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Il sistema periodico

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura

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Con mia moglie Maggie, io sottoscritto caporale Abrahams abito in quest' isola da quattordici anni. Mi ci avevano mandato di guarnigione: pare che in un' isola vicina (voglio dire "la più vicina": è a nord-est di questa, a non meno di 1200 miglia, e si chiama Sant' Elena) avessero esiliato una persona importante e pericolosa, ed avessero paura che i suoi sostenitori lo aiutassero a fuggire ed a rifugiarsi quaggiù. È una storia a cui io non ho mai creduto: la mia isola si chiama "Desolazione", e mai nome d' isola è stato meglio trovato; per cui, non ho mai capito che cosa una persona importante come quella potesse venire a cercare qui. È corsa voce che fosse un rinnegato, adultero, papista, arruffapopoli e fanfarone. Finché è stato vivo, con noi c' erano altri dodici soldati, gente giovane e allegra, del Galles e del Surrey; erano anche buoni contadini, e ci davano una mano nel lavoro. Poi l' arruffapopoli è morto, e allora è venuta una cannoniera per riportare tutti a casa: ma Maggie e io abbiamo pensato a certi vecchi debiti, ed abbiamo preferito rimanere qui a badare ai nostri maiali. La nostra isola ha la figura che si vede rappresentata nella pagina seguente. È l' isola più solitaria che sia al mondo. È stata scoperta più d' una volta, dai portoghesi, dagli olandesi, e prima ancora da gente selvaggia che ha scolpito segni e idoli nelle rocce del monte Snowdon; ma nessuno ci si è mai fermato, perché qui piove metà dell' anno, e la terra è buona solo per il sorgo e per le patate. Tuttavia, chi si accontenti non muore certo di fame, perché la costa nord per cinque mesi all' anno brulica di foche, e le due isolette a sud sono piene di nidi di gabbiani: non c' è che da prendere una barchetta, e uno trova uova quante ne vuole. Sanno di pesce, ma sono nutrienti e tolgono la fame; del resto, tutto qui sa di pesce, anche le patate, e i maiali che le mangiano. Sulle pendici est dello Snowdon crescono lecci e altre piante di cui non conosco il nome: d' autunno buttano fiori celesti, carnosi, dall' odore di gente sudicia; d' inverno, bacche dure, acide, non buone da mangiare. Sono piante strane: succhiano acqua dalla terra profonda e la rigettano in pioggia dalla cima dei rami; anche nei giorni asciutti, il terreno sotto a questa foresta è umido. L' acqua che piove dai rami è buona da bere, ed anzi fa bene per le flussioni, benché sappia di muschio: noi la raccogliamo, con un sistema di gronde e tinozze. Questa foresta, che del resto è la sola dell' isola, l' abbiamo chiamata "Foresta che Piange". Ad Aberdare abitiamo noi. Non è una città, sono solo quattro baracche di legno, di cui due sfondate; ma ha insistito per chiamarle così uno dei gallesi, che era appunto di Aberdare. Il Duckbill è l' estremo nord dell' isola: il soldato Cochrane, che soffriva di nostalgia, ci andava sovente e ci passava le giornate in mezzo alla nebbia salata e al vento, perché gli pareva di essere più vicino all' Inghilterra. Ci ha anche costruito un faro, che nessuno si è mai curato di accendere. Si chiama Duckbill perché, visto da est, ha proprio la figura di un becco d' anitra. L' isola delle Foche è piatta e sabbiosa: ci vengono d' inverno le foche a figliare. La grotta Holywell, cioè Pozzosanto, l' ha chiamata così mia moglie, che non so che cosa ci trovasse. In certi periodi, quando eravamo soli, ci andava quasi tutte le sere, con una torcia, e sì che da Aberdare ci sono quasi due miglia. Si sedeva là a filare o a lavorare a maglia, aspettando non si sa che cosa. Gliel' ho chiesto, più di una volta: mi ha detto delle cose confuse, che udiva voci e vedeva ombre, e che laggiù, dove neppure arriva il tuono del mare, si sentiva meno sola e più protetta. Io temevo invece che Maggie pendesse verso l' idolatria. In quella grotta c' erano macigni che assomigliavano a figure d' uomini e animali: una, proprio in fondo, era un cranio cornuto. Certo quelle forme non erano di mano umana: e allora di chi? Io, per conto mio, preferivo stare alla larga; anche perché nella grotta si sentivano qualche volta dei brontolii sordi, come di coliche nelle viscere della terra, il pavimento era caldo sotto i piedi, e da certe fenditure, in fondo, uscivano spifferi con odore di zolfo. Insomma, a quella grotta io avrei dato tutt' altro nome: ma Maggie diceva che quella voce che lei pretendeva di sentire avrebbe pronunciato un giorno il nostro destino, e dell' isola, e di tutta l' umanità. Maggie ed io siamo rimasti soli per diversi anni: ogni anno, a Pasqua, passava la baleniera di Burton a portare notizie del mondo e vettovaglie, e a caricare il poco lardo affumicato che noi produciamo; ma poi tutto è cambiato. Tre anni fa Burton ha sbarcato qui due olandesi: Willem era ancora quasi un bambino, timido biondo e roseo; aveva in fronte una piaga argentea che sembrava lebbra, e nessuna nave lo voleva a bordo. Hendrik era più anziano, era magro e aveva i capelli grigi e la fronte rugosa: ha raccontato una storia poco chiara, di una rissa in cui avrebbe spaccato la testa del suo quartiermastro, per cui in Olanda lo aspetterebbe la forca; ma non parlava come un marinaio e aveva le mani da signore, non da uno che spacca teste. Pochi mesi dopo, un mattino abbiamo visto salire fumo da una delle Isole delle Uova. Ho preso la barca e sono andato a vedere: ho trovato due naufraghi italiani, Gaetano di Amalfi e Andrea di Noli. La loro nave si è squarciata sugli scogli dell' Erpice, e loro si sono salvati a nuoto; non sapevano che l' isola grande fosse abitata; avevano acceso un fuoco di sterpi e di guano per asciugarsi. Ho detto loro che entro pochi mesi sarebbe ripassato Burton e avrebbe potuto sbarcarli in Europa, ma hanno rifiutato con terrore: dopo quello che avevano visto quella notte, mai più avrebbero rimesso piede su una nave; e mi ci è voluta un bel po' di fatica per convincerli a entrare nella mia barchetta, e ad attraversare le cento braccia di mare che ci separavano da Desolazione. Per conto loro, sarebbero rimasti su quello scoglio miserabile, a mangiare uova di gabbiani fino alla loro morte naturale. Non è che a Desolazione manchi lo spazio. Ho sistemato i quattro in una delle baracche abbandonate dai gallesi, e ci stavano abbastanza larghi, anche perché il loro bagaglio era modesto. Solo Hendrik aveva un baule di legno, chiuso con un lucchetto. La piaga di Willem non era poi affatto lebbra: l' ha fatta guarire Maggie in poche settimane, con impacchi di un' erba che lei conosce; non è proprio crescione, è un' erba grassa che cresce ai margini della foresta ed è buona da mangiare, anche se poi fa fare strani sogni: noi comunque la chiamiamo crescione. Per verità, non lo ha curato solo con gli impacchi: si chiudeva con lui in camera e gli cantava come delle ninnenanne, con pause che mi sono sembrate troppo lunghe. Sono stato contento e più tranquillo quando Willem è guarito, ma subito dopo è cominciata un' altra storia seccante con Hendrik. Lui e Maggie facevano insieme lunghe passeggiate, e li ho sentiti parlare delle sette chiavi, di Ermete Trismegisto, dell' unione dei contrari e di altre cose poco chiare. Hendrik si è costruita una capanna robusta, senza finestre, ci ha portato il baule, e ci passava intere giornate, qualche volta con Maggie: si vedeva uscire fumo dal camino. Andavano anche alla grotta, e ne tornavano con sassi colorati che Hendrik chiamava "cinabri". I due italiani mi davano meno preoccupazioni. Anche loro guardavano Maggie con occhi lucidi, ma non sapevano l' inglese e non le potevano parlare: per di più, erano gelosi l' uno dell' altro, e passavano la giornata a sorvegliarsi a vicenda. Andrea era devoto, e in breve ha riempito l' isola di santi di legno e d' argilla cotta: una madonna di terracotta l' ha anche regalata a Maggie, che però non sapeva che farsene, e l' ha messa in un angolo della cucina. Insomma, sarebbe stato chiaro a chiunque che per quei quattro uomini ci volevano quattro donne; un giorno li ho riuniti, e senza tanti complimenti gli ho detto che se uno di loro toccava Maggie sarebbe finito all' inferno, perché non si deve desiderare la donna d' altri: ma che all' inferno ce l' avrei spedito io stesso, a costo di finirci anch' io. Quando Burton è ripassato, con le stive zeppe d' olio di balena, tutti d' accordo lo abbiamo solennemente incaricato di trovarci le quattro mogli, ma ci ha riso in faccia: cosa pensavamo? che fosse facile trovare donne disposte a stabilirsi in mezzo alle foche, su quest' isola dimenticata, per sposare quattro buoni a nulla? Forse se le avessimo pagate, ma con che cosa? Non certo con le nostre salsicce, mezzo maiale e mezzo foca, che puzzavano di pesce più della sua baleniera. Se n' è andato, e subito ha alzato le vele. Quella sera stessa, poco prima di notte, si è sentito un grande tuono, e come se l' isola stessa si scuotesse sulle sue radici. Il cielo si è fatto buio in pochi minuti, e la nuvola nera che lo copriva era illuminata dal di sotto come da un fuoco. Dalla cima dello Snowdon si sono visti uscire prima rapidi lampi rossi che salivano fino al cielo, poi un fiotto largo e lento di lava accesa: non scendeva verso di noi, ma a sinistra, verso sud, colando di balza in balza con fischi e crepitii. Dopo un' ora era arrivata al mare, e vi si spegneva ruggendo e sollevando una colonna di vapore. Nessuno di noi aveva mai pensato che lo Snowdon potesse essere un vulcano: eppure la forma della sua cima, con una conca rotonda profonda almeno duecento piedi, avrebbe potuto farlo supporre. Il teatro è andato avanti per tutta la notte, calmandosi ogni tanto, poi riprendendo vigore con una nuova serie di esplosioni: sembrava che non dovesse finire mai più. Invece, verso l' alba, è venuto un vento caldo da est, il cielo è ritornato pulito, e il fracasso si è fatto via via meno intenso, fino a ridursi a un mormorio, poi al silenzio. Il mantello di lava, da giallo ed abbagliante, è diventato rossastro come brace, e a giorno era spento. La mia preoccupazione erano i maiali. Ho detto a Maggie che andasse a dormire, e ai quattro che venissero con me: volevo vedere che cosa era cambiato nell' isola. Ai maiali non era successo niente, però ci sono corsi incontro come a dei fratelli (io non sopporto chi parla male dei maiali: sono bestie che hanno cognizione, e mi fa pena quando li devo scannare). Si sono aperti diversi crepacci, due grandi che non se ne vede il fondo, sul pendìo nord-ovest. Il lembo sud-ovest della Foresta che Piange è stato sepolto, e la fascia accanto, per una larghezza di duecento piedi, si è seccata e ha preso fuoco; la terra doveva essere più calda del cielo, perché il fuoco ha inseguito i tronchi fino dentro alle radici, scavando cunicoli dove erano queste. Il mantello di lava è tutto costellato di bolle scoppiate dai margini taglienti come schegge di vetro, e sembra una gigantesca grattugia da formaggio: esce dal margine sud del cratere, che è crollato, mentre il margine nord, che costituisce la cima del monte, è adesso una cresta arrotondata che sembra molto più alta di prima. Quando ci siamo affacciati alla grotta del Pozzosanto siamo rimasti impietriti dallo stupore. Era un' altra grotta, tutta diversa, come quando si rimescola un mazzo di carte, stretta dove prima era larga, alta dove era bassa: in un punto la volta era crollata, e le stalattiti invece che verso il basso erano puntate di lato, come becchi di cicogne. In fondo, dove prima era il Cranio del Diavolo, c' era adesso una enorme camera, come la cupola di una chiesa, ancora piena di fumo e di scricchiolii, tanto che Andrea e Gaetano volevano a tutti i costi tornare indietro. Io li ho spediti a chiamare Maggie, che venisse anche lei a vedere la sua caverna, e, come prevedevo, Maggie è arrivata ansimando per la corsa e l' emozione, e i due sono rimasti fuori, presumibilmente a pregare i loro santi e a dire le litanie. Dentro la grotta Maggie correva avanti e indietro come i cani da caccia, come se la chiamassero quelle voci che lei diceva di sentire: ad un tratto ha cacciato un urlo che ci ha fatto arricciare tutti i peli. C' era nel cielo della cupola una fenditura, e ne cadevano gocce, ma non d' acqua: gocce lucenti e pesanti, che piombavano sul pavimento di roccia e scoppiavano in mille goccioline che rotolavano lontano. Un po' più in basso si era formata una pozza, e allora abbiamo capito che quello era mercurio: Hendrik l' ha toccata, e poi anch' io; era una materia fredda e viva, che si muoveva in piccole onde come irritate e frenetiche. Hendrik sembrava trasfigurato. Scambiava con Maggie occhiate svelte di cui non capivo il significato, e diceva a noi delle cose oscure e pasticciate, che però lei aveva l' aria di intendere; che era tempo di iniziare la Grande Opera: che, come il cielo, anche la terra ha la sua rugiada; che la caverna era piena dello spiritus mundi; poi si è rivolto apertamente a Maggie, e le ha detto: "Vieni qui stasera, faremo la bestia con due schiene". Si è tolta dal collo una catenina con una croce di bronzo, e ce l' ha fatta vedere: sulla croce era crocifisso un serpente, e lui ha gettato la croce sul mercurio della pozza, e la croce galleggiava. A guardarsi bene intorno, il mercurio gemeva da tutte le crepe della nuova grotta, come la birra dai tini nuovi. A porgere l' orecchio, si sentiva come un mormorio sonoro, fatto dalle mille gocce metalliche che si staccavano dalla volta per spiaccicarsi al suolo, e dalla voce dei rivoletti che scorrevano vibrando, come argento fuso, e si inabissavano nelle fenditure del pavimento. A dire il vero, Hendrik non mi era mai piaciuto: dei quattro, era quello che mi piaceva di meno; ma in quei momenti mi faceva anche paura, rabbia e ribrezzo. Aveva negli occhi una luce sbieca e mobile, come quella del mercurio stesso; sembrava diventato mercurio, che gli corresse per le vene e gli trapelasse dagli occhi. Andava per la caverna come un furetto, trascinando Maggie per il polso, tuffava le mani nelle pozze di mercurio, se lo spruzzava addosso e se lo versava sul capo, come un assetato farebbe con l' acqua: poco mancava che non lo bevesse. Maggie lo seguiva come incantata. Ho resistito un poco, poi ho aperto il coltello, l' ho afferrato per il petto e l' ho premuto contro la parete di roccia: sono molto più forte di lui, e si è afflosciato come le vele quando cade il vento. Volevo sapere chi era, cosa voleva da noi e dall' isola, e quella storia della bestia con due schiene. Sembrava uno che si svegli da un sogno, e non si è fatto pregare. Ha confessato che la faccenda del quartiermastro accoppato era una bugia, ma non così quella della forca che lo aspettava in Olanda: aveva proposto agli Stati Generali di trasformare in oro la sabbia delle dune, aveva ottenuto uno stanziamento di centomila fiorini, ne aveva spesi pochi in esperimenti e il resto in gozzoviglie, poi era stato invitato ad eseguire davanti ai probiviri quello che lui chiama l' experimentum crucis; ma da mille libbre di sabbia non era riuscito a cavare che due pagliuzze d' oro, e allora era balzato dalla finestra, si era nascosto in casa della sua ganza, e poi si era imbarcato di soppiatto sulla prima nave in partenza per il Capo: aveva nel baule tutto il suo armamentario di alchimista. Quanto alla bestia, mi ha detto che non è una cosa da spiegarsi in due parole. Il mercurio, per la loro opera, sarebbe indispensabile, perché è spirito fisso volatile, ossia principio femminino, e combinato con lo zolfo, che è terra ardente mascolina, permette di ottenere l' Uovo Filosofico, che è appunto la Bestia con due Dossi, perché in essa sono uniti e commisti il maschio e la femmina. Un bel discorso, non è vero? Un parlare limpido e diritto, veramente da alchimista, di cui non ho creduto una parola. Loro due, erano la bestia a due dossi, lui e Maggie: lui grigio e peloso, lei bianca e liscia, dentro la caverna o chissà dove, o magari nel nostro stesso letto, mentre io badavo ai maiali; si apprestavano a farla, ubriachi di mercurio com' erano, se pure non l' avevano già fatta. Forse anche a me già girava il mercurio nelle vene, perché in quel momento vedevo veramente rosso. Dopo vent' anni di matrimonio, a me di Maggie non me ne importa poi tanto, ma in quel momento ero acceso di desiderio per lei, e avrei fatto una strage. Tuttavia mi sono padroneggiato; anzi, stavo ancora tenendo Hendrik bene stretto contro la parete quando m' è venuta in mente un' idea, e gli ho chiesto quanto valeva il mercurio: lui, col suo mestiere, doveva pure saperlo. _ Dodici sterline alla libbra, _ mi ha risposto con un filo di voce. _ Giura! _ Giuro! _ ha risposto lui, levando i due pollici e sputando a terra frammezzo; forse era il loro giuramento, di loro trasmutatori di metalli: ma aveva il mio coltello così vicino alla gola che certamente diceva la verità. L' ho lasciato andare, e lui, ancora tutto spaurito, mi ha spiegato che il mercurio greggio, come il nostro, non vale molto, ma che lo si può purificare distillandolo, come il whisky, in storte di ghisa o di terracotta: poi si rompe la storta, e nel residuo si trova piombo, spesso argento, e qualche volta oro; che questo era un loro segreto; ma che lo avrebbe fatto per me, se gli promettevo salva la vita. Io non gli ho promesso proprio niente, e invece gli ho detto che col mercurio volevo pagare le quattro mogli. Fare storte e vasi di coccio doveva essere più facile che mutare in oro la sabbia d' Olanda: che si desse da fare, s' avvicinava Pasqua e la visita di Burton, per Pasqua volevo pronti quaranta barattoli da una pinta di mercurio purificato, tutti uguali, col loro bravo coperchio, lisci e rotondi, perché anche l' occhio vuole la sua parte. Si facesse pure aiutare dagli altri tre, e anch' io gli avrei dato una mano. Per cuocere storte e barattoli, non si preoccupasse: c' era già la fornace dove Andrea faceva cuocere i suoi santi. A distillare ho imparato subito, e in dieci giorni i barattoli erano pronti: erano da una sola pinta, ma di mercurio ce ne stavano diciassette libbre abbondanti, tanto che si stentava a sollevarli a braccio teso, e a scuoterli sembrava che dentro ci si dimenasse un animale vivo. Quanto a trovare il mercurio greggio, non ci voleva niente: nella caverna si sguazzava nel mercurio, gocciolava sulla testa e sulle spalle, e tornati a casa lo si trovava nelle tasche, negli stivali, perfino nel letto, e dava alla testa un po' a tutti, tanto che cominciava a sembrarci naturale che lo si dovesse scambiare con delle donne. È veramente una sostanza bizzarra: è freddo e fuggitivo, sempre inquieto, ma quando è ben fermo ci si specchia meglio che in uno specchio. Se lo si fa girare in una scodella, continua a girare per quasi mezz' ora. Non soltanto ci galleggia sopra il crocifisso sacrilego di Hendrik, ma anche i sassi, e Perfino il piombo. L' oro no: Maggie ha provato con il suo anello, ma è subito andato a fondo, e quando lo abbiamo ripescato era diventato di stagno. Insomma, è una materia che non mi piace, e avevo fretta di concludere l' affare e liberarmene. A Pasqua è arrivato Burton, ha ritirato i quaranta barattoli ben sigillati con cera e argilla ed è ripartito senza fare promesse. Una sera, verso la fine dell' autunno, abbiamo visto la sua vela delinearsi nella pioggia, ingrandire, e poi sparire nell' aria fosca e nell' oscurità. Pensavamo che aspettasse la luce per entrare nel porticciolo, come faceva di solito, ma al mattino non c' era più traccia di Burton né della sua baleniera. C' erano invece, in piedi sulla spiaggia, fradice e intirizzite, le quattro donne con in più due bambini, strette fra loro in un mucchio per il freddo e la timidezza; una di loro mi ha porto in silenzio una lettera di Burton. Erano poche righe: che, per trovare quattro donne per quattro sconosciuti in un' isola desolata, aveva dovuto cedere tutto il mercurio, e non gli era rimasto nulla per la senseria; che ce l' avrebbe richiesta, in mercurio o in lardo, in misura del 10 per cento, nella sua prossima visita; che non erano donne di prima scelta, ma non aveva trovato niente di meglio; che preferiva sbarcarle alla svelta e tornare alle sue balene per non assistere a risse disgustose, e perché non era un mezzano né un ruffiano, e neppure un prete per celebrare le nozze; che tuttavia ci raccomandava di celebrarle noi stessi, meglio che potevamo, per la salute delle nostre anime, che riteneva comunque già un po' compromessa. Ho chiamato fuori i quattro, e volevo proporgli di tirare a sorte, ma ho subito visto che non ce n' era bisogno. C' era una mulatta di mezza età, grassetta, con una cicatrice sulla fronte, che guardava Willem con insistenza, e Willem guardava lei con curiosità: la donna avrebbe potuto essere sua madre. Ho detto a Willem: "La vuoi? Prendila!", lui se l' è presa, ed io li ho sposati così alla meglio; cioè, ho chiesto a lei se voleva lui e a lui se voleva lei, ma il discorsino "nella prosperità e nella miseria, nella salute e nella malattia" non lo ricordavo con precisione, e così l' ho inventato sul momento, finendo con "fino a che morte sopraggiunga", che mi pareva suonasse bene. Stavo appunto terminando con questi due quando mi sono accorto che Gaetano si era scelta una ragazzina guercia, o forse lei aveva scelto lui, e se ne stavano andando via di corsa in mezzo alla pioggia, tenendosi per mano, tanto che ho dovuto inseguirli e sposarli da lontano correndo anch' io. Delle due che restavano, Andrea si è presa una negra sulla trentina, graziosa e perfino elegante, col cappello di piume e un boa di struzzo bagnato fradicio, ma con un' aria piuttosto equivoca, e ho sposato anche loro, benché avessi ancora il fiato corto per la corsa che avevo fatta prima. Rimaneva Hendrik, e una ragazza piccola e magra che era appunto la madre dei due bambini: aveva gli occhi grigi, e si guardava intorno come se la scena non la riguardasse ma la divertisse. Non guardava Hendrik, ma guardava me; Hendrik guardava Maggie che era appena uscita dalla baracca e non si era ancora tolti i bigodini, e Maggie guardava Hendrik. Allora mi è venuto in mente che i due bambini avrebbero potuto aiutarmi a guardare i maiali; che Maggie non mi avrebbe certamente dato figli; che Hendrik e Maggie sarebbero stati benissimo insieme, a fare le loro bestie a due dossi e le loro distillazioni; e che la ragazza dagli occhi grigi non mi dispiaceva, anche se era molto più giovane di me: anzi, mi dava un' impressione allegra e leggera, come un solletico, e mi faceva venire in mente l' idea di acchiapparla al volo come una farfalla. Così le ho domandato come si chiamava, e poi mi sono chiesto ad alta voce, in presenza dei testimoni: "Vuoi tu, caporale Daniel K. Abrahams, prendere in moglie la qui presente Rebecca Johnson?", mi sono risposto di sì, e poiché anche la ragazza era d' accordo, ci siamo sposati.

Fosforo

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