Il sistema periodico
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1975 - Categoria: letteratura
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Zinco
Avevamo assistito per cinque mesi, pigiati come sardine e reverenti, alle lezioni di Chimica Generale ed Inorganica del Professor P., riportandone sensazioni varie, ma tutte eccitanti e nuove. No, la chimica di P. non era il motore dell' Universo né la chiave del Vero: P. era un vecchio scettico ed ironico, nemico di tutte le retoriche (per questo, e solo per questo, era anche antifascista), intelligente, ostinato, ed arguto di una sua arguzia trista. Di lui si tramandavano episodi di esami condotti con fredda ferocia e con ostentato pregiudizio: sue vittime predilette erano le donne in genere, e poi le suore, i preti, e tutti quelli che gli si presentavano "vestiti da soldato". Si mormoravano sul suo conto le leggende assai sospette di spilorceria maniaca nella conduzione dell' Istituto Chimico e del suo laboratorio personale: che conservasse in cantina casse e casse di fiammiferi usati, che proibiva ai bidelli di buttare via; che i misteriosi minareti dell' Istituto stesso, che tuttora conferiscono a quel tratto di Corso Massimo d' Azeglio una melensa impronta di falso esotismo, li avesse fatti costruire lui, nella remota sua giovinezza, per celebrarvi ogni anno una immonda segreta orgia di ricuperi, in cui si bruciavano tutti gli stracci e le carte da filtro dell' annata, e le ceneri le analizzava lui personalmente, con pazienza pitocca, per estrarne tutti gli elementi pregiati (e forse anche i meno pregiati) in una sorta di palingenesi rituale a cui solo Caselli, il suo tecnico-bidello fedelissimo, era autorizzato ad assistere. Di lui si narrava inoltre che avesse speso l' intera sua carriera accademica per demolire una certa teoria di stereochimica, non con esperimenti, ma con pubblicazioni. Gli esperimenti li faceva un altro, il suo grande rivale, in non si sa quale parte del mondo: li pubblicava via via sugli Helvetica Chimica Acta, e lui li faceva a pezzi uno per uno. Non potrei giurare sull' autenticità di queste dicerie: ma veramente, quando entrava nel laboratorio di Preparazioni, nessun becco Bunsen era basso abbastanza, e perciò era prudenza spegnerli addirittura; veramente, faceva preparare il nitrato d' argento dagli studenti con le cinque lire dall' aquila tratte dalle loro tasche, e il cloruro di nichel dai venti centesimi con la signora nuda che volava; e veramente, la sola volta che fui ammesso nel suo studio, trovai scritto in bella scrittura sulla lavagna: "Non voglio funerali né da vivo né da morto". A me P. era simpatico. Mi piaceva il rigore sobrio delle sue lezioni; mi divertiva la sdegnosa ostentazione con cui esibiva agli esami, in luogo della camicia fascista prescritta, un buffo bavaglino nero, grande un palmo, che ad ognuno dei suoi movimenti bruschi gli usciva fuori dei risvolti della giacca. Apprezzavo i suoi due testi, chiari fino all' ossessione, stringati, pregni del suo arcigno disprezzo per l' umanità in generale e per gli studenti pigri e sciocchi in particolare: perché tutti gli studenti, per definizione, erano pigri e sciocchi; chi, per somma ventura, riusciva a dimostrargli di non esserlo, diventava un suo pari, e veniva onorato con una laconica e preziosa frase d' encomio. Ora i cinque mesi di attesa inquieta erano passati: fra di noi ottanta matricole erano stati scelti i venti meno pigri e meno sciocchi, quattordici maschi e sei ragazze, ed a noi era stato dischiuso il laboratorio di Preparazioni. Di che cosa esattamente si trattasse, nessuno di noi aveva un' idea precisa: mi pare che fosse una sua invenzione, una versione moderna e tecnica dei rituali selvaggi di iniziazione, in cui ogni suo suddito veniva bruscamente strappato al libro ed al banco, e trapiantato in mezzo ai fumi che bruciano gli occhi, agli acidi che bruciano le mani, e agli eventi pratici che non quadrano con le teorie. Non voglio certo contestare l' utilità, anzi la necessità, di questa iniziazione: ma nella brutalità con cui essa veniva posta in atto era facile ravvisare il talento dispettoso di P., la sua vocazione per le distanze gerarchiche e per il vilipendio di noi suo gregge. Insomma: non una parola, pronunciata o scritta, fu da lui spesa come viatico, per incoraggiarci sulla via che avevamo scelta, per indicarcene i pericoli e le insidie, e per trasmetterci le malizie. Ho spesso pensato che P. fosse nel suo profondo un selvaggio, un cacciatore; chi va in caccia non ha che da prendere il fucile, anzi meglio la zagaglia e l' arco, e mettersi per il bosco: il successo e l' insuccesso dipendono solo da lui. Prendi e parti, quando il momento è giunto gli aruspici e gli auguri non hanno luogo, la teoria è futile e si impara per strada, le esperienze degli altri non servono, l' essenziale è misurarsi. Chi vale vince, chi ha occhi o braccia o fiuto deboli ritorna e cambia mestiere: degli ottanta che ho detto, trenta cambiarono mestiere al second' anno, e altri venti più tardi. Quel laboratorio era ordinato e pulito. Ci si stava cinque ore al giorno, dalle 14 alle 19: all' ingresso, un assistente assegnava ad ognuno una preparazione, poi ognuno si recava allo "spaccio", dove l' irsuto Caselli consegnava la materia prima, esotica o domestica: un pezzetto di marmo a questo, dieci grammi di bromo a quello, un po' d' acido borico a quell' altro, una manciata d' argilla a quell' altro ancora. Queste reliquie, Caselli ce le affidava con una non dissimulata aria di sospetto: era il pane della scienza, pane di P., e finalmente era anche roba sua, roba che amministrava lui; chissà noi profani ed inesperti quale uso improprio ne avremmo fatto. Caselli amava P. di un amore acre e polemico. Pare che gli fosse stato fedele per quarant' anni; era la sua ombra, la sua incarnazione terrena, e, come tutti coloro che esercitano funzioni vicarie, era un interessante esemplare umano: come coloro, voglio dire, che rappresentano l' Autorità senza possederla in proprio, quali ad esempio i sagrestani, i ciceroni dei musei, i bidelli, gli infermieri, i "giovani" degli avvocati e dei notai, i rappresentanti di commercio. Costoro, in maggiore o minor misura, tendono a trasfondere la sostanza umana del loro Principale nel loro proprio stampo, come avviene per i cristalli pseudomorfici: talvolta ne soffrono, spesso ne godono, e posseggono due distinti schemi di comportamento, a seconda che agiscano in proprio o "nell' esercizio delle loro funzioni". Accade sovente che la personalità del Principale li invada così a fondo da disturbare i loro normali contatti umani, e che perciò essi restino celibi: il celibato è infatti prescritto ed accettato nella condizione monastica, che comporta appunto la vicinanza e la sudditanza alla maggiore delle autorità. Caselli era un uomo dimesso, taciturno, nei cui sguardi tristi eppure fieri si poteva leggere: _ lui è un grande scienziato, e come suo "famulus" sono un po' grande anch' io; _ io, benché umile, so cose che lui non sa; _ lo conosco meglio di quanto lui si conosca; prevedo i suoi atti; _ ho potere su di lui, lo difendo e lo proteggo; _ io ne posso dire male, perché lo amo: a voi questo non e concesso; _ i suoi principi4 sono giusti, ma lui li applica con rilassatezza, ed "una volta non andava così". Se non ci fossi io .... ... ed infatti, Caselli gestiva l' Istituto con parsimonia e misoneismo anche superiori a quelli di P. stesso. A me, il primo giorno, toccò in sorte la preparazione del solfato di zinco: non doveva essere troppo difficile, si trattava di fare un elementare calcolo stechiometrico, e di attaccare lo zinco in granuli con acido solforico previamente diluito; concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare. Zinco, zinc, Zinck: ci si fanno i mastelli per la biancheria, non è un elemento che dica molto all' immaginazione, è grigio e i suoi sali sono incolori, non è tossico, non dà reazioni cromatiche vistose, insomma, è un metallo noioso. È noto all' umanità da due o tre secoli, non è dunque un veterano carico di gloria come il rame, e neppure uno di quegli elementini freschi freschi che portano ancora addosso il clamore della loro scoperta. Caselli mi consegnò il mio zinco, tornai al banco e mi accinsi al lavoro: mi sentivo curioso, "genato" e vagamente scocciato, come quando hai tredici anni e devi andare al Tempio a recitare in ebraico la preghiera del Bar-Mitzvà davanti al rabbino; il momento, desiderato e un po' temuto, era giunto. Era scoccata l' ora dell' appuntamento con la Materia, la grande antagonista dello Spirito: la Hyle, che curiosamente si ritrova imbalsamata nelle desinenze dei radicali alchilici: metile, butile eccetera. L' altra materia prima, il partner dello zinco, e cioè l' acido solforico, non occorreva farselo dare da Caselli: ce n' era in abbondanza in tutti gli angoli. Concentrato, naturalmente: e devi diluirlo con acqua; ma attenzione, c' è scritto in tutti i trattati, bisogna operare alla rovescia, e cioè versare l' acido nell' acqua e non viceversa, altrimenti quell' olio dall' aspetto così innocuo va soggetto a collere furibonde: questo lo sanno perfino i ragazzi del liceo. Poi si mette lo zinco nell' acido diluito. Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all' attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l' elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l' elogio dell' impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d' idrogeno, ci siamo, l' incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c' è di nuovo e cosa fanno gli altri. Gli altri facevano cose varie: alcuni lavoravano intenti, magari fischiettando per darsi un' aria disinvolta, ciascuno dietro alla sua particola di Hyle; altri girellavano o guardavano fuori dalle finestre il Valentino ormai tutto verde, altri ancora fumavano e chiacchieravano negli angoli. In un angolo c' era una cappa, e davanti alla cappa sedeva Rita. Mi avvicinai, e mi accorsi con fugace piacere che stava cucinando la mia stessa pietanza: con piacere, perché era un pezzo che giravo intorno a Rita, preparavo mentalmente brillanti attacchi di discorso, e poi al momento decisivo non osavo enunciarli e rimandavo al giorno dopo. Non osavo per una mia radicata timidezza e sfiducia, ed anche perché Rita scoraggiava i contatti, non si capiva perché. Era molto magra, pallida, triste e sicura di sé: superava gli esami con buoni voti, ma senza il genuino appetito, che io sentivo, per le cose che le toccava studiare. Non era amica di nessuno, nessuno sapeva niente di lei, parlava poco, e per tutti questi motivi mi attraeva, cercavo di sederle accanto a lezione, e lei non mi accettava nella sua confidenza, ed io mi sentivo frustrato e sfidato. Mi sentivo disperato, anzi, e non certo per la prima volta: infatti, in quel tempo mi credevo condannato ad una perpetua solitudine mascolina, negato per sempre al sorriso di una donna, di cui pure avevo bisogno come dell' aria. Era ben chiaro che quel giorno mi si stava presentando un' occasione che non poteva andare sprecata: fra Rita e me esisteva in quel momento un ponte, un ponticello di zinco, esile ma praticabile; orsù, muovi il primo passo. Ronzando intorno a Rita mi accorsi di una seconda circostanza fortunata: dalla borsa della ragazza sporgeva una copertina ben nota, giallastra col bordo rosso, e sul frontispizio stava un corvo con un libro nel becco. Il titolo? Si leggeva soltanto "AGNA" e "TATA", ma tanto bastava: era il mio viatico di quei mesi, la storia senza tempo di Giovanni Castorp in magico esilio sulla Montagna Incantata. Ne chiesi conto a Rita, pieno d' ansia per il suo giudizio, quasi che il libro lo avessi scritto io: e mi dovetti presto convincere che lei, quel romanzo, lo stava leggendo in tutt' altro modo. Come un romanzo, appunto: le interessava molto sapere fino a che punto Giovanni si sarebbe spinto con la Signora Chauchat, e saltava senza misericordia le affascinanti (per me) discussioni politiche, teologiche e metafisiche dell' umanista Settembrini col gesuita-ebreo Naphtha. Non importa: anzi, c' è un terreno di dibattito. Potrebbe addirittura diventare una discussione essenziale e fondamentale, perché ebreo sono anch' io, e lei no: sono io l' impurezza che fa reagire lo zinco, sono il granello di sale e di senape. L' impurezza, certo: poiché proprio in quei mesi iniziava la pubblicazione di "La Difesa della Razza", e di purezza si faceva un gran parlare, ed io cominciavo ad essere fiero di essere impuro. Per vero, fino appunto a quei mesi non mi era importato molto di essere ebreo: dentro di me, e nei contatti coi miei amici cristiani avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini; un ebreo è uno che a Natale non fa l' albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po' di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato. Secondo la rivista sopra citata, un ebreo è avaro ed astuto: ma io non ero particolarmente avaro né astuto, e neppure mio padre lo era stato. C' era dunque in abbondanza di che discutere con Rita, ma il discorso a cui io tendevo non si innescava. Mi accorsi presto che Rita era diversa da me, non era un grano di senape. Era figlia di un negoziante povero e malato. L' università, per lei, non era affatto il tempio del Sapere: era un sentiero spinoso e faticoso, che portava al titolo, al lavoro e al guadagno. Lei stessa aveva lavorato, fin da bambina: aveva aiutato il padre, era stata commessa in una bottega di villaggio, ed anche allora viaggiava in bicicletta per Torino a fare consegne e a ritirare pagamenti. Tutto questo non mi allontanava da lei, anzi, lo trovavo ammirevole, come tutto quello che la riguardava: le sue mani poco curate, il vestire dimesso, il suo sguardo fermo, la sua tristezza concreta, la riserva con cui accettava i miei discorsi. Così il mio solfato di zinco finì malamente di concentrarsi, e si ridusse ad una polverina bianca che esalò in nuvole soffocanti tutto o quasi il suo acido solforico. Lo abbandonai al suo destino, e proposi a Rita di accompagnarla a casa. Era buio, e la casa non era vicina. Lo scopo che mi ero proposto era obiettivamente modesto, ma a me pareva di un' audacia senza pari: esitai per metà del percorso, e mi sentivo sui carboni ardenti, ed ubriacavo me stesso e lei con discorsi trafelati e sconnessi. Infine, tremando per l' emozione, infilai il mio braccio sotto il suo. Rita non si sottrasse, e neppure ricambiò la stretta: ma io regolai il mio passo sul suo, e mi sentivo ilare e vittorioso. Mi pareva di aver vinto una battaglia, piccola ma decisiva contro il buio, il vuoto, e gli anni nemici che sopravvenivano.
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