Se non ora quando
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura
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Luglio-agosto 1945
Non avevano mai viaggiato così: non a piedi ma in un vagone agganciato a un treno; non al freddo, non esposti alle fucilate, non affamati, non dispersi. Regolari no, non ancora, e chissà fino a quando, ma alla fiancata del vagone era affisso il cartello con l' itinerario, München _ Innsbruck _ Brenner _ Verona: Ludwig aveva pensato a tutto. _ Uscite dal vagone meno che potete, _ disse Gedale; _ meno ci facciamo vedere, e meno è probabile che venga in mente a qualcuno di fare un controllo. Ma controlli non ce ne furono; su tutta quella linea, e sulla maggior parte delle strade ferrate europee, c' era ancora ben altro da fare; riparare binari, rimuovere macerie, rimettere in opera i segnali. Il treno viaggiava lentamente, quasi solo di notte; di giorno sostava interminabilmente sui binari morti, ad arrostire al sole per lasciare il passo ad altri treni che avevano la precedenza. Pochi erano treni passeggeri: erano convogli di vagoni merci che portavano esseri umani, ma stipati come merci; le centinaia di migliaia di italiani, uomini e donne, militari e borghesi, salariati e schiavi, che avevano lavorato nelle officine e nei campi del Terzo Reich distrutto. Frammisti a loro, meno chiassosi, meno numerosi, desiderosi di sfuggire all' attenzione, viaggiavano altri passeggeri, i tedeschi che sciamavano dalla Germania occupata per sottrarsi alla giustizia alleata; militi delle SS, funzionari della Gestapo e del Partito; paradossalmente, per loro come per gli ebrei in transito, l' Italia era il luogo di minor resistenza, il miglior trampolino per paesi più ospitali: il Sud America, la Siria, l' Egitto. Palese o camuffata, con documenti o senza, questa marea variopinta puntava verso Sud, verso il Brennero: il Brennero era diventato lo stretto cannello di un vasto imbuto. Attraverso il Brennero si arrivava all' Italia, al paese del dolce clima e dell' illegalità notoria, aperta; al paese affettuoso-mafioso la cui fama bivalente era arrivata fino in Norvegia e in Ucraina e nei ghetti sigillati dell' Europa orientale; al paese dei divieti elusi e della tolleranza anarchica, dove ogni straniero viene accolto come un fratello. Nelle soste in stazione tenevano chiuse le portiere, ma le aprivano quando il treno era in moto, e nelle frequenti fermate in aperta campagna. Seduto sul pavimento, con le gambe penzoloni, Mendel assisteva al dipanarsi solenne del paesaggio: i campi fertili, i laghi, i boschi, le fattorie e le ville dell' Alto Palatinato, poi della Baviera. Né lui né alcun altro dei suoi compagni avevano mai abitato una terra così ricca e civile. Dietro di loro, come punteggiata dai loro passi innumerevoli, si allungava la pista del loro cammino, senza fine, come in un sogno tormentoso, attraverso paludi, guadi, foreste piene di agguati, neve, fiumi e morte patita e inflitta. Si sentiva stanco e straniero. Solo, oramai; senza donne, senza meta, senza paese. Senza amici? No, questo non lo poteva dire; i compagni rimanevano, sarebbero rimasti: riempivano il suo vuoto. Non gli importava di dove il treno lo trascinasse; aveva adempiuto, aveva fatto quello che doveva, non facilmente, non sempre volentieri, ma lo aveva fatto. Chiuso, finito. La guerra era finita, e che cosa fa un artigliere in tempo di pace? Che cosa è capace di fare? L' orologiaio? Chissà: forse mai più, a sparare le dita diventano dure, insensibili, e gli occhi si abituano a guardare lontano, attraverso il mirino. Dalla terra promessa non gli veniva alcun richiamo, forse anche laggiù avrebbe dovuto camminare e combattere. Bene, è il mio destino, lo accetto, ma non mi scalda il cuore. È un dovere, e si fa, come quando ho ucciso l' ucraino della polizia ausiliaria. Il dovere non è una ricchezza. Neanche l' avvenire lo è; loro sì, di loro sono ricco, loro mi rimangono. Tutti: con le loro ruvidezze e difetti, anche quelli che mi hanno offeso, anche quelli che ho offeso io. Anche le donne, anche Sissl che ho stupidamente lasciata, anche Line che sa quello che vuole, che vuole tutti, e che ha lasciato me; anche Bella che è noiosa e tarda, anche Ròkhele Bianca col suo ventre temerario, che cresce come un frutto. Si guardò ai fianchi e alle spalle. Ecco Piotr, candido come un infante e terribile in battaglia, matto come tutti i russi per bene. Daresti la vita per Piotr? Sì, la darei, senza esitare: come non esita chi sa di fare un cambio convincente. Sulla faccia della Terra sta meglio lui di me. Viene in Italia con noi, allegro e fiducioso come un bambino che monta sulla giostra. Ha scelto di combattere con noi e per noi come i cavalieri di una volta, perché è generoso, perché crede in quel Cristo in cui noi non crediamo; eppure il pope lo avrà detto anche a lui, che siamo stati noi a inchiodarlo sulla croce. Ecco Gedale. È strano che si chiami Gedale: il Gedale della Bibbia era un uomo dappoco. Nabucodonosor il Caldeo lo aveva nominato governatore della Giudea, dei pochi ebrei rimasti in Giudea dopo la deportazione: allora come adesso, come i governatori che nominava Hitler; era un collaborazionista, insomma. Ed era stato ucciso da Ismaele, un partigiano, uno come noi. Se noi abbiamo ragione, aveva ragione Ismaele, e aveva fatto bene a uccidere quel Gedale .... Che pensieri stupidi! Un uomo non ha colpa del nome che porta: io mi chiamo il Consolatore e non consolo nessuno, neppure me stesso. Comunque, a Gedale starebbe bene un altro nome; per esempio Jubal, quello che aveva inventato il flauto e la chitarra; o Jabal, suo fratello, che era stato il primo a girare per il mondo e a stare sotto le tende; o Tubalcaìn, il terzo fratello, che aveva insegnato a tutti come si lavorano il rame e il ferro. Erano tutti figli di Lamec. Lamec era stato un misterioso vendicatore, nessuno sa più quale fosse l' offesa che lui aveva vendicato. Lamec a Ljuban, Lamec a Chmielnik, Lamec a Neuhaus. Forse anche Lamec era stato un vendicatore allegro, come Gedale; a sera, sotto la tenda, dopo la vendetta, aveva suonato il flauto con i suoi figli. Io non capisco Gedale, non saprei prevedere nessuno dei suoi gesti né delle sue decisioni, ma Gedale è mio fratello. E Line? Che dire di Line? Non è mia sorella: è molto più e molto meno, è una madre moglie figlia amica nemica rivale maestra. È stata carne della mia carne, io sono entrato in lei, mille anni fa, in una notte di vento dentro un mulino a vento, quando c' era ancora la guerra e il mondo era giovane e ognuno di noi era un angelo con la spada in mano. Non è allegra ma è sicura, e io non sono né allegro né sicuro e ho mille anni e porto il mondo addosso. Eccola accanto a me, non guarda me ma guarda fisso questo paesaggio tedesco e sa sempre con esattezza quello che si deve fare. Mille anni fa, nelle paludi, lo sapevo anch' io e adesso lei lo sa ancora e io non lo so più. Lei non guarda me ma io guardo lei, e provo piacere nel guardarla, e turbamento, e lacerazione, e desiderio della donna d' altri. Line, Emmeline, Raab: la santa peccatrice di Gerico. Donna di chi? Di tutti, che è come dire di nessuno; lega e non si lega. Donna di non m' importa chi, ma quando rivedo il suo corpo nella memoria, quando lo indovino sotto le vesti, mi sento lacerare, e vorrei ricominciare, e so che non si può e proprio per questo mi sento lacerare. Ma mi sentirei lacerare comunque, anche senza Line, anche senza Sissl. Anche senza Rivke? No, Mendel, questo non lo sai, non lo puoi dire. Senza Rivke saresti un altro uomo, che pensa chissà come, un non-Mendel. Senza Rivke, senza l' ombra di Rivke, saresti pronto per l' avvenire. Pronto a vivere, a crescere come un seme: ci sono semi che attecchiscono in tutte le terre, anche in Terra d' Israele, e Line è un seme di questa specie, ed anche tutti gli altri. Escono dall' acqua e si scrollano come i cani e si asciugano dei loro ricordi. Non hanno cicatrici. Via, come puoi dirlo? Le hanno ma non ne parlano; forse ognuno di loro, in questo momento, pensa come te. Il treno aveva oltrepassato Innsbruck, e stava salendo con fatica verso il Brennero e il confine italiano. Gedale, seduto in un angolo del vagone, con la schiena appoggiata alla parete di legno, suonava alla sua maniera, sommesso, distratto. Suonava un motivo zingaro, o ebraico, o russo: i popoli mutuamente stranieri spesso si toccano nella musica, si scambiano musica, attraverso la musica imparano a conoscersi, a non diffidare. Un motivo dimesso, cento volte sentito, dozzinale, volgarmente nostalgico; ed ecco, di colpo il ritmo si faceva vivace, ed il motivo, così accelerato, diventava altro: alacre, nuovo, nobile e pieno di speranza. Un ritmo danzante, lieto, che invitava a seguirlo dondolando la testa e battendo le mani; e molti della banda, ispidi di barba, cotti dal sole, induriti dalle fatiche e dalla loro guerra, lo seguivano così, compiacendosi del fracasso, immemori e selvaggi. Finite le insidie, finita la guerra, la via, il sangue e il ghiaccio, morto il satàn di Berlino, vuoto e vagante il mondo, da ricreare, da ripopolare, come dopo il diluvio. In risalita, in allegra salita verso il valico: salita, alià, si chiama così il cammino quando si esce dall' esilio, dal profondo, e si sale verso la luce. Anche il ritmo del violino saliva, sempre più rapido, si faceva sfrenato, orgiastico. Due dei gedalisti, poi quattro, poi dieci, si scatenarono nel vagone, ballando in coppie, in gruppi, spalla contro spalla, battendo i tacchi degli stivali sul pavimento sonoro. Anche Gedale si era alzato in piedi, e danzava suonando, girando su se stesso, levando alti i ginocchi. Si udì a un tratto uno scatto secco, e il violino tacque. Gedale rimase con l' archetto a mezz' aria, il violino si era sfondato. _ Fidl kapùt! _ sghignazzò Pavel; anche altri risero, ma Gedale non rise. Contemplava il violino veterano, quello che gli aveva salvato la vita a Luninets, e forse anche altre volte inavvertite, tenendolo a galla al di sopra della noia e della disperazione; il violino ferito in battaglia, sforacchiato dalle pallottole destinate a lui, che lui aveva decorato con la medaglia di bronzo dell' ungherese. _ Non è niente, lo faremo riparare, _ disse Ròkhele Bianca; ma non era così. Forse il sole e le intemperie avevano macerato il legno, o forse Gedale stesso lo aveva sforzato nella ridda che stava suonando: comunque fosse, il guasto era irreparabile. Il ponticello era rientrato, sfondando il ventre delicatamente convesso dello strumento e penetrandovi dentro; le corde pendevano ignobili e lente. Non c' era più niente da fare. Gedale stese il braccio fuori della portiera, aprì le dita, ed il violino cadde sul ghiaione della strada ferrata con un rintocco funereo. Il treno arrivò al Brennero a mezzogiorno del 25 luglio 1945. Nelle fermate alle stazioni precedenti Gedale non aveva mai trascurato di far chiudere le portiere, ma adesso sembrava che lo avesse dimenticato: eppure era importante, quella era una stazione di confine, quasi certamente ci sarebbe stato un controllo. Provvide Line, prima ancora che il treno fermasse; fece alzare quelli che stavano seduti nel vano, chiuse le due portiere, le legò dall' interno con spezzoni di filo di ferro, e raccomandò a tutti di fare silenzio. Sulle banchine ci fu da principio un certo tramestio, ma poi fu silenzio anche fuori, ed incominciarono a passare le ore e l' impazienza a crescere. Cresceva anche il calore, nel vagone chiuso e fermo in pieno sole. I gedalisti, trentacinque persone stipate su pochi metri quadrati, si sentivano ancora una volta in trappola. Si udivano bisbigli: _ Siamo già in Italia? Abbiamo passato la barra di confine? _ Forse hanno staccato il vagone. _ Ma no, avremmo sentito il rumore. _ Apriamo, scendiamo e andiamo a vedere. _ Usciamo tutti e proseguiamo a piedi. Ma Line impose il silenzio; sulla banchina deserta si sentivano passi e voci. Pavel sbirciò dalla fenditura della portiera: _ Sono militari. Sembrano inglesi. Le voci si avvicinarono: erano quattro o cinque persone, e si fermarono a parlare proprio sotto il vagone. Pavel tese l' orecchio: _ ... però non parlano inglese, _ disse con un filo di voce. Poi qualcuno batté due colpi con le nocche sulla portiera, e fece una domanda incomprensibile; ma Line capì, si fece largo attraverso la ressa e rispose. Rispose in ebraico: non nell' ebraico liturgico e imbalsamato delle sinagoghe, a cui tutti avevano l' orecchio avvezzo, ma nell' ebraico fluido, vivente, che si parla da sempre in Palestina, e che fra loro solo Line comprendeva e parlava: lo aveva imparato dai sionisti di Kiev, prima che il cielo si richiudesse, prima del diluvio. Line aprì la portiera. Sulla banchina c' erano quattro giovani in uniforme khaki linda e ben stirata. Portavano buffi pantaloncini larghi e corti, scarpe basse, calze di lana al ginocchio; avevano in testa un basco nero con le insegne britanniche, ma sul camiciotto a maniche corte portavano cucita la stella a sei punte, lo Scudo di Davide. Ebrei inglesi? Ebrei prigionieri degli inglesi? Inglesi travestiti da ebrei? Per i gedalisti, la stella sul petto era un simbolo di schiavitù, era il marchio imposto dai nazisti agli ebrei dei campi di concentramento. Gli ebrei perplessi sul vagone e gli ebrei tranquilli sulla banchina si fronteggiarono in silenzio per pochi istanti. Poi parlò uno di loro, giovane, tarchiato, dal viso allegro biondo e roseo: in ebraico, chiese: _ Chi sa l' ebraico? _ Solo io, _ rispose Line. _ Gli altri parlano jiddisch, russo e polacco. _ Allora parliamo jiddisch, _ disse il giovane; ma lo parlava con sforzo e con frequenti esitazioni. I suoi tre compagni davano segno di capire, ma non parlavano. _ Non dovete avere paura di noi. Siamo della Brigata Palestinese, veniamo dalla Terra d' Israele ma apparteniamo all' Esercito inglese. Abbiamo risalito l' Italia combattendo, insieme con gli inglesi, gli americani, i polacchi, i marocchini, gli indiani. Voi da dove venite? La domanda non era facile; risposero confusamente un po' tutti, venivano dalla Polessia, da Bialystok, da Kossovo, dai ghetti, dalle paludi, dal Caucaso, dall' Armata Rossa. Il giovane, che i compagni chiamavano Chàim, fece con le mani il gesto di chi acquieta le acque. _ Parla tu, ragazza, _ disse. Line, prima di parlare, si consultò sottovoce con Gedale e con Mendel: raccontare tutto? dire la verità? Questi sono strani soldati: ebrei ma con l' uniforme inglese. A chi obbediscono? A Londra o a Tel-Aviv? C' è da fidarsi? Gedale sembrava indeciso, anzi, indifferente: _ Vedi un po' tu, _ disse, _ tieniti sulle generali _. Mendel disse: _ Con che diritto ci fanno delle domande? Aspetta a rispondere, e cerca di interrogare loro; poi vedremo che linea seguire. Chàim stava a vedere; sorrideva, poi rise apertamente: _ "Il saggio sente una parola e ne capisce sette": ve l' ho detto, questa divisa è inglese, ma la guerra adesso è finita, e noi facciamo di testa nostra. Non siamo qui per tagliarvi la strada, anzi, proprio per lo scopo opposto. Noi, e tutta la nostra compagnia, stiamo girando la Germania, l' Ungheria, la Polonia: andiamo a cercare gli ebrei che si sono salvati dai Lager, quelli che si sono nascosti, i malati, i bambini. _ Che cosa fate di loro? _ Li aiutiamo, li curiamo, li raduniamo e li scortiamo qui, in Italia. La mia squadra era a Cracovia due settimane fa; domani sarà a Mauthausen e a Gusen, dopodomani sarà a Vienna. _ E gli inglesi sanno quello che fate? Chàim scosse le spalle: _ Anche fra loro ci sono dei saggi, che capiscono e lasciano fare. Ci sono anche degli sciocchi, che non si accorgono di niente. E ci sono gli uomini d' ordine; sono anzi i più impiccioni, quelli che ci mettono i bastoni nelle ruote. Ma noi non siamo nati ieri, e c' è rimedio anche per loro. Voi dove volete andare? _ In Terra d' Israele; ma siamo stanchi, senza quattrini, e quella donna deve partorire fra poco, _ disse Line. _ Siete armati? Colta alla sprovvista, Line disse di no, ma in tono così poco convincente che Chàim dovette ridere ancora una volta: _ Nu, ve l' ho detto che non siamo nati ieri. Pensate che, col mestiere che facciamo da tre mesi, non sappiamo distinguere un reduce da un profugo, e un profugo da un partigiano? Ce l' avete scritto in faccia, chi siete; e perché dovreste vergognarvene? Intervenne Mottel: _ Nessuno se ne vergogna, ma le armi ce le teniamo. _ Noi non ve le togliamo sicuro: ve l' ho detto, siamo qui di passaggio. Però dovreste essere ragionevoli. Poco sotto il valico c' è il nostro comando di Brigata; non so se si occuperanno di voi, ma la cosa più sensata sarebbe che voi vi presentaste e consegnaste le armi a loro. Più giù, a Bolzano, c' è il comando inglese, e il controllo ve lo faranno di sicuro; meglio consegnarle a noi che farvele requisire da loro, dico bene? Pavel disse: _ Tu hai la tua esperienza, ma noi abbiamo la nostra. E la nostra esperienza è che le armi servono sempre. In guerra e in pace, in Russia e in Polonia e in Germania e in Italia. Due mesi fa, a guerra finita, i tedeschi hanno ammazzato una nostra compagna, e noi l' abbiamo vendicata; come avremmo fatto se non avessimo avuto le armi? E in Polonia, sotto i russi, i fascisti polacchi ci hanno tirato una bomba fra i piedi. Chàim disse: _ Non comportiamoci come nemici: non siamo nemici. Venite giù da quel vagone, andiamo a sederci sul prato; hanno staccato la locomotiva, per almeno due ore il vostro treno non parte. Vedete, c' è un discorso importante da fare _. Discesero tutti dal vagone e sedettero a cerchio sul prato, nell' aria profumata di resina, sotto un cielo spazzato dal vento alto. _ Da noi, questo si chiama un kum-sitz, un vieni-e-siediti, _ disse Chàim, e proseguì: _ È il discorso del leone e della volpe. Voi venite da un mondo terribile. Noi lo conosciamo poco: dai racconti dei nostri padri, e da quello che abbiamo visto nelle nostre missioni; ma sappiamo che ognuno di voi è vivo per miracolo, e che si è lasciato la geenna alle spalle. Voi e noi abbiamo combattuto lo stesso nemico, ma in due modi diversi. Voi avete dovuto fare da soli: avete dovuto inventare tutto, le difese, le armi, gli alleati, le astuzie. Noi siamo stati più fortunati: eravamo inseriti, organizzati, inquadrati in un grande esercito. Non avevamo nemici ai fianchi, ma solo di fronte; le armi non ce le siamo conquistate, ci sono state consegnate, e ci hanno insegnato ad usarle. Abbiamo avuto battaglie dure, ma dietro di noi c' erano le retrovie, le cucine, le infermerie e un paese che ci salutava come liberatori. In questo paese le armi non vi serviranno più. _ Perché non ci serviranno? _ chiese Mottel: _ E in che cosa questo paese differisce dagli altri paesi? Siamo stranieri qui come dappertutto: anzi, più stranieri qui che in Russia o in Polonia, e uno straniero è un nemico. _ L' Italia è un paese strano, _ disse Chàim. _ Ci vuole molto tempo per capire gli italiani, e neanche noi, che abbiamo risalito tutta l' Italia da Brindisi alle Alpi, siamo ancora riusciti a capirli bene; ma una cosa è certa, in Italia gli stranieri non sono nemici. Si direbbe che gli italiani siano più nemici di se stessi che degli stranieri: è curioso ma è così. Forse questo viene dal fatto che agli italiani non piacciono le leggi, e siccome le leggi di Mussolini, e anche la sua politica e la sua propaganda, condannavano gli stranieri, proprio per questo gli italiani li hanno aiutati. Agli italiani non piacciono le leggi, anzi gli piace disobbedirle: è il loro gioco, come il gioco dei russi sono gli scacchi. Gli piace imbrogliare; essere imbrogliati gli dispiace, ma non tanto: quando qualcuno li inganna, pensano "vedi che bravo, è stato più furbo di me", e non preparano la vendetta ma tutt' al più la rivincita. Come agli scacchi appunto. _ Allora imbroglieranno anche noi, _ disse Line. _ È probabile, ma è il solo rischio che correte; per questo ho detto che qui le armi non vi serviranno. Ma a questo punto vi devo dire la cosa più strana di tutte: gli italiani si sono mostrati amichevoli con tutti gli stranieri, ma con nessuno si sono mostrati amichevoli come con noi della Brigata Palestinese. _ Forse non si sono accorti che eravate ebrei, _ disse Mendel. _ Se ne sono accorti sicuro, e del resto noi non lo abbiamo tenuto nascosto. Ci hanno aiutati non benché fossimo ebrei, ma perché lo eravamo. Hanno aiutato anche i loro ebrei; quando hanno occupato l' Italia, i tedeschi hanno fatto tutti gli sforzi che potevano per catturarli, ma ne hanno preso ed ucciso solo un quinto; tutti gli altri hanno trovato rifugio nelle case dei cristiani, e non solo gli ebrei italiani, ma molti ebrei stranieri che si erano rifugiati in Italia. _ Forse questo è avvenuto perché gli italiani sono buoni cristiani, _ propose ancora Mendel. _ Può anche darsi, _ disse Chàim grattandosi la fronte, _ ma non ne sono sicuro. Anche come cristiani gli italiani sono strani. Vanno a messa ma bestemmiano. Chiedono le grazie alla Madonna e ai santi, ma a Dio mi pare che credano poco. Sanno i dieci comandamenti a memoria, ma ne rispettano al massimo due o tre. Io credo che aiutino chi ne ha bisogno perché sono brava gente, che ha sofferto molto, e che sa che chi soffre deve essere aiutato. _ Anche i polacchi hanno sofferto molto: eppure .... _ Non so cosa dirvi: si potrebbero trovare dieci ragioni, tutte buone e tutte cattive. Una cosa però dovete saperla: gli ebrei italiani sono strani come i cattolici. Non parlano jiddisch, anzi, che cosa sia il jiddisch non lo sanno neppure. Parlano solo italiano; anzi, gli ebrei di Roma parlano romano, gli ebrei di Venezia veneziano, e così via. Si vestono come gli altri, hanno le stesse facce degli altri .... _ E allora, come si distinguono dai cristiani quando passano per la strada? _ Appunto, non si distinguono. Non è un paese singolare? Del resto, non sono tanti; i cristiani non si occupano di loro, e loro si curano poco di essere ebrei. In Italia non c' è mai stato un pogrom, neanche quando la Chiesa di Roma incitava i cristiani a disprezzarli e li incolpava di essere tutti usurai, neanche quando Mussolini ha imposto le leggi razziali, neanche quando l' Italia del Nord è stata occupata dai tedeschi; che cosa sia un pogrom, in Italia, non lo sa nessuno, neppure che cosa voglia dire la parola. È un paese-oasi. Gli ebrei italiani sono stati fascisti quando tutti gli italiani erano fascisti e battevano le mani a Mussolini; e quando sono venuti i tedeschi, alcuni sono scappati in Svizzera, alcuni sono andati partigiani, ma la maggior parte è rimasta nascosta in città o nelle campagne, e sono stati pochi quelli che sono stati scoperti o denunciati, anche se i tedeschi promettevano molto denaro a chi collaborava con loro. Ecco, è questo il paese dove state entrando; un paese di brava gente, a cui piace poco fare la guerra, e invece piace molto imbrogliare le carte; e siccome noi, per mandarvi in Palestina, dobbiamo imbrogliare gli inglesi, questo è proprio il posto ideale, lo si direbbe un molo nella posizione giusta, messo lì apposta per noi. Ai gedalisti accovacciati e sdraiati sull' erba del Brennero l' idea di consegnare le armi, a chicchessia e per qualsiasi motivo, andava poco a genio; ma davanti ai quattro soldati che venivano dalla Palestina, che vestivano l' uniforme degli Alleati, e che apparivano così sicuri nel loro discorso, non osavano manifestare il loro dissenso. Se ne stettero muti per un pezzo, poi cominciarono a discutere fra loro sottovoce. Chàim e i suoi tre compagni non diedero segni di impazienza; si allontanarono di qualche passo e presero a passeggiare per il prato. Tornarono dopo qualche minuto, e Chàim chiese: _ Chi è il vostro capo? Gedale alzò la mano: _ Il capo sarei io. Sono io che ho condotto la banda, nel bene e nel male, dalla Russia Bianca fino qui; ma vedi, noi non abbiamo gradi, non li abbiamo mai avuti. Io non ho quasi mai avuto bisogno di comandare. Io facevo una proposta, o qualche volta un altro, si discuteva e ci si metteva d' accordo; ma il più delle volte ci trovavamo d' accordo anche senza discutere. Abbiamo vissuto e combattuto così, per diciotto mesi, e abbiamo camminato per duemila chilometri. Io ero il loro capo perché inventavo le cose, perché mi venivano in mente le idee e le soluzioni; ma perché dovremmo avere un capo adesso, che la guerra è finita e che entriamo in un paese tranquillo? Chàim si volse ai suoi compagni e disse loro qualcosa in ebraico; essi risposero, senza mostrare in viso scherno o insofferenza, ma piuttosto pazienza e rispetto. Chàim disse: _ Vi capisco, o almeno credo. Siete strani uccelli anche voi, più degli italiani; ma ognuno è strano per un altro, è nell' ordine delle cose, e la guerra è un gran rimescolamento. Bene, per quanto riguarda il capo, fate come volete; eleggetene uno, riconfermate lui (e indicò Gedale, che si schermì), o state senza. Ma per le armi è un discorso diverso. Noi vi capiamo bene, ma gli inglesi e gli americani non vi capiranno affatto. Dei partigiani ne hanno piene le tasche; gli hanno fatto comodo finché si è combattuto, ma adesso non ne vogliono più sentir parlare. Volevano addirittura metterli a riposo, i partigiani italiani, in quest' ultimo inverno, prima ancora che la guerra finisse; e adesso, medaglie e diplomi finché ne vogliono, ma armi niente. Se li trovano con le armi addosso, o in casa, li mettono in galera; figuratevi i partigiani stranieri, specie se vengono dalla Russia. Perciò dovreste essere ragionevoli e cedere le armi a noi; noi sapremo bene che cosa farne. Insomma, tenetevi quelle che potete nascondervi addosso e consegnateci le altre. Va bene? Gedale esitò un momento, poi scosse le spalle e disse imbronciato: _ Cari compagni, qui si rientra nell' ordine _. Risalì sul vagone, e ne scese con la pistola automatica di Smirnov e poche altre armi. I quattro militari non si mostrarono rigorosi, non chiesero altro, e caricarono il tutto sulla jeep che avevano parcheggiata poco lontano. _ Bene. E adesso che cosa ne è di noi? _ chiese Gedale quando furono ritornati. _ La faccenda è semplice, _ disse Chàim. _ Adesso che siete disarmati, o quasi, non siete più tanto strani. Siete diventati dei DP. _ Cosa siamo diventati? _ chiese Line sospettosa. _ Cosa è un DP? _ Un DP è una "displaced person": un profugo, un disperso, un senza patria. _ Noi non siamo DP, _ disse Line. _ Una patria ce l' avevamo, e non è colpa nostra se non ce l' abbiamo più; e un' altra ce la costruiremo. È davanti a noi, non dietro. Di dispersi ne abbiamo incontrati molti, lungo la nostra strada, e non erano come noi. Noi non siamo DP, siamo partigiani, e non solo di nome. Il nostro avvenire ce lo siamo costruito con le nostre mani. _ Calmati, ragazza, _ disse Chàim. _ Questo non è il momento di badare alle definizioni, non bisogna dare troppo peso alle parole. Invece bisogna essere flessibili. Qui adesso ci sono gli Alleati; presto o tardi incapperete nella Polizia Militare. Non sono come i nazisti, ma sono noiosi, e vi chiuderanno chissà dove e chissà fino a quando. Vi daranno da mangiare e da bere, ma starete in gabbia, forse finché sarà finita la guerra col Giappone; e sempre che nel frattempo non sia cominciata la guerra fra gli americani e i russi. Non vi faranno tante domande; per loro un partigiano è un comunista, e se viene dall' Est è comunista due volte: sono stato chiaro? Insomma, la fratellanza d' armi è finita. Vi piacerebbe finire in un campo proprio adesso? I gedalisti risposero alla domanda con un brontolio confuso, in cui Chàim distinse qualche brandello di parola. _ Darvi alla macchia? Non pensateci, l' Italia non è come i paesi da cui venite; specialmente l' Italia del nord. È popolata come un pollaio. Boschi non ce ne sono, paludi neanche, e il terreno non lo conoscete. I contadini non vi capirebbero, vi scambierebbero per banditi, e banditi finireste col diventare. Siate flessibili, consegnatevi. _ Dove, come, e a chi? _ chiese Gedale. _ Cercate di arrivare a Milano senza dare troppo nell' occhio, e a Milano presentatevi a questo indirizzo. Scrisse qualche parola su un foglietto e lo diede a Gedale, poi aggiunse: _ Se mai ci incontreremo ancora, mi direte che vi ho consigliati bene. Adesso risalite sul vostro vagone: stanno riattaccando la locomotiva. Quando scesero dal vagone alla Stazione Centrale di Milano, sotto l' alta tettoia di vetro e d' acciaio sforacchiata dalle bombe, pensarono che fosse scoppiata un' altra guerra. C' era gente accampata dappertutto, fra i binari, sulle banchine, sugli scaloni che discendevano sul piazzale, sulle scale mobili che non funzionavano, sul piazzale stesso. C' erano italiani vestiti di stracci che tornavano in patria, stranieri in stracci che aspettavano di partire per chissà dove; c' erano militari alleati, di pelle bianca e nera, nelle loro eleganti divise, e borghesi italiani, ben vestiti, con le valige e i sacchi da montagna, che partivano per le vacanze. Sul piazzale davanti alla brutta facciata di pietra circolava qualche tram e qualche rara automobile; c' erano aiuole che erano state trasformate in orti di guerra, poi erano state saccheggiate ed abbandonate, e si stavano coprendo di erbacce. Vi erano state montate delle tende, davanti a cui donne dall' aspetto misero facevano cucina su fuochi improvvisati. Altre donne si accalcavano intorno alle fontanelle, con latte, pentole e recipienti di fortuna. Tutto intorno erano palazzi smozzicati dalle bombe. Soltanto Pavel conosceva qualche parola d' italiano, imparata al tempo in cui girava l' Europa come attore. Mostrò l' indirizzo a un passante, che lo guardò in viso con diffidenza e poi gli rispose irritato: _ Non c' è più! _ Che cosa non c' era più? L' indirizzo era sbagliato? O l' edificio era crollato? Il colloquio era faticoso, inceppato dalla reciproca incomprensione: _ Fascio, fascismo, fascisti, niente, finito, _ badava a ripetere il passante. Pavel finì col capire che a quell' indirizzo c' era stato un comando fascista importante, ma che adesso non c' era più; comunque, il milanese gli spiegò del suo meglio la strada che doveva tenere. C' era da camminare tre chilometri: che cosa sono tre chilometri? Una cosa da ridere. Si misero in via, timidi e curiosi; mai, in tutto il loro lunghissimo cammino, si erano sentiti tanto stranieri. Era primo pomeriggio. Procedevano in fila disordinata, attenti a non perdere di vista Pavel che marciava in testa, ma spesso lo trattenevano per potersi guardare attorno. A ruderi anneriti si alternavano alti edifici intatti, pretenziosi; molti negozi erano aperti, le vetrine rigurgitavano di merci piene di tentazioni sotto le insegne incomprensibili. Solo intorno alla stazione c' era gente miserabile; i passanti che incontravano nelle strade del centro erano ben vestiti e rispondevano affabilmente alle loro domande, cercando di capire e di farsi capire. Via Unione? Avanti diritto, ancora due chilometri, ancora uno; Duomo, Duomo, non capire? Piazza del Duomo, e poi ancora avanti. Davanti alla mole del Duomo, butterato dai bombardamenti, si arrestarono ombrosi, sporchi e intimiditi, carichi dei loro fagotti scoloriti dal sole; furtivamente, Piotr si segnò con le tre dita riunite, alla maniera russa. In via Unione ritrovarono un' atmosfera che era loro più familiare. L' Ufficio Assistenza pullulava di profughi, polacchi, russi, céchi, ungheresi; quasi tutti parlavano jiddisch; tutti avevano bisogno di tutto, e la confusione era estrema. C' erano uomini, donne e bambini accampati nei corridoi, famiglie che si erano costruiti ripari con fogli di compensato o coperte appese. Su e giù per i corridoi, e dietro gli sportelli, si affacendavano donne di tutte le età, trafelate, sudate, infaticabili. Nessuna di loro capiva il jiddisch e poche il tedesco; interpreti improvvisati si sgolavano nello sforzo di stabilire ordine e disciplina. L' aria era torrida, con sentori di latrina e di cucina. Una freccia, ed un cartello scritto in jiddisch, indicavano lo sportello a cui dovevano far capo i nuovi venuti; si misero in coda ed attesero con pazienza. La coda procedeva a rilento, e Mendel meditava pensieri informi e contrastanti. Mai tanto straniero, anche lui: russo in Italia, ebreo in cospetto del Duomo, orologiaio di villaggio in una grande città, partigiano in tempo di pace; straniero di lingua e d' animo, straniero estraniato da anni di vita selvaggia. Eppure, mai prima, in nessuno dei cento luoghi che avevano attraversati, aveva respirato l' aria che respirava qui. Straniero, ma accettato, e non solo dalle signore gentili dell' Ufficio Assistenza. Non tollerato ma accettato; nei visi degli italiani a cui dal Brennero in poi si erano rivolti c' era talora un lampo di diffidenza o di furberia, ma mai l' ombra torbida che ti separa dal russo o dal polacco quando ti riconoscono come ebreo. In questo paese sono tutti come Piotr; forse meno coraggiosi o più sottili, o solo più vecchi. Sottili come i vecchi, che ne hanno viste tante. Mendel e Pavel si presentarono allo sportello fianco a fianco; dietro lo sportello stava una signora sulla trentina, in una camicetta bianca ben stirata, minuta, graziosa, educata, coi capelli castani freschi di pettinatrice. Era profumata, ed accanto all' onda del suo profumo Mendel percepì con disagio l' odore pesante, caprino del corpo sudato di Pavel. La signora capiva il tedesco e lo parlava anche abbastanza bene: non c' erano grosse difficoltà per intendersi, ma Pavel si piccava di parlare italiano, e così facendo complicava la situazione invece di semplificarla. Nome, ancora una volta: età, provenienza, cittadinanza. Risposero in tre o quattro allo stesso tempo, e ne nacque un po' di confusione. La signora comprese che si trattava di un gruppo, e senza dare segni di impazienza pregò Pavel di rispondere lui per tutti: gli dava del lei, del Sie, ed anche questo era gradevole, imbarazzante, e non era mai successo prima. Era proprio un ufficio di assistenza: cercavano di assisterli, di aiutarli, non di liberarsi di loro né di chiuderli dentro una scatola di filo spinato. La signora scriveva e scriveva; trentacinque nomi sono tanti, e la lista si andava allungando. Nomi e cognomi esotici, irti di consonanti; bisognava fermarsi, controllare, far ripetere, chiedere la grafia. Ecco, finito. La signora si sporse dallo sportello a guardarli. Un gruppo, uno strano gruppo; profughi diversi dai soliti, diversi dai rottami umani che da giorni e giorni le sfilavano davanti in quell' ufficio. Sporchi e stanchi, ma diritti; diversi negli occhi, nella parlata, nel portamento. _ Siete sempre stati insieme? _ chiese a Pavel in tedesco. Pavel non perse l' occasione per fare bella figura. Chiamò a raccolta tutti i brandelli d' italiano che aveva raggranellati anni prima nei suoi viaggi, orecchiati fra le scene, nei treni, negli alberghetti e nei bordelli. Gonfiò il petto: _ Gruppo, graziosa signora, gruppo. Sempre insieme, Russia, Polacchia. Camminare. Bosco, fiume, neve. Tedeschi morti, tanti. Noi partisani, tutti, porca miseria. Niente DP, noi guerra, partisani. Tutti soldati, madosca; anche donne. La graziosa signora era perplessa. Pregò i gedalisti di mettersi da parte e di aspettare, e si attaccò al telefono. Parlò a lungo, in tono concitato, ma coprendosi la bocca con la mano in modo da non farsi sentire; alla fine, disse a Pavel che avesse pazienza; avrebbero dovuto passare ancora una notte accampati, che si sistemassero alla meglio anche loro nei corridoi, ma domani avrebbe trovato per loro una collocazione migliore. Lavarsi? Non era facile; bagni niente, neanche docce, l' edificio era stato riattato da poco, ma acqua sì, lavandini, sapone, e forse anche tre o quattro asciugamani. Pochi per tante persone, certo, ma che farci, non era colpa sua né dei suoi colleghi, tutti facevano del loro meglio, anche con contributi personali. Nelle sue parole e nel suo viso Mendel lesse reverenza, pietà, solidarietà ed allarme. _ Dove ci mandate? _ le chiese nel suo miglior tedesco. La signora fece un bel sorriso, e con le mani un gesto complicato ed allusivo che Mendel non capì: _ Non vi mandiamo al campo profughi, ma in un posto più adatto a voi. Infatti, il mattino seguente vennero due autocarri a caricarli; la signora li rassicurò, non sarebbero andati lontano, in una fattoria nei dintorni di Milano, mezz' ora di viaggio al massimo; si sarebbero trovati bene, meglio che in città, più al largo, più tranquilli .... Così sarà più tranquilla anche lei, pensò Mendel. Le chiese come mai parlava tedesco: sono molti gli italiani che lo parlano? Sono pochi, rispose la signora, ma lei era una insegnante di tedesco: sì, lo aveva insegnato in una scuola, finché non era venuto Hitler e lei era scappata in Svizzera. La Svizzera è a quaranta chilometri da Milano. Era stata internata in Svizzera col marito e col bambino piccolo; non si stava male; era tornata a Milano da poche settimane. Assistette allo spettacolo dei gedalisti che si arrampicavano sui camion con i loro bagagli da zingari; disse che avrebbe ripreso i contatti con loro, li salutò e rientrò nell' ufficio. La fattoria era stata danneggiata negli ultimi giorni di guerra e restaurata alla meglio. Vi trovarono una cinquantina di profughi polacchi e ungheresi, ma le camerate erano ampie, previste per almeno due o trecento persone, e bene attrezzate con brandine e cuccette. Si guardarono intorno: no, né sentinelle né filo spinato, per la prima volta. Non una casa, ma poco meno; nessuna costrizione, se vuoi entrare entri, se te ne vuoi andare te ne vai. Cibo alle ore giuste, acqua, sole, prati, un letto: quasi un albergo, che cosa volete di più? Ma si vuole sempre qualcosa di più: niente è mai così bello come uno si aspetta; ma niente è neppure brutto come uno si aspetta, pensava Mendel, ricordando i giorni di fervore operoso a Novoselki in mezzo alle nebbie e alle paludi, e l' ebbrezza smemorata delle battaglie. Ci fu una seconda iscrizione davanti a un secondo sportello; un giovane smilzo e sbrigativo, che parlava bene jiddisch ma veniva da Tel-Aviv, li prese in forza senza tante scritturazioni, ma si fermò davanti a Bella e a Ròkhele Bianca: queste no, queste devono tornare a Milano, non sono adatte al lavoro della fattoria; questa soprattutto, che cosa fanno in via Unione, sono diventati matti? Che cosa gli viene in mente, di mandare una donna incinta qui da noi? Intervennero Line, Gedale, Pavel, ed Isidor che gridava più di tutti: noi non ci separiamo, non siamo profughi, siamo una banda, una unità. Se la Bianca va a Milano, andiamo a Milano tutti quanti. Il giovane fece una faccia strana ma non insistette. Dovette invece insistere il giorno dopo. C' era del lavoro da fare, un lavoro urgente: i gedalisti si accorsero che quella era una strana fattoria, dove il lavoro agricolo contava poco, e invece c' era un grande movimento di merci. Erano casse di viveri e di medicinali, ma alcune erano troppo pesanti perché si potesse credere alle scritte che vi comparivano stampigliate in inglese. Il giovane disse che tutti dovevano dare una mano a caricare le casse sugli autocarri. Tre o quattro fra gli uomini di Ruzany brontolarono che loro non si erano aperta la strada combattendo, dalla Bielorussia fino in Italia, per fare i facchini, e uno addirittura mormorò fra i denti "Kapo". Zvi, il giovane direttore della fattoria, non raccolse l' affronto, alzò le spalle e disse: _ Quando arriverà la vostra nave, questa roba farà comodo anche a voi _; e poi, aiutato da due ragazzi ungheresi, si mise di buona lena a caricare lui stesso le casse. Allora tutti cessarono di protestare e si misero al lavoro. Alla fattoria c' era un grande movimento anche di persone; profughi di tutte le età arrivavano e partivano, in modo che era difficile consolidare le conoscenze. Tuttavia i gedalisti si accorsero presto che alcuni elementi erano stanziali: evitavano di mettersi in vista, ma dovevano esercitare una qualche funzione essenziale. Due soprattutto attirarono l' attenzione di Mendel. Erano sulla trentina, atletici, agili nei movimenti; parlavano poco, e fra loro parlavano russo. Spesso uscivano dall' aia con un drappello di giovani, con falci, tridenti e rastrelli, e sparivano in direzione del fiume. Tornavano solo a sera; dalla boscaglia che fiancheggiava il fiume si sentivano risuonare a tratti spari isolati. _ Chi sono quei due? _ chiese Mendel a Zvi. _ Istruttori: vengono dall' Armata Rossa. Due ragazzi in gamba. E se qualcuno di voi .... _ Ne riparleremo, _ disse Mendel senza compromettersi. _ Siamo appena arrivati; dateci un po' di respiro. E poi, non credo che noialtri abbiamo ancora molto da imparare. _ Nu, non volevo dire questo, anzi, il contrario. Volevo dire che voi avete parecchio da insegnare, _ disse Zvi scandendo le parole. A Mendel tornò in mente la proposta che gli aveva fatta Smirnov al campo di Glogau, e che lui per stanchezza non aveva accettata. No, non ne aveva rimorso. In coscienza, no; la nostra parte l' abbiamo pur fatta, io e tutti gli altri. Non adesso, comunque: abbiamo ancora il fiato grosso, non abbiamo ancora imparato a respirare l' aria di questo paese. Dopo due giorni arrivò alla fattoria una lettera da Milano: era scritta in tedesco, indirizzata al Signor Pavel Jurevic Levinski, firmata dalla signora Adele S.; emanava lo stesso profumo della graziosa signora di via Unione, e conteneva l' invito per un tè, domenica pomeriggio, alle cinque, nella sua casa di via Monforte. Non era limitato al solo Pavel, ma diceva vagamente "Lei ed alcuni dei Suoi amici"; non troppi, insomma, non tutta la banda: più che ragionevole. Nacque una grande eccitazione, e la banda si divise in tre fazioni: quelli che al tè ci volevano andare, quelli che non ci volevano andare a nessun costo, e gli incerti o indifferenti. Ci volevano andare Pavel stesso, Bella, Gedale, Line, e un buon numero degli altri, spinti da motivazioni diverse. Pavel, perché si riteneva indispensabile come interprete, e perché la busta recava il suo nome; Bella e Gedale, per curiosità; Line, per ragioni ideologiche, e cioè perché era la sola della banda che avesse ricevuto una educazione sionista; e gli altri perché speravano di trovare qualcosa di buono da mangiare. Non ci volevano andare Piotr ed Arié per timidezza e perché non capivano il tedesco; la Bianca, perché da qualche giorno aveva dolori all' addome; Isidor, per non separarsi dalla Bianca; e Mottel, perché diceva che le maniere "goyische" della signora lo mettevano a disagio, e che lui in un salotto non ci si vedeva. Andarono Pavel, Bella, Line, Gedale e Mendel. Mendel, per verità, era fra gli incerti, ma gli altri quattro insistettero perché venisse: che era un' occasione unica di vedere come si vive in Italia, che si sarebbero divertiti e distratti, che avrebbero avuto occasione di sentire notizie utili; ma soprattutto, che lui, lo volesse o no, era insomma l' uomo chiave della banda, quello che meglio la rappresentava e che aveva preso parte a tutte le imprese; e non aveva fatto parte dell' Armata Rossa? Certo per gli italiani questo doveva essere importante, o almeno interessante. Vestirono i loro abiti migliori. Line, che non possedeva nulla se non i goffi panni militari che portava addosso fino da Novoselki, disse che sarebbe andata al ricevimento così come stava: _ Se mi vestissi in un altro modo, sarebbe come se mi travestissi. Come se dicessi una bugia. Se mi vogliono, mi devono prendere come sono. Ma tutti cercarono di convincerla a vestirsi un po' meglio, in specie Bella e Zvi. Zvi tirò fuori dai magazzini della fattoria una camicetta di seta bianca, una gonna di tela avorio a pieghe, una cintura di pelle, un paio di calze di nailon e un paio di sandali con la suola di sughero. Line si lasciò persuadere e si ritirò con il corredo; pochi minuti dopo saltò fuori dallo spogliatoio una creatura inedita, come una farfalla da un bozzolo. Quasi irriconoscibile: più minuta della Line che tutti conoscevano, più giovane, quasi una bambina, impacciata dalla gonna che non portava da anni e dagli alti sandali ortopedici; ma gli occhi bruni e fermi, lontani fra loro, e il naso affilato, diritto e breve, erano rimasti quelli, e quello il pallore teso delle guance, che il sole e il vento non riuscivano ad abbronzare. Il velo del nailon conferiva grazia alle caviglie ed alle gambe nervose; Bella le sfiorò con la mano, come a sincerarsi che non fossero nude. Nel salotto della signora S. c' erano molti invitati, tutti italiani. Alcuni erano vestiti con eleganza, altri erano in abiti logori, altri ancora indossavano le divise degli Alleati. Solo due o tre capivano il tedesco e nessuno il jiddisch, per cui la conversazione si fece subito arruffata. I cinque della banda, quasi a difendersi da un' aggressione, tendevano a rimanere uniti, ma ci riuscirono solo per pochi minuti: in breve ciascuno di loro si trovò isolato, al centro di un cerchio di curiosi, e sottoposto a una grandine di domande melodiose ed incomprensibili. Pavel e la signora si affaccendavano a tradurre, ma con scarso risultato, l' offerta era di troppo inferiore alla domanda. Attraverso uno spiraglio fra due spalle, Mendel scorse Line attorniata da cinque o sei signori eleganti. _ Come le bestie al giardino zoologico! _ gli sussurrò la ragazza in jiddisch. _ Bestie feroci, _ rispose Mendel. _ Se sapessero tutto quello che abbiamo fatto, avrebbero paura di noi. La padrona di casa era in ansia. Erano suoi, quei cinque: una sua trouvaille, una sua scoperta, e ne rivendicava il monopolio. Ogni parola detta da loro le apparteneva, non doveva andare perduta; si dava una gran pena a inseguirli in mezzo alla calca degli invitati, ed a farsi ripetere le battute che non aveva sentito. Ma era in ansia anche per un altro motivo: era una signora fine e bene educata, e alcune cose che i cinque raccontavano le ferivano gli orecchi. Pavel e Gedale, in specie, non avevano ritegno. Si sa, queste cose esistono, sono avvenute, la guerra non è uno scherzo, tanto meno è stata uno scherzo la guerra che hanno fatto questa povera gente; ma in un salotto, via, nel suo salotto .... Sì, va bene per gli atti di valore, le rappresaglie contro i tedeschi, i sabotaggi, le marce nella neve; ma dei pidocchi si può anche fare a meno di parlare, e delle pezze dei piedi, e degli impiccati nelle latrine .... Quasi si era pentita di averli invitati: principalmente per via di Pavel, che purtroppo sapeva qualche parola di italiano, ma, chissà perché, sembrava proprio che avesse una preferenza spiccata per le bestemmie e le parole poco pulite. C' era poco da illudersi, i suoi amici si sarebbero fatte delle pazze risate, e avrebbero raccontato la storia a mezza Milano. Dopo una mezz' ora si rifugiò sul divano d' angolo, accanto a Bella, che sembrava meno rozza, parlava poco, e mangiava cioccolatini ammirando i quadri appesi alle pareti. Ogni tanto dava un' occhiata alla pendola: suo marito era in ritardo. Se soltanto si sbrigasse ad arrivare! L' avrebbe aiutata a tenere le redini del party, in modo che ogni invitato, esotico o locale, avesse quanto gli spettava, e che non ci fossero trasgressioni. Il signor S. arrivò poco prima delle sei e si scusò con tutti: il treno era partito da Lugano in orario, ma aveva perso tempo alla frontiera per i soliti controlli. Baciò la moglie e si scusò anche con lei. Era grassoccio, cordiale, rumoroso, calvo con una corona di capelli biondicci intorno alla nuca. Anche lui parlava tedesco, ma così alla buona, senza grammatica, lo aveva imparato viaggiando. Aveva un commercio, andava all' estero spesso. Si trovò faccia a faccia con Mendel e prese subito a raccontargli i fatti suoi come se lo conoscesse da sempre, e come usano fare coloro che hanno grande stima di se stessi e scarsa cura della persona a cui si rivolgono. Quanto era scomodo viaggiare, quanto difficile riprendere i contatti commerciali .... Mendel pensò al modo come loro avevano viaggiato ed al coniglio dell' usbeco barattato con sale, ma non disse nulla. L' altro finalmente si interruppe: _ Ma lei avrà sete: venga, venga con me! Afferrò Mendel per il polso e lo rimorchiò fino al tavolo dei rinfreschi. Mendel lasciò fare intontito; provava un' intensa sensazione di irrealtà, come nei sogni che si fanno a stomaco troppo pieno. Colse il momento in cui S. portava il bicchiere alla bocca, e trovò il coraggio di fargli le domande che gli ronzavano in testa dall' inizio del ricevimento. Chi era tutta quella gente? Erano proprio ebrei, lui e sua moglie? E la casa era loro? Non erano venuti i tedeschi, anche a Milano? Come si erano salvati, loro e tutte le belle cose che si vedevano intorno? Tutti gli ebrei italiani erano ricchi come loro? O tutti gli italiani? Tutti avevano case belle così? L' ospite lo guardò con una faccia strana, quasi che Mendel avesse fatto domande stupide o poco opportune, e gli rispose con pazienza, come si fa con i bambini non tanto svegli. Ma certo, loro erano ebrei, tutti quelli che si chiamano S. sono ebrei. Gli ospiti no, non tutti: ma è poi una faccenda così importante? Erano amici, ecco tutto, gente per bene, che desiderava conoscere loro che venivano tanto di lontano. E la casa era sua, perché no? Lui aveva guadagnato bene, prima della guerra, e anche nei primi anni di guerra, prima che venissero i nazisti. Dopo, la casa gliel' avevano requisita, ci avevano messo dentro un gerarca del fascio, ma lui, appena tornato dalla Svizzera, aveva mosso certe pedine e lo aveva fatto andare via. Eh no, non tutti avevano una casa come la sua: né cristiani né ebrei. Non tutti ma molti, Milano è una città ricca. Ricca e generosa, molti ebrei erano rimasti in città, nascosti o con documenti falsi; i vicini e gli amici che li incontravano facevano finta di non conoscerli, però di nascosto gli portavano da mangiare. Furono interrotti da un omone dalla voce leggera e giovanile, che non parlava né capiva il tedesco ma si mostrò estremamente amichevole con Mendel. Chiese di essergli presentato; S. accondiscese, storpiò il nome di Mendel, e disse a Mendel: _ Questo è l' avvocato Longo _. L' avvocato si mostrò più discreto del padron di casa; ascoltò in silenzio rispettoso la storia che Mendel raccontò in forma compendiaria e che il padron di casa tradusse frase per frase, ed alla fine disse a quest' ultimo: _ Saranno stanchi, questi tuoi amici: avranno bisogno di riposo. Chiedigli se vogliono essere miei ospiti, a Varazze; nella mia villa c' è posto, e forse loro non hanno mai visto il mare! L' invito colse Mendel di sorpresa. Esitò, prese tempo, poi cercò di avvicinarsi ai suoi compagni per consigliarsi con loro. Lui no, non avrebbe accettato, si sentiva lontano, altro, spiacevole, selvatico; gli pareva di avere ancora addosso l' odore sepolcrale della tana di Schmulek. Tuttavia, se gli altri dicevano di sì, lo avrebbe detto anche lui. Anche Bella, Line e Gedale propendevano per un rifiuto: addussero pretesti vaghi, di fatto erano intimiditi, non si sentivano all' altezza della parte che veniva loro attribuita. Pavel avrebbe invece voluto accettare, ma non da solo; così si attenne al parere della maggioranza, e tutti ringraziarono e declinarono l' invito, lieti che le loro parole maldestre venissero tradotte nell' italiano armonioso della signora S.. _ Però vedere il mare non mi sarebbe dispiaciuto, sussurrò Bella a Gedale. La padrona di casa colse il momento in cui i cinque erano riuniti e presentò loro un altro amico, un giovane alto e ossuto d' aria energica che indossava camicia e pantaloni di aspetto militare, ma senza gradi né mostrine. _ Questo è Francesco, un vostro collega! _ disse con un sorriso allusivo; Francesco invece rimase serio. _ Anche lui è stato partigiano, _ proseguì la signora: _ In Valtellina, nelle Alpi, insomma su quelle montagne che vedete laggiù. Un ragazzo di fegato; peccato che sia comunista. Con la mediazione della signora, la conversazione procedeva faticosa e contorta, ma quando Francesco seppe che Mendel aveva appartenuto all' Armata Rossa, gli si avvicinò e lo abbracciò: _ Dal giorno che la Germania vi ha attaccati, non ho più dubitato che sarebbe stata sconfitta. Diglielo, Adele. Digli che anche noi abbiamo combattuto, ma che se l' Unione Sovietica non avesse resistito, sarebbe stata la fine dell' Europa _. La signora tradusse del suo meglio, ed aggiunse di suo: _ È un caro ragazzo, ma è una testa dura e ha delle idee strane. Se dipendesse da lui, non ci penserebbe su due volte: dittatura del proletariato, la terra ai contadini, le fabbriche agli operai, e buonanotte. Tutt' al più, per noi che siamo suoi amici, un posticino al Soviet comunale. Francesco capì a mezzo, non volle approfondire, e sempre serio fece dire che il suo partito era stato la spina dorsale della Resistenza e la voce vera del popolo italiano; poi fece chiedere a Mendel come mai lui e i suoi amici venivano via dal loro paese. Mendel era confuso. Aveva idee vaghe su quanto era avvenuto in Italia durante la guerra, era stupito che la signora dicesse così apertamente che il suo amico era comunista: forse era uno scherzo? E scherzava anche quando accennava alla sua paura del comunismo? O ne aveva paura veramente? E se sì, aveva ragione di averne paura? Adesso però bisognava rispondere alla domanda di quel Francesco. Come spiegargli che essere ebrei in Russia o in Polonia non era come essere ebrei in Svizzera o a Milano in via Monforte? Avrebbe dovuto raccontargli tutta la loro storia. Si limitò a dire che lui e i suoi compagni non avevano nulla contro Stalin, anzi, gli erano grati per aver abbattuto Hitler; ma che le loro case erano distrutte, avevano il vuoto alle spalle, e speravano di trovare una casa in Palestina. La signora tradusse, e Mendel ebbe l' impressione che la traduzione fosse più lunga del testo; Francesco fece una faccia poco convinta e si allontanò. A Mendel, neppure le facce degli italiani erano chiare; le loro espressioni, le loro smorfie, non riusciva a leggerle, o temeva di leggerle in modo sbagliato. Francesco. Un partigiano, un commilitone. Quanto tempo hai combattuto, Francesco? Sedici mesi, diciotto: da quando la radio di Venjamìn in riva al Dnepr ha raccontato che Mussolini era in prigione, da quando Dov ha saputo che l' Italia aveva capitolato. Quanto hai camminato Francesco? Quanti amici hai perduto? Dov' è la tua casa? A Milano, forse, o su quelle montagne dal nome che non so ripetere; ma una casa tu ce l' hai, la casa per cui hai combattuto, oltre che per le tue idee. Una casa, una terra sotto i piedi, un cielo sopra la testa che è tuo ed è sempre lo stesso. Una madre e un padre; una ragazza o una moglie. Hai qualcuno e qualcosa per cui ti piace vivere. Se parlassi la tua lingua potrei cercare di spiegarti. Alle sue spalle, la signora Adele stava parlando con Line: _ ... ma adesso sono loro quelli che ci aiutano di più. Le armi vengono da loro, attraverso la Cecoslovacchia. È il Partito Comunista italiano che decide sugli scioperi; quando gli inglesi cercano di fermare una nave di profughi, tutti gli operai del porto entrano in sciopero, e gli inglesi la devono lasciare partire .... Mendel si sentiva disorientato: in un salotto pieno di cose belle e di persone gentili, e insieme una pedina di un gioco gigantesco e crudele. Forse da sempre, una pedina da sempre, da quando era rimasto disperso, da quando aveva incontrato Leonid: credi di prendere una decisione e invece segui il destino che qualcuno ha già scritto. Chi? Stalin, o Roosevelt, o il Dio degli Eserciti. Si volse a Gedale: _ Andiamo via, Gedale: congediamoci. Questo non è il nostro luogo. _ Come? _ chiese Gedale stupito: forse temeva di non aver capito, o stava seguendo un altro filo di idee. In quel momento suonò il telefono nell' angolo in cui sedeva Bella, e la signora andò a rispondere. Poco dopo depose la cornetta e disse a Mendel: _ È Zvi, dalla fattoria. La vostra compagna, quella che chiamate la Bianca, non sta bene. Hanno dovuto portarla in città; è in una clinica, non lontano di qui. Arrivarono alla clinica ostetrica tutti e cinque, stipati nell' automobile dell' avvocato Longo. Era una clinica privata, ordinata e pulita, ma molti vetri delle finestre erano sostituiti con pannelli di legno compensato, e sugli altri erano incollate strisce di carta incrociate. Ròkhele era in una camera con tre altre donne; era pallida, tranquilla e si lamentava debolmente: forse le avevano dato un calmante. Nel corridoio, davanti alla porta della camera, c' era Isidor, nervoso ed aggrondato, insieme con Izu, il pescatore a mani nude, ed altri tre compaesani di Blizna, i più ruvidi della banda. Isidor passeggiava in su e in giù, e aveva una pistola infilata nella cintura. Due dei suoi compagni erano seduti sul pavimento e sembravano ubriachi; gli altri due parlavano fra loro nel vano della finestra. Mendel riconobbe attraverso il cuoio dei loro stivali consunti il rigonfio del manico del coltello. Sul davanzale della finestra c' era una bottiglia di vino rosso e due pagnotte contadine. _ Come sta? _ sussurrò Bella a Isidor. Senza abbassare la voce, Isidor rispose: _ Non sta bene. Ha male, prima gridava. Adesso le hanno fatto una puntura _. In fondo al corridoio fecero capolino due suore, si scambiarono poche parole e subito sparirono. _ Venite via, è in buone mani, _ disse Mendel. _ Cosa state a fare qui? _ Io non mi muovo, _ disse Isidor. Gli altri quattro non dissero nulla; si limitarono a volgere su Mendel e gli altri uno sguardo ostile. _ Non servite a niente e date fastidio, _ disse Line. _ Io non mi muovo, _ ripeté Isidor. _ Io sto qui: io non mi fido. I cinque si appartarono. _ Che facciamo? _ chiese Gedale. _ Qui siamo in troppi, _ disse Mendel. _ Io resto a vedere cosa succede; proverò a calmarli. Voi scendete e tornare alla fattoria: l' avvocato è sotto che aspetta. Se si mette male vi chiamo al telefono. _ Resto anch' io, _ disse Line inaspettatamente. _ Una donna può essere utile _. Gedale, Bella e Pavel se ne andarono; Line e Mendel sedettero sulle poltrone della sala d' aspetto. Attraverso la porta socchiusa potevano sorvegliare i cinque uomini accampati nel corridoio. _ È ubriaco anche Isidor? _ chiese Line. _ Non mi pare, _ rispose Mendel. _ Fa il bravaccio perché ha paura. _ Paura per il parto? Per Ròkhele? _ Sì, ma forse non solo per questo. È un ragazzo, e ha bisogno di sentirsi importante. Ha fatto male Gedale a fargli guidare il camion. Line, negli inconsueti abiti femminili, sembrava cambiata anche interiormente. Rispose sommessa: _ Quando è stato? A febbraio, vero? C' era ancora la neve. _ Era ai primi di marzo, quando siamo usciti da Wolbrom; sì, doveva proprio essere il primo di marzo. _ È difficile mettere ordine nei ricordi, vero? Non capita anche a te? Mendel accennò di sì col capo, senza parlare. Venne un' infermiera, disse loro qualcosa in italiano; Line e Mendel non capirono, l' infermiera alzò le spalle e se ne andò. Line entrò nella camera di Ròkhele e ritornò subito: _ Dorme, _ disse; _ sembra tranquilla, ma ha il polso rapido. _ Forse è così per tutte le donne che partoriscono? _ Non lo so, _ rispose Line. Tacque, poi riprese: _ Non siamo fatti nel modo giusto. Ti pare giusto che un uomo diventi padre a diciassette anni? _ Forse non è giusto diventare padri mai, _ disse Mendel. _ Taci, Mendel. Scaccia questi pensieri. Stanotte deve nascere un bambino. _ Tu credi che i nostri pensieri lo possano toccare? Farlo nascere diverso? _ Chi sa? _ disse Line. _ Un bambino che nasce è una cosa tanto delicata! Dove è stato concepito? Mendel calcolò mentalmente: _ Quando eravamo con Edek, vicino a Tunel. A novembre. Sarà un bambino polacco? O ucraino come Ròkhele? O italiano? _ Narische bucher, vos darfst du fregen? _ disse Line ridendo, e citando la canzone che aveva segnato il passaggio del fronte: _ Ragazzo sciocco, come puoi domandare? Stranamente, Mendel non fu per nulla offeso a sentirsi chiamare così: anzi, intenerito. Questa nuova Line non era più Raab, ma la "meidele" pietosa-arguta della canzone. _ Come puoi domandare? _ riprese Line, appoggiando la mano sull' avambraccio di Mendel: _ Un bambino è un bambino; diventa qualche cosa solo dopo. Perché ti preoccupi? Infine, non è neppure nostro figlio. _ Già. Non è neppure nostro figlio. _ Anche noi siamo stati partoriti, _ uscì a dire Line ad un tratto. Mendel la interrogò con lo sguardo, e Line cercò di precisare il suo pensiero: _ Partoriti, espulsi. La Russia ci ha concepiti, ci ha nutriti, ci ha fatti crescere nel suo buio, come in una matrice; poi ha avuto le doglie, si è contratta e ci ha gettati fuori, e adesso eccoci qui, nudi e nuovi, come bambini appena nati. Non è così anche per te? _ Narische meidele, vos darfst du fregen? _ ritorse Mendel, sentendosi sulle labbra un sorriso affettuoso e un velo leggero davanti agli occhi. Ci fu movimento nel corridoio, passi, bisbigli. Mendel si alzò e andò a guardare dallo spiraglio: la Bianca respirava pesantemente e gemeva a intervalli. A un tratto si contorse e gridò forte, due, tre volte. I quattro di Blizna balzarono in piedi, bellicosi e insonnoliti; Isidor si inginocchiò accanto al letto, poi uscì nel corridoio a gran passi. Tornò dopo un minuto, trascinandosi dietro una suora e il medico di guardia. Erano tutti e tre spaventati, per motivi diversi; Isidor gridava in jiddisch: _ Questa donna non deve morire, signor dottore, mi capisce? È mia moglie, siamo venuti dalla Russia fin qui, abbiamo combattuto, abbiamo camminato. E il bambino è mio figlio, deve nascere. Non deve morire, capito? Guai se la donna o il bambino muoiono: noi siamo partigiani. Avanti, signor dottore, faccia quello che deve, e stia attento a quello che fa. Line si avvicinò a Isidor per calmarlo e rassicurarlo, ma Isidor, che teneva la mano sull' impugnatura della pistola infilata nella cintura, la mandò via con un urtone. Il dottore non capiva il jiddisch, ma capiva che cosa voleva dire una pistola in mano a un ragazzo terrorizzato; parlò rapido con la suora, poi fece un passo verso il telefono all' angolo del corridoio, ma Isidor gli sbarrò la strada. Allora lui e la suora presero la lettiga a rotelle che stava poco lontano, vi trasferirono la Bianca che continuava a gridare e si avviarono verso la sala parto. Isidor fece un cenno ai suoi e li seguì; Mendel e Line seguirono Isidor. Isidor non osò forzare l' ingresso alla sala parto. I sette si sedettero davanti alla porta, ed incominciarono a passare le ore. A diverse riprese Mendel cercò di acquietare Isidor e di farsi consegnare la pistola. Avrebbe anche tentato di strappargliela se non si fosse visto alle spalle i quattro compaesani. Non riuscì a nulla: Isidor gli stava davanti senza sentirlo, dapprima arrogante, poi tutto teso ai rumori attutiti che provenivano dalla sala. Seduto accanto a Line, Mendel guardava le sue ginocchia che sporgevano dalla gonna. Era la prima volta che le vedeva: mai prima, se non con le dita veggenti, tremule dal desiderio, nell' oscurità dei loro giacigli ogni notte diversi, o attraverso il panno opaco dei pantaloni. Non cedere. Non cederle. Non ricominciare, sii savio, resisti. Non vivresti una vita accanto a lei, non è una donna per la vita, e tu non hai ancora trent' anni. A trent' anni la vita può ricominciare. Come un libro, quando hai finito il primo volume. Ricominciare da dove? Da qui, da oggi, da quest' alba milanese che sorge dietro i vetri smerigliati: da stamattina. Questo è un buon luogo per cominciare a vivere. Forse avresti dovuto fare come loro, hanno avuto ragione loro, i due nebech; non hanno fatto come te con Line, hanno chiuso gli occhi e si sono abbandonati e il seme dell' uomo non si è disperso e una donna ha concepito. Passò una suora spingendo un carrello. Line, che sonnecchiava stanca, si riscosse e disse: _ Era un pezzo che non passavamo una notte bianca. _ Era un pezzo che non passavamo una notte insieme, _ rispose Mendel. No, non vivrei una vita insieme con Line, ma non posso lasciarla e non voglio lasciarla. Me la porterò dentro sempre, anche se saremo divisi, come sono stato diviso da Rivke. Si sentiva la città risvegliarsi, stridere i tram, alzarsi le saracinesche dei negozi. Dalla sala uscì un' infermiera, poi uscì il medico stesso e rientrò poco dopo. Isidor, non più arrogante ma supplichevole, fece domande che furono comprese a dispetto della lingua: il medico fece gesti rassicuranti, mostrò l' orologio da polso, fra due ore, fra un' ora. Si udirono grida ripetute, ronzare un motore, poi silenzio. Finalmente, a giorno pieno, uscì un' infermiera dal viso allegro, reggendo un fagottino. _ Maschio, maschio, _ rideva. Nessuno capì, lei si volse in giro, si trovò sottomano Izu l' irsuto, e gli dette uno strattone alla barba: _ Maschio, come lui! Tutti si alzarono in piedi. Mendel e Line abbracciarono Isidor, i cui occhi, arrossati dalla veglia, erano divenuti lucidi. Uscì anche il dottore, batté la mano sulla spalla di Isidor e si avviò per il corridoio, ma si imbatté in un collega che stava avanzando col giornale spiegato e si fermò a discutere con lui. Intorno ai due si raggrupparono altri medici, suore, infermiere. Si avvicinò anche Mendel, e riuscì a vedere che il giornale, costituito da un solo foglio, portava un titolo in corpo molto grande, di cui non capì il significato. Quel giornale era del martedì 7 agosto 1945, e recava la notizia della prima bomba atomica lanciata su Hiroshima.
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