modo che nessuno, entrando fuori orario, potesse ricostruire quale lavoro era stato fatto durante il giorno. Ogni sera doveva essere compilata una relazione giornaliera, e consegnata in busta chiusa a lui personalmente, o alla signora Loredana, che era la sua segretaria. Il pranzo, avrei potuto consumarlo dove volevo: non era sua intenzione sequestrare gli impiegati in fabbrica durante l' intervallo di mezzogiorno. Però, mi disse (e qui la bocca gli si storse più del solito, e si fece anche più sottile), buone trattorie nei dintorni non ce n' erano, e il suo consiglio era di attrezzarmi per pranzare in laboratorio: che io mi portassi da casa le materie prime, un' operaia avrebbe provveduto a cucinare per me. Quanto alla biblioteca, le norme da rispettare erano singolarmente severe. Per nessun motivo era ammesso portare libri fuori della fabbrica: si potevano consultare solo col consenso della bibliotecaria, la signorina Paglietta. Sottolineare una parola, o anche solo fare un segno a penna o a matita, era una contravvenzione molto grave: la Paglietta era tenuta a controllare ogni volume, pagina per pagina, alla restituzione, e se trovava un segno, il volume doveva essere distrutto, e sostituito a spese del colpevole. Era proibito anche soltanto lasciare fra i fogli un segnalibro, o ripiegare l' angolo di una pagina: "qualcuno" avrebbe potuto ricavarne indizi sugli interessi e le attività della fabbrica, violarne insomma il segreto. Entro questo sistema, è logico che le chiavi fossero fondamentali: a sera, tutto doveva essere chiuso a chiave, anche la bilancia analitica, e le chiavi depositate dal portiere. Il Commendatore aveva una chiave che apriva tutte le serrature. Questo viatico di precetti e divieti mi avrebbero reso permanentemente infelice se, entrando in laboratorio, non avessi trovato Giulia Vineis, tutta tranquilla, seduta accanto al suo bancone. Non stava lavorando, bensì rammendandosi le calze, e sembrava che mi aspettasse. Mi accolse con famigliarità affettuosa e con un sogghigno pieno di sottintesi. Eravamo stati colleghi in università per quattro anni, ed avevamo frequentato insieme tutti i corsi di laboratorio, mirabilmente prossenetici, senza mai stringere un' amicizia specifica. Giulia era una ragazza bruna, minuta ed espedita; aveva sopraccigli dall' arco elegante, un viso liscio ed aguzzo, movenze vivaci ma precise. Era più aperta alla pratica che alla teoria, piena di calore umano, cattolica senza rigidezza, generosa ed arruffona; parlava con voce velata e svagata, come se fosse definitivamente stanca di vivere, il che non era affatto. Era lì da quasi un anno; sì, era stata lei a fare il mio nome al Commendatore: sapeva vagamente della mia situazione precaria alle Cave, pensava che io andassi bene per quel lavoro di ricerca, e poi, perché non dirlo, era stufa di stare sola. Ma che non mi facessi illusioni: era fidanzata, fidanzatissima, una faccenda complicata e tumultuosa che mi avrebbe spiegato poi. E io? No? Niente ragazze? Male: avrebbe visto lei di darmi una mano, leggi razziali o no; tutte storie, che importanza potevano avere? Mi raccomandò di non prendere troppo sul tragico le fisime del Commendatore. Giulia era una di quelle persone che, apparentemente senza fare domande e senza scomodarsi, sanno subito tutto di tutti, il che a me, chissà perché, non avviene; perciò fu per me una guida turistica ed un' interprete eccellente. In una sola seduta mi insegnò l' essenziale, le carrucole riposte dietro lo scenario della fabbrica, ed i ruoli dei principali personaggi. Il Commendatore era il padrone, benché sottoposto ad oscuri altri padroni di Basilea: tuttavia chi comandava era la Loredana (e me la indicò dalla finestra nel cortile: alta, bruna, formosa, volgarotta, un po' sfiorita), che era la sua segretaria e la sua amante. Avevano una villa sul lago, e lui, "che era vecchio ma mandrillo", la portava in barca a vela: c' erano delle foto in Direzione, non le avevo viste? Anche il Signor Grasso, dell' Ufficio Personale, stava dietro alla Loredana, ma per il momento lei Giulia non aveva ancora potuto stabilire se c' era già andato a letto o no: mi avrebbe tenuto al corrente. Vivere in quella fabbrica non era difficile: era difficile lavorarci, per via di tutti quegli impicci. La soluzione era semplice, bastava non lavorare: lei se n' era accorta subito, ed in un anno, modestia a parte, non aveva fatto quasi niente, non faceva che montare gli apparecchi al mattino, tanto per soddisfare l' occhio, e smontarli alla sera secondo le prescrizioni; le relazioni giornaliere le faceva di fantasia. A parte quello, si preparava il corredo, dormiva abbondantemente, scriveva lettere torrenziali al fidanzato, e, contro le prescrizioni, attaccava discorso con tutti quelli che le venivano a tiro. Coll' Ambrogio mezzo intronato, che accudiva ai conigli per gli esperimenti; con la Michela che custodiva tutte le chiavi e probabilmente era una spia del Fascio; con la Varisco, l' operaietta che secondo il Commendatore avrebbe dovuto prepararmi il pranzo; col Maiocchi, legionario di Spagna, impomatato e donnaiolo, e, imparzialmente, col Moioli, pallido e gelatinoso, che aveva nove figli, era stato nel Partito Popolare e i fascisti gli avevano rotto la schiena a bastonate. La Varisco, mi precisò, era una sua creatura: le era affezionata e devota, e faceva tutto quello che lei le comandava, comprese certe spedizioni nei reparti di produzione degli opoterapici (vietati ai non addetti) da cui tornava con fegati, cervelli, capsule surrenali ed altre frattaglie pregiate. Anche la Varisco era fidanzata, e fra loro due correva una profonda solidarietà ed un intenso scambio di confidenze intime. Dalla Varisco, che, essendo addetta alla pulizia, aveva accesso a tutti i reparti, aveva saputo che anche la produzione era avviluppata in una fitta bardatura antispia: tutte le tubazioni d' acqua, vapore, vuoto, gas, nafta ecc. correvano in cunicoli o incassate nel cemento, e solo le valvole erano accessibili; le macchine erano coperte con carter complicati e chiusi a chiave. I quadranti dei termometri e manometri non erano graduati: portavano solo segni colorati convenzionali. Beninteso, se io avevo voglia di lavorare, e se la ricerca sul diabete mi interessava, che facessi pure, saremmo andati d' accordo lo stesso; ma che non contassi sulla sua collaborazione, perché lei aveva altro da pensare. Potevo invece contare su di lei e sulla Varisco per quanto riguardava la cucina. Loro, tutte e due, dovevano fare allenamento in vista del matrimonio, e mi avrebbero fatto dei mangiari da far dimenticare le carte annonarie e il razionamento. A me non sembrava tanto regolare che si facessero cucine complicate in un laboratorio, ma Giulia mi disse che in quel laboratorio, oltre a un certo misterioso consulente di Basilea che sembrava imbalsamato, veniva una volta al mese (del resto abbondantemente preannunciato), si guardava intorno come se fosse in un museo, e se ne andava senza aprire bocca, non entrava mai anima viva, e si poteva fare tutto quello che si voleva, pur di non lasciare tracce. A memoria d' uomo, il Commendatore non ci aveva mai messo piede. Pochi giorni dopo la mia assunzione, il Commendatore mi chiamò in Direzione, ed in quella occasione notai che le foto con la barca a vela, del resto assai castigate, c' erano proprio. Mi disse che era tempo di entrare in argomento. La prima cosa che dovevo fare, era di andare in biblioteca, a chiedere alla Paglietta il Kerrn, un trattato sul diabete: io conoscevo il tedesco, non è vero? Bene, così avrei potuto leggerlo nel testo originale, e non in una pessima traduzione francese che avevano fatta fare quelli di Basilea. Lui, lo ammetteva, aveva letto solo quest' ultima, senza intenderne molto, ma ricavandone la convinzione che il Doktor Kerrn era uno che la sapeva lunga, e che sarebbe stato bello essere i primi a tradurre in pratica le sue idee: certo, scriveva in un modo un po' involuto, ma a questa faccenda dell' antidiabetico perorale quelli di Basilea, e in specie il consulente imbalsamato, tenevano molto. Che mi prendessi dunque il Kerrn e me lo leggessi con attenzione, poi ne avremmo riparlato insieme. Ma intanto, per non perdere tempo, avrei potuto incominciare a lavorare. Le sue molte preoccupazioni non gli avevano concesso di dedicare al testo l' attenzione che meritava, ma due idee fondamentali ne aveva pure ricavate, e si sarebbe potuto cercare di collaudarle in pratica. La prima idea riguardava gli antociani. Gli antociani, come lei sa benissimo, sono i pigmenti dei fiori rossi ed azzurri: sono sostanze facili da ossidare e disossidare, tale è anche il glucosio, e il diabete è un' anomalia nell' ossidazione del glucosio; "dunque", con gli antociani si poteva tentare di ristabilire una normale ossidazione del glucosio. I petali dei fiordalisi sono molto ricchi di antociani; in vista del problema, lui aveva fatto seminare tutto un campo a fiordalisi, raccogliere i petali ed essiccarli al sole: che io provassi a farne estratti, a somministrarli ai conigli ed a controllare la loro glicemia. La seconda idea era altrettanto vaga, ad un tempo semplicistica ed arruffata. Sempre secondo il Doktor Kerrn, nella interpretazione lombarda del Commendatore, l' acido fosforico aveva importanza fondamentale nel ricambio dei carboidrati, e fin qui c' era poco da obiettare; meno convincente era l' ipotesi, elaborata dallo stesso Commendatore sui fondamenti fumosi del Kerrn, che bastasse somministrare al diabetico un po' di fosforo di origine vegetale per raddrizzare il suo metabolismo sovvertito. A quel tempo ero talmente giovane da pensare ancora che fosse possibile fare mutare idea ad un superiore; perciò avanzai due o tre obiezioni, ma vidi subito che sotto i colpi di queste il Commendatore si incrudiva come una lastra di rame sotto il martello. Tagliò corto, e con un certo suo tono perentorio che trasformava in ordini le proposte, mi consigliò di analizzare un buon numero di piante, di scegliere le più ricche in fosforo organico, di farne i soliti estratti e di infilarli nei soliti conigli. Buon lavoro e buona sera. Quando riferii a Giulia l' esito di questo colloquio, il suo giudizio fu immediato e risentito: il vecchio è matto. Ma ero io che lo avevo provocato, scendendo sul suo terreno e mostrando fin dal principio di prenderlo sul serio: mi stava bene, che adesso me la sbrogliassi, coi fiordalisi e il fosforo e i conigli. Secondo lei, tutta quella mia smania di lavorare, che arrivava fino a prostituirmi alle fiabe senili del Commendatore, veniva dal fatto che io non avevo una ragazza; se l' avessi avuta, avrei pensato a lei invece che agli antociani. Era veramente un peccato che lei Giulia non fosse disponibile, perché si rendeva conto del tipo che ero io, uno di quelli che non prendono iniziative, anzi scappano, e vanno condotti per mano sciogliendo piano piano i loro nodi. Be' , c' era a Milano una sua cugina, un po' timida pure lei; avrebbe fatto in modo di farmela incontrare. Ma anch' io, diamine, dovevo darmi da fare; le faceva male al cuore vedere uno come me che buttava via in conigli gli anni migliori della giovinezza. Questa Giulia era un po' strega, leggeva la mano, frequentava le indovine e aveva sogni premonitori, e qualche volta ho osato pensare che questa sua fretta di liberarmi da una vecchia angoscia, e di procurarmi subito una modesta porzione di gioia, venisse da una sua intuizione oscura di quanto il destino mi stava preparando, e mirasse inconsapevolmente a deviarlo. Andammo insieme a vedere "Porto delle Nebbie", lo trovammo meraviglioso, e ci confessammo a vicenda di esserci identificati coi protagonisti: Giulia smilza e mora con la eterea Michèle Morgan dagli occhi di gelo, io mite e recessivo con Jean Gabin disertore, fascinatore, bullo e morto ammazzato: assurdo, e poi quei due si amavano e noi no, non e vero? Quando il film stava per finire, Giulia mi annunciò che io l' avrei accompagnata a casa. Io dovevo andare dal dentista, ma Giulia disse; "Se non mi accompagni, grido "Giù le mani, porco!"" Io tentai un' obiezione, ma Giulia prese fiato e nel buio della sala incominciò: "Giù le ...": allora telefonai al dentista e l' accompagnai fino a casa. Giulia era una leonessa, capace di viaggiare dieci ore in piedi nei treni degli sfollati per trascorrerne due insieme col suo uomo, felice e radiosa se poteva ingaggiare un violento duello verbale col Commendatore o con la Loredana, ma aveva paura delle bestioline e del tuono. Mi chiamava ad espellere un ragnetto dal suo banco di lavoro (non dovevo però ammazzarlo, ma metterlo in un pesafiltri e portarlo fuori nell' aiuola), e questo mi faceva sentire virtuoso e forte come Ercole davanti all' Idra di Lerna, ed insieme tentato, perché percepivo la intensa carica femminile della richiesta. Venne un furioso temporale, Giulia resistette a due fulmini, al terzo cercò rifugio contro di me. Sentivo il calore del suo corpo contro il mio, vertiginoso e nuovo, noto nei sogni, ma non restituii l' abbraccio; se lo avessi fatto, forse il suo destino e il mio sarebbero usciti fragorosamente dai binari, verso un comune avvenire totalmente imprevedibile. La bibliotecaria, che non avevo mai vista prima, custodiva la biblioteca come lo avrebbe fatto un cane da pagliaio, uno di quei poveri cani che vengono deliberatamente resi cattivi a furia di catena e di fame; o meglio come il vecchio cobra sdentato, pallido per i secoli di tenebra, custodisce il tesoro del re nel "Libro della Giungla". La Paglietta, poverina, era poco meno che un lusus naturae: era piccola, senza seno e senza fianchi, cerea, intristita e mostruosamente miope; portava occhiali talmente spessi e concavi che a guardarla di fronte i suoi occhi, di un celeste quasi bianco, sembravano lontanissimi, appiccicati in fondo al cranio. Dava l' impressione di non essere mai stata giovane, quantunque non avesse certo più di trent' anni, e di essere nata lì, nell' ombra, in quel vago odore di muffa e di chiuso. Nessuno sapeva niente di lei, il Commendatore stesso ne parlava con insofferenza stizzita, e Giulia ammetteva di odiarla per istinto, senza sapere il perché, senza pietà, come la volpe odia il cane. Diceva che puzzava di naftalina e che aveva la faccia da stitica. La Paglietta mi chiese perché volevo proprio il Kerrn, volle vedere la mia carta d' identità, la scrutò con aria malevola, mi fece firmare un registro e mi abbandonò il volume con riluttanza. Era un libro strano: difficilmente avrebbe potuto essere stato scritto e stampato altrove che nel Terzo Reich. L' autore non doveva essere uno sprovveduto, ma da ogni sua pagina spirava la burbanza di chi sa che le sue affermazioni non gli verranno contestate. Scriveva, anzi concionava, come un profeta invasato, come se il metabolismo del glucosio, nel diabetico e nel sano, gli fosse stato rivelato da Geova sul Sinai, anzi, da Wotan sul Walhalla. Forse a torto, concepii subito per le teorie del Kerrn un' astiosa diffidenza; ma non mi risulta che i trent' anni che da allora sono passati abbiano condotto ad una loro rivalutazione. L' avventura degli antociani finì presto. Era incominciata con una pittoresca invasione di fiordalisi, sacchi e sacchi di delicati petali celesti, secchi e fragili come minuscole patate fritte. Davano estratti dai colori mutevoli, pittoreschi anche loro, ma estremamente instabili: dopo pochi giorni di tentativi, prima ancora di fare ricorso ai conigli, ebbi dal Commendatore l' autorizzazione ad archiviare l' argomento. Continuavo a trovare strano che l' uomo, svissero e coi piedi in terra, si fosse lasciato convincere da quel visionario fanatico, e con l' occasione, cautamente, gli accennai il mio giudizio, ma mi rispose brutalmente che non era affare mio criticare i professori. Mi fece capire che non ero pagato per niente, e mi invitò a non perdere tempo, e ad incominciare subito col fosforo: lui era convinto che il fosforo ci avrebbe condotti ad una brillante soluzione. Sotto col fosforo. Mi misi al lavoro, pochissimo persuaso, persuaso invece che il Commendatore, e magari il Kerrn medesimo, avessero soggiaciuto al fascino da buon patto dei nomi e dei luoghi comuni: infatti il fosforo ha un nome molto bello (vuol dire "portatore di luce"), è fosforescente, c' è nel cervello, c' è anche nei pesci, e perciò mangiare pesci rende intelligenti; senza fosforo le piante non crescono; fosfatina Falières, glicerofosfati per i bambini anemici di cento anni fa; c' è anche nelle capocchie dei fiammiferi, e le ragazze disperate per amore le mangiavano per suicidarsi; c' è nei fuochi fatui, putride fiamme innanzi al passegger. No, non è un elemento emotivamente neutro: era comprensibile che un professor Kerrn, mezzo biochimico e mezzo stregone, nell' ambiente impregnato di magia nera della Corte nazista, lo avesse designato come medicamentum. Mani ignote mi lasciavano sul bancone, di notte, piante su piante, una specie al giorno; erano tutte piante singolarmente domestiche, e non so come fossero state scelte: cipolla, aglio, carota, bardana, mirtillo, achillea, salice, salvia, rosmarino, rosa canina, ginepro. Io, giorno per giorno, determinavo in tutte il fosforo, inorganico e totale, e mi sentivo come un asino legato al bindolo. Tanto mi aveva esaltato l' analisi del nichel nella roccia, nella mia incarnazione precedente, tanto mi umiliava adesso il dosaggio quotidiano del fosforo, perché fare un lavoro in cui non si crede è una grande afflizione; appena valeva a rallegrarmi la presenza di Giulia nella camera accanto, che cantava con voce velata "è primavera, svegliatevi bambine", e faceva cucina col termometro nei becher di vetro Pyrex. Ogni tanto veniva a contemplare il mio lavoro, provocatoria e beffarda. Ci eravamo accorti, Giulia ed io, che le stesse mani ignote lasciavano in laboratorio, in nostra assenza, tracce appena percettibili. Un armadio, chiuso a chiave alla sera, era aperto al mattino. Uno stativo aveva cambiato posto. La cappa, lasciata aperta, era abbassata. Un mattino di pioggia, come Robinson, trovammo sul pavimento l' orma di una suola di gomma: il Commendatore portava scarpe di gomma. "Viene di notte a fare l' amore con la Loredana", decise Giulia: io pensavo invece che quel laboratorio, ossessivamente ordinato, doveva servire per qualche altro impalpabile e segreto lavorio svizzero. Mettemmo sistematicamente degli stecchi infilati dall' interno nelle porte, sempre chiuse a chiave, che dalla Produzione immettevano nel laboratorio: al mattino gli stecchi erano sempre caduti. Dopo due mesi disponevo di una quarantina di analisi: le piante col contenuto in fosforo più alto erano la salvia, la chelidonia e il prezzemolo. Io pensavo che a questo punto sarebbe stato opportuno determinare in quale forma era legato il fosforo, e cercare di isolare il componente fosforato, ma il Commendatore telefonò a Basilea e poi mi dichiarò che non c' era tempo per queste finezze: avanti con gli estratti, fatti così alla buona, con acqua calda e col torchietto, e poi concentrati sotto vuoto: infilarli nell' esofago dei conigli, e misurare la loro glicemia. I conigli non sono animali simpatici. Sono fra i mammiferi più lontani dall' uomo, forse perché le loro qualità sono quelle dell' umanità avvilita e reietta: sono timidi, silenziosi e fuggitivi, e non conoscono che il cibo ed il sesso. Se si eccettua qualche gatto di campagna nell' infanzia più remota, io non avevo mai toccato un animale, e davanti ai conigli provavo repulsione; così anche Giulia. Per fortuna, la Varisco aveva invece grande confidenza sia con le bestiole sia con l' Ambrogio che le amministrava. Ci fece vedere che, in un cassetto, esisteva un piccolo assortimento di strumenti adatti; c' era una cassetta stretta ed alta, senza coperchio: ci spiegò che ai conigli piace intanarsi, e se uno li prende per gli orecchi (che sono il loro manico naturale) e li infila in una cassetta, si sentono più sicuri e non si muovono più. C' era una sonda di gomma e un piccolo fuso di legno con un foro trasversale: bisogna forzarlo fra i denti dell' animale, e poi, attraverso il foro, infilare la sonda in gola senza tanti complimenti, spingendola giù finché si sente che tocca il fondo dello stomaco; se non si mette il legno, il coniglio taglia la sonda coi denti, la inghiotte e muore. Attraverso la sonda è facile spedire gli estratti nello stomaco con una comune siringa. Poi bisogna misurare la glicemia. Quello che per i topi è la coda, per i conigli sono le orecchie, anche in questo caso: hanno vene grosse e rilevate, che si congestionano subito se l' orecchio viene strofinato. Da queste vene, perforate con un ago, si preleva una goccia di sangue, e senza domandarsi il perché delle varie manipolazioni si procede poi secondo Crecelius-Seifert. I conigli, o sono stoici, o sono poco sensibili al dolore: nessuno di questi abusi sembrava farli soffrire, appena lasciati liberi e rimessi in gabbia si rimettevano tranquilli a brucare il fieno, e la volta successiva non mostravano alcuna paura. Dopo un mese avrei potuto fare glicemie ad occhi chiusi, ma non sembrava che il nostro fosforo facesse alcun effetto; solo uno dei conigli reagiva all' estratto di chelidonia con un abbassamento della glicemia, ma dopo poche settimane gli venne un grosso tumore al collo. Il Commendatore mi disse di operarlo, io lo operai con acre senso di colpa e veemente ribrezzo, e lui morì. Quei conigli, per ordine del Commendatore, vivevano ciascuno nella sua gabbia, maschi e femmine, in stretto celibato. Ma venne un bombardamento notturno che, senza fare molti altri danni, sfondò tutte le gabbie, ed al mattino trovammo i conigli intenti ad una meticolosa e generale campagna copulatoria: le bombe non li avevano spaventati per nulla. Appena liberati, avevano subito scavato nelle aiuole i cunicoli da cui traggono il nome, ed al minimo allarme abbandonavano a mezzo le loro nozze e ci si rifugiavano. L' Ambrogio ebbe pena a recuperarli ed a richiuderli in gabbie nuove; il lavoro delle glicemie dovette essere interrotto, perché solo le gabbie erano contrassegnate e non gli animali, e dopo la dispersione non fu più possibile identificarli. Venne Giulia tra un coniglio e l' altro, e mi disse a bruciapelo che aveva bisogno di me. Ero venuto in fabbrica in bicicletta, non è vero? Ebbene, lei quella stessa sera doveva andare subito fino a Porta Genova, c' erano da cambiare tre tram, lei aveva fretta, era una faccenda importante: che per favore la portassi in canna, d' accordo? Io, che secondo il maniaco orario sfalsato del Commendatore uscivo dodici minuti prima di lei, l' attesi girato l' angolo, la caricai sulla canna della bicicletta e partimmo. Circolare per Milano in bicicletta non aveva allora nulla di temerario, e portare un passeggero in canna, in tempi di bombe e di sfollamenti, era poco meno che normale: qualche volta, specie se di notte, accadeva che estranei domandassero questo servizio, e che per un trasporto da un capo all' altro della città ti ricompensassero con quattro o cinque lire. Ma Giulia, già di regola piuttosto irrequieta, quella sera comprometteva la stabilità dell' equipaggio: stringeva convulsamente il manubrio contrastando la guida, cambiava di scatto posizione, illustrava il suo discorso con gesti violenti delle mani e del capo che spostavano in modo imprevedibile il nostro comune baricentro. Il suo discorso era in principio un po' generico, ma Giulia non era il tipo che si tiene i segreti in corpo ad intossicarlo; a metà di via Imbonati usciva già dal vago, e a Porta Volta era in termini espliciti: era furiosa perché i genitori di lui avevano detto di no, e volava al contrattacco. Perché lo avevano detto? _ Per loro non sono abbastanza bella, capisci? _ ringhiò, scuotendo il manubrio con ira. _ Che stupidi. A me sembri abbastanza bella, _ dissi io con serietà. _ Fatti furbo. Non ti rendi conto. _ Volevo solo farti un complimento; e poi lo penso proprio. _ Non è il momento. Se cerchi di farmi la corte adesso ti sbatto per terra. _ Cadi anche tu. _ Sei uno scemo. Dài, pedala, che si fa tardi. In Largo Cairoli sapevo già tutto: o meglio, possedevo tutti gli elementi di fatto, ma talmente confusi e dislocati nella loro sequenza temporale che non mi era facile cavarne un costrutto. Principalmente, non riuscivo a capire come non bastasse la volontà di quel lui a tagliare il nodo: era inconcepibile, scandaloso. C' era quest' uomo, che Giulia mi aveva altre volte descritto come generoso, solido, innamorato e serio; possedeva quella ragazza, scarmigliata e splendida nella sua rabbia, che mi si stava dibattendo fra gli avambracci impegnati nella guida; e invece di piombare a Milano e farsi le sue ragioni, se ne stava annidato in non so più quale caserma di frontiera a difendere la patria. Perché, essendo un "gòi", faceva il servizio militare, naturalmente: e mentre così pensavo, e mentre Giulia continuava a litigare con me come se fossi stato io il suo don rodrigo, mi sentivo invadere da un odio assurdo per il rivale mai conosciuto. Un gòi, e lei una gôià, secondo la terminologia atavica: e si sarebbero potuti sposare. Mi sentivo crescere dentro, forse per la prima volta, una nauseabonda sensazione di vuoto: questo, dunque, voleva dire essere altri; questo il prezzo di essere il sale della terra. Portare in canna una ragazza che si desidera, ed esserne talmente lontani da non potersene neppure innamorare: portarla in canna in Viale Gorizia per aiutarla ad essere di un altro, ed a sparire dalla mia vita. Davanti al 40 di Viale Gorizia c' era una panchina: Giulia mi disse di aspettarla, ed entrò nel portone come un vento. Io mi sedetti ed attesi, lasciando via libera al corso dei miei pensieri, sgangherato e doloroso. Pensavo che avrei dovuto essere meno gentiluomo, anzi, meno inibito e sciocco, e che per tutta la vita avrei rimpianto che fra me e lei non ci fosse stato altro che qualche ricordo scolastico e aziendale; e che forse non era troppo tardi, che forse il no di quei due genitori da operetta sarebbe stato irremovibile, che Giulia sarebbe scesa in lacrime, e io avrei potuto consolarla; e che queste erano speranze nefande, un approfittare scellerato delle sventure altrui. E finalmente, come un naufrago che è stanco di dibattersi e si lascia colare a picco, ricadevo in quello che era il mio pensiero dominante di quegli anni: che il fidanzato esistente, e le leggi della separazione, non erano che alibi insulsi, e che la mia incapacità di avvicinare una donna era una condanna senza appello, che mi avrebbe accompagnato fino alla morte, restringendomi ad una vita avvelenata dalle invidie e dai desideri astratti, sterile e senza scopo. Giulia uscì dopo due ore, anzi, eruppe dal portone come un proiettile da un obice. Non occorreva farle domande per sapere come era andata: _ Li ho fatti diventare alti così, _ mi disse, tutta rossa in viso e ancora ansimante. Feci il mio miglior sforzo per congratularmi con lei in modo credibile, ma a Giulia non si possono far credere cose che non si pensano, né nascondere cose che si pensano. Ora che era sollevata dal suo peso, e allegra di vittoria, guardò diritto negli occhi, vi scorse la nube, e mi chiese: _ A cosa stavi pensando? _ Al fosforo, _ risposi. Giulia si sposò pochi mesi dopo, e si congedò da me tirando su lacrime dal naso e facendo minuziose prescrizioni annonarie alla Varisco. Ha avuto molte traversie e molti figli; siamo rimasti amici, ci vediamo a Milano ogni tanto e parliamo di chimica e di cose sagge. Non siamo malcontenti delle nostre scelte e di quello che la vita ci ha dato, ma quando ci incontriamo proviamo entrambi la curiosa e non sgradevole impressione (ce la siamo più volte descritta a vicenda) che un velo, un soffio, un tratto di dado, ci abbia deviati su due strade divergenti che non erano le nostre.

Il sistema periodico 1975