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Se non ora quando

Autore: Levi, Primo - Editore: - Anno: 1982 - Categoria: letteratura

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Settembre 1944 gennaio 1945

Il fronte si era fermato e l' estate volgeva alla fine. La terra polacca, estenuata da cinque anni di guerra e di occupazione spietata, sembrava ritornata al Caos primigenio. Varsavia era stata distrutta: non più il ghetto soltanto, questa volta, ma l' intera città, e con essa il seme di una Polonia indipendente e concorde. Come i polacchi avevano lasciato spegnere l' insurrezione del ghetto nella primavera del 1943, così adesso i russi avevano lasciato spegnere la rivolta di Varsavia preparata e diretta dal governo polacco profugo a Londra; a castigare le teste calde provvedessero pure i tedeschi, allora come adesso. E i tedeschi provvedevano; in rotta ormai su tutti i fronti di guerra, erano invece vittoriosi sui fronti interni, nella loro guerra quotidiana contro i partigiani e la popolazione inerme. Dalla capitale si irradiavano per tutto il paese torme di profughi, senza pane e senza tetto, terrificati dalle rappresaglie tedesche e dalle loro razzie. I tedeschi erano affamati non solo di vendetta, ma anche di mano d' opera: contadini e cittadini, uomini, donne, vecchi e bambini, rastrellati alla spiccia dappertutto, erano stati messi frettolosamente al lavoro, con pala e piccone, a scavare fosse anticarro nella terra che aspettava di essere arata. Fedeli al genio nazista della distruzione, squadre di guastatori tedeschi smontavano ed asportavano tutto quanto avrebbe potuto essere utile all' Armata Rossa in avanzata: binari, cavi elettrici, materiale ferroviario e tranviario, legname, ferro, intere fabbriche. I partigiani polacchi dell' Armata Interna, le vecchie leve che avevano lottato contro i tedeschi fin dalla loro avanzata fulminea del 1939, gli altri che avevano scelta la via delle foreste per amore del proprio paese dilaniato o per sfuggire alla deportazione, fino agli ultimi sfuggiti da Varsavia in agonia, continuavano a combattere con tenacia disperata. La banda di Gedale procedeva a piccole tappe, alternando le marce con caute azioni di diversione. Gedale otteneva abbastanza facilmente denaro e munizioni, ma era sempre più difficile scambiare il denaro con viveri. I campi semiabbandonati non davano quasi nulla, e il poco di cui i contadini disponevano veniva periodicamente falcidiato dalle requisizioni dei tedeschi e dalle altre, poco meno temute, dei partigiani autentici e dei banditi che si proclamavano partigiani. Ai primi di ottobre due degli uomini di Slonim, che erano andati in avanscoperta, riportarono la notizia che alla stazione di Tunel, su un binario morto, era fermo un treno merci che con ogni probabilità trasportava viveri. Il treno era lungo, tanto che i suoi ultimi vagoni stavano dentro la galleria da cui il villaggio traeva il suo nome; era sorvegliato soltanto dagli "azzurrini" della polizia polacca. Gedale fece accampare la banda a un chilometro di distanza, accanto alla ferrovia, e andò di notte alla stazione con Mendel, Mottel ed Arié. Gli azzurrini erano solo due, uno lontano in testa al convoglio e l' altro in coda; ma quest' ultimo non stava dentro la galleria, bensì davanti al suo ingresso, di modo che non poteva vedere gli ultimi vagoni. Gedale disse agli altri tre di aspettarlo in silenzio e sparì nel buio. Ritornò dopo qualche minuto: _ No, Mottel, per questa volta non c' è bisogno della tua opera. È bastato un po' di denaro. Va' , corri da Dov e torna con quattro uomini robusti. Mottel partì, e tornò dopo venti minuti con Pavel ed altri tre: otto in tutto, nove con l' azzurrino di coda, che li aiutò a sganciare l' ultimo vagone. Lo aveva visto caricare: conteneva patate e rape da foraggio ed era destinato al Comando tedesco di Cracovia. Quando il vagone fu sganciato, tutti e nove puntarono le spalle e spinsero, ma il vagone non si mosse di un dito. Riprovarono, con Gedale che dava l' ordine a bassa voce affinché gli sforzi fossero simultanei, ma nulla avvenne. _ Aspettate, _ sussurrò l' azzurrino, e si allontanò. _ Lo hai stregato? _ chiese Mendel con ammirazione. _ No, _ disse Gedale: _ oltre al denaro, gli ho promesso un po' di patate per la famiglia, e gli ho proposto di venire con noi. Abita qui vicino. Il polacco si faceva aspettare. Gli otto di Gedale spiavano inquieti il suo ritorno, nella luce bluastra dei fanali oscurati. Di fronte alla stazione si intravvedeva un campo: sul terreno giacevano forme tondeggianti inconsuete. Mottel, incuriosito, andò a vedere; erano zucche, niente d' interessante né di pericoloso. Arrivò silenzioso il polacco, tenendo in mano uno strumento che lui chiamava "la pantofola". Era una lunga leva che terminava in una suola d' acciaio a forma di cuneo; abbassando la leva la suola si alzava di qualche millimetro. _ Serve proprio a spingere i vagoni, _ spiegò: _ c' è in tutti gli scali merci. Tutto sta a smuoverli, poi vanno _. Fasciò la pantofola con uno straccio perché non facesse rumore, la infilò sotto una delle ruote e abbassò la leva. Il vagone si mosse, impercettibilmente, poi si fermò. _ Bene, _ sussurrò Gedale. _ Quanto è lunga la galleria? _ Seicento metri. Poco oltre c' è un bivio; di lì parte un raccordo che attraversa il bosco e porta a una fonderia abbandonata. È meglio che mandiate il vagone sul raccordo: lo potrete scaricare senza che nessuno vi veda. Andiamo? Ma Gedale aveva qualcosa in mente. Mandò quattro uomini a raccogliere una dozzina di zucche e le fece mettere nei tralicci che reggevano una linea elettrica di alimentazione, una per traliccio. _ A cosa servono? _ chiese Mendel. _ A niente, _ rispose Gedale. _ Servono a far sì che i tedeschi si chiedano a che cosa servono. Noi avremo perso due minuti; loro sono metodici, e ne perderanno molti di più. L' azzurrino disse a tutti di stare pronti e ripeté la manovra con la pantofola: _ Ecco, adesso spingete _. Il vagone si mosse di nuovo e procedette, silenzioso e lentissimo. _ Dopo andrà meglio, _ disse il polacco. _ Il raccordo è in discesa _. Gedale mandò avanti Arié, perché avvisasse la banda che il vagone era in arrivo: venissero incontro lungo il binario di raccordo, e si preparassero a scaricare. _ Ma sono dieci tonnellate! _ disse Mottel. _ Come faremo a scaricarlo tutto? Gedale non sembrava preoccupato. _ Qualcuno ci aiuterà. Noi ne terremo solo una parte, il resto lo cederemo ai contadini. Uscirono dalla galleria e si trovarono in un banco di nebbia, attraverso il quale filtrava la prima luce dell' alba. Videro emergere dalla nebbia figure umane, sei, dodici, di più: troppi per essere le avanguardie della banda. Una voce energica gridò in polacco "Stòj": una dozzina di uomini armati, in uniforme, sbarravano la linea. Approfittando della sorpresa, l' azzurrino scattò via e sparì nella nebbia; Gedale e gli altri fecero del loro meglio per frenare la corsa del vagone, che tuttavia proseguì per una decina di metri finché Mottel non si arrampicò sulla cabina ed azionò il freno a mano. La voce di prima ripeté "Stòj!", rafforzando l' ordine con una breve raffica di mitra, e poi ingiunse: _ Rece do gòry! Le mani in alto! _ Gedale obbedì, e dopo di lui tutti gli altri: erano armati solo di pistole e coltelli, avevano lasciato le armi automatiche presso il grosso della banda: non c' era neanche da pensare di opporre resistenza. Si fece avanti un giovane snello, dal viso serio e dalle fattezze regolari: portava occhiali cerchiati d' acciaio. _ Chi è il vostro capo? _ Sono io, _ rispose Gedale. _ Chi siete? Dove portate quel vagone? _ Siamo partigiani ebrei; alcuni russi, altri polacchi. Veniamo da lontano. Il vagone lo abbiamo portato via ai tedeschi. _ Che siate partigiani, lo dovrete dimostrare. Comunque, questa zona la controlliamo noi. _ Voi chi? _ Noi dell' Armia Krajowa, dell' Armata Interna polacca. Venite con noi. Se tentate di fuggire vi spariamo. _ Tenente, verremo e non fuggiremo; ma fra poco i tedeschi saranno qui. Non è un peccato lasciargli un vagone di patate? _ Qui i tedeschi non vengono, o non subito. Ci temono; ci attaccano se ci trovano isolati, ma nel bosco non entrano. Il vagone lo porteremo nel bosco. Delle patate che cosa ne volete fare? _ In parte tenercele, in parte distribuirle ai contadini. _ Per ora le teniamo noi. Avanti, continuate a spingere, _ disse Edek, il tenente: però distaccò sei dei suoi uomini che aiutassero ed accelerassero il cammino del vagone. Durante la marcia si affiancò a Gedale e gli chiese ancora: _ Quanti siete? _ Tu lo vedi: siamo otto. _ Non è vero, _ disse Edek. _ Siete stati visti giorni fa mentre marciavate, e siete molti di più. Non c' è bisogno che tu mi dica bugie; noi non abbiamo nulla contro di voi, purché non ci disturbiate. Ci sono ebrei anche nelle nostre file. _ Siamo trentotto, _ disse Gedale. _ Una trentina sono armati e in grado di combattere. Cinque sono donne. _ Le donne non combattono? _ Una combatte e un uomo non combatte; anzi, due. _ Perché? _ Uno è troppo giovane e non è tanto sveglio. L' altro è troppo vecchio ed è stato ferito. Se anche Gedale avesse insistito nella sua bugia sarebbe stato inutile: la marcia del vagone era silenziosa, la nebbia si era infittita, e il grosso dei gedalisti, che avanzava fiducioso incontro a Gedale, si trovò in vista dell' avanguardia di Edek prima che potesse tentare di nascondersi. I partigiani polacchi (erano un centinaio) li circondarono e li fecero proseguire con le armi e i bagagli; Gedale spiegò a Dov quanto era accaduto. Dopo un' ora di cammino si trovarono nel fitto del bosco. Edek diede ordine di fermare: i loro quartieri non erano lontani. Mandò una staffetta, ed in breve fu organizzato lo scarico del vagone. Ebrei e polacchi lavorarono di lena, un sacco per uomo, facendo la spola fra il vagone e il campo. Il vagone fu spinto fino alla fabbrica abbandonata, i sacchi accatastati nel magazzino del campo, e i gedalisti al completo rinchiusi in una delle baracche in legno seminterrate che servivano di base al distaccamento di Edek. I partigiani polacchi erano bene armati, efficienti, freddi e corretti. Offrirono da mangiare agli ebrei, che tuttavia, dopo quella notte di movimento, desideravano piuttosto dormire. Il grosso del plotone polacco uscì armato nel primo mattino; nella baracca rimasero solo alcune sentinelle, ed i gedalisti furono lasciati in pace, le donne su brandine militari, gli uomini sulla paglia pulita. Ma dovettero cedere "temporaneamente" le loro armi, che furono inventariate ed accatastate in un' altra baracca. Edek e i suoi tornarono verso sera, e fu distribuito il rancio: minestra di cereali, birra in lattine e scatolette di carne con l' etichetta scritta in inglese. _ Siete gente ricca, _ disse Dov ammirato. _ È roba che viene con i paracadute, _ disse Edek. _ La gettano gli americani ma viene dall' Inghilterra; è il nostro governo di Londra che ce la manda. Gli americani hanno poco tempo e fanno i lanci alla carlona: vengono da Brindisi, in Italia, al limite della loro autonomia. Arrivano, lanciano e ripartono, così metà dei lanci vanno a finire in mano ai tedeschi; ma per noi ce n' è sempre abbastanza perché oramai siamo pochi. _ Avete avuto molti morti? _ chiese Mendel. _ Morti, e dispersi, e altri che si sono stancati e sono tornati a casa. _ Perché tornano a casa? Non hanno paura che i tedeschi li deportino? _ Hanno paura, ma se ne vanno lo stesso. Non sanno più perché si combatte, né per chi. _ E tu, per chi combatti? _ chiese Gedale. _ Per la Polonia: per la libertà della Polonia, ma è una guerra disperata. È difficile combattere così. _ Ma la Polonia sarà libera: i tedeschi se ne andranno, hanno già perduto, arretrano su tutti i fronti. Edek, attraverso gli occhiali, volse lo sguardo sui suoi tre interlocutori, Dov, Mendel e Gedale. Era di parecchio più giovane di loro, ma sembrava oppresso da un peso che gli altri non conoscevano. _ Voi dove andate? _ chiese alla fine. _ Andiamo lontano, _ rispose Gedale. _ Vogliamo combattere contro i tedeschi fino alla fine della guerra; e, chissà, forse anche dopo. Poi cercheremo di andarcene. Vogliamo andare in Palestina; in Europa per noi non c' è più posto. La guerra contro gli ebrei, Hitler l' ha vinta, e anche i suoi allievi hanno fatto un buon lavoro. Il suo vangelo lo hanno imparato tutti: i russi, i lituani, gli ucraini, i croati, gli slovacchi _. Gedale esitò, poi aggiunse: _ Lo avete imparato anche voi; o forse lo sapevate già da prima. Dimmi, tenente: siamo vostri ospiti o vostri prigionieri? _ Dammi tempo, _ rispose Edek, _ fra poco ti saprò rispondere. Ma ti volevo dire, frattanto, che l' idea delle zucche è stata buona. _ Come sai delle zucche? _ Qui intorno abbiamo amici dappertutto. Abbiamo amici anche tra i ferrovieri, e ci hanno raccontato che finora i tedeschi del presidio non hanno osato toccarle. Hanno bloccato la linea e hanno fatto venire da Cracovia una squadra di artificieri. Hanno dato più importanza alle zucche che al vagone che avete portato via. Aprì due pacchetti di "Lucky Strike" e offerse le sigarette in giro fra lo stupore ammirato dei gedalisti; poi riprese: _ Non dovete essere ingiusti, anche se qualche polacco è stato ingiusto con voi. Non tutti siamo stati vostri nemici. _ Non tutti ma molti, _ disse Gedale. Edek sospirò. _ La Polonia è un triste paese. È un paese infelice da sempre, schiacciato da vicini troppo potenti. È difficile essere infelici e non odiare, e noi abbiamo odiato tutti per tutti i secoli della nostra servitù e della nostra divisione. Abbiamo odiato i russi, i tedeschi, i cechi, i lituani e gli ucraini; abbiamo odiato anche voi, perché eravate disseminati nel nostro paese ma non volevate diventare come noi, sciogliervi in noi, e noi non vi capivamo. Abbiamo incominciato a capirvi quando siete insorti a Varsavia. Ci avete indicato la via; ci avete insegnato che si può combattere anche quando si è disperati. _ Ma allora era tardi, _ disse Gedale, _ noi eravamo tutti morti. _ Era tardi. Ma adesso voi siete più ricchi di noi: voi sapete dove andare. Avete una meta e una speranza. _ Perché non dovreste sperare anche voi? _ disse Dov. _ La guerra finirà, e costruiremo un mondo nuovo, senza schiavitù e senza ingiustizia. Edek disse: _ La guerra non finirà mai. Da questa guerra nascerà un' altra guerra, e sarà guerra sempre. Gli americani e i russi non saranno mai amici, e la Polonia non ha amici, anche se adesso gli Alleati ci aiutano. I russi vorrebbero che noi non esistessimo, che non fossimo mai stati creati. I tedeschi, quando ci hanno invasi nel 1939, hanno subito deportato e ucciso i nostri professori, scrittori e preti; ma i russi che avanzavano dai loro confini hanno fatto lo stesso, e per di più hanno consegnato alla Gestapo i comunisti polacchi che si erano rifugiati da loro. Non volevano che la Polonia avesse un' anima, né gli uni né gli altri; non lo volevano quando erano alleati, non lo vogliono neanche adesso che sono nemici. I russi sono stati contenti che la rivolta di Varsavia fallisse e che i tedeschi sterminassero gli insorti: mentre noi morivamo, loro aspettavano sull' altra sponda del fiume. Intervenne Dov: _ Tenente, io sono russo. Ebreo ma russo, e molti di noi sono nati in Russia, e quel ragazzo alto che vedi laggiù è un russo cristiano che segue la nostra strada. Questo (e indicò Mendel) e tanti altri che sono morti, erano militari dell' Armata Rossa: anch' io lo ero. Prima di incominciare il nostro viaggio, abbiamo combattuto da russi prima che da ebrei: da russi e per i russi. Sono i russi che stanno liberando l' Europa. Pagano col loro sangue, sono morti a milioni, e le cose che tu dici mi sembrano ingiuste. Io stesso, che ero stanco e ferito, sono stato curato a Kiev, e poi i russi mi hanno riportato fra i miei compagni. _ I russi scacceranno i nazisti dal nostro paese, _ disse Edek, _ ma poi non se ne andranno. Non bisogna confondere i desideri con la realtà; la Russia di Stalin è la Russia dello Zar: vuole una Polonia russa, non vuole una Polonia polacca. Per questo la nostra guerra è disperata: dobbiamo difendere noi stessi e la popolazione dai nazisti, ma dobbiamo anche guardarci le spalle, perché i russi che avanzano, dell' Armia Krajowa non ne vogliono sapere. Quando ci trovano, ci inseriscono alla spicciolata nei loro reparti; se rifiutiamo, ci disarmano e ci deportano in Siberia. _ E voi perché rifiutate? _ chiese Dov. _ Perché siamo polacchi. Perché vogliamo dimostrare al mondo che ancora esistiamo. Se occorre, lo dimostreremo morendo. Mendel guardò Dov, e Dov restituì lo sguardo. A tutti e due era tornata a mente la frase che Dov aveva gridata a Mendel a Novoselki, in mezzo alla battaglia: "Stiamo combattendo per tre righe nei libri di storia". Mendel raccontò l' episodio a Edek, ed Edek rispose: _ È stupido essere nemici. Passarono alcuni giorni in cui Edek tentò invano di mettersi in contatto con i suoi superiori e di avere istruzioni sul da farsi. I polacchi avevano una ricetrasmittente moderna e potente, ma la usavano poco: dopo il crollo di Varsavia, l' Armia Krajowa era in piena crisi, forse più morale che materiale; i contatti saltavano l' uno dopo l' altro, e molti fra i capi erano morti od erano stati fermati dai russi. Tornò finalmente una staffetta, ed Edek, con un pallido sorriso, disse a Gedale: _ Va tutto bene. Non siete prigionieri, ma ospiti; e presto diventerete alleati, sempre che lo vogliate. Edek era studente in medicina ed aveva ventitre anni. Era appena iscritto al Primo Anno, a Cracovia, nel 1939, quando i tedeschi avevano convocato l' intero corpo accademico. Alcuni docenti avevano fiutato l' inganno e non si erano presentati; tutti gli altri erano stati immediatamente deportati a Sachsenhausen. _ Allora, tutti noi, professori e studenti, abbiamo cominciato a organizzare una università segreta, perché non volevamo che la cultura polacca morisse. Allo stesso modo, abbiamo avuto in quegli anni un governo, una chiesa e un esercito segreti: l' intera Polonia viveva sotto terra. Io studiavo, e insieme lavoravo in una stamperia clandestina; ma anche per studiare mi dovevo nascondere. Hitler e Himmler avevano deciso che per i polacchi dovevano bastare quattro anni di scuola elementare, era sufficiente che imparassero a contare fino a cinquecento e a fare la loro firma; che sapessero leggere e scrivere era inutile, anzi nocivo. Così, io e i miei compagni di corso abbiamo studiato anatomia e fisiologia sui trattati, senza mai vedere un microscopio neanche da lontano, senza dissecare un cadavere, senza frequentare una corsia d' ospedale. Ma a Varsavia in agosto c' ero anch' io, e ho visto più feriti, ammalati e morti che non un medico militare alla fine della sua carriera. _ Niente di male, _ gli disse Gedale, _ avrai avuto la pratica prima della teoria. Anche a camminare e a parlare si impara con la pratica, non è vero? Verrà la pace e tu diventerai un medico famoso, ne sono sicuro _. La simpatia indiscreta che Gedale manifestava nei riguardi di tutti gli esseri umani sembrava moltiplicata per dieci nel caso di Edek. Mendel gli chiese perché e Gedale rispose che non lo sapeva. Poi però ci ripensò: _ Forse è per la novità. Era un pezzo che non incontravo uno con la penna nel taschino e la cravatta. Nella foresta non ce n' erano. _ Ma Edek la cravatta non ce l' ha! _ Ce l' ha in spirito. Tutto va come se ce l' avesse. Passavano le lunghe sere di pioggia e di attesa conversando e fumando; qualche volta Gedale suonava anche il violino. Ma nel campo dei polacchi non si beveva: Edek era un comandante umano e ragionevole ma su alcuni argomenti era rigido, ed aveva tante piccole fissazioni. Dopo una rissa che mesi prima era stata provocata da un suo gregario ubriaco, Edek aveva proibito l' alcool, ed insisteva su questo divieto con un rigore da puritano. Aveva chiesto a Gedale di fare altrettanto con i suoi perché non dessero il cattivo esempio, e Gedale aveva accettato a malincuore. Aveva anche paura dei cani. Non volle saperne dei due poveri cani gedalisti, quelli che avevano guidato la banda attraverso le mine di Turov e ne conoscevano i componenti uno per uno. Trovò il pretesto che i cani avrebbero potuto rivelare la posizione del campo abbaiando di notte, e nonostante le proteste di Gedale li fece vendere in un villaggio vicino. Edek era riservato e faceva poche domande, ma anche lui era curioso dei gedalisti, e in specie di Gedale e dei suoi trascorsi. _ Eh, chissà che grande violinista sarei diventato! disse Gedale ridendo. _ Mio padre ci teneva: il violino, diceva, ingombra poco, qualunque cosa succeda te lo porti dietro dappertutto; e il talento ingombra ancora meno e non paga dogana. Giri il mondo, dài concerti e guadagni; e magari diventi anche americano, come Jascha Heifetz. A me suonare piaceva ma studiare no; invece di andare a lezione di musica scappavo a pattinare sul ghiaccio d' inverno, o a nuotare d' estate. Mio padre era un piccolo commerciante, nel '23 è andato in fallimento, così ha cominciato a bere ed è morto quando io avevo solo dodici anni. Eravamo senza soldi, e mia madre mi ha messo a bottega; ero commesso in un negozio di scarpe, ma a suonare ho continuato, così, per consolarmi, dopo che ero stato tutta la giornata con i piedi dei clienti in mano. Scrivevo anche poesie: tristi e neanche tanto belle. Le dedicavo alle clienti che avevano il piede grazioso, ma le ho perse tutte. _ Suonare mi ha sempre tenuto compagnia. Suonavo invece di pensare; anzi, devo dirti che pensare non è mai stato il mio forte: voglio dire, pensare alla maniera seria, ricavare le conseguenze dalle premesse. Suonare era il mio modo di pensare, e anche adesso che faccio un mestiere diverso, ebbene, le idee migliori mi vengono in mente quando suono il violino. _ Per esempio l' idea delle zucche? _ chiese Edek. _ No, no, _ rispose Gedale con modestia. _ L' idea delle zucche mi è venuta guardando le zucche. _ E come ti è venuta l' idea di fare questo mestiere diverso? _ Mi è venuta dal cielo: me l' ha portata una suora _. Mentre parlava, Gedale aveva preso il violino, e senza veramente suonarlo accarezzava con l' archetto le corde, cavandone note svagate e sommesse. _ Una suora, sì. Quando a Bialystok sono arrivati i tedeschi, mia madre è riuscita a farsi accettare in un convento. Io da principio ero restio a farmi rinchiudere, stavo con una ragazza, dormivamo ogni notte in un luogo diverso. Devo dirti: a quel tempo avevo già ventiquattro anni, ma vivevo come se dormissi, giorno per giorno, come avrebbe fatto una bestia. Non mi rendevo conto, né del pericolo né del mio dovere. _ Poi i tedeschi hanno chiuso gli ebrei nel ghetto. Mia madre mi ha fatto sapere che nel convento avrebbero accettato anche me, e io ci sono andato. Mia madre era russa; era una donna forte, sapeva comandare, e a me piaceva che lei mi comandasse. No, non ero travestito: le suore mi avevano sistemato in un sottoscala. Non hanno cercato di battezzarmi, ci ospitavano per pietà, senza secondi fini, e a loro rischio. Mi portavano da mangiare, e io nel convento ci stavo bene: non ero un guerriero, ero un bambino di ventiquattro anni bravo a vendere scarpe e a suonare il violino. Avrei aspettato nel sottoscala la fine della guerra: la guerra era affare d' altri, dei tedeschi, dei russi; era come un uragano, quando viene un uragano la gente di buon senso cerca un riparo. _ La suora che mi portava da mangiare era giovane e allegra, come sono allegre le suore. Un giorno, era il marzo del '43, insieme col pane mi ha consegnato un biglietto: veniva dal ghetto, era scritto in jiddisch, era firmato da un mio amico, e diceva: "Vieni con noi: il tuo posto è qui". Diceva che dal ghetto i tedeschi avevano incominciato a deportare a Treblinka i bambini e gli ammalati, che presto avrebbero liquidato tutti, e che bisognava prepararsi a resistere. Mentre leggevo, la suora mi guardava con un viso molto serio, e io ho capito che lei sapeva che cosa c' era scritto. Poi mi ha chiesto se c' era risposta: io le ho detto che ci avrei pensato, e il giorno dopo le ho domandato come aveva avuto il biglietto. Lei mi ha risposto che nel ghetto c' erano parecchi ebrei battezzati, e che le suore avevano avuto il permesso di portargli delle medicine. Le ho detto che ero pronto a partire, e lei mi ha detto di aspettare fino a notte. È venuta da me prima del mattutino e mi ha detto di seguirla; mi ha condotto in un ripostiglio, teneva in mano una lanterna, me l' ha data perché io la reggessi, e mi ha detto: "Si volti, Panie". Sentivo frusciare i suoi abiti e mi sono venuti dei pensieri profani; ma poi lei mi ha permesso di voltarmi, e mi ha porto due pistole. Mi ha dato i contatti per entrare nel ghetto e mi ha augurato buona fortuna. Nel ghetto i giovani armati erano pochi ma decisi: come fosse fatto un fucile, lo avevano imparato su un' enciclopedia, e a sparare avevano imparato sul posto. Abbiamo combattuto insieme per otto giorni; eravamo duecento, sono morti quasi tutti. Io ed altri cinque ci siamo aperti la strada fino a Kossovo e ci siamo ricongiunti con gli insorti di quel ghetto. Il crocchio intorno a Edek e Gedale era andato via via accrescendosi. Non soltanto i polacchi, ma anche parecchi fra gli ebrei avevano ascoltato quella storia che non tutti conoscevano. Quando Gedale ebbe finito, Edek disincrociò le gambe, si raddrizzò sullo sgabello, si ravviò i capelli, si stirò i pantaloni sulle ginocchia, e chiese con sussiego: _ Quali sono le vostre opinioni politiche? Gedale cavò dal violino l' equivalente di una risata: _ Striate, vaiolate e macchiettate, come le pecore di Labano! _ Si volse in giro: attorno al tavolo, nella luce cruda della lanterna a carburo, intercalati ai visi larghi e biondi dei polacchi, additò al tenente i mustacchi caucasici di Arié, la capigliatura canuta e ben pettinata di Dov, Jòzek dagli occhi astuti, Line fragile e tesa, Mendel dal viso segnato e stanco, Pavel mezzo sciamano e mezzo gladiatore, le facce selvatiche degli uomini di Ruzany e di Blizna, Isidor e le due Ròkhele che cascavano dal sonno: _ Vedi, anche noi siamo merce assortita. Poi riprese il violino e continuò: _ Scherzi a parte, tenente, capisco il perché della tua domanda, ma sono imbarazzato a risponderti. Non siamo ortodossi, non siamo regolari, non siamo legati da un giuramento. Nessuno di noi ha avuto molto tempo per meditare e chiarirsi le idee; ognuno di noi ha dietro di sé un brutto passato, diverso per ognuno. Quelli di noi che sono nati in Russia hanno succhiato il comunismo con il latte della madre: sì, proprio le loro madri e i loro padri hanno fatto di loro dei bolscevichi, perché la rivoluzione di ottobre aveva emancipato gli ebrei, li aveva resi cittadini con pieni diritti. A modo loro sono rimasti comunisti, ma nessuno di noi ama più Stalin dopo che ha fatto il patto con Hitler; e del resto Stalin non ci ha mai amati molto. _ Quanto a me e agli altri che sono nati in Polonia, le nostre idee sono varie, ma qualcosa abbiamo in comune, fra noi e con gli ebrei russi. Tutti, quale più, quale meno; quale presto, quale tardi, ci siamo sentiti stranieri in patria. Tutti abbiamo desiderato una patria diversa, in cui vivere come tutti gli altri popoli, senza sentirci intrusi e senza essere segnati a dito come stranieri, ma nessuno di noi ha mai pensato di recingere un campo e di dire "questa terra è mia". Non desideriamo diventare proprietari: desideriamo rendere fertile la terra sterile della Palestina, piantare aranci e ulivi nel deserto e farlo fruttificare. Non vogliamo i kolchoz di Stalin: vogliamo comunità in cui tutti siano liberi e uguali, senza costrizione e senza violenza: in cui si possa faticare di giorno, e alla sera suonare il violino; in cui non ci sia denaro, ma ognuno lavori secondo le sue capacità e riceva secondo i suoi bisogni. Sembra un sogno ma non è: questo mondo è già stato creato dai nostri fratelli più previdenti e coraggiosi di noi, che sono emigrati laggiù prima che l' Europa diventasse un Lager. _ In questo senso ci puoi chiamare socialisti, ma non siamo diventati partigiani per le nostre idee politiche. Combattiamo per salvarci dai tedeschi, per vendicarci, per aprirci la strada; ma soprattutto, perdonami la parola grossa, per dignità. E infine devo dirti questo: molti fra noi non avevano mai gustato il sapore della libertà, e l' hanno imparato a conoscere qui, nelle foreste, nelle paludi e nel pericolo, insieme con l' avventura e la fraternità. _ E tu sei di questi, non è vero? _ Io sono di questi, e non rimpiango niente, neppure gli amici che ho visto morire. Se non avessi trovato questo mestiere, forse sarei rimasto un bambino: adesso sarei un bambino di ventisette anni, e alla fine della guerra, se mi fossi salvato, avrei ricominciato a fare poesie e a vendere scarpe. _ O saresti diventato un violinista celebre. _ È difficile, _ disse Gedale, _ un bambino non diventa violinista: o se sì, rimane un violinista bambino. Edek che aveva ventitre anni guardò serio Gedale che ne aveva ventisette: _ Sei sicuro di non essere rimasto un po' bambino? Gedale posò il violino: _ Non sempre; solo quando lo voglio. Qui no. _ Da chi prendete ordini? _ chiese ancora Edek. _ Siamo un gruppo autonomo, ma seguiamo le indicazioni della Organizzazione Ebraica di Combattimento, dove e quando riusciamo a mantenere i contatti, e le indicazioni sono queste: distruggere le linee di comunicazione tedesche; uccidere i nazisti responsabili delle stragi; spostarsi verso occidente; ed evitare i contatti con i russi, perché finora ci hanno aiutati, ma non è chiaro che cosa vorranno fare di noi in avvenire. Edek disse: _ Per noi va bene così. La guerra sembrava lontana. Per più settimane aveva piovuto senza interruzione, ed il campo dei polacchi era assediato dal fango; ma anche al fronte pareva che le operazioni fossero state sospese. Il rombo dell' artiglieria non si sentiva più, anche il ronzio degli aerei si faceva sentire di rado: aerei sconosciuti, irreali, forse amici o forse nemici, inaccessibili nei loro tragitti segreti al di sopra delle nuvole. Lanci non ce n' erano più stati, ed i viveri cominciavano a scarseggiare. Ai primi di novembre spiovve, e poco dopo Edek ricevette un messaggio-radio. Era una richiesta d' aiuto, urgente, che veniva dal Comando: nei monti della Santa Croce, ad ottanta chilometri a nord-est, una compagnia dell' Armia Krajowa era stata accerchiata dalla Wehrmacht, e si trovava in una situazione disperata. Bisognava partire subito in suo soccorso. Edek fece preparare settanta dei suoi uomini; e come Gedale, un lunghissimo anno prima, aveva invitato Dov ad una funesta partita di caccia, così adesso Edek invitò Gedale ed i suoi a partecipare alla spedizione. Gedale accettò subito, ma non volentieri: era la prima volta che si chiedeva ai suoi uomini e a lui di combattere i tedeschi in campo aperto; non più contro un presidio isolato, come in aprile a Ljuban, ma contro la fanteria e l' artiglieria tedesca, con la sua esperienza e la sua organizzazione: eppure anche a Ljuban i morti ebrei erano stati decine. Per contro, questa volta non erano soli: i polacchi di Edek erano risoluti, esperti, bene armati, ed animati da un odio contro i tedeschi che superava quello degli ebrei stessi. Gedale scelse venti dei suoi, ed il plotone composito si mise in via. I campi erano impregnati di pioggia, Edek aveva fretta, e scelse la via più diretta, contro ogni ortodossia partigiana: si marciava lungo la ferrovia, in fila per tre, sulle traversine di legno, dal tramonto all' alba ed anche oltre l' alba. Niente pattuglie di protezione ai fianchi della colonna, niente retroguardia; un' avanguardia di soli sei uomini, di cui faceva parte Mendel, oltre a Edek stesso. Mendel si stupì della temerarietà dell' azione, ma Edek lo rassicurò, conosceva quel paese: i contadini non li avrebbero denunziati, erano favorevoli ai partigiani, e chi non era favorevole temeva le loro rappresaglie. Il 16 di novembre giunsero in vista di Kielce: a Kielce c' era una caserma tedesca piena di ausiliari ucraini, e Edek fu costretto ad aggirare la città perdendo tempo prezioso. Subito oltre, incontrarono le prime ondulazioni del terreno: colline boscose e tetre, fasciate da strie di nebbia che navigavano lente nel vento sfrangiandosi sulle cime degli abeti. Secondo le informazioni ricevute da Edek, il campo di battaglia doveva essere vicino, nell' avvallamento fra Gòrno e Bieliny, ma di battaglia non colsero alcuna traccia; Edek dispose che tutti si riposassero per qualche ora, fino alla prima luce. Alla prima luce la nebbia si era infittita. Si sentì qualche sparo isolato, brevi raffiche di mitragliatrice, poi silenzio, e nel silenzio la voce di un altoparlante. Era fioca, veniva di lontano, probabilmente dall' altra parte dell' accerchiamento. Si capiva male, le parole arrivavano a brandelli, col capriccio del vento: erano parole polacche, i tedeschi esortavano i polacchi alla resa. Poi riprese la sparatoria, debole e sparsa; Edek diede l' ordine di avanzare. A mezza costa del pendio, presero posizione dietro i cespugli e gli alberi ed aprirono il fuoco nella direzione in cui si presumeva fossero i tedeschi. Era una battaglia cieca; la nebbia era così fitta che a rigore sarebbe stato superfluo defilarsi, ma proprio per questo velario che li circondava, e che limitava la visibilità a una ventina di metri, la sensazione del pericolo era più acuta: l' offesa poteva venire da tutte le parti. La reazione dei tedeschi fu rabbiosa ma breve e mal coordinata: aprì il fuoco una mitragliatrice pesante, poi una seconda, entrambe sulla sinistra dello schieramento di Edek. Mendel vide scheggiarsi la corteccia degli alberi davanti a sé, cercò riparo e sparò col parabellum nella direzione da cui sembrava provenire la raffica. Edek ordinò una seconda salva, più prolungata: forse voleva dare ai tedeschi l' impressione che il reparto sopraggiunto fosse più forte, però erano pallottole sprecate. Dopo qualche minuto si udirono le esplosioni di partenza dell' artiglieria, anche queste lontane e sulla sinistra, e pochi secondi dopo gli scoppi d' arrivo delle granate: cadevano a caso, dietro e davanti; queste erano più vicine, una cadde poco lontano da Mendel, ma si conficcò nella terra molle senza esplodere; un' altra piombò alla sua destra, Mendel vide la vampata attraverso la cortina di nebbia. Accorse, e trovò sul posto Marian, il luogotenente di Edek: la granata aveva stroncato un alberello, e nella terra smossa giacevano due polacchi uccisi. _ Non sparano dall' alto, _ disse Marian, sono sulla strada di Gòrno. Non devono essere tanti. Il bombardamento cessò di colpo, non ci furono altri spari, e verso le dieci si udì un brusio attutito di motori. _ Se ne vanno! _ disse Marian. _ Forse ci credono più forti di quanto siamo, _ rispose Mendel. _ Non credo. Ma la nebbia non piace neanche a loro. Il ronzio dei mezzi tedeschi si fece più indistinto, fino ad estinguersi. Edek ordinò di avanzare in silenzio. Di tronco in tronco, gli uomini presero a salire, senza incontrare resistenza né alcun segno di vita. Poco più in alto gli alberi si facevano rari, e poi scomparvero: anche la nebbia si era alzata, e divenne visibile il campo di battaglia. La sommità del colle era una brughiera spoglia, solcata da tracce di sentieri e da un' unica strada in terra battuta che portava ad una costruzione massiccia, forse una vecchia fortezza. Il terreno era pieno di morti, alcuni già freddi e rigidi, molti mutilati o lacerati da ferite orrende. Non tutti erano polacchi dell' Armia Krajowa: un gruppo compatto, che doveva essersi difeso fino all' estremo, era costituito da partigiani russi; altri, ai margini del campo, erano della Wehrmacht. _ Sono morti tutti. Non capisco a chi chiedevano di arrendersi, _ disse Gedale: senza rendersene conto, parlava a bassa voce, come in una chiesa. _ Non lo so, _ rispose Edek. _ Forse gli spari che abbiamo sentito arrivando erano quelli degli ultimi rimasti. Mendel disse: _ La nebbia prima era molto fitta, e loro chiedevano di arrendersi ai morti. _ Forse, _ disse Marian, _ il discorso dell' altoparlante era inciso su un disco: i tedeschi lo hanno fatto altre volte. Esplorarono il terreno, esaminando i corpi uno per uno: forse qualcuno poteva essere ancora vivo. Nessuno era vivo; alcuni portavano alla nuca o alla tempia il segno del colpo di grazia. Anche dentro la fortezza non c' erano che morti, russi e polacchi, in buona parte asserragliati nella torretta che era stata sfracellata da un colpo di artiglieria. Notarono che alcuni dei cadaveri erano estremamente magri. Perché? _ Allora è vera la voce che correva, _ disse Marian. _ Quale voce? _ chiede Mendel. _ Che sui monti della Santa Croce c' era una prigione, e che i tedeschi facevano morire di fame i prigionieri _. Infatti, nei sotterranei del forte trovarono corridoi e celle, le cui porte di legno erano state sfondate. Mendel trovò parole scarabocchiate col carbone su una parete, e chiamò Edek perché le decifrasse. _ Sono tre versi di un nostro poeta, _ disse Edek. _ Dicono cosi: Maria, non partorire in Polonia, Se non vuoi vedere tuo figlio Inchiodato alla croce appena nato. _ Quando li ha scritti, questo poeta? _ chiese Gedale. _ Non lo so. Ma per il mio paese, qualunque secolo sarebbe stato buono. Mendel taceva, e si sentiva invadere da pensieri smisurati e confusi. Non noi soltanto. Il mare del dolore non ha sponde, non ha fondo, nessuno lo può scandagliare. Eccoli qui, i polacchi, i fanatici della Croce, quelli che hanno accoltellato i nostri padri, e hanno invaso la Russia per soffocare la rivoluzione. E anche Edek è polacco. E adesso muoiono come noi, insieme con noi. Hanno pagato, non sei contento? No, non sono contento, il debito non si è ridotto, è cresciuto, nessuno lo potrà pagare più. Vorrei che non morisse più nessuno. Neppure i tedeschi? Non lo so. Ci penserò dopo, quando tutto sarà finito. Forse ammazzare i tedeschi è come quando il chirurgo fa un' operazione: tagliare un braccio è orribile, ma va fatto e si fa. Che la guerra finisca, Signore a cui non credo. Se ci sei, fa' finire la guerra. Presto e dappertutto. Hitler è già vinto, questi morti non servono più a nessuno. Accanto a lui, in piedi come lui nell' erica sporca di sangue e fradicia di pioggia, Edek terreo in viso lo stava guardando. _ Preghi, ebreo? _ gli chiese: ma in bocca a Edek la parola "ebreo" non aveva veleno. Perché? Perché ognuno è l' ebreo di qualcuno, perché i polacchi sono gli ebrei dei tedeschi e dei russi. Perché Edek è un uomo mite che ha imparato a combattere; ha scelto come me ed è mio fratello, anche se lui è polacco e ha studiato, e io sono un russo di villaggio e un orologiaio ebreo. Mendel non rispose alla domanda di Edek, e Edek continuò: _ Dovresti. Dovrei anch' io, e non sono più capace. Non credo che serva, né a me né ad altri. Forse tu vivrai ed io morrò, e allora racconta quello che hai visto sui monti della Santa Croce. Cerca di capire, racconta e cerca di far capire. Questi che sono morti con noi sono russi, ma sono russi anche quelli che ci strappano il fucile dalle mani. Racconta, tu che aspetti ancora il Messia; forse verrà per voi, ma per i polacchi è venuto invano. Sembrava proprio che Edek rispondesse alle domande che Mendel poneva a se stesso, che gli leggesse nel fondo del cervello, nel letto segreto dove nascono i pensieri. Ma non è così strano, pensò Mendel; due buoni orologi segnano la stessa ora, anche se sono di marche diverse. Basta che partano insieme. Edek e Gedale fecero l' appello; mancavano quattro dei polacchi, ed uno degli ebrei, Jòzek, il falsario. Non era morto da falsario. Lo trovarono in fondo a una forra, col ventre lacerato: forse aveva chiamato a lungo e nessuno lo aveva udito. Seppellire i morti? _ O tutti o nessuno, _ disse Edek, _ e tutti non si può. Togliamogli solo i documenti e i piastrini, chi li ha _. Senza documenti erano i corpi di molti ragazzi, che Edek e Marian riconobbero come appartenenti ai Battaglioni Contadini polacchi. Ritornarono al campo in silenzio, a testa bassa, come un' armata sconfitta. Non c' era più fretta, procedevano in ordine sparso, di notte, per campi e boschi. Nel bosco di Sobkòw si accorsero di avere perso l' orientamento; l' unica bussola che il plotone possedeva era rimasta in tasca a Zbigniew, uno dei polacchi morti: nessuno si era ricordato di recuperarla. A malincuore, Edek decise di aspettare l' alba, e poi di seguire una delle piste fino a qualche villaggio, avrebbero chiesto la strada ai contadini. Ma nell' alba nebbiosa Arié trovò, fra le radici di un frassino, un uccellino intirizzito, e disse che la strada l' avrebbe indicata lui. Lo raccattò, lo riscaldò tenendolo sul petto sotto la camicia, gli porse briciole di pane che aveva rammollite con la saliva, e quando si fu rianimato lo lasciò volare via. L' uccello sparì nella nebbia in una direzione ben definita, senza esitare: _ È quello il sud? _ chiese Marian. _ No, _ rispose Arié, _ è uno storno, e gli storni, quando viene l' inverno, volano verso ovest. _ Mi piacerebbe essere uno storno, _ disse Mottel _. Arrivarono al campo senza errori, ed Arié acquistò prestigio. Seguirono settimane d' inerzia e di tensione. Aveva incominciato a far freddo, e il gelo aveva consolidato il fango, e le strade grosse e piccole si erano riempite di convogli tedeschi in marcia verso il fronte o di ritorno verso le retrovie. Passavano reparti motorizzati dell' artiglieria, carri armati "Tigre" già mimetizzati in bianco in attesa della neve, truppe tedesche su autocarri, truppe ausiliarie ucraine su carrette o appiedate; c' erano centri della polizia militare o della Gestapo in tutti i villaggi, e i collegamenti dei partigiani si erano fatti più difficili. Le ronde tedesche fermavano tutti i giovani e li scaraventavano a scavare fossati anticarro, terrapieni e trincee: le staffette, uomini e donne, si spostavano solo di notte. La sola via di comunicazione del reparto di Edek col mondo era la radio, ma la radio taceva, o diffondeva notizie inquietanti e contraddittorie. Radio Londra era trionfale ed ironica. Dava i tedeschi e i giapponesi per vinti, ma insieme ammetteva che i tedeschi avevano attaccato in forze nelle Ardenne: dove saranno le Ardenne? Ricomincerà tutto da capo, con i tedeschi che dilagano in Francia? Anche la radio tedesca era trionfale, il Führer era invincibile, la guerra vera stava appena adesso per cominciare, la Grande Germania possedeva armi nuove, segrete, assolute, contro cui non c' era difesa. Passò il Natale, passò il Capodanno 1945. Nel campo dei polacchi crescevano l' incertezza e lo scoraggiamento, i due grandi nemici dei partigiani. Edek si sentiva abbandonato: non riceveva ordini né informazioni, non sapeva più chi aveva intorno. Alcuni dei suoi uomini erano spariti; se n' erano andati, così, in silenzio, con le armi o senza. Anche all' interno del campo la disciplina si era allentata; nascevano litigi, che spesso si dilatavano in risse. Per il momento, attriti fra polacchi ed ebrei non ne erano ancora nati, ma mezze parole ed occhiate di traverso li facevano sentire imminenti. A dispetto degli ordini di Edek, era ricomparsa la vodka, dapprima nascosta, poi alla luce del sole. Si erano diffusi anche i pidocchi, pessimo segno: difendersi non era facile, polveri e medicine non ce n' erano, ed Edek non sapeva come provvedere. Marian, sanguigno e taurino, già maresciallo nell' esercito polacco, tenne una pubblica dimostrazione: accese un piccolo fuoco di legna dentro una delle baracche, su una lamiera, e fece vedere che se si tengono stesi gli abiti a una certa distanza dalla fiamma, i pidocchi scoppiano senza che il tessuto si indebolisca. Ma era un circolo vizioso: i pidocchi nascono dalla demoralizzazione, e creano altra demoralizzazione. Line si staccò da Mendel. Fu triste, come tutti i distacchi, ma non stupì nessuno: era nell' aria da tempo, fino dall' assalto al Lager di Chmielnik. Mendel ne soffrì, ma di una sofferenza grigia e fiacca, senza il dardo della disperazione. Line non era mai stata sua, se non nella carne, né Mendel era stato di lei. Si erano saziati l' uno dell' altra, spesso, con piacere e con furia, ma avevano parlato poco, e quasi sempre i loro discorsi si erano inceppati nell' incomprensione o nella discordia. Line non aveva mai dubbi, e non tollerava i dubbi di Mendel: quando questi affioravano (e affioravano proprio al momento della stanchezza e della verità, quando i loro corpi si scioglievano l' uno dall' altro), Line si induriva, e Mendel aveva paura di lei. Aveva anche, oscuramente, vergogna di se stesso, ed è difficile amare una donna che faccia nascere la vergogna e la paura. Confusamente, indistintamente, Mendel sentiva che Line aveva ragione. No, non aveva ragione, era nella ragione, dalla parte della ragione. Un partigiano, ebreo o russo o polacco, un combattente, dev' essere come Line, non come Mendel. Non deve dubitare: il dubbio te lo ritrovi sul mirino del fucile, e ti devia il colpo peggio della paura. Ecco, Line ha ucciso Leonid e non porta pena. Ucciderebbe anche me, se io fossi uno scorticato come era lui; se io non avessi addosso una pelle callosa, un' armatura. Non lucida e sonante, ma opaca e tenace; i colpi mi arrivano, ma smussati. Ammaccano senza ferire. Eppure Line ridestava il suo desiderio, e Mendel fu ferito quando seppe che Line era la donna di Marian. Ferito, e insieme offeso, e malignamente soddisfatto e ipocritamente indignato. Una schikse, dunque, una che va con tutti, anche con i polacchi. Vergogna, Mendel, non è per questo che ti sei fatto partigiano. Un polacco vale quanto te; anzi, forse più di te, se Line ha preferito Marian. Rivke non lo avrebbe fatto. Già, non lo avrebbe fatto, ma Rivke non c' è più, Rivke è a Strelka sotto un metro di calce e un metro di terra, Rivke non è di questo mondo. Apparteneva all' ordine, al mondo delle cose giuste fatte alle ore giuste: faceva cucina, teneva pulita la casa, perché a quel tempo gli uomini e le donne vivevano in una casa. Teneva i conti, anche i miei, e mi faceva coraggio quando ne avevo bisogno: mi ha fatto coraggio perfino il giorno che è scoppiata la guerra e io sono partito per il fronte. Non si lavava tanto, le ragazze moderne a Strelka si lavavano più di lei, si lavava una volta al mese come è prescritto, ma eravamo una carne. Una balebusteh, era: una regina della casa. Comandava, e io non me ne accorgevo. Con occhio accidioso, Mendel vedeva comporsi nel campo altri legami distratti ed effimeri. Sissl ed Arié: bene, buon per loro, in lietezza e prosperità; speriamo che lui non la picchi, i georgiani picchiano le mogli, e Arié è più georgiano che ebreo. Hanno le ossa solide, e non solo le ossa: faranno dei bei bambini, buoni chalutzim, buoni coloni per la Terra d' Israele, se mai ci arriveremo. Speriamo anche che nessun polacco guardi Sissl troppo da vicino, perché Arié è svelto col coltello. Ròkhele Nera e Piotr. Bene anche questi, era un pezzo che la faccenda maturava. Piotr, fra i polacchi, era più isolato degli ebrei, e una donna è il miglior rimedio contro la solitudine. O anche solo mezza donna: la situazione non era chiara, e del resto Mendel non aveva voglia di indagare, ma sembrava che la Nera si tirasse dietro anche Mietek, il radiotelegrafista. Peccato per Edek, più che tutti gli altri Edek avrebbe avuto bisogno di una donna, o insomma di una compagnia, di qualcuno che condividesse la sua sofferenza: ma Edek cercava invece di isolarsi, di scavarsi una nicchia, di tirare su un muro fra sé e il mondo. Bella e Gedale: su questa coppia nessuno aveva niente da dire. Erano una coppia da sempre, una coppia incredibilmente stabile, senza che se ne capisse la ragione. Gedale, così libero nelle parole e nei fatti, così imprevedibile, sembrava legato a Bella da un ormeggio ben saldo, come una nave al molo. Bella non era bella, appariva di parecchio più anziana di Gedale, non combatteva, alle faccende quotidiane della banda collaborava pigramente, malvolentieri, criticando gli altri (soprattutto le altre) a ragione o a torto. Si portava dietro scampoli incongrui della sua precedente vita borghese, di cui nessuno sapeva nulla: rimasugli goffi ed ingombranti, anche materialmente, abitudini a cui tutti avevano rinunciato ed a cui Bella non intendeva rinunciare. Accadeva spesso, quasi ritualmente, che Gedale pigliasse il volo su un programma, un piano, o anche solo su un discorso fantasioso ed allegro, e che Bella lo richiamasse a terra con una osservazione piatta e scontata. Allora Gedale si rivolgeva a lei con irritazione simulata, come se tutti e due recitassero a soggetto: _ Bella, perché mi tarpi le ali? _ Dopo quasi otto mesi di convivenza, e dopo tante vicende comuni, Mendel non cessava di domandarsi che cosa tenesse Gedale vincolato a Bella: del resto, non solo sotto questo aspetto Gedale era difficile da interpretare, e impossibile prevedere i suoi atti. Forse Gedale sapeva di non avere freni, ed aveva bisogno di trovarne fuori di sé; forse sentiva accanto a sé, impersonate in Bella, le virtù e le gioie del tempo di pace, la sicurezza, il buon senso, l' economia, la comodità. Gioie modeste e scolorite, ma tutti, sapendolo o no, le rimpiangevano e speravano di ritrovarle, al termine della strage e del cammino. Gedale era irrequieto, ma non aveva ceduto all' onda di riflusso che, partita dai polacchi, aveva trascinato con sé in maggiore o minor misura anche i gedalisti. Ricordava a Mendel lo storno che Arié aveva trovato: come quello, era impaziente di riprendere la via. Girava per il campo, ossessionava il radiotelegrafista, discuteva con Edek, con Dov, con Line, con Mendel stesso. Suonava ancora il violino, ma non più con abbandono: volta a volta, con noia o con frenesia. Ròkhele Bianca non era né inquieta né scoraggiata. Non era più sola: da quando la banda aveva trovato asilo nel campo polacco, accadeva sempre più di rado di incontrarla separata da Isidor. Da principio nessuno si era stupito, Isidor tendeva a mettersi nei guai, o almeno a fare sciocchezze, e che la Bianca gli facesse un poco da mamma sembrava naturale. Prima, di Isidor si era curata Sissl, ed anzi, fra le due donne era sorta un' ombra di rivalità, ma adesso Sissl aveva altro per la testa. Quanto alla Bianca stessa, sembrava aver bisogno di qualcuno che avesse bisogno di lei. Teneva d' occhio il ragazzo, badava che si coprisse e si tenesse pulito e all' occorrenza lo rimproverava con autorità materna. Ora, a partire dai primi di dicembre sia i due, sia il rapporto che li legava andarono incontro ad un mutamento mal definibile ma palese a tutti. Isidor parlava meno e meglio; non farneticava più di vendette impossibili, non portava più il coltello alla cintura, ed invece aveva chiesto a Edek e a Gedale di prendere parte alle esercitazioni di tiro. Il suo sguardo si era fatto più attento, cercava di rendersi utile, il suo passo era diventato più rapido e sicuro, e perfino le spalle sembravano essersi allargate un poco. Faceva domande: poche, ma non insulse né puerili. Quanto a Ròkhele, appariva ad un tempo maturata e ringiovanita. Per meglio dire: mentre prima non aveva avuto un' età, adesso ce l' aveva; sorprendeva, rallegrava vederla ritornare giorno per giorno ai suoi ventisei anni, fino allora mortificati dalla timidezza e dal lutto. Non teneva più gli occhi rivolti al suolo, e tutti si accorsero che i suoi occhi erano belli: grandi, bruni, affettuosi. Elegante non era certo (nessuna delle cinque donne lo era) ma non era più un fagotto informe; la si vedeva, al lume della lanterna, lavorare d' ago per adattare alla sua taglia gli abiti militari che per mesi aveva indossati senza prendersene cura. Adesso, anche la Bianca aveva capelli, gambe, un seno, un corpo. Quando accadeva di incontrare i due insieme, fra le baracche del campo, Isidor non camminava più dietro a Ròkhele, ma al suo fianco; più alto di lei, piegava impercettibilmente il capo nella direzione della donna, come a farle riparo. Una sera in cui Isidor era in corvée di pulizia, la Bianca chiamò Mendel in disparte: gli voleva parlare in segreto. _ Che vuoi, Ròkhele? Che cosa posso fare per te? chiese Mendel. _ Dovresti sposarci, _ disse la Bianca arrossendo. Mendel aperse la bocca, la richiuse, e poi disse: _ Che cosa ti viene mai in mente? Io non sono un rabbino, e neppure un sindaco; documenti non ne avete, potreste anche essere già sposati. E Isidor ha solo diciassette anni. E ti pare che questo sia il momento di sposarsi? La Bianca disse: _ Lo so bene che la regola non è questa; lo so che ci sono delle difficoltà. Ma l' età non conta: un uomo si può sposare già a tredici anni, lo dice il Talmud. E che io sono vedova lo sanno tutti. Mendel non trovava le parole. _ È un nonsenso, una narischkeit! Un capriccio che domani ti sarà passato. E perché sei venuta proprio da me? Oltre a tutto, io non sono neppure un ebreo pio. Non ha senso, è come se tu mi chiedessi di volare o di fare un incantesimo. _ Vengo da te perché sei un giusto, e perché io vivo in peccato. _ Se tu vivi in peccato, io non ci posso fare nulla: è una cosa che riguarda solo voi due. E poi, secondo me i peccati non sono quelli che fate voi, sono un' altra cosa, sono quelli che fanno i tedeschi. E che io sia un giusto è da vedersi. Ròkhele non si arrese: _ È come quando si è su una nave o su un' isola: se non c' è un rabbino, il matrimonio lo può fare uno qualunque. Se è un giusto è meglio, ma basta una persona qualunque: anzi, lo deve fare, è una mitzvà. Mendel attinse a memorie giacenti da secoli: _ Perché il matrimonio sia valido ci vuole la Ketubà, il contratto: tu ti dovrai impegnare a dare a Isidor una dote, e lui dovrà garantire che ti può mantenere. Mantenerti, lui, Isidor. Ti pare serio? _ La Ketubà è una formalità, ma il matrimonio è un cosa seria; e io e Isidor ci vogliamo bene. _ Lascia almeno che io ci pensi su fino a domani. Una faccenda così non mi costa né fatica né denaro, ma mi sembra un imbroglio: è come se tu mi dicessi "Caro Mendel, imbrogliami", mi capisci? e se ti accontento, il peccato lo faccio io. Non potresti aspettare che la guerra finisca? Trovereste un rabbino, e potreste fare le cose in regola. Io non saprei neppure quali parole dire: bisognerà dirle in ebraico, no? E io l' ebraico l' ho dimenticato, e se sbaglio tu crederai di essere sposa e invece sarai rimasta nubile. _ Le parole le detterò io e non importa che siano in ebraico: qualunque lingua va bene, il Signore le capisce tutte. _ Io non credo nel Signore, _ disse Mendel. _ Non importa. Basta che ci crediamo io e Isidor. _ Insomma, non capisco che fretta avete. Ròkhele Bianca disse: _ Sono incinta. Il giorno dopo Mendel riferì il dialogo a Gedale. Si aspettava che scoppiasse a ridere, invece Gedale, molto serio, rispose che certamente Mendel doveva accettare: _ Bisogna che te lo dica, in questa storia c' entro anch' io. Isidor non era mai stato con una donna. Me lo ha detto tempo fa, un giorno che io lo canzonavo un poco: era il giorno del mulino a vento. Ho visto che soffriva; mi ha detto che non aveva mai avuto il coraggio. Aveva solo tredici anni quando ha dovuto nascondersi sotto la stalla, ci è stato quattro anni, poi gli sono successe le cose che sai. "Bisogna aiutarlo", ho pensato: per un verso mi sembrava una mitzvà,per un altro mi incuriosiva l' esperimento. Cosi ne ho parlato con Ròkhele, che anche lei era rimasta sola, e le ho proposto di occuparsi di lui. Ecco, se n' è occupata. lo però non avrei creduto che la faccenda sarebbe andata avanti così in fretta e così bene. _ Sei sicuro che questo sia un bene? _ chiese Mendel. _ Non so, ma credo di sì. Mi pare un segno buono, anche se loro sono due nebech. Anzi, proprio perché sono due nebech. Vergognandosi un poco, Mendel sposò Isidor e Ròkhele Bianca meglio che poté.

Se non ora quando 1982