Se non ora quando
Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura
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Nella cabina di guida si stava bene, ma gli uomini e le donne stipati nel cassone, insieme con la prima aria di libertà, respiravano il vento gelido della notte: erano intorpiditi dal freddo e dalla posizione scomoda e indolenziti per i sobbalzi. Qualcuno protestò, ma Gedale non diede ascolto. _ Quanto carburante abbiamo? _ chiese a Mendel. _ Difficile dirlo. Forse ancora per trenta o quaranta chilometri, non di più. Fecero sosta all' alba, su una strada secondaria. Ai due lati era accatastata una mole di rottami incredibile come quantità e varietà: la sola ricchezza che la guerra produca. C' erano, sfasciati e ribaltati, carri, autoblinde, semicingolati, le barche ed i pontoni usati per passare i fiumi. C' era un carro cucina tedesco, intatto: sarebbe stato prezioso, ma sul camion non c' era proprio più posto. Peccato. _ Bisogna trovare nafta, _ disse Gedale, _ altrimenti la gita finisce presto. Sparpagliatevi, svitate i tappi e sondate i serbatoi _. Il più fortunato fu Isidor, trovò un' autoblinda in piedi, senza ruote ma col serbatoio quasi pieno. _ Sarà della qualità giusta? _ chiese Mottel. _ Non c' è che provare, _ disse Mendel. _ Ma in tempo di guerra i motori si abituano a tutto. _ Come noi, _ sospirò Ròkhele Nera stirandosi come un gatto. Gedale era impaziente di togliere il camion dalla strada: alla luce del giorno dava troppo nell' occhio, e non era sicuro che il furto e la violazione del blocco non fossero stati segnalati. Andava su e giù nervoso: _ Sbrigatevi a fare il travaso! _; ma la faccenda non era semplice, tubo di gomma non ce n' era, nessuno ne aveva. Qualcuno propose di ribaltare l' autoblinda, ma Isidor disse: _ Faccio io _. Prima che qualcuno lo potesse trattenere, acchiappò un bidone, trasse fuori la Luger che gli era stata assegnata, e sparò al fondo del serbatoio. Scaturì uno zampillo di nafta giallognola. _ E se esplodeva? _ chiese Pavel con paura retrospettiva. _ Non è esploso, _ disse Isidor. Il cielo schiariva, e si sentiva venire da sud un lontano tuono di artiglieria: la via verso ponente era libera, i tedeschi avevano arretrato fino oltre Legnica (ma Breslavia, assediata, resisteva ancora); invece, lungo tutto il confine cecoslovacco, i combattimenti non erano mai cessati. Proseguirono per alcuni giorni, viaggiando di notte e nascondendo il camion nelle ore di luce. Mendel si stancava a guidare per tutta la notte, e chiese di essere sostituito, ma né Piotr né Arié né Line si mostrarono entusiasti di alternarsi con lui. Invece Isidor non desiderava altro, si era innamorato del camion più che di Ròkhele, passava tutte le ore libere a ripulirlo dal fango e dalla polvere e non mancava occasione di cacciare il naso nel cofano. Prese da Mendel un paio di lezioni pratiche, imparò con incredibile velocità, dopo di che non ci fu più modo di strapparlo dal volante. Era un guidatore eccellente, e tutti furono soddisfatti, a partire da Mendel stesso. Nessuno conosceva la zona; ad ogni bivio Isidor rallentava e chiedeva a Gedale: _ Dove andiamo? _ Gedale si consultava con Schmulek, poi decideva a fiuto. Arrivarono pressoché a caso a Rawicz, al confine fra la Grande Polonia e la Slesia: nascosto il camion nel bosco, si inoltrarono a piccoli gruppi nella cittadina, la prima non distrutta dalla guerra che avessero incontrato sul loro cammino. La vita non era ancora ritornata normale, ma alcune botteghe erano aperte, al chiosco della stazione si vendevano i giornali, manifesti multicolori annunciavano un film d' amore che si proiettava nell' unico cinematografo. Nella via principale, una signora con pelliccia e tacchi alti teneva al guinzaglio un cagnolino che sembrava un gatto. I gedalisti si sentivano sporchi, selvaggi e timidi, ma i profughi erano molti, e nessuno badava a loro. Gedale invitò Bella, la Bianca e Isidor in un locale a prendere un caffè: accettarono, ma sembravano seduti sugli spilli. Schmulek non volle venire in città; si offerse di restare nel camion con altri tre uomini, a custodire il veicolo e le armi. Si comperarono varie umili meraviglie di cui da un pezzo sentivano il bisogno o il desiderio: calze, spazzolini da denti, biancheria, pentole. Pavel, che pure leggeva il polacco con fatica, trovò su un banchetto una vecchia edizione illustrata dei "Miserabili". Dovette cederla a Bella che gliela aveva chiesta in prestito, ma Piotr se la fece dare da Bella con un pretesto. Neanche Piotr tenne il libro a lungo: non solo non capiva affatto il polacco, ma non ne leggeva neppure i caratteri. Il volume, nei giorni successivi, girò di mano in mano, e finì con l' essere considerato proprietà collettiva. Avevano tutti una gran voglia di andare al cinema. Gedale forse più di tutti, ma aveva letto sul giornale polacco che gli americani avevano passato il Reno a Remagen ed avevano conquistato Colonia. _ Gli andremo incontro: con loro saremo più sicuri. È ora di ripartire _. Si strapparono malvolentieri alle lusinghe della vita cittadina; a Rawicz i profughi, da qualunque parte del mondo venissero, avevano la vita facile. Per le strade giravano militari inglesi, americani, australiani, neozelandesi, tutti ex prigionieri di guerra; e poi francesi, jugoslavi, italiani, che avevano lavorato (volontariamente o no) nelle fabbriche tedesche. La popolazione era gentile ed ospitale con tutti, anche con gli ebrei di Gedale, che si confondevano sullo sfondo multicolore. Ripartirono a sera tarda in direzione di Glogau; riposarono per qualche ora fermi su una stradina fra i campi, avvolti nelle coperte, nel cassone che era ormai la loro casa. Poco prima dell' alba si rimisero in cammino: subito dopo una curva i fari del camion inquadrarono un altro veicolo fermo, rivolto verso di loro, e Isidor fu costretto a frenare. _ Sterza, gettati nei campi! _ gli gridò Gedale, ma era troppo tardi. Una squadra di soldati russi in armi aveva circondato il camion; tutti furono obbligati a scendere. Quei russi erano di pessimo umore perché il loro autocarro si era impantanato: aveva i pneumatici talmente consumati che non facevano più alcuna presa sulla neve. Il loro caporale era furibondo. Stava coprendo di insolenze il guidatore, e quando ebbe fra le mani i gedalisti riversò tutta la sua collera su di loro. Chiese: _ Dove andate? _ A Glogau, _ rispose Gedale. _ Glogau niente. Avanti, giù tutti, dateci una mano. Non avete capito? Muovetevi, parassiti, fannulloni, maledetti forestieri! Parlando in jiddisch, Gedale disse svelto: _ Nascondere le armi sotto le coperte. Obbedire senza fare storie _. Poi, rivolto a Pavel e Mendel: _ Parlate voi due, in russo. I polacchi stiano zitti. Nelle luci incrociate dei fari dei due veicoli nacque una confusione spaventosa. Cinquanta uomini, quanti erano i russi più i gedalisti, non trovavano materialmente posto intorno al camion impantanato, ma il caporale, a furia di insulti e bestemmie, ricacciava nella mischia tutti quelli che si ritiravano in disparte. Erano tentativi inutili: gli stivali dei soccorritori slittavano nel fango, e comunque il camion era così pesante che a forza di braccia non lo si sarebbe certo potuto rimettere in via. Mendel disse a Gedale: _ Gli offriamo di tirarlo fuori a rimorchio? Le nostre gomme sono nuove. _ Prova. Forse si rabbonisce e ci lascia andare. _ Compagno caporale, _ disse Mendel, _ se avete una buona corda o una catena possiamo provare a tirarvi fuori a rimorchio. Il russo lo guardò come se un cavallo avesse parlato. Mendel dovette ripetere la sua offerta, dopo di che il caporale riprese subito ad insultare i suoi uomini perché l' idea non era venuta prima a loro. La corda c' era, anzi, un cavetto d' acciaio, robusto ma un po' troppo corto. La manovra riuscì; il camion di Gedale, alle prime luci del giorno, partì a marcia indietro rimorchiando piano piano il veicolo dei russi, naso contro naso: la strada era troppo stretta per tentare di invertire la posizione del 3-ro, e uscire nei campi significava impantanarsi con quasi certezza. Isidor, che era costretto a guidare sporgendosi con mezzo corpo fuori del finestrino, se la cavò con lode, ma il caporale, invece di mostrare gratitudine, continuava a imprecare e a gridare: _ Più in fretta, più in fretta! Finalmente, dopo un chilometro circa, la stradina sboccò sulla strada provinciale. Si fermarono, e Mendel scese per sganciare il cavo di rimorchio. Dalla cabina, Gedale gli disse: _ Salutali e auguragli buon viaggio; sii più gentile che puoi, che non gli venga in mente di perquisirci. _ E se gli viene in mente? _ Li lasciamo fare: non vorrai mica dare battaglia ai russi. Vedremo come si mette e quale bugia raccontargli. Si mise subito male, e non ci fu occasione di dire bugie. Appena sceso a terra, e senza dire una parola, il caporale fece un cenno ai suoi soldati, che di nuovo circondarono il camion. Fecero scendere l' intera banda e frugarono nel cassone, trovando subito le armi nascoste sotto le coperte: non però le pistole e i coltelli che i gedalisti portavano addosso. Fu inutile protestare e supplicare; il caporale non sentì ragione, li suddivise sotto buona scorta nei due camion, mise un suo uomo al volante del 3-ro e diede il segnale della partenza. _ Dove ci porti? _ osò chiedere Pavel. _ Non volevate andare a Glogau? _ rispose il caporale: _ Bene, vi ci portiamo noi. Dovreste essere contenti _. Fino a Glogau non aprì più bocca e non rispose alle loro domande. Glogau, sormontata da una torva fortezza, era la prima città tedesca in cui la banda si imbatteva. Era (ed è) un centro minerario, ed apparve loro squallida, nera di polvere di lignite, attorniata da dozzine di pozzi, ognuno dei quali era stato trasformato dai tedeschi in un piccolo Lager. I russi avevano occupato Glogau da poche settimane; non ne avevano alterato l' aspetto né cambiata la destinazione, ma nei pozzi di lignite, invece dei lavoratori schiavi dei Lager nazisti, discendevano adesso prigionieri di guerra tedeschi, trasferiti in poche ore dal fronte alla miniera. Nei Lager in miniatura i russi accumulavano alla rinfusa tutte le persone disperse o sospette che l' Armata Rossa incontrava nella zona. Con i gedalisti non andarono per il sottile. Tutto finì in cinque minuti: non li perquisirono, non li interrogarono neppure, il 3-ro sparì, e per la prima volta i combattenti di Kossovo, di Ljuban e di Novoselki conobbero l' assedio umiliante del filo spinato. Il recinto a cui erano stati assegnati conteneva già una cinquantina di internati, ebrei polacchi, tedeschi, francesi, olandesi e greci che i russi avevano liberato dal Lager di Gross-Rosen. Le baracche erano riscaldate, i russi fornivano cibo irregolarmente ma sempre in abbondanza, il fronte si allontanava e le giornate si allungavano ormai rapidamente, ma questi ex prigionieri non uscivano dal loro isolamento. Parlavano poco e sottovoce, e di rado sollevavano gli occhi da terra. I gedalisti tentarono invano di stabilire un contatto con loro: soddisfatti i bisogni primari, sembravano non avere più desideri né interessi né curiosità. Non facevano domande, e alle domande non rispondevano. C' erano anche donne: avevano ancora indosso l' abito a righe, zoccoli di legno ai piedi, e i loro capelli avevano appena ricominciato a crescere. Al termine della seconda notte Mendel uscì dalla baracca per andare alla latrina. Appena varcata la soglia urtò contro un corpo umano e lo sentì oscillare inerte; era ancora caldo, pendeva impiccato dalle travi del soffitto. Il fatto si ripeté nei giorni successivi, come un' ossessione silenziosa. Schmulek si separò dai gedalisti e si aggregò agli ex prigionieri. Invece, a poco a poco, Sissl dapprima, poi le altre donne della banda, infine tutti i gedalisti, riuscirono a vincere le resistenze di una delle donne del Lager. Si chiamava Francine e veniva da Parigi, ma attraverso una lunga via: era stata deportata prima ad Auschwitz, di qui ad un piccolo Lager presso Breslavia, ed infine, quando i russi erano stati vicini, e quando i tedeschi avevano evacuato tutti i Lager della zona costringendo i prigionieri ad una insensata marcia a piedi verso una nuova prigionia, lei era riuscita a fuggire. Francine era dottoressa, ma in Lager non aveva potuto esercitare il suo mestiere perché non sapeva bene il tedesco; tuttavia ne aveva imparato abbastanza da poter raccontare quello che aveva visto. Era stata fortunata: ogni ebreo vivo era una persona fortunata. Ma lei aveva avuto altre fortune; aveva ancora i capelli, come dottoressa non glieli avevano tagliati, i tedeschi hanno regole precise. Francine si dichiarava ebrea, ma non assomigliava a nessun ebreo che i gedalisti avessero mai incontrato. Anzi, non le avrebbero neppure creduto, se non avessero pensato che a dichiararsi ebrei quando non lo si è non c' è nessun vantaggio. Non parlava jiddisch, non lo capiva e raccontò che quando era a Parigi non sapeva neppure che lingua fosse; ne aveva sentito parlare vagamente, credeva che fosse una specie di ebraico corrotto. Aveva trentasette anni; non si era mai sposata, aveva vissuto prima con un uomo, poi con un altro; era pediatra, le piaceva il suo lavoro, aveva uno studio proprio al centro di Parigi, e a suo tempo aveva fatto bellissime vacanze, crociere nel Mediterraneo, viaggi in Italia e in Spagna, sci e pattinaggi nelle Dolomiti. Certo, era stata ad Auschwitz, ma preferiva parlare di altro, della vita di prima. Francine era alta e snella, aveva i capelli rosso-bruni ed un viso severo e devastato. Il suo incontro con la banda di Gedale fu pieno di stupori reciproci. Sì, nel Lager lei aveva imparato a conoscere le ebree dell' Europa orientale, ma non erano come le cinque donne della banda. Non aveva amato le sue compagne, le aveva sentite straniere, cento volte più lontane delle sue amiche francesi cristiane. Aveva provato fastidio e compassione per la loro passività, la loro ignoranza, i loro modi primitivi, la rassegnazione muta con cui andavano in gas .... In gas? La parola era nuova. Francine dovette spiegare, e lo fece con parole brevi, senza guardare in faccia i combattenti ebrei che la interrogavano, quasi come giudici. In gas, certo, come potevano non saperlo? a migliaia, a milioni; lei non sapeva quanti, ma le donne del Lager le fondevano intorno, giorno dopo giorno. Ad Auschwitz la regola era di morire, vivere era un' eccezione, lei era un' eccezione appunto, ogni ebreo vivo era un fortunato. E lei? Come era sopravvissuta lei? _ Non lo so, _ disse. Anche Francine, come Schmulek, come Edek, quando parlava di morte abbassava la voce. Non lo so: ho incontrato una francese che era dottoressa nell' infermeria, mi ha aiutato, mi dava da mangiare, per un po' di tempo mi ha fatto lavorare come infermiera. Ma questo non sarebbe bastato, molte donne mangiavano più di me e morivano ugualmente, si lasciavano andare a fondo. Io ho resistito, ma non so perché; forse perché amavo la vita più di loro, o perché credevo che la vita avesse un senso. È strano: era più facile crederlo laggiù che non qui. In Lager nessuno si uccideva. Non c' era tempo, c' era altro da pensare, al pane, ai foruncoli. Qui c' è tempo, e la gente si uccide. Anche per la vergogna. _ Quale vergogna? _ chiese Line: _ Si ha vergogna di una colpa, e loro non hanno colpa. _ Vergogna di non essere morti, _ disse Francine. _ Ce l' ho anch' io: è stupido ma ce l' ho. È difficile spiegarla. È l' impressione che gli altri siano morti al tuo posto; di essere vivi gratis, per un privilegio che non hai meritato, per un sopruso che hai fatto ai morti. Essere vivi non è una colpa, ma noi la sentiamo come una colpa. Gedale non si staccava da Francine, Bella ne era gelosa, e Gedale non si curava della gelosia di Bella. _ Eh già, _ diceva Bella, _ lui fa sempre così, gli viene naturale. Gli interessano le forestiere, corre sempre dietro all' ultima che incontra. Alle domande di Gedale e degli altri, Francine rispondeva con volubilità nervosa. Era stata infermiera, sì; aveva compassione per le malate, ma qualche volta le picchiava. Non per far loro del male, solo per difendersi, non sapeva come spiegare, difendersi dalle loro richieste, dai loro lamenti. Lei sapeva del gas, tutte le anziane sapevano, ma non lo diceva alle nuove arrivate, non avrebbe servito a niente. Scappare? Una pazzia: scappare dove? E lei, poi, che parlava male il tedesco e niente il polacco? _ Vieni con noi, _ le disse Sissl, _ adesso tutto è finito, sarai il nostro medico. _ E fra qualche mese nascerà anche un bambino. Mio figlio, _ aggiunse Isidor. _ Non sono come voi, _ rispose Francine, _ io torno in Francia, è il mio paese _. Vide in mano a Bella il romanzo, lesse "Victor Hugo", e se ne impadronì con un grido di gioia: _ Oh, un libro francese! _; ma subito vide il titolo polacco, indecifrabile, e rese il volume a Bella che riprese a leggerlo con freddezza ostentata. Per qualche giorno Pavel si arrabattò a corteggiare Francine, con la grazia di un orso; ma lei rideva del suo francese orecchiato nei cabarets, e Pavel si ritirò senza drammi, anzi, con qualche vanteria borbottata fra i denti: _ Non era il mio tipo, gliel' ho fatto capire. Troppo fine, troppo delicata: un po' meschugge, sarà effetto dei guai che ha patito, ma non pensa che a mangiare. L' ho vista io, tutte le briciole che trova se le ficca in tasca. E si lava troppo. Nel campo di Glogau il tempo passava in un modo strano. I giorni erano vuoti, tutti uguali, colavano via noiosi e lunghi, ma nel ricordo si appiattivano, diventavano corti e si confondevano l' uno con l' altro. Passavano le settimane, i russi erano distratti, spesso anche ubriachi, ma non davano permessi d' uscita. Nel recinto c' era un andirivieni continuo: arrivavano prigionieri di tutte le nazionalità e condizioni, altri venivano rilasciati in virtù di criteri indecifrabili. Partirono i greci, poi i francesi e Francine con loro; i polacchi e i tedeschi rimasero. Il comandante del campo era gentile, ma si stringeva nelle spalle: lui non sapeva niente, non dipendeva da lui, eseguiva gli ordini che riceveva dai Comandi. Gentile ma fermo; di fatto la guerra era vinta, ma si combatteva ancora, e non lontano: intorno a Breslavia, ed anche sui monti dei Sudeti occidentali. Le disposizioni erano severe, nessuno doveva ingombrare le strade. _ Abbiate pazienza ancora per qualche giorno, e non chiedetemi cose che non vi posso concedere. E non tentate di evadere; è una cortesia che vi chiedo. Gentile, fermo e curioso. Chiamò Gedale nel suo ufficio, poi tutti gli altri ad uno ad uno. Era mutilato della mano sinistra, e portava sul petto una medaglia d' argento e una di bronzo; dimostrava una quarantina d' anni, era magro e calvo, scuro di carnagione, aveva grosse sopracciglia nere, parlava con voce tranquilla ed educata e sembrava molto intelligente. _ Secondo me, non è molto tempo che il capitano Smirnov si chiama Smirnov, _ dichiarò Gedale di ritorno dall' interrogatorio. _ Che vuoi dire? _ chiese Mottel che non era ancora stato chiamato. _ Voglio dire che è riuscito a farsi cambiare il nome. Che è ebreo, ma non vuole che lo si sappia. Vedete un po' anche voi, quando verrà il vostro turno, ma siate cauti. _ Che cosa dobbiamo dire e non dire? _ chiese Line. _ Dire il meno possibile. Che siamo ebrei, va da sé. Che fossimo armati non lo possiamo negare; se ve lo chiede, ammettete di essere partigiani, è sempre meglio che passare per banditi. Insistete sul fatto che abbiamo combattuto contro i tedeschi: dite dove e quando. Silenzio sulla banda di Edek e sui contatti con l' Organizzazione Ebraica di Combattimento. Silenzio, se possibile, anche sul camion, perché l' abbiamo fatta un po' grossa; alla peggio, dite che l' abbiamo trovato in avaria e l' abbiamo riparato. Sul resto è meglio essere vaghi: dove andiamo e da dove veniamo. Chi è stato nell' Armata Rossa se lo tenga per sé: tu soprattutto, Piotr; preparati una storia che stia in piedi. Ma non credo che sia della polizia, è curioso in proprio, e noi gli interessiamo. Il turno di Mendel venne alla fine di aprile, quando già si aprivano le gemme delle betulle e la pioggia insistente aveva lavato via dai tetti delle baracche la polvere bruna della lignite. Le notizie della guerra erano trionfali: Bratislava e Vienna erano cadute, le truppe del 1ä Fronte Ucraino combattevano già nei sobborghi di Berlino. Anche sul fronte occidentale la Germania era in agonia, gli americani erano a Norimberga, i francesi a Stoccarda e a Berchtesgaden, gli inglesi sull' Elba. In Italia, gli Alleati avevano raggiunto il Po, ed a Genova, Milano, Torino i partigiani italiani avevano cacciato i nazisti prima ancora che arrivassero le truppe liberatrici. Il capitano Smirnov era elegante nella sua uniforme ben stirata, parlava un russo senza accento, e trattenne Mendel per quasi due ore, offrendogli whisky irlandese e sigari cubani. La favola che Mendel si era preparata, del resto poco plausibile, si rivelò superflua: Smirnov sapeva parecchio di lui, non soltanto il suo nome, patronimico e cognome. Sapeva dove e quando era rimasto disperso, conosceva i fatti di Novoselki e di Turov. Gli fece invece molte domande sull' incontro con la banda di Venjamìn. Chi lo aveva informato? Ulybin stesso? Polina Gelman? I due messaggeri dell' aereo? Mendel non riuscì a stabilirlo. _ È stato dunque questo Venjamìn che non vi ha voluti? E perché? Mendel si tenne sul vago: _ Non so. Non saprei dire: un capo partigiano dev' essere diffidente, e per quei boschi girava gente d' ogni sorta. O forse non ci ha giudicati adatti a entrare nella sua banda, noi non conoscevamo quella zona .... _ Mendel Nachmanovic, anzi, Mendel ben Nachman, _ disse Smirnov sottolineando il patronimico ebraico, con me puoi parlare. Ti vorrei convincere che io non sono un inquisitore, anche se raccolgo notizie e faccio domande. Ecco, io vorrei scrivere la tua storia, perché non vada perduta. Vorrei scrivere le storie di tutti voi, dei soldati ebrei dell' Armata Rossa che hanno fatto la tua scelta, e che sono rimasti russi ed ebrei anche quando i russi gli hanno fatto intendere, con le parole o coi fatti, che bisognava decidere, che non si poteva essere l' uno e l' altro. Non so se ci riuscirò, e se scriverò questo libro non so se lo potrò pubblicare: i tempi possono cambiare, forse in meglio, forse in peggio. Mendel tacque, attonito, perplesso, combattuto fra la reverenza e il sospetto. Per antica abitudine, diffidava di chi mostra benevolenza e fa domande. Smirnov riprese: _ Non ti fidi, e non hai torto. Anch' io so le cose che tu sai; anch' io mi fido di pochi, e mi sforzo spesso di resistere alla tentazione di fidarmi. Pensaci su; ma una cosa ti voglio dire, ammiro te e i tuoi compagni, e vi invidio anche un poco. _ Ci invidi? Non siamo da invidiare. Non abbiamo avuto un cammino facile. Perché ci invidi? _ Perché la vostra scelta non vi è stata imposta. Perché avete inventato il vostro destino. _ Compagno capitano, _ disse Mendel, _ la guerra non è finita, e non sappiamo se questa guerra non ne partorirà un' altra. Forse è presto per scrivere la nostra storia. _ Lo so, _ disse Smirnov. _ So che cosa è la guerra partigiana. So che a un partigiano può capitare di aver fatto, visto o detto cose che non deve raccontare. Ma so anche che quanto voi avete imparato nelle paludi e nel bosco non deve andare perduto; e non basta che sopravviva in un libro. Smirnov aveva pronunciato queste ultime parole staccando le sillabe e guardando Mendel fisso negli occhi. _ Che cosa vuoi dire? _ chiese Mendel. _ So dove andate, e so che la vostra guerra non è finita. Ricomincerà, fra qualche anno, non saprei dire quando, e non più contro i tedeschi. Non per la Russia, ma con l' aiuto della Russia. Ci sarà bisogno di gente come te, per esempio; potresti insegnare ad altri le cose che hai imparato, al fronte di Kursk, a Novoselki, a Turov, e forse anche altrove. Pensaci, artigliere: pensa anche a questo. Mendel si sentiva come afferrato da un' aquila e trascinato in alto nel cielo. _ Compagno capitano, _ disse, _ questa guerra non è ancora finita e tu già mi parli di un' altra. Noi siamo gente stanca, abbiamo fatto e sopportato molte cose, e molti di noi sono morti. _ Non ti posso dare torto. E se tu mi dicessi che vuoi ricominciare a fare l' orologiaio, neppure ti saprei dare torto. Ma pensaci su. Il capitano versò whisky per Mendel e per sé, alzò il bicchiere e disse "L' khàyim!" Mendel alzò il capo di scatto: questa espressione è l' equivalente ebraico di "Alla tua salute!", e si dice appunto quando si beve; ma ha una risonanza più ampia, perché letteralmente significa "Alla vita!" Pochi russi la conoscono, e di solito la pronunciano male; invece Smirnov aveva riprodotto con correttezza l' aspirazione dura del kh. Nei giorni seguenti Smirnov chiamò a colloquio ad uno ad uno tutti i gedalisti, alcuni anche più di una volta. Con tutti fu estremamente gentile, ma sulla sua persona e sulla sua vera identità nacquero discussioni a non finire. Un ebreo convertito; un ebreo mascherato; un ebreo che si finge cristiano, o un cristiano che si finge ebreo. Uno storico. Un ficcanaso. Molti lo giudicarono per lo meno ambiguo, alcuni dissero chiaro e tondo che quello era una spia dell' NKVD, solo un po' più abile della norma; ma la maggior parte dei gedalisti, e fra questi Mendel e Gedale stesso, ebbero fiducia in lui e raccontarono le imprese della banda e le loro vicende personali, perché, come si dice, "Ibergekùmene tsòres iz gut tsu dertséyln", è bello raccontare i guai passati. Il proverbio vale in tutte le lingue del mondo, ma in jiddisch suona particolarmente appropriato. Nei giorni tumultuosi e memorabili in cui finì la Seconda Guerra Mondiale sui fronti europei, all' inizio del maggio 1945, il comando russo che amministrava la costellazione dei piccoli Lager di Glogau sparì come per un incantesimo. Di notte, senza saluti, senza congedi, se ne andarono tutti, compreso il capitano Smirnov: nessuno seppe se trasferiti o smobilitati o semplicemente assorbiti dalla frenesia collettiva dell' Armata Rossa ubriaca di vittoria. Non c' erano più sentinelle, i cancelli erano aperti, i magazzini saccheggiati; ma, inchiodato dall' esterno alla porta della loro baracca, i gedalisti trovarono un biglietto scarabocchiato in gran fretta: Dobbiamo partire. Scavate dietro il camino delle cucine; c' è un regalo per voi, a noi non serve più. Buona fortuna. Smirnov Dietro le cucine trovarono qualche bomba a mano, tre pistole, una pistola mitragliatrice tedesca, una piccola scorta di munizioni, una carta militare della Sassonia e della Baviera, ed una mazzetta di ottocento dollari. La banda di Gedale si mise in cammino ancora una volta: non più di notte, non più per sentieri furtivi né in terre deserte e selvagge, ma per le strade della Germania già prospera e superba ed ora devastata, fra due siepi di visi sigillati, segnati dall' impotenza nuova, da cui il vecchio odio traeva nuovo alimento. _ Prima regola, non separarci, _ aveva detto Gedale; marciavano per lo più a piedi, chiedendo occasionalmente un passaggio ai veicoli militari sovietici, ma solo se la loro capienza era sufficiente a caricare tutti. Ròkhele Bianca entrava ormai nel settimo mese di gravidanza: solo a lei Gedale consentiva di farsi trasportare su qualche carro a cavalli, ma allora l' intera banda si disponeva a scorta. Sullo sfondo indifferente della campagna primaverile, quelle strade brulicavano di un' umanità bipartita, afflitta e festante. Cittadini tedeschi, a piedi o su carri, rientravano nelle città diroccate, ciechi di stanchezza; su altri carri affluivano i contadini, ad alimentare il mercato nero. A contrasto, soldati sovietici, in bicicletta, in motocicletta, su veicoli militari, su automobili requisite, correvano come impazziti nei due sensi, cantando, suonando, sparando per aria. Per poco i gedalisti non furono travolti da un camion Dodge su cui erano caricati due pianoforti a coda: due ufficiali in divisa vi stavano suonando all' unisono, con impegno e solennità, l' "Ouverture 1.12" di Cajkovskij, mentre il guidatore si destreggiava fra i carri con sterzate brusche, pigiando la sirena a tutta forza e senza curarsi dei pedoni che si trovava davanti. Ex prigionieri di tutte le nazionalità si spostavano in gruppi o solitari, uomini e donne, civili in panni borghesi laceri, militari alleati nelle loro divise khaki con le grosse lettere KG sulla schiena: tutti sulla via del rimpatrio o alla ricerca di una sistemazione qualsiasi. Verso la fine di maggio la banda si accampò alle porte del villaggio di Neuhaus, non lontano da Dresda. Da quando avanzavano in terra tedesca si erano accorti che era quasi impossibile comperare viveri nei centri più grandi, semidistrutti, semivuoti ed affamati. Pavel, Ròkhele Nera ed altri due uomini, in missione di approvvigionamento, bussarono alla porta di una casa colonica, due, tre volte; non rispose nessuno. _ Entriamo? _ propose Pavel. Gli scuri delle finestre erano stati dipinti di fresco, con vernice dai colori vivaci. Cedettero subito, ma dietro non c' erano i vetri: c' era una parete compatta di cemento armato, ed in corrispondenza della finestra si apriva la strombatura di una feritoia. Non era una cascina, ma un bunker camuffato, ora abbandonato e vuoto. Il villaggio, invece, brulicava di gente. Era cinto da mura, e dalle porte entravano ed uscivano uomini anziani e donne, dall' aria furtiva e famelica, trascinando carrettini con viveri o cianfrusaglie. Ai lati del portale stavano due guardiani dal volto duro, in borghese, apparentemente disarmati. _ Che cosa volete? _ chiesero ai quattro, che avevano riconosciuto come forestieri. _ Comprare roba da mangiare, _ rispose Pavel nel suo miglior tedesco. Una delle sentinelle fece con la testa cenno di entrare. Il villaggio non era stato danneggiato. Le viuzze acciottolate correvano racchiuse fra pittoresche facciate dai colori vivaci intersecate dai travi a vista dipinti di nero. Lo sfondo era sereno, ma la presenza umana era inquietante. Le strade erano gremite di gente che camminava in tutte le direzioni, apparentemente senza meta né scopo: persone anziane, bambini, mutilati. Non si vedevano uomini validi. Anche le finestre erano piene di volti timorosi e diffidenti. _ Sembra un ghetto, _ mormorò Ròkhele, che era stata a Kossovo. _ Lo è, _ rispose Pavel; _ devono essere profughi da Dresda. Adesso tocca a loro _. Avevano parlato in jiddisch, e forse a voce troppo alta, perché una donna dal corpo massiccio, infilata in un paio di stivali da uomo, si volse ad un vecchio che l' accompagnava e gli disse con ostentazione: _ Eccoli qui di nuovo, più sfrontati di prima _. Poi, rivolgendosi direttamente ai quattro ebrei, aggiunse: _ Il vostro posto non è qui. _ E dove, allora? _ disse Pavel in buona fede. _ Dietro il filo spinato, _ rispose la donna. Pavel, d' impeto, la afferrò per i risvolti del cappotto, ma subito la lasciò andare perché con la coda dell' occhio aveva visto che intorno a loro si stava formando assembramento. Allo stesso istante udì sopra il suo capo un colpo secco, e al suo fianco Ròkhele barcollò e cadde prona. La gente che stava intorno sparì in un attimo, anche le finestre si svuotarono. Pavel si inginocchiò accanto alla ragazza: respirava, ma le sue membra erano flosce, inerti. Non sanguinava, non si vedevano ferite. _ È svenuta; portiamola via, _ disse agli altri due. Al campo, Sissl e Mendel la esaminarono meglio. La ferita c' era sì, quasi invisibile, nascosta sotto la folta capigliatura nera: un foro netto poco al di sopra della tempia sinistra; non c' era foro di uscita, la pallottola era rimasta nel cranio. Gli occhi erano chiusi; Sissl sollevò le palpebre e vide solo il bianco della sclera, le iridi erano girate all' in su, nascoste dentro le orbite. Ròkhele respirava sempre più leggermente, irregolarmente, e non aveva più polso. Finché visse, nessuno osò parlare, come per timore di spezzare quel soffio; a sera la ragazza era morta. Gedale disse: _ Andiamo, con tutte le armi. Partirono a notte, tutti; rimasero nel campo solo Bella e Sissl a scavare la fossa, e la Bianca a recitare la preghiera dei morti sul corpo della sua compagna nera. Le armi non erano molte, ma la collera li spingeva come la tempesta spinge una nave. Una donna, di vent' anni, neppure una guerriera; una donna scampata al ghetto e a Treblinka, uccisa in tempo di pace, a tradimento, senza motivo, da una mano tedesca. Una donna senz' armi, operosa gaia e spensierata, quella che accettava tutto e non si lamentava mai, la sola che non conoscesse la paralisi della disperazione, la fuochista di Mendel, la donna di Piotr. Era Piotr il più furente, ed anche il più lucido. _ Al Rathaus, _ disse breve: _ Quelli che contano saranno lì _. Raggiunsero rapidi e silenziosi la porta del villaggio; le sentinelle non c' erano, irruppero di corsa per le vie deserte, mentre a Mendel tornavano a mente immagini lontane, sbiadite ed importune, immagini che ti inceppano invece di sospingerti. Simone e Levi che vendicano col sangue l' affronto fatto dai Sichemiti alla sorella Dina. Era stata giusta quella vendetta? Esiste una vendetta giusta? Non esiste; ma sei uomo, e la vendetta grida nel tuo sangue, e allora corri e distruggi e uccidi. Come loro, come i tedeschi. Accerchiarono il Rathaus. Piotr aveva ragione: a Neuhaus mancava ancora l' energia elettrica, le strade erano buie, e buie la maggior parte delle finestre, ma quelle del primo piano del municipio erano debolmente illuminate. Piotr aveva chiesto ed ottenuto la pistola automatica donata da Smirnov; dall' ombra dove si era nascosto, con due soli colpi singoli, uccise i due uomini che stavano di guardia davanti all' ingresso. _ Presto, adesso! _ gridò. Corse alla porta e tentò convulsamente di sfondarla, prima col calcio della pistola, poi a spallate. Era pesante e resisteva, e già si sentivano voci concitate all' interno. Arié e Mendel si scostarono dalla facciata, e simultaneamente gettarono ciascuno una bomba a mano contro le finestre illuminate; piovvero in strada schegge di vetro, passarono tre lunghissimi secondi, poi si udirono le due esplosioni: tutte le finestre del piano si sfondarono e vomitarono fuori frammenti di legno e carte. Intanto Mottel cercava inutilmente di aiutare Piotr ad aprire la porta. _ Aspetta! _ gli gridò; si arrampicò in un lampo alla finestra del piano terreno, sfondò i vetri con un colpo d' anca e saltò all' interno. Pochi secondo dopo lo si sentì sparare tre, quattro colpi dalla sua pistola, e subito dopo la serratura della porta fu aperta dall' interno. _ Voi rimanete qui fuori, e non lasciate scappare nessuno! _ ordinò Piotr a quattro degli uomini di Ruzany; lui e tutti gli altri si precipitarono su per le scale, scavalcando il corpo di un uomo anziano che giaceva di traverso sugli scalini. Nella sala del consiglio stavano quattro uomini con le braccia alzate; altri due erano morti, e il settimo gemeva in un angolo e si agitava debolmente. _ Chi è il borgomastro? _ urlò Gedale; ma già Piotr aveva premuto il grilletto a raffica ed aveva falciato tutti. Nessuno era intervenuto, nessuno era sfuggito, e i quattro uomini messi a guardia non avevano visto avvicinarsi nessuno. Nelle cantine del Rathaus i gedalisti trovarono pane, prosciutti e lardo, e tornarono al campo carichi e indenni, ma Gedale disse: _ Di qui ce ne dobbiamo andare. Seppellite la Nera, smontate le tende, e subito in marcia: gli americani sono a trenta chilometri. Camminavano nella notte, con fretta, e rimorso per la vendetta facile, e sollievo perché tutto era finito. La Bianca marciava con coraggio, aiutata a turno dagli altri perché non rimanesse indietro. Mendel si trovò a camminare in testa alla colonna, fra Line e Gedale. _ Li avete contati? _ chiese Line. _ Dieci, _ rispose Gedale. _ Due accanto alla porta, uno lo ha ucciso Mottel per le scale, sette nel salone. _ Dieci contro uno, _ disse Mendel. _ Abbiamo fatto come loro: dieci ostaggi per un tedesco ucciso. _ Il tuo conto è sbagliato, _ disse Line. _ I dieci di Neuhaus non vanno sul conto di Ròkhele. Vanno sul conto dei milioni di Auschwitz. Ricordati di quello che ha raccontato la francese. Mendel disse: _ Il sangue non si paga col sangue. Il sangue si paga con la giustizia. Chi ha sparato alla Nera è stato una bestia, ed io non voglio diventare una bestia. Se i tedeschi hanno ucciso col gas, dovremo uccidere col gas tutti i tedeschi? Se i tedeschi uccidevano dieci per uno, e noi faremo come loro, diventeremo come loro, e non ci sarà pace mai più. Gedale si intromise: _ Forse hai ragione, Mendel. Ma allora, come si spiega che io adesso mi sento meglio? Mendel si guardò dentro, poi ammise: _ Sì, anch' io mi sento meglio, ma questo non dimostra niente. A Neuhaus erano profughi da Dresda. Lo ha raccontato Smirnov: a Dresda sono morti centoquarantamila tedeschi in una sola notte. Quella notte, a Dresda, c' era un fuoco che ha fuso la ghisa dei lampioni. _ Non siamo stati noi a bombardare Dresda, _ disse Line. _ Basta, _ disse Mendel. _ È stata l' ultima battaglia. Camminiamo, andiamo dagli americani. _ Andiamo a vedere che faccia hanno, _ disse Gedale, che non sembrava troppo coinvolto dai problemi che preoccupavano Mendel. _ La guerra è finita: è difficile da capire, lo capiremo a poco a poco, ma è finita. Domani farà giorno e non ci sarà più da sparare né da nascondersi. È primavera, e da mangiare ne abbiamo, e tutte le strade sono aperte. Andiamo a cercare un posto nel mondo dove lui possa nascere in pace. _ Lui chi? _ chiese Line. _ Il bambino. Nostro figlio, il figlio dei due innocenti. Si inoltrarono nella terra di nessuno con gli animi divisi. Erano incerti e timidi, si sentivano lavati a nuovo, come pagine bianche, ritornati bambini. Bambini adulti e selvaggi, maturati nei disagi, nell' isolamento, nei bivacchi e nella guerra, disadatti davanti alla soglia dell' Occidente e della pace. Ecco, sotto i loro stivali venti volte rappezzati, il suolo della nemica, della sterminatrice, la Germania-Deutschland-Dajcland-Niemcy: una campagna nitida, non toccata dalla guerra, ma attenzione, non è che apparenza, la Germania vera è quella delle città, quella intravista a Glogau e a Neuhaus, quella di Dresda, Berlino e Amburgo di cui avevano sentito raccontare con raccapriccio. È quella la vera Germania, quella che si era ubriacata di sangue e aveva dovuto pagare; un corpo prostrato, ferito a morte, già corrotto. Nudo: insieme con l' allegria barbarica della rivincita, provavano un disagio nuovo; si sentivano indiscreti ed impudichi, come chi scopre una nudità vietata. Ai due lati della strada si vedevano case con le finestre sbarrate, come occhi spenti o che non vogliano vedere; alcune ancora coperte dal tetto di paglia, altre scoperchiate, o con il tetto bruciato. Campanili smozzicati, campi sportivi su cui già crescevano erbacce. Nei centri abitati, mucchi di macerie su cui si leggevano cartelli: "Non calpestare: corpi umani"; lunghe code davanti ai pochi negozi aperti, e cittadini affaccendati a cancellare e scalpellare i simboli del passato, quelle aquile e croci uncinate che avrebbero dovuto durare mille anni. Ai balconi sventolavano strane bandiere rosse: recavano ancora l' ombra della svastica nera che ne era stata scucita in gran fretta; ma presto, al progredire del loro cammino, le bandiere rosse si fecero più rade e infine sparirono. Gedale disse a Mendel: _ Se il tuo nemico cade, non rallegrarti; ma non aiutarlo a rialzarsi. La linea di demarcazione fra i due eserciti non era ancora stata consolidata. Al mattino del secondo giorno di marcia si trovarono in un dolce paese verde e bruno, collinoso, cosparso di fattorie e di ville; sui campi i contadini erano già al lavoro. _ Americani? _; i contadini si stringevano nelle spalle con diffidenza ed accennavano vagamente a ovest. _ Russi? _ Niente russi; qui nessun russo. Si trovarono in mezzo agli americani senza accorgersi del trapasso. Le prime pattuglie in cui si imbatterono sbirciarono senza interesse la carovana sbrindellata dei gedalisti: in Germania non c' erano che profughi, avevano visto di peggio. Solo a Scheibenberg una ronda li fermò e li scortò al comando tappa. Il piccolo ufficio, ricavato al piano terreno di una villa requisita, traboccava di gente, quasi tutti tedeschi, evacuati dalle città bombardate o in fuga davanti all' Armata Rossa. Gli uomini della banda lasciarono i bagagli (e le armi nascoste nei bagagli) alla custodia di Mottel e si misero ordinatamente in coda. _ Parla tu per tutti, _ disse Gedale a Pavel. Pavel era intimidito: _ Ma l' inglese io non lo so. Faccio finta di saperlo, mastico solo le parole, come fanno gli attori e i pappagalli. _ Non importa, ti interrogherà in tedesco. Tu rispondi in cattivo tedesco, di' che siamo italiani e che andiamo in Italia. _ Non mi crederà. Non abbiamo l' aria di italiani. _ Tu prova. Se va bene, bene; se va male, vedremo. Non rischiamo molto, Hitler adesso non c' è più. L' americano che sedeva dietro la scrivania era sudato, scamiciato ed annoiato, ed interrogò Pavel in un tedesco sorprendentemente buono; tanto che Pavel dovette faticare non poco per inventarsi un linguaggio che suonasse credibile in bocca a un italiano. Fortunatamente l' americano sembrava del tutto indifferente a quello che Pavel diceva, a come lo diceva, alla banda, alla sua composizione, alle sue intenzioni, al suo passato e al suo futuro. Dopo qualche istante disse a Pavel: _ Per favore, sia più conciso _; dopo un altro minuto lo interruppe e gli disse di aspettare fuori della villa, lui e i suoi compagni. Pavel uscì, tutti si rimisero gli zaini in spalla, e se ne andarono da Scheibenberg "con la mano levata". Gedale disse: _ Non è detto che tutti gli americani siano così distratti, e non sappiamo quali accordi ci siano fra russi e americani. A buon conto, chi ha ancora uniformi e distintivi sovietici addosso o nel bagaglio, è meglio che se ne liberi; se ci rimandassero indietro non sarebbe divertente. Ormai non avevano più fretta. Proseguirono verso ponente a piccole tappe, fermandosi spesso a riposare, in uno scenario sempre nuovo, idilliaco e tragico. Spesso venivano sorpassati da reparti militari americani, motorizzati o a piedi, in marcia verso il cuore della Germania, o incrociavano sterminate colonne di prigionieri di guerra tedeschi scortati da soldati americani, bianchi o negri, col mitragliatore che pendeva indolentemente dalla spalla. Alla stazione di Chemnitz, fermo su un binario morto, stava un treno merci di cinquanta vagoni, orientato in direzione della linea di demarcazione; portava l' intero macchinario di una cartiera, le scorte, gli enormi rotoli di carta appena prodotta, e i mobili degli uffici. A guardia del convoglio c' era soltanto un soldato, giovanissimo e biondo, in divisa sovietica, sdraiato su un divano incastrato in mezzo al macchinario; Piotr lo salutò in russo, attaccarono discorso, e il soldatino spiegò che la cartiera andava in Russia, non sapeva dove; era un regalo degli americani ai russi, perché tutte le fabbriche russe erano kaputt. A Piotr il soldato non chiese nulla. Poco oltre era una fabbrica bombardata, forse un' officina meccanica; una squadra di prigionieri di guerra stava spalando le macerie, sorvegliata da ufficiali e tecnici americani. Non lavoravano come sterratori, ma piuttosto come archeologi: in punta di pala, spesso con le mani nude, e su ogni reperto metallico gli americani si curvavano attenti, lo esaminavano, lo etichettavano e lo mettevano accuratamente da parte. Ròkhele non si lamentava mai, ma era stanca, e le sue condizioni preoccupavano tutti. Stentava a camminare: le sue caviglie gonfiavano ogni giorno di più, dovette rinunciare agli stivali, tagliare malamente la tomaia delle scarpe che Mottel le aveva procurate, e si ridusse infine a camminare in ciabatte. Per brevi tratti la portarono anche su una barella, ma era chiaro che bisognava trovare una soluzione. Arrivarono a metà giugno a Plauen, sulla linea ferroviaria Berlino-Monaco-Brennero, e Gedale mandò Pavel e Mottel a studiare la situazione. La situazione era confusa; i treni passavano irregolarmente, con orari imprevedibili, carichi oltre ogni limite ragionevole. Si accamparono nella sala d' aspetto, che aveva assunto l' apparenza di un dormitorio pubblico. In cassa non c' era più denaro sufficiente per pagare il tragitto dell' intera banda fino al Brennero, come Gedale avrebbe voluto; altro denaro dovette essere speso per una visita ginecologica alla Bianca, che fu ricoverata in una clinica e ne uscì entusiasta per la pulizia e l' ordine che vi aveva trovato; era sana, la gravidanza normale, solo un po' di stanchezza. Camminare sì, ma non troppo. Nel frattempo, la maggior parte dei componenti della banda vagabondavano per la città, come turisti ed insieme alla ricerca di qualche baratto da cui ricavare quattrini. _ Gli abiti pesanti sì, perché andiamo verso Sud e verso l' estate, _ aveva detto Gedale. _ Gli attrezzi di cucina solo se a un prezzo conveniente; le armi a nessun costo. Nessuno dei gedalisti aveva esperienza della vita di città; solo Leonid l' aveva avuta, e molti lo rimpiangevano. A Plauen erano intimiditi e sorpresi dalle contraddizioni: in mezzo alle strade ancora ingombre di macerie girava il lattaio col carrettino e la trombetta, puntuale, tutte le mattine alla stessa ora. Il caffè e la carne avevano prezzi folli, invece l' argenteria era a buon mercato. Mottel comprò per pochi marchi una bella macchina fotografica già carica; si disposero in gruppo, alcuni in piedi, altri accovacciati in prima fila, tutti con le armi bene in vista. Nessuno voleva mancare dalla foto, così dovettero pregare un passante di fotografarli, sullo sfondo di una prospettiva di case in rovina. I treni funzionavano male, ma il Reisebüro, l' unico Ufficio Viaggi della città, funzionava bene: la linea telefonica era stata ripristinata, e sapevano più cose che alla stazione. Ciò non di meno, Gedale dalla stazione non si allontanava mai molto. Lo si vedeva spesso in compagnia di uno dei manovali delle ferrovie; Gedale era generoso con lui, gli offriva la birra all' osteria, un giorno furono visti insieme appartati nel giardinetto della stazione: Gedale suonava il violino e il tedesco il flauto, entrambi seri ed intenti. Gedale, senza dare spiegazioni, raccomandò che nessuno si assentasse: forse si ripartiva presto, tutti dovevano essere reperibili nel giro di pochi minuti. Invece trascorsero nella stazione ancora alcune settimane, in un' atmosfera di pigrizia e di attesa indistinta. Faceva caldo, in stazione funzionava un posto della Croce Rossa che distribuiva ogni giorno una zuppa a chiunque la richiedesse, profughi e dispersi di ogni razza e nazionalità arrivavano e partivano alla spicciolata. Alcuni fra i cittadini di Plauen intrecciarono cauti rapporti con i gedalisti accampati: erano incuriositi ma non facevano domande. I dialoghi erano inceppati dall' attrito linguistico; chi parla jiddisch capisce abbastanza bene chi parla tedesco e viceversa, e per di più quasi tutti i gedalisti si arrangiavano a parlare il tedesco, più o meno correttamente, e con accento jiddisch più o meno marcato, ma le due lingue, storicamente sorelle, appaiono ai rispettivi parlatori l' una come la caricatura dell' altra, così come a noi uomini le scimmie appaiono come le nostre caricature (e certo noi appariamo tali a loro). Forse questo fatto non è estraneo all' antico risentimento dei tedeschi contro gli ebrei aschenaziti, in quanto corruttori dell' Alto Tedesco. Ma altri fattori più profondi intervenivano ad intercettare la comprensione reciproca. Ai tedeschi, quegli stranieri ebrei, così diversi dai borghesi ebrei locali che si erano lasciati disciplinatamente irretire e massacrare, apparivano sospetti: troppo pronti, troppo energici, sporchi, stracciati, fieri, imprevedibili, primitivi, "russi". Agli ebrei riusciva impossibile, ed insieme necessario, distinguere i cacciatori di teste a cui erano sfuggiti, e su cui si erano appassionatamente vendicati, da questi vecchietti timidi e chiusi, da questi bambini biondi e gentili che si affacciavano alle porte della stazione come davanti alle inferriate dello zoo. Non sono loro, no: ma sono i loro padri, i loro maestri, i loro figli, loro stessi ieri e domani. Come risolvere il groviglio? Non lo si risolve. Partire, al più presto. Anche questa terra scotta: scotta questo paese pettinato ed innamorato dell' ordine, scotta quest' aria dolce e blanda di piena estate. Partire, partire: non siamo venuti dal fondo della Polessia per addormentarci nella Wartesaal di Plauen sull' Elster, e per ingannare l' attesa con le foto di gruppo e la zuppa della Croce Rossa. Ma il 20 di luglio venne improvviso il segnale, in piena notte, ad esaudire il desiderio collettivo ed inespresso. Piombò Gedale nell' atrio, fra i dormienti: _ Tutti in piedi subito, con i bagagli legati. Seguitemi in silenzio, si parte fra un quarto d' ora _. Nel tramestio che seguì si incrociarono le domande e le spiegazioni frettolose: che tutti gli venissero dietro, non lontano, sul binario di manovra. Il suo amico, il flautista, il manovale, aveva fatto il miracolo. Eccolo lì, quasi nuovo, come nuovo, il vagone che li avrebbe portati in Italia: comperato, sì; comperato per pochi dollari, non tanto legalmente; un vagone sinistrato, riparato da poco, ancora da collaudare; organizzato, insomma. Organizzato? Sì, si dice così, si diceva così nei ghetti, nei Lager, in tutta l' Europa nazista; una cosa che uno si procura illegalmente si chiama organizzata. E il treno sarebbe arrivato fra poco, il campanello della stazione stava già suonando. Tutti furono pronti in un momento, ma all' appello mancava Pavel. Gedale bestemmiò in polacco (perché il jiddisch non possiede bestemmie) e mandò di corsa un gregario a cercarlo; fu trovato poco lontano, con una prostituta tedesca, e ricondotto alla stazione mentre ancora si riabbottonava i pantaloni. Bestemmiava anche lui, in russo, ma non fece obiezioni. Salirono tutti sul vagone senza fare rumore. _ Chi lo aggancerà al treno? _ chiese Mendel. _ Lui, Ludwig. Me lo ha promesso. Se occorrerà, gli daremo una mano anche noi. _ Ma come hai fatto a fartelo amico? _ Col violino. Come quel tale, nell' antichità, che con la lira ammansiva le tigri. Non che Ludwig sia una tigre, è gentile e pieno di talento, è stato un piacere suonare con lui; e per farci questo servizio si è accontentato di poco. _ Però è sempre un tedesco, _ brontolò Pavel. _ Beh, che c' entra? In guerra non c' è andato, ha sempre fatto il ferroviere, suona il flauto e nel '33 non ha votato per Hitler. Lo sai, tu, che cosa avresti fatto se fossi nato in Germania, da un padre e da una madre purosangue, e se a scuola ti avessero insegnato tutto quelle loro bubkes del sangue e del suolo? Le donne prepararono in un angolo del vagone un giaciglio per la Bianca, con paglia e coperte. Bella si volse a Gedale e disse: _ ... però, di' la verità, a te i treni sono sempre piaciuti. Io credo che, se non ci si fosse messa di mezzo quella suora di Bialystok, non saresti diventato un violinista ma un ferroviere. Gedale rise felice e disse che era proprio vero, gli piacevano i treni e tutti i veicoli: _ Ma questa volta il gioco ha dato profitto, andiamo in Italia con un vagone tutto nostro, padronale. Così viaggiano solo i capi di Stato! _ Nu, _ disse Isidor pensieroso, _ sei ancora abbastanza giovane. Adesso che la guerra è finita i partigiani non servono più. Perché non dovresti fare il ferroviere? Piacerebbe anche a me, laggiù in Terra d' Israele. In quel momento si udì un fragore di ruote, si vide sui binari il bagliore del faro, e un lungo treno merci entrò in stazione. Frenò stridendo, rimase fermo per una mezz' ora, poi manovrò lentamente: appollaiato sui respingenti dell' ultimo vagone, un uomo agitò la lanterna in segno di saluto, era lui, Ludwig. Il treno retrocedette a passo d' uomo, ci fu un urto, poi si udì lo stridore di ganci. Il treno ripartì, trascinando verso le Alpi il vagone speciale dei gedalisti.
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